Archive for gennaio, 2017

The Founder di John Lee Hancock recensione di Stefania De Zorzi

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In alto i cuori: perché il successo non viene decretato tanto dal
genio o dal talento (di cui pochi, per definizione, sono dotati),
quanto dalla perseveranza, virtù in apparenza assai più comune. E
comune, anzi mediocre è fino a cinquant’anni suonati la vita di Ray
Kroc/Michael Keaton, protagonista di “The Founder”: venditore
fallimentare di macchine per i frappé, incappa nei fratelli Dick e Mac
McDonald, (interpretati rispettivamente dagli ottimi Nick Offerman e
John Carroll Lynch), titolari dell’omonimo ristorante, sperduto ma
redditizio, gestito secondo principi rivoluzionari per l’epoca.
Fiutato l’affare, Kroc si mette in società con loro, cercando non
senza difficoltà di espandere l’attività su scala nazionale. Il
regista John Lee Hancock illustra in modo credibile, meticoloso, e
sottilmente ironico, l’ascesa al successo di un mito americano dei
nostri giorni: un uomo privo di idee originali, che ha soprattutto il
merito di cogliere al volo le buone idee altrui (appropriandosene
senza troppi scrupoli al momento opportuno), e di perseguire con
tenacia e vitalità straordinarie i propri obiettivi. Michael Keaton,
eccellente come al solito, accentua i tratti vagamente topeschi della
sua fisionomia: nel corso del film da vittima diventa predatore, il
“ratto” evocato dal vero Kroc nelle interviste che concludono il film
durante i titoli di coda. Il regista fotografa bene un’epoca, gli anni
Cinquanta che declinano verso un mondo nuovo: dove l’azienda di
famiglia diventa catena, il vecchio modello femminile succube del
marito viene sostituito da una figura più indipendente, e la nuova
religione è quella del marchio universalmente riconosciuto. Hancok
narra gli eventi e mostra luci e ombre del suo personaggio da deus
ex-machina, lasciando quasi completamente allo spettatore il giudizio
morale su una storia straordinaria ed inquietante. Da vedere, sia per
i meriti di un film che brilla per dialoghi, ritmo, recitazione,
scenografie, sia per capire meglio uno dei più grandi fenomeni di
marketing del nostro tempo.

gennaio 24, 2017 at 8:29 pm Lascia un commento

Condi…visione di ri…visioni: “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1968) -recensione di Annalisa Bendelli-

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Non è davvero la stessa cosa, comunque, arrivarci da Est o da Ovest, nello spazio… anche e proprio ‘visivamente’…

Partendo dalla resa figurativa, in immagini, voglio innanzitutto privilegiare l’intenzione dichiarata di Kubrick: “Io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.”

Il viaggio ‘ulisseo’ che Kubrick rappresenta e immagina è effettivamente sequenza di visioni spettacolari, grandiose, smaglianti… un documentario tra didascalico e visionario, a tratti psichedelico, della vicenda evolutiva umana, dai primordi all’estremo, ipotizzato, approdo di ri…generazione cosmica.

Soprattutto esperienza dell’occhio, dei sensi: grande sequenza illustrativa, documentario e cartellone didattico, rappresentazione, meglio, ‘raffigurazione’, di tale perfezione realistica da apparire iperrealistica e in definitiva virtuale, finta (gli scenari naturali ‘primordiali’, grandiosi e abbacinanti, dai cromatismi saturi, della prima sezione, i modellini delle astronavi, troppo perfetti, da apparire giocattoli, con dentro gli umani che sembrano tanti Ken e Barbie… gli interni e gli arredi futuribili…).

Invece l’esperienza di “Solaris, al termine e ‘culmine’ delle mie peregrinazioni est…ivanti è stata – come sospesa tra sogno e realtà – esperienza dell’anima e della mente più che altro… scenografia, arredi, immagini, oggetti, valevano per il loro potenziale allusivo, evocativo, non tanto illustrativo.

E quell’ambientazione della base orbitante sciatta, quasi casalinga, assurda a tratti (cosa ci facevano quegli arredi vetusti, quei ninnoli, quel legno di mobili e rivestimenti…), disordine, sporcizia, confusione, accatastamento, l’hangar dell’approdo come un’officina annerita e bisunta, i camici degli scienziati stazzonati, le capigliature incolte, arruffate, tute e abbigliamento dei cosmonauti improbabili e patetici… Kris all’arrivo sembrava un motociclista debosciato con quei fuseaux dentro gli anfibi slacciati, la maglietta traforata sotto il giubbino di pelle… così misero e inappropriato a confronto con le stilosissime tute spaziali in dotazione dei cosmonauti di Kubrick…

Niente a che vedere con il décor patinato, a tratti modaiolo, dell’ambientazione di “Odissea”, penso alle rosse poltroncine Djnn di Olivier Mourgue che arredano la sala d’aspetto spaziale, seducenti icone del design d’epoca, a quel nitore abbacinante, quelle raffigurazioni totemiche di stilizzazione perfetta (la stele-barretta- monolite, le astronavi-spermatozoo che entrano nelle basi-ovulo… fino alla riduzione estrema in linee e geometrismi da computer grafica nella resa del viaggio intergalattico… francamente noiosa e piuttosto risibile, alla prova dell’oggi, però anche in linea con le più aggiornate teorie della sostanza matematico-geometrica dell’universo…).

Non c’è polvere, né sporco, né unto in “Odissea 2001”, è tutto nitido, pulito, perfetto, levigato e lucidato, senza sbavature e grinze… Lo dico, quale femmina della specie umana condannata a esser massaia, con l’ipersensibilità coatta per la pulizia e il decoro-décor degli ambienti, quelli domestici in primis, la casa, il soggiorno, i luoghi della vita familiare e sociale…

La casa, appunto: penso alla dacia, luogo della partenza e del – per quanto illusorio – ritorno dell’ Ulisse-Telemaco-Kris, così grondante e arruffata di simboli ed emblemi dell’affettività familiare e culturale, nido, museo, arca di memorie, storie e storia… e penso alla suite ‘regency’ o ‘rococò’ dell’approdo postremo di David-Odisseo-nello-spazio , dove la memoria di storia e cultura appare come liofilizzata, algida, nel suo candore a metà tra laboratorio e limbo, in una sorta di ipostasi sontuosamente rappresentativa di un vertice raggiunto di civiltà e stile con i suoi emblemi decorativi, le statue neoclassiche, i richiami e la volumetria pompeiani, l’elegante mobilio di rappresentanza.

Ecco, vorrei provare ad approfondire e proseguire questa ricognizione di visioni, proprio a partire dalle scenografie, da oggetti e ambientazioni…

E mi fermo per ora, annotando ancora un momento come tanto la distopia instante nella trasandata scenografia futuribile di “Solaris”, quanto l’illustrazione maniacale di un’utopia di funzionalità smagliante ed essenziale in “Odissea”, perfetta, equipaggiata e medicata ma fredda, distante e inappagante, ci parlino più e meglio delle parole – paradossalmente proprio da quello scorcio di secolo appena trascorso esaltato da facili e fatui furori di esplorazione e colonizzazione di altri mondi – di una condizione umana sempre meno orientata, sempre meno sicura tanto del proprio stare quanto del proprio andare

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gennaio 18, 2017 at 11:08 am 7 commenti

Rogue One: A Star Wars Story di Gareth Edward -recensione di Stefania De Zorzi-

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Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…dopo che Anakin
Skywalker si è trasformato in Darth Vader, e appena prima che la
(compianta) principessa Leila, Luke Skywalker e Ian Solo intraprendano
la loro battaglia contro l’Impero in Episodio IV, si incastra lo
spin-off “Rogue One”, diretto da Gareth Edwards. Jyn Erso/Felicity
Jones, figlia di Galen/Mads Mikkelsen, scienziato al servizio
dell’Impero suo malgrado, partecipa a una missione con Cassian
Andor/Diego Luna, ed altri membri della Resistenza, per poter
ritrovare il padre, e al tempo stesso recuperare i piani della Morte
Nera. Dopo il giocattolo in formato lusso, divertente ma non del tutto
riuscito di “Star Wars: il risveglio della forza”, i fan della saga
possono respirare aria di casa. Per le ambientazioni, fra suq
tecnologici, pianeti desertificati e mondi acquatici, e i variopinti
alieni che li popolano; per una bella figura di Jedi cieco e abile
combattente, Chirrut Imwe/Donnie Yen; e naturalmente per la presenza
breve ma significativa di Darth Vader e della principessa Leila,
nonché per i viaggi interstellari fra un pianeta e l’altro alla
ricerca di un padre e della propria identità. L’eredità fiabesca del
passato si rivitalizza con ottimi nuovi protagonisti: Cassian è un
combattente dell’Alleanza Ribelle, ma è anche un killer senza troppi
scrupoli, mentre il droide K2-SO, finalmente lontano da dolcezze
disneyane, sforna battutine acide e commenti sarcastici. E poi c’è
lei, Jyn, con le labbra imbronciate e grandi occhi verdi, determinata
e di poche parole, eroina rocciosa e seducente, la discendente della
Ripley di Alien nel ventunesimo secolo. Edwards mostra luci e ombre
dei suoi personaggi, orchestrando al tempo stesso una trama
interessante e ricca di pathos per l’evoluzione della storia e delle
psicologie, che avanzano di pari passo. Rogue One non ha un seguito (o
meglio l’ha già avuto, in Episodio IV, quasi un paradosso temporale
per lo spettatore), ed è un bene, perché i tempi non si dilatano
inutilmente, e non rimane nulla di superfluo nella sceneggiatura, in
una storia incastonata come un gioiellino nella saga: ed è anche un
male, perché come tutte le belle storie, vorremmo farcele raccontare
più e più volte, e lasciarci accompagnare dai personaggi amati ancora
per lungo tempo.

gennaio 13, 2017 at 2:07 pm Lascia un commento

Passengers di Morten Tyldum recensione di Stefania De Zorzi

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In un immenso spazio avvolto dalla semi-oscurità, e immerso nel
silenzio, una capsula di ibernazione, fra migliaia di altre, si
disattiva per ragioni ignote, provocando il risveglio anticipato di un
unico passeggero a bordo dell’astronave Avalon: è l’incipit,
affascinante per immagini e per spunto narrativo, di “Passengers”,
diretto da Morten Tyldum. Jim Preston/Chris Pratt è lo sfortunato
tecnico che rimane in solitudine pressoché assoluta, con l’eccezione
del barista androide Arthur/Michael Sheen, fino al risveglio della
bella Aurora Lane/Jennifer Lawrence. La coppia deve affrontare una
serie di drammatiche scoperte ed imprevisti, con la prospettiva di un
viaggio solitario di quasi novant’anni nello spazio. A differenza dei
robot a cui ci hanno abituato i film di fantascienza del recente
passato, le macchine di “Passengers” non sono intelligentemente
consapevoli, e la frustrazione del protagonista, soprattutto nei
dialoghi intessuti di frasi fatte di generico conforto e saggezza
spicciola con il barista androide, è la stessa nostra quando ci
confrontiamo con Siri o con gli aforismi dei social network. La
sceneggiatura di Jon Spaihts mescola riferimenti a Robinson Crusoe
(Jim è naufrago, seppur di lusso, nello spazio, condannato ad un
avvilente isolamento) e alla Bella Addormentata nel Bosco (guarda caso
la protagonista femminile è sua omonima), il cui risveglio è
ironicamente paragonabile a quello del bacio d’amore. Tyldum dà il
meglio di sé soprattutto nella prima parte del film, con il
protagonista che attraversa i lunghi corridoi di metallo lucido, cerca
inutilmente tanto di farsi erogare un cappuccino quanto di accedere al
ponte di comando, e si innamora di Aurora guardandone i video per ore;
e anche nei primi incontri con la compagna di viaggio. E’ bello il
contrasto fra i colori freddi e le forme lisce e spartane degli
ambienti tecnologici, e le tinte calde e i richiami vagamente Art
Nouveau di bar e ristoranti. Nella seconda parte il film diventa più
convenzionale, con tributi fin troppo espliciti a “Gravity”, e la
relazione fra i due protagonisti che scivola a tratti nel melenso. Nel
suo complesso però la fantascienza ad alto tasso di romanticismo di
Tyldum & Spaihts funziona, anche per merito della simpatia e del
fascino dei suoi protagonisti (davvero pochi ma buoni); ritmo, pathos
ed empatia non mancano, nella rappresentazione di un mondo
futuristico, divertente, vacuo ed alienante se fine a se stesso, non
lontano dal nostro.

gennaio 10, 2017 at 10:53 am Lascia un commento


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