Archive for aprile, 2012

Jack White – Blunderbuss ( cd – lp )

Prendere l’r’n’b degli anni 70, l’heavy-rock e i Led Zeppelin, unirli al blues, al jazz e al country e, infine, mescolare. Il tutto in soli 42 minuti, tra elettronica e acustica, chitarre e clarinetti, falsetti schizzati fuori dal pentagramma e suadenti voci nere. Una ricetta che solo uno come Jack White poteva osare di proporre, con la sua poliedricità musicale, i suoi amici e anche – si sa – i suoi soldi.
Ex-metà dei celeberrimi White Stripes, mente di Raconteurs Dead Weather, autore della colonna sonora del film “Cold Mountain”, John Anthony Gillis è, non a caso, annoverato fra le più grandi rockstar dei nostri tempi. È partito dalla ruvida e famigerata Detroit per arrivare, insieme all’ex-moglie Meg White, a incidere il riff interplanetario di “Seven Nation Army” e a dare una nuova vita, in salsa blues, al rock and roll a cavallo tra fine dei Novanta e inizio del decennio Zero. Il tutto senza disperdere le capacità di fine artigiano del suono e di serio interprete della contemporaneità. “Blunderbuss”, dunque, punta i riflettori su una personalità artistica già perfettamente delineata.

Mr. White è un po’ il Johnny Depp del rock: esuberante, tra il gotico e il freak, regala un sapore inconfondibile a ognuno di questi tredici pezzi, prodotti e registrati per lo più a Nashville, nella sede della Third Man (label di cui è proprietario) ma anche in collaborazione con la storica XL Recordings.
Intorno a White si muove inoltre un cast d’eccezione, tra cui svariate voci femminili, come la ghanese Ruby Amanfu e la modella/cantante Karen Elson (seconda ex-moglie di White), la meravigliosa pianista Brooke Waggoner, il contrabbassista Bryn Davis e addirittura un intero gruppo, il signor Pokey La Farge con i suoi South City Three. Molti di loro sono presenti anche nel tour che promuove l’album, in una particolare line-up: ci sono due band, una fatta da soli uomini, l’altra da sole donne, con White a decidere “a colazione chi suonerà la sera”.

Il disco non è certo un tornado come “White Blood Cells”, ma riesce a rispolverare la tradizione rileggendola in una nuova chiave. E il risultato è una deliziosa diavoleria, lungimirante, insieme omaggio alle radici e costruzione di nuovi orizzonti. Nell’era informatica, “Blunderbuss” unisce la musica “di quando non c’erano i Pc”, sporca di sudore e saliva, con la mega-produzione propria dell’era moderna.
Ovunque si muove instancabile la voce di White, che è al meglio della sua carriera, così naturale sul suo registro acuto, volando tra una pulita espressività figlia del buon vecchio Ziggy Stardust e la ruvidezza vertiginosa del blues-rock. White diventa quasi il narratore di una raccolta musicata di racconti gotici. Pieno com’è di versi incazzati e bluastri, “Blunderbuss” racconta l’eterna, splendida guerra degli innamorati sterzando da un genere all’altro, per spiazzare l’ascoltatore ad ogni angolo.

La tesissima “Missing Pieces” apre il disco con il piano elettrico rhodes a suonare nello stile del jazz di Herbie Hancock. “Sixteen Saltines” è una follia blues-rock, coloratissima ed elettrica, da sparare a tutto volume, con le celebri melodie alla White Stripes che si inchiodano al cervello ma con un ingegnoso contrabbasso a sostituire l’ovvio basso elettrico. “Love Interruption” è il duetto acustico di White con la Amanfu, tra le frasi del clarinetto.
“Blunderbuss” narra di un incontro segreto fra amanti in un hotel, tra luci romantiche e sexy dipinte dagli archi. “Hypocrital Kiss” è una suite amara, coccolata dall’isteria barocca del pianoforte della Waggoner. “I’m Shakin” è una riuscita cover del pezzo composto dal jazzista Rudy Troombs, resa famosa dall’r’nb americano di Little Willie John, con le voci femminili a scorrazzare in coretti baciati in puro stile sixties.

Dopo il riposante r’n’b di “Trash Tongue Talker”, con il canto che strizza l’occhio a Elton John, arriva, completamente inaspettato, l’honky-tonk fiabesco e smaliziato di “Hip (Eponymous) Poor Boy”, che ammicca anche alle vignette dei Kinks. Invece, ballando su una melodia jazzata tra i riccioli country del fiddle, il disperato appello finale “Take Me With You When You Go” conclude in bellezza il disco, con un repentino cambio di stile in salsa gospel-freak.

In molte interviste White ha smentito l’idea che il disco sia una lettera aperta, piena di risentimento, a una delle sue ex-mogli. E in effetti “Blunderbuss” non è che è una gran bella orgia sonora: semplice e diretta, come sa fare solo chi ha un pezzo di blues conficcato nel cuore.

Rossella De Falco (www.0ndarock.it)

aprile 30, 2012 at 5:11 pm 1 commento

Almanya di Yasemin Samdereli ( dvd )

Dopo aver lavorato per 45 anni come operaio ospite (“Gastarbeiter”) Hüseyin Yilmaz, annuncia alla sua vasta famiglia di aver deciso di acquistare una casetta da ristrutturare in Turchia. Vuole che tutti partano con lui per aiutarlo a sistemarla. Le reazioni però non sono delle più entusiaste. La nipote Canan poi è incinta, anche se non lo ha ancora detto a nessuno, e ha altri problemi per la testa. Sarà però lei a raccontare al più piccolo della famiglia, Cenk, come il nonno e la nonna si conobbero e poi decisero di emigrare in Germania dall’Anatolia.
Esiste ormai nel cinema contemporaneo dai tempi di East is East un modello di narrazione che potremmo definire “commedia sull’integrazione”. Di solito si tratta di una famiglia di immigrati che risiede all’estero da tempo e che è ormai abbastanza ampia da consentire la compresenza della prima generazione con quella di figli e/o nipoti nati su suolo straniero. Almanya aderisce pienamente al modello senza particolari originalità se non per la caratteristica (determinante) di scegliere come proprio soggetto una famiglia turca. Come è noto la nazione che in Europa ospita il maggior numero di turchi è proprio la Germania. I dati statistici ci dicono che su 82 milioni di abitanti i turchi costituiscono un’entitàdi circa 1.7 milioni di persone legalmente residenti. I problemi legati all’integrazione non sono sicuramente mancati. Di recente però, grazie anche all’opera di Fatih Akin, il cinema tedesco ha prodotto film che costituiscono un ponte fra le due culture.
Mancava però la commedia generazionale che prende le mosse, grazie all’escamotage della narrazione al piccolo di famiglia, da come il nonno fosse giunto come milionesimoeuno emigrante nella Germania del boom economico. Si sviluppa così una sorridente alternanza tra un passato di difficoltà e una progressiva crescita operosa. L’idillio prevale sui contrasti ma l’ironia non manca. Così come viene descritta con una molteplicità di sfaccettature la figura del nonno pronto ad integrarsi al suo arrivo ma ora assolutamente disinteressato ad acquisire la nazionalità tedesca caparbiamente voluta e ottenuta dalla moglie. Soprattutto nella parte finale il film (che invece regge bene il ritorno in Turchia con acute osservazioni sui pregiudizi) non riesce a sfuggire a un po’ di retorica al glucosio che finisce con il nuocergli più che portargli vantaggi.
Questo però non inficia la resa complessiva di un’opera divertente che consente anche ai non esperti di storia e società tedesche di divertirsi e (magari, perché no?) di fare anche produttivi paragoni con situazioni italiche passate e presenti.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 28, 2012 at 3:21 pm Lascia un commento

Lee Ranaldo – Between the times & the tides ( cd – lp )

Chissà se esiste qualche agenzia di scommesse che rende disponibili quote per il possibile scioglimento, o meno, dei Sonic Youth; certo è che la band non si è fatta mancare nulla. Sperimentazioni sulle chitarre che ancora fanno scuola, melodie originali che sono anch’esse fonte di ispirazione per moltissimi gruppi, un percorso indie che veniva dalla downtown newyorkese più torbida a cavallo tra i 70 e 80 per arrivare, nei 90, alle rotazioni su Mtv e contratto major in tasca.
E ora ultimamente anche i gossip e i giornali scandalistici. La separazione dell’apparente coppia inossidabile Thurston Moore-Kim Gordon ha lasciato spiazzati, confermando la teoria che l’amore non è eterno, ma lasciando soprattutto il punto interrogativo sul futuro della band statunitense.
Intanto, nel 2011 Moore ha realizzato un apprezzato disco quale “Demolished Thoughts”, dall’umore prettamente acustico e intimista, lontano dai fraseggi e rumorismi elettrici.

Ora è la volta dell’altra “sonica” chitarra del gruppo, quel Lee Ranaldo la cui fantasia deviata è stata sempre l’elemento prezioso, se non fondamentale, per il successo del quartetto sia in ambiti più underground e oltranzisti che quelli maggiormente mainstream.
Si dica subito. Questo è un disco onesto, molto “traditional”, nulla più. Infatti, l’artista ha dichiarato che le canzoni sono nate inizialmente dopo il suo invito per un inusuale set acustico in Francia nel 2010 al Midi Fest. I brani hanno preso forma, sono stati limati e poi sono stati elettrificati insieme a soci e amici quali Jim O’RourkeAlan Licht, Steve Shelley, Irwin Menken, Nels Cline e John Medeski.

Quello che traspare da “Between The Times And Tides” è semplicemente il piacere di suonare piuttosto che cercare strade spiazzanti o forzatamente impervie. Semmai emergono chiaramente alcuni amori, o influenze inconsce, per eroi degli ultimi quarant’anni del rock, talvolta fuse insieme.
Tutto ciò si evidenzia subito nella prima traccia “Waiting On A Dream”, dove il riff portante cita apertamente quello storico di “Paint It, Black!” dei Rolling Stones, mentre la linea vocale somiglia palesemente a “Darkness Before Dawn” (da “Night Time” del 1985) dei Killing Joke di Jaz Coleman.
Si noti bene che si è parlato di linea vocale, mentre il timbro generale dell’ugola e dell’intonazione è molto affine a Michael Stipe dei R.E.M., veramente spesso vicino alla citazione-tributo.

Non poche volte avviene di confondere, quando si ascolta sovrappensiero il cd, che il disco appartenga alla band di Athens, pescata con alcuni inediti del periodo 80 e magari idealmente remixata proprio dai Sonic Youth. Composizioni come “Off The Wall”, “Xtina As I Knew Her” e “Angles” si orientano su queste traiettorie anche a livello di arrangiamenti, scritture che addirittura vanno a incappare anche nel Bob Mould da ballata elettro-acustuca del periodo Sugar (“Fire Island”).

In definitiva, questo lavoro non è di quelli fondamentali e da avere a tutti i costi, ma il suo ascolto è da intendersi come un incontro con un caro amico per trascorrere insieme momenti di divertimento e relax senza perdersi in profonde elucubrazioni sui massimi sistemi della vita che fanno fumare la testa.

Gianluca Polverari (www.ondarock.it)

aprile 24, 2012 at 5:09 pm Lascia un commento

Spiritualized – Sweet heart sweet light ( cd – lp )

Per quanto un progetto come quello degli Spiritualized di Jason Pierce possa dirsi forte di una poetica musicale straordinariamente definita e peculiare, le premesse che anticipavano l’uscita di questo “Sweet Heart Sweet Light” avevano fatto scaturire in molti il timore che il suddetto lavoro rischiasse di adagiarsi con stanchezza sulle memorabili pagine scritte dalla band a cavallo tra gli ultimi due decenni.
Il qui presente settimo atto discografico dello spaceman di Rugby nasce infatti in seguito a una tournée di rivisitazione on stage dell’indimenticato capolavoro di ‘brit-pop interstellare’ “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” e si assume la scomoda incombenza di rappresentarne un’ideale prosecuzione.

Un’operazione alquanto rischiosa, le cui ombre si delineano maggiormente davanti all’ascolto del brano d’apertura, “Hey Jane”, shuffle-blues dalla patina velvettiana – inequivocabile sin dal titolo – pubblicato qualche mese prima dell’uscita dell’album e ritratto di un immenso mestiere che però sembrerebbe iniziare a sostentarsi troppo di citazioni proprie (il lick chitarristico di “I Think I’m In Love”) e altrui (il coro gospel della “Tender” dei Blur).
Fortunatamente, però, una volta metabolizzato a pieno l’ascolto dell’album, il sentore  di trovarsi davanti a una fiacca riproposizione del genio di Pierce verrà prontamente smentito.
Perché, se è vero che l’ex Spacemen 3 non ha cambiato di una virgola il suo paesaggio musicale fatto di oscure melodie pop, magniloquenze orchestrali, musica nera a 360 gradi e psichedelia in slancio verso un iperspazio barrettiano, la qualità delle canzoni di questo “Sweet Heart Sweet Light” e, soprattutto, l’intenzione con cui viene suonata ogni singola nota contribuiscono a valorizzare ulteriormente una formula sempre più in totale simbiosi con il suo interprete.
Sfilano così ballate apparentemente docili come “Too Late”, reminescente dell’Alex Chilton di “Third”, o la già classica “Little Girl”, la cui semplicità diventa sinonimo di trasparenza con un Jason Pierce da poco ripresosi da una polmonite bilaterale e intento a confidare all’ascoltatore i suoi pensieri più profondi.

Non c’è spazio per voli pindarici o trovate eccessivamente cerebrali nelle liriche del disco: quando il frontman apre “Little Girl” con il verso “Sometimes I wish that I was dead ‘cause only the living can feel the pain” il tono confidenziale della sua voce si mescola a un arrangiamento orchestrale straniante, che rispecchia perfettamente su un piano formale il contrasto fra drammaticità e ironico distacco.
Questa è la grande vittoria di “Sweet Heart Sweet Light”: la forza melodica della maggior parte dei brani è innegabile (qui la componente pop risulta decisamente amplificata rispetto ai mantra di “Ladies And Gentlemen”), ma laddove il songwriting subisce qualche battuta d’arresto ci pensano gli intricati paesaggi sonori a sostenere egregiamente le canzoni e raccontare il disordinato mondo interiore dell’autore . E’ il caso della preghiera lennoniana “Freedom” e, soprattutto, di una “I Am What I Am” scritta con l’amico Dr. John, che striscia su un paludoso spiritual in cui il botta e risposta fra Pierce e il coro diventa un’ossessione ricorrente davanti a una realtà in frantumi.

Non mancano poi pezzi da novanta come “Headin’ For The Top Now”, claustrofobico rock-blues che pare suonato su un’astronave in fiamme, o lo psicodramma “Mary”, scandito dall’inquietante regolarità dei rintocchi di piano e chitarra come a rappresentare una stasi subumana.
Il violento crescendo in chiusura di quest’ultima lascia poi il posto alla straordinaria “Life Is A Problem”, fuga vestita di melodramma che sembra inizialmente dirigersi verso un percorso di redenzione, salvo poi tornare sui propri passi al momento della svolta definitiva (“Kill all my demons and that will be fine, but I will be reloading all the time”).

I titoli di coda sono riservati al gospel di “So Long You Pretty Thing”, a dire il vero un po’ sopra le righe nel suo finale corale, ma non meno che commovente nella parte introduttiva in cui l’io lirico immagina di dialogare con Dio sussurrando timide richieste d’aiuto su un carezzevole tappeto di organo e banjo.
Una conclusione che irradia di spiritualità l’universo alieno della mente di Pierce e attraverso la quale il Nostro ci lascia forse senza averci detto nulla di nuovo o particolarmente sorprendente, ma con una testimonianza di sé talmente autentica e credibile da risultare necessaria.

Andrea D’Addato (www.ondarock.it)

aprile 23, 2012 at 4:03 pm Lascia un commento

1921 Il mistero di Rookford di Nick Murphy ( dvd e b-ray )

Siamo nel 1921, e l’Inghilterra è appena uscita schiacciata dal peso della Prima Guerra Mondiale. Nel Paese prolifera la tendenza all’evocazione degli spiriti dei caduti durante il conflitto, e la scrittrice Florence Cathcart si prodiga per smascherare i numerosi truffatori che tentano di lucrare sul dolore dei famigliari degli scomparsi. A casa della donna si presenta però un certo Robert Mallory, che la convince a visitare un vecchio collegio di campagna dove pare aleggiare il fantasma di un bambino. Dopo pochi giorni di indagini nella tenuta, Florence sembra aver risolto il mistero, proprio nel momento in cui fatti realmente inspiegabili cominciano ad ossessionare lei e tutti i piccoli studenti del collegio. Il confronto e soprattutto l’accettazione dell’esistenza del paranormale a questo punto appaiono inevitabili…
La sempre più bella Rebecca Hall torna in patria per girare la più classica delle ghost-story, diretta dall’esordiente al lungometraggio Nick Murphy. La cosa più importante che deve funzionare in un film di questo genere è l’ambientazione, e 1921- Il Mistero di Rookford dimostra fin dalle primissime inquadrature di aver centrato il bersaglio: un periodo storico come la Gran Bretagna degli anni ’20 con i suoi costumi, la sua architettura e i suoi paesaggi sono uno sfondo perfetto per una storia di fantasmi. Il regista infatti sceglie con lucidità di lavorare sugli schemi specifici e collaudati dell’horror vecchio stile, sfruttando i giochi di luce, le camere scure, la luce incerta delle candele, i rumori delle vecchie porte cigolanti: insomma, tutto quel repertorio ancora così efficace ma che il cinema di oggi sembra aver purtroppo dimenticato. Il film rimanda direttamente alle storie gotiche, alla letteratura di Henry James o, per quanto riguarda i riferimenti cinematografici, a un film bellissimo come The Others di Alejandro Amenabar. L’atmosfera è decadente e misteriosa, la tensione aleggia, la paura arriva al momento giusto. Anche se abbiamo già visto tanti e tanti film del genere e quindi non si ha mai l’impressione che la storia di 1921- Il Mistero di Rookford rappresenti una novità, rimane però il fatto che l’operazione ha una sua coerenza interna innegabile e a livello puramente filmico funziona bene. Tornando alla Hall, l’attrice dimostra di saper tenere sulle spalle un film come vera protagonista. L’affiancano il solido Dominic West e la sempre grande Imelda Staunton.
In mezzo a tanto cinema dell’orrore che ultimamente propone soltanto sangue a catinelle ed effettacci gore totalmente gratuiti, una storia di fantasmi realizzata nel vecchio stile è un evento molto ben accetto. Quando poi il prodotto, seppur piccolo e senza troppe pretese, è confezionato con la giusta cura – da sottolineare anche l’efficacia di fotografia e musiche – allora la soddisfazione nel saltare sulla poltrona spaventati come si faceva una volta è anche maggiore.

Adriano Ercolani (www.mymovies.it)

aprile 21, 2012 at 4:09 pm 2 commenti

Afterhours – Padania ( cd )

Milano è sempre stata al centro delle composizioni degli Afterhours, è entrata nei titoli di alcune canzoni (“Milano circonvallazione esterna”) e persino di un album (“I milanesi ammazzano il sabato“). Ma stavolta la Padania (nella quale Milano riveste il ruolo di motore proattivo), più che come luogo geografico, è da intendersi come situazione della mente.
Immerso in una quotidianità iper-frenetica, il “padano” che è in ognuno di noi si lascia prendere dalla stressante rincorsa verso traguardi personali e professionali sempre più elevati, e sempre più effimeri, perdendo il contatto con la realtà e con la propria stessa essenza, arrivando persino a spersonalizzarsi.
Questo è l’argomento portante di una sorta di snello concept album che, senza ambire alle magniloquenze di certo rock anni 70, segna il ritorno della band di Manuel Agnelli dopo quattro anni.

Quattro anni popolati da un’apparizione sanremese (affrontata senza snaturarsi), dal progetto “Il paese è reale” (che ha confermato Manuel come sensibile mecenate della scena alternativa nazionale), da importanti esordi solisti (Dell’Era) e da side project assortiti (in particolare Iriondo), da fitte collaborazioni (Twilight Singers, Damo Suzuki, Mina) e numerosi concerti sia in Italia sia all’estero.
Proprio gli ultimi due tour estivi, concepiti senza lo stress di dover promozionare nuove produzioni, avevano sancito il rientro sul palco del chitarrista storico Xabier Iriondo, uscito all’indomani della pubblicazione di “Non è per sempre”: un ritorno acclamato dai fan, ma soprattutto una presenza che si fa sentire chiara e forte all’interno del nuovo disco.
In cabina di regia, accanto alla band, si è mosso di nuovo con disinvoltura il fuoriclasse Tommaso Colliva. Per l’immagine di copertina è stata scelta l’istantanea di un cancello aperto sul nulla: una pozzanghera, la neve, la nebbia, tutto molto freddo, imbiancato, lo scenario della Padania, oggi.

Non sappiamo se fosse intento di Agnelli collegare il titolo dell’album a certe vicissitudini politiche. Certo è che alcuni testi risultano pregni di sguardi preoccupati e disillusi sullo scenario contingente, e i recenti imbarazzanti scandali che hanno gettato nel ridicolo la Lega Nord sono giunti a fagiolo per rendere il risultato finale ancor più di grande attualità.
L’uscita di “Padania”, ultimato già da qualche mese, avviene all’indomani di un viaggio negli Stati Uniti cha ha consentito alla band di tornare ad esibirsi in locali di piccole dimensioni, riscoprendo quel contatto con il pubblico più diretto e più vero. Inoltre si è consumata l’emozione di fare delle session in studi di fama consolidata, come gli Electric Audio di Steve Albini a Chicago.
Alla fine del “Jack On Tour” è stato realizzato un documentario a puntate, programmato su un canale satellitare, e un disco (“Meet Some Freaks On Route 66”) con sette pezzi del proprio repertorio, riarrangiati per l’occasione, con l’aggiunta di una cover (“Dolphins”) interpretata assieme ai Majakovich.

“Padania” è figlio di idee sviluppate singolarmente dai singoli componenti del gruppo, è il riflesso della varie anime che ne fanno parte – elemento che però non ne mina in alcun modo l’omogeneità.
Anzi, essere il centro focale di tanti elementi creativi è un surplus che pochissimi altri al mondo possono permettersi, soprattutto nell’attuale formazione, forse la migliore di sempre degli Afterhours.
Proprio grazie ai continui cambi di line-up (quindi attraverso il periodico innesto di forze fresche e motivate) la band è riuscita nel tempo a garantirsi sempre standard elevati, novità stilistiche e brillantezza di risultati.

Su “Padania” c’è la prima volta del violinista e multistrumentista Rodrigo D’Erasmo, che finalmente riesce a liberarsi dall’ingombrante confronto con Dario Ciffo e non fa rimpiangere la dipartita del troppo invadente (dal punto di vista degli arrangiamenti) Enrico Gabrielli. D’Erasmo, rodato da tre anni di intensa attività live col gruppo, si sta ritagliando uno spazio importante: Agnelli gli concede grande libertà di espressione, lasciandogli non solo la responsabilità della breve “Iceberg”, ma consentendogli di essere presente un po’ ovunque con i suoni del violino, spesso distorto.
C’è la seconda volta di Roberto Dell’Era, estroso bassista dotato anche di voce interessante, fresco d’apprezzato esordio solista con “Colonna sonora originale”.
C’è la terza volta di Giorgio Ciccarelli, chitarrista oscuro ma indispensabile, di quelli che fanno il lavoro meno appariscente, una sorta di mediano del palco. C’è la conferma di Giorgio Prette alla batteria, ed il già citato rientro di Xabier Iriondo.

La selezione parte con il brano che non t’aspetti: gli archi disegnano il contesto di riferimento, sul quale s’innesta la voce di Agnelli, da subito alla ricerca di soluzioni diverse rispetto al passato.
Dopo due minuti e mezzo la prima esplosione collettiva.
Non poteva esserci inizio migliore per tutti i fan che si attendevano sia conferme che novità da questi solchi, un incipit intenso con Manuel che vocalizza ispirandosi apertamente a Demetrio Stratos (anche se in recenti interviste ha affermato di guardare più a Diamanda Galas).
“Metamorfosi” delinea dalle prime note quell’atmosfera di sana ricerca e sperimentazione che permeerà gran parte delle quindici tracce qui contenute. Poi arrivano le chitarre, poco lineari, piacevolmente imprevedibili: “Terra di nessuno” è una canzone che trabocca di suoni, quasi non in grado di contenerli tutti, straripante. Già metabolizzata l’elettricamente vibrante “La tempesta è in arrivo”, concessa come colonna sonora per la fiction Sky sulla mala del Brenta “Faccia d’angelo”, con protagonista Elio Germano.

“Costruire per distruggere” (il brano più politico del lotto) è il capolavoro che quasi non ci si aspettava più da una band che in troppi consideravano appagata e ripiegata su se stessa, una ballad tutt’altro che convenzionale che mostra a tutti quanto gli Afterhours vogliano costruire grandi canzoni senza concedere un solo centimetro ai compromessi (e la storia si ripresenterà in “Ci sarà una bella luce”, dalla vaghe venature bluesy, con le tipiche scattosità di Iriondo).
Più furbette (ma tutt’altro che banali) “Nostro anche se ci fa male” e la conclusiva “La terra promessa si scioglie di colpo” (un barlume di speranza che affiora sul finale della tracklist), tanto per confermarsi le attenzioni del pubblico femminile attraverso quelle grandi ballate ricche di una scrittura che si è fatta meno criptica, più accessibile ma senza mai scadere nel banale.

“Fosforo e blu” (la più valida erede di “Dea” e “Germi”) ha la forza di mettere in riga stuoli di giovani (e meno giovani…) band urlanti, ma anche “Spreca una vita”, “Giù nei tuoi occhi” e “Io so chi sono” si dimostrano urticanti a sufficienza: tripudio assoluto.
I due “Messaggi Promozionali” sono intermezzi che ironizzano sul potere di convincimento degli spot televisivi, pronti a dimostrare come da un’improvvisazione di pochi secondi possa nascere una traccia in grado di vivere di vita propria.
La title track la ascoltiamo già da qualche giorno, è andata rapidamente affermandosi (così come l’altra anticipazione “La tempesta è in arrivo”) come instant classic della band, con quei sapori acustici (torniamo a “Quello che non c’è“?) sempre pronti a deflagrare da un momento all’altro.

A conti fatti, “Padania” si dimostra un disco di meraviglioso pop obliquo, di maestoso rock alternativo, di feroce critica al sistema, di riflessioni mature, un disco indipendente, solido, forte, sicuro, coeso, un disco che vuole stupire, a tratti davvero coraggioso, alla faccia di chi professa da anni la morte di questo formato.

Claudio Lancia (www.ondarock.it)

aprile 20, 2012 at 6:20 pm Lascia un commento

Singolarità di una ragazza bionda di Manoel De Oliveira ( dvd )

Un antico detto della Galizia afferma che ciò che non si rivelerebbe mai né alla propria moglie né al migliore amico può essere detto a un estraneo. È quanto fa il giovane Macário in viaggio in treno verso l’Algarve. Rivolgendosi a una sconosciuta compagna di viaggio le rivela la sua triste storia. Lavorando nell’ufficio dello zio Francisco a Lisbona aveva notato una giovane fanciulla che si affacciava alla finestra del palazzo di fronte muovendo con grazia un elegante ventaglio cinese. Innamoratosene rapidamente il giovane aveva chiesto allo zio il permesso per sposarla ottenendone un diniego. Abbandonata la vita agiata aveva accettato un incarico commerciale che lo aveva rimesso in sella economicamente. Ora poteva davvero aspirare al matrimonio. Ma…
Manoel De Oliveira giunto alla più che venerabile età di 101 anni continua a dirigere con grande controllo opere estremamente differenti tra di loro per il soggetto ma ormai perfettamente identificabili sul piano della autorialità. Perché questo Grande Vecchio del cinema (che ha già girato il film che si potrà vedere solo dopo la sua morte) gioca ormai con leggerezza su temi e situazioni su cui altri cadrebbero rovinosamente dopo soli cinque minuti di proiezione.
Questa volta l’impresa è legata all’attualizzazione di un testo letterario dello scrittore portoghese Eça de Queiroz che poco si confà allo spirito dei nostri tempi. Eppure il regista riesce a mettere in scena, con lo sguardo teatrale che spesso lo ha contraddistinto, modi del passato e situazioni del presente quasi li volesse sospendere sul cavo teso di una temporalità astratta in cui il suo Paese abbia l’opportunità di rispecchiarsi. È come se De Oliveira dichiarasse esplicitamente che il suo Portogallo non solo affonda, come tutte le culture degne di questo nome dovrebbero fare, le sue radici nel passato per proiettarsi nel futuro ma che, nello specifico, il tempo che fu è ancora e non ce ne si può facilmente liberare come invece sembra accadere nella relazione tra i due protagonisti.
In fondo il regista che conosce la Vita ci ricorda, tra arpiste e fini dicitori (Cintra uno dei suoi attori preferiti) che fanno da sottofondo a chi gioca d’azzardo, che l’idealizzazione non è mai stata una buona maestra anche se, senza ideali e mete da raggiungere, i treni non sarebbero stati mai inventati e non potrebbero correre verso un domani peraltro incognito.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 16, 2012 at 4:41 pm Lascia un commento

M Ward – A wasteland companion ( cd – lp )

Serve una compagnia per affrontare il deserto: è una certezza semplice e decisiva, di quelle che piacciono a M. Ward. E nella terra desolata del nostro presente, per lui c’è una compagnia irrinunciabile: “Basta guardarsi intorno per trovarsi in situazioni dove sembra che non ci sia nulla che cresce”, spiega. “La musica è il tuo unico compagno fedele, quello che non ti molla mai neanche nei momenti più difficili. Tutte le mie canzoni parlano di questo”.
“A Wasteland Companion” si presenta più che mai come un diario di viaggio, un taccuino sgualcito in cui ritrovare le tracce di tutte le divagazioni del percorso artistico di M. Ward: lo sguardo del mentore Howe Gelb e il sorriso degli amici Monsters Of Folk, le frastagliature acustiche e gli scintillii pop. E ovviamente la voce di Zooey Deschanel, la “lei” che negli ultimi anni gli ha permesso di conquistare i riflettori sotto l’egida She & Him. Ma nel nuovo album è il songwriting di Ward a tornare al centro della scena: non tanto con l’ambizione di aggiungere qualcosa di nuovo, come aveva provato a fare il precedente “Hold Time“, ma piuttosto con il desiderio di ricongiungersi al passato, di riaffermare il proprio volto.

È la varietà delle sfaccettature, allora, a prevalere sull’unità della trama, dando vita a una sorta di summa della musica di M. Ward. Non a caso, si tratta di un disco vagabondo, registrato in ben otto studi diversi, da Portland a Bristol, passando per Los Angeles e New York. “Mi sono sempre piaciuti gli album live in cui non sai esattamente dove ogni brano sia stato registrato”, racconta Ward. “Ma non amo molto il suono delle registrazioni dal vivo per la mia musica. Così ho cercato di creare un ibrido in cui ci fosse il suono di un sacco di ambienti diversi, ma anche la possibilità di realizzare le cose come vuoi che suonino in studio”.

La chiave di “A Wasteland Companion” va cercata nell’equilibrio dell’insieme: “Penso che sia il disco con il migliore bilanciamento tra luce e ombra che abbia mai realizzato”. Così, sul versante più solare, il pianoforte del singolo “Primitive Girl” srotola subito il suo boogie contagioso. A fargli da contraltare, l’ossatura antica di “Me And My Shadow” si sporca di elettricità, mentre “Watch The Show” teletrasporta i Giant Sand nella polverosa Memphis dei tempi di Sam Phillips. Soprattutto, però, il fingerpicking di Ward si riscopre protagonista, tratteggiando acquerelli dai toni delicati in brani come “The First Time I Ran Away”, accompagnata da un video che riecheggia le atmosfere fiabesche di “Chinese Translation“.

Ancora una volta, Ward rende un appassionato omaggio ai suoi modelli, a partire dalla dedica ai Big Star dell’iniziale “Clean Slate (For Alex & El Goodo)”. In “I Get Ideas” restituisce una briosa energia al vecchio tango reso celebre da Louis Armstrong, per poi andare a pescare nell’inesauribile canzoniere di Daniel Johnston, come già aveva fatto con “To Go Home” in “Post-War“: con l’aiuto di Zooey Deschanel, Ward confeziona alla sua “Sweetheart” un perfetto abito da sera per il ballo di fine anno, tra cori, battimani e ammennicoli da jukebox.
Nello stesso tempo, il songwriter americano fa tesoro di tutte le influenze sedimentate attraverso anni di collaborazioni eccellenti: “Lavorare con Zooey Deschanel mi ha ispirato a scavare un po’ più a fondo nel lavoro di certi girl-group degli anni Cinquanta e Sessanta e nello stile di produzione di Phil Spector. Lavorare con Jim James dei My Morning Jacquet, invece, mi ha ispirato ad ascoltare più attentamente la cosiddetta musica soul o R&B, gente come Marvin Gaye Curtis Mayfield“.

Sono canzoni intessute di sogni, quelle di “A Wasteland Companion”. Come in “There’s A Key”, quando Ward prende spunto dal suo incubo ricorrente di essere travolto da una mareggiata nell’oceano per guardare in faccia le sue paure: “I’m conquering the ocean one wave at the time”, sussurra con il suo timbro di seta su un arpeggio rubato a Paul Simon. “Jump inside this tidal wave with me”. Quello che conta è insieme a chi si affronta l’oceano. O, come in “The First Time I Ran Away”, insieme a chi si sfida l’orizzonte: “The last time I run away, well I hope it’s with you/ Will you let me show you where to run?”.
Anche quando la depressione sembra profonda come le gole del Grand Canyon, anche quando tutto il mistero sembra essere svanito, il sole può filtrare ancora attraverso la nebbia, l’ossigeno può tornare a riempire i polmoni, la salvezza può arrivare accarezzando le acque del Rio Grande: l’epilogo di “Pure Joy” suona come un’ode alla speranza, umile e sicura come le cose più vere. “Pure joy just to see you again”. Persino il deserto può cominciare a rifiorire.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

aprile 14, 2012 at 3:42 pm Lascia un commento

Wedding present – Valentina ( cd – lp )

È duro essere un monumento. Ma ancor più duro è essere un gruppo di culto, converrete. Lo sanno bene i Wedding present che, su quella cassettina denominata C86, c’erano per davvero quando uscì (lato B, ultima traccia). Da allora, in termini di stile e ispirazione, ben poco è cambiato a dire il vero. I Wedding Present volevano essere gli Smiths dopo che anche gli Smiths erano morti assieme alla regina. Ci riuscirono. Rumorosi, dolci e confusi come nessun altro. Tuttavia, a riconsiderare oggi retrospettivamente la configurazione complessiva di una carriera ormai trentennale, i Wedding Present paiono somigliare forse di più a un’altra band-simbolo di Manchester, ovvero i Fall. Un destino simile accomuna infatti i due gruppi: tanti dischi, tutti meravigliosamente simili, spesso quasi identici, disseminati nel tempo un po’ per caso un po’ per necessità. Amatissimi quasi più in America che in Inghilterra (non c’è gruppo di etichette come Slumberland o Captured Tracks che non li abbia almeno una volta citati, anche involontariamente) i Wedding Present sono oggi più che mai il gruppo di un uomo, David Gedge, che ha fatto della band la cassa di risonanza e il quadernetto in sedicesimo per le confessioni di un ego inguaribilmente romantico.

“Valentina” non fa eccezione al postulato. David Gedge ha sempre riversato nelle sue canzoni l’autobiografia di una generazione di sognatori con niente da perdere in tasca e una folta frangetta calata sugli occhi (oggi screziata da qualche capello argentato). I termini dell’accordo sono sempre stati chiari per lui: uscire dalla propria cameretta solo a patto di trasformare quella cameretta nella propria musica. Un pezzo furioso come “Dear Caught In Headlights” pare ripetere proprio questo, con le sue storte progressioni chitarristiche e il canto logorroico che straripa spumeggiante di parole oltre metrica e accenti.
I Wedding Present una cosa sanno fare e quella fanno e rifanno, inesorabilmente, quasi fosse una liturgia definita e in sé coerentissima, modulando variazioni minime al loro dettato, ritoccando al massimo qualche dettaglio strumentale, mai però oltre lo stretto necessario. Un indie-rock sporco e scarmigliato ma non troppo, che impone la sua cifra forte e immodificabile, come si evince da pezzi dall’andamento “classico” del calibro di “You’re Dead”, “The Girl From DDR” (tra i vertici) o “Meet Cute”. Sino al finale in crescendo di “524 Fidelio”, “End Credits” e “Mystery Date” che avanzano con passo caracollante, s’impuntano, cambiano idea, tornano indietro e poi fanno un balzo nel vuoto.

Con questo suo nono album (al netto di live, radio sessions ed Ep vari) la band di Leeds dona così ai propri fedelissimi un nuovo pretesto per aprire la porta di casa e fiondarsi al prossimo concerto. Come si fa a non ringraziarla per una cosa del genere? Una grande lezione di umiltà e perseveranza, anche perché non è assolutamente detto che invecchiando si debba rinunciare a tutto quel che si è stati.

Francesco Giordani (www.ondarock.it)

aprile 11, 2012 at 6:49 pm Lascia un commento

Edda – Odio i vivi ( cd )

Ho rivisto, prima di scrivere questa recensione, l’intervista che Edda rilasciò nel 2009 durante la trasmissione “L’era glaciale” di Rai 2. Ho rivisto Edda, ovvero Stefano Rampoldi, in quel suo mix adorabile di fragilità, timidezza e profondità spirituale. Erano quelli i giorni appena successivi alla pubblicazione di “Semper Biot“, disco che segnava il ritorno dell’ex-Ritmo Tribale dopo anni di oscurità e di droga. Un disco che, a dirla tutta, mi convinse poco.

Stefano oggi ha smesso di bucarsi e lavora sodo. Fa ponteggi e ha appena pubblicato il suo secondo lavoro solista, “Odio i vivi”. Un disco radicale, scomodo, viscerale e “violento”. Lo immagino mentre monta i ponteggi, seguendo uno schema preciso: incastra i vari giunti di collegamento, uno dietro l’altro, senza sosta. E, intanto, ascolta il crepitare del fuoco che brucia nella sua anima. Nelle canzoni del disco precedente si era già messo a nudo (semper biot, in milanese, significa “sempre nudo”…), ma in questo suo nuovo lavoro strappa via dal corpo anche la pelle, per offrirsi in carne e ossa. E sangue. “Odio i vivi” è, infatti, un disco di cantautorato come non se ne sentivano da tempo in Italia. Non un disco per tutti, però. Perché in molti odieranno quella voce isterica-teatrale-frantumata-vulcanica-delirante-sincera; altri, invece, perderanno la bussola semplicemente perché “mancano le canzoni, quelle vere, capito cosa intendo?”. No, non capisco. La musica può anche rilassare e divertire, ci mancherebbe. Ma quando la musica sanguina, allora sanguiniamo con lei… e sanguiniamo veramente.

“Semper Biot” era un disco tutto sommato spoglio, “Odio i vivi” è invece un’opera più densa, avventurosa e decisamente più grande. A dare man forte ad Edda (alla chitarra elettrica), ci sono, oltre al fido Walter Somà (coautore dei brani), altri amici, tra cui: Alessandro “Asso” Stefana (chitarra elettrica, organo, tampur), Stefano Nanni (che ha scritto le partiture degli archi, poi affidate al quartetto EdoDea), Francesco Arcuri (che si è occupato degli “strumenti giocattolo”), Mauro Nottolini (trombone, tromba, flicorno) e Sebatiano De Gennaro (batteria).  
Due sono le coordinate emozionali del disco: il male di vivere e il sesso. Due facce della stessa medaglia, secondo Edda. Non c’è salvezza su questa terra, nemmeno in quei piccoli momenti di piacere carnale, che tutto sommato svelano la nostra essenza mortale, la nostra fragilità. Due facce che si fronteggiano continuamente in queste dieci tracce, impreziosite da paesaggi strumentali cangianti, dove l’elettricità e l’istinto convivono con aperture orchestrali e svolazzi di fiati, grazie all’intuizione, in cabina di regia, di Taketo Gohara.

Eppure all’inizio sembrava esserci uno spiraglio per l’amore, l’amore come rimedio e protezione: “Ho sbagliato tutto nella vita/ Poi ho avuto te”. Ma è una falsa pista, perché, innanzitutto, “gli amori finiscono, amore mio” e poi perché l’essenza del tutto risiede in contrasti, anche feroci, dove la melodia e la lama tagliente che la chitarra cerca disperatamente di affondare nel cuore convivono/camminano sul filo del rasoio, affidando alla spontaneità e all’istinto ciò che nessun raziocinio potrà mai riuscire a imbrigliare. Poi, “Anna” e le cose si complicano, si imputridiscono: “L’amore diventa merda, dopo due settimane, i miei amici hanno figli, figli, figli… io ho sempre fame”. La fame della donna, dell’altro come espressione-rivelazione della nostra identità. “Anna” è un vortice malefico, una carneficina di accordi e svolazzi di archi, un amplesso ferino di epifanie rovinose e crolli nervosi. Un brano che si appiccica al cuore, sfiancandolo.
Dal canto suo, la title track zoppica e inciampa, sputa sangue e si rialza, ossessionata da linee sghembe di pianoforte, macigni elettrici, gorgheggi fulminei di fiati e sussulti ascensionali di xilofono. E, poi, le scansioni industriali e le fiammate selvagge di “Topazio”, canzoni d’amore che si trasformano in melodrammi laceranti (“Gionata”, scritta con il contributo decisivo di Gionata Mirai de Il Teatro degli orrori) e momenti di apparente distensione costruiti con il bilancino della memoria, che improvvisamente perdono la bussola, lasciando campo libero all’esplorazione elettrica, ad un profluvio di massimalismo cinico e dirompente (“Ricordati che devi morire, adattati/ Ricordati che devi morire, rilassati”).

Vacillare sul vuoto, guardarlo in faccia significa, alla fine, diventare il vuoto (“Il seno”) e i primi secondi di “Omino Nero” finiranno, naturalmente, per comunicare il senso di una vertigine mistica, un’allucinazione terminale che sa di carne e sangue, che traduce il coito in magmatiche iridescenze noise, in febbrili contraccolpi nichilistici (“per me non c’è niente di vero…”).
Come un topo di fogna, Edda ama i sotterranei della sua città, ama scomparire dai radar della gente comune (“Qui”, ovvero il blues destrutturato dell’invisibilità che barcolla immerso dentro luminescenze jazz), tanto che, alla fine, anche i raggi di sole che raggiungono le fogne (“mangi solo come un animale…”) nascondono inquietudini (“È finita / Stefano muori così / ingoiato per essere qui (…) Stefano muori così, felice di essere stato qui”), aspettando la possibilità di un ritorno, ma con timore e tremore (“Io già lo so che rinascerò in un altro corpo/ per favore no/ Per tutta la vita”).

Nell’epoca di luci elettriche, teatri orrorifici che fanno a mala pena sorridere, cani che ululano dentro notti banalissime, welfare stantii, amici degli amici che bazzicano fattori X e stronzate varie, “Odio i vivi” sanguina autenticità da tutti i pori, mettendo tutti in fila, uno per uno…
Solo per questo, Stefano andrebbe ringraziato a vita!

Francesco Nunziata (www.ondarock.it)

aprile 7, 2012 at 10:05 am Lascia un commento

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