Archive for giugno, 2012

George Harrison, living in the material world di Martin Scorsese ( 2dvd e b-ray )

In una piccola stanza celata dietro lo schermo del Bambi Kino, un cinema a luci rosse di Amburgo, dormivano quattro ragazzetti di Liverpool prima di diventare più famosi di Gesù. Reeperbahn era quanto di più lontano dal glamour che i Fab Four avrebbero conosciuto da lì a breve, piena com’era di marinai, donne di facili costumi e tipi facinorosi, l’aria da festa impregnata d’alcol. È la storia dei Beatles secondo George Harrison narrata da uno dei più sensibili e raffinati cineasti votati alla seconda arte.
Martin Scorsese ha due modi di raccontare la musica: attraverso spettacolari film concerto come L’ultimo valzer Shine a light o ritratti privati di leggendari musicisti quali Bob Dylan: No direction home. Rispetto al biopic sul menestrello di Duluth, concentrato sugli anni della cosiddetta svolta elettrica dell’artista, George Harrison: Living in the Material World è una cronistoria, finalmente ordinata e corredata da immagini e filmati d’archivio, interviste e canzoni, della vita e opera del musicista inglese, dalla nascita come componente dei Beatles alla sua scomparsa terrena. Concepito per il piccolo schermo, dove è andato in onda diviso in due puntate, il documentario di Scorsese fa luce su uno degli aspetti più importanti della vita di Harrison il quale, come anticipa il titolo, si sentiva intrappolato tra due mondi, quello spirituale e quello materiale. Per raccontare il pubblico e privato dell’artista sono stati chiamati a raccolta alcuni tra i suoi amici più intimi: Eric Clapton, Tom Petty, Terry Gilliam, il pilota di Formula 1 Jackie Stewart, oltre alla seconda moglie Olivia e il figlio Dhani (che si dice sia interessato a formare una band con James McCartney e Sean Lennon in memoria dei Fab Four, tutto sta nel convincere il figlio di Ringo Starr), gli ex compagni di gruppo, Yoko Ono e Phil Spector a narrare tutte le passioni del più introverso e taciturno dei Beatles: la musica, il cinema, la spiritualità, le auto e le donne.
Con l’aiuto dell’egregio David Tedeschi in sala di montaggio, Martin Scorsese dispone, quasi fosse un puzzle, tutti i contenuti a sua disposizione (interviste, foto, video, registrazioni) in ordine, creando uno stile narrativo storicamente lineare. La prima parte del documentario serve a creare il contesto – sociale, politico, culturale – e si concentra maggiormente sugli anni in cui era il chitarrista del quartetto di Liverpool. Si va dal momento in cui Harrison passa l’audizione per John Lennon suonando la canzone “Raunchy” su un autobus, fino allo scioglimento del gruppo che qualcuno definì il punto più basso toccato nella storia dell’impero britannico. La seconda parte presenta George Harrison in solitario, con le sue aspirazioni e i suoi limiti, i viaggi in India e la conseguente collaborazione con Ravi Shankar, protagonista del famoso aneddoto del leggendario concerto per il Bangladesh che nel film è supportato dall’immagine video in cui il maestro di sitar, dopo aver accordato lo strumento, si rivolge al pubblico che sta applaudendo e dice “se vi è piaciuta tanto l’accordatura, speriamo vi piaccia anche il concerto!”. Fu lo stesso Ravi Shankar ad affermare che il suono era Dio, e qualcosa di vero ci deve essere in queste parole che sembrano descrivere il patrimonio artistico lasciato da George Harrison all’umanità.

Tirza Bonifazi (www.mymovies.it)

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giugno 30, 2012 at 10:31 am Lascia un commento

Smoke Fairies – blood speaks ( cd – lp )

Fatalmente la musica delle Smoke Fairies si è contaminata con il mito americano, rivoluzionando in parte il piacevole sapore crepuscolare dell’esordio “Through low light and trees“.
I toni pastorali sono stati rimpiazzati da un’urgenza e una forza che raccontano non più di boschi fatati e sabba magici, ma di realtà urbane e sanguinosi contrasti.

Il duo ha preso confidenza con i propri mezzi, estraendo un sound energico che non tralascia le fonti folk-blues: il rito del primo album si ripete con nuove fogge che disorientano i fan primigeni. Gli elementi consolidati del loro stile sono sempre evidenti: le voci nitide e profonde, le chitarre grintose e incongrue e la dolcezza tagliente del piano. Nel frattempo il basso è divenuto più pulsante, accordi rumorosi sbriciolano le note inondandole di effluvi alcolici che stordiscono i sensi mentre spetta al violino ripristinare vecchi elementi di poetica.
 
“Blood Speaks” è un album inquieto, capace di trascinare nelle umide lande della dolcezza con “Feel It Coming Near”, dove archi fantasma creano sonorità eteree che duellano con un corpo fisico denso di blues, per poi reinventare l’essenza del folk-rock in “Awake”, memorabile tappeto nel quale si intrecciano morbide percussioni e arpeggi dalla suadente capacità ipnotica.
È una musica in bilico tra sacro e profano, che uno strano languore intorpidisce in “Take Me Down When You Go” e “Hideway”, trascinandole in un insieme armonico claustrofobico e poco definito. 
Un progetto dai molteplici aspetti, che mostra il suo lato più aggressivo nell’iniziale “Let Me Know”, epica e robusta canzone ricca di echi anni 70, e nel granitico blues psichedelico di “The Three Of Us” che coniuga Doors Stone Roses giustificando l’affetto di Jack White per le fatine.

“Blood Speaks” è un album fisico e spirituale che perde definizione per una produzione che non riesce sempre ad impregnare il sound con la potenza del loro live-act, pur affondando le mani in un insieme sonoro più complesso. Ma è anche un progetto che corteggia la musica pop dei Fleetwood Mac in “Version Of The Future” con toni malinconici che restano il marchio più netto della loro arte.
Il tema principale è comunque il viaggio, che le due protagoniste affrontano con la stessa ingenuità di un esordio, affidando alle innovative sonorità della conclusiva “Film Reel” un’eredità lirica che promette ancora suggestioni e sviluppi. Le Smoke Fairies hanno superato i confini della madrepatria e sono pronte per affrontare nuovi percorsi, che si spera riusciranno a definire del tutto la loro identità.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

giugno 27, 2012 at 7:11 pm 3 commenti

E ora dove andiamo? di Nadine Labaki ( dvd e b-ray )

In un paese in una zona montuosa del Medioriente la piccolo comunità è divisa tra musulmani e cattolici. Se gli uomini sono spesso pronti alla rissa tra opposte fazioni le donne, tra cui spiccano le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh sono invece solidali nel cercare di distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi in violenza. Non tralasciano alcun mezzo in questa loro missione, ivi compreso far piangere sangue a una statua della Madonna o far arrivare in paese delle ballerine da avanspettacolo dell’Europa dell’Est affinché i maschi siano attratti da loro più che dal ricorso alle armi. Si arriva però, nonostante tutto, a un punto di tensione tale in cui ogni tentativo di pacificazione sembra ormai inutile.
Dopo averci deliziato con una beirutiana depilazione al profumo di caramello, Nadine Labaki lascia la città per tornare ad affrontare con stile diverso ma con intatta (se non addirittura maggiore) efficacia il tema che sembra maggiormente starle a cuore: la convivenza tra esseri umani che professano una religiosità diversa. In questo film, che si apre con una coreografia cimiteriale di grande effetto, Labaki svaria dalla commedia al dramma non negandosi neppure sprazzi di musical. Questo però non va a detrimento dell’unitarietà di un film che proprio nel variare dei toni trova la cifra stilistica su cui intessere un elogio alla saggezza delle donne che non le presenta però manicheisticamente come ‘migliori’. Hanno i loro cedimenti, le loro rivalità, le loro invidie ma sanno però, ogni volta, ritrovare quella ragionevolezza che gli uomini sembrano sempre pronti a perdere cedendo a provocazioni spesso infantili. Labaki dirige (e attraversa come interprete di grande impatto) un film che ha la leggerezza che è propria di chi ha scavato nel profondo di un’intolleranza che non è più ‘tollerabile’. Se lo slogan del ’68 “una risata vi seppellirà” ha perso la sua efficacia forse un sorriso può avere ancora la forza di erodere il cancro dell’integralismo.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

giugno 25, 2012 at 6:31 pm Lascia un commento

Giant Giant Sand – Tucson ( cd – 2lp )

Una foresta di cactus comincia a danzare al ritmo di un valzer polveroso e nostalgico, stagliandosi contro la palla infuocata del sole. Si apre così “Tucson”, la “country rock opera” ideata da Howe Gelb per il ritorno dei Giant Sand. Anzi, dei Giant Giant Sand, perché la nuova ragione sociale coniata per l’occasione non è solo l’ennesimo vezzo dell’eccentrico Mr. Gelb ma l’emblema di una vocazione più che mai corale.
Accanto a Gelb, infatti, si schiera stavolta un’inedita formazione allargata: ai consueti membri dell’ultima incarnazione danese dei Giant Sand si unisce un gruppo di artisti tutti in qualche modo legati alla città di Tucson (primi fra tutti Brian Lopez, Gabriel Sullivan e Jon Villa), con l’aggiunta di una sezione d’archi e della pedal steel di Maggie Bjorklund. Così, Gelb e i suoi Giant Sand in formato gigante danno vita ad un western di frontiera dal respiro ambizioso: canzoni spazzate dal vento del deserto che, come in un unico piano sequenza, vanno a comporre il racconto di un lungo sogno canicolare.

Si dice che l’Arizona sia il luogo dove l’estate va a passare l’inverno e dove l’inferno va a passare l’estate. Attraverso i paesaggi di “Tucson”, il crooning riarso di Gelb si confonde con la voce stessa di quella terra, tra accenti tex-mex e riverberi twang. Tutto comincia con una fuga, un addio senza rimpianti che in “Forever And A Day” ruba il passo risoluto del vecchio Johnny Cash. “Good luck suckers, I’m on my way”, proclama il protagonista lasciandosi alle spalle una città in cui ha vissuto troppo a lungo. “Adiós loser”, gli replica beffarda la voce del suo passato, mentre l’aria si riempie di profumi mariachi.
È un lungometraggio dai toni volutamente classici, quello di “Tucson”, tra il country spiegazzato di “Lost Love” e le sgranature blues di “Mostly Wrong”. Più compiuto degli ultimi lavori targati Giant Sand (tanto “Blurry Blue Mountain” quanto “Provisions“), ma senza quelle decisive deviazioni dal tracciato che avevano reso memorabili dischi come “Chore Of Enchantment”. E quando il microfono passa ai co-protagonisti della scena, come in “Love Comes Over You” o in “The Sun Belongs To You”, rimane la sensazione di un connubio non perfettamente riuscito.

Il concept di “Tucson” ha a che vedere con l’idea stessa di frontiera: “Chi ha avuto questa ridicola idea di inventarsi delle linee di separazione?”, si chiede Gelb commentando la brulla “Detained” nelle liner notes dell’album. La storia si srotola inseguendo una trama di suggestioni: c’è una prigione sradicata dalla tempesta, c’è un saloon dove i destini sembrano incrociarsi. Ci sono personaggi dai tratti misteriosi, che sembrano sbucare da un film di Robert Rodriguez. E, ovviamente, c’è una donna.
La voce di Lonna Kelley accarezza come un miraggio le movenze jazzistiche di “Ready Or Not”, danzando con contrabbasso e pianoforte con la seduzione di Peggy Lee. La donna che il protagonista incontra nel suo viaggio ha lo stesso volto di quella che aveva abbandonato dietro di sé. “La stessa donna ancora e ancora, perché siamo lo stesso uomo ancora e ancora”. Il mondo è lo stesso al di qua e al di là della linea del confine.

Il marchio della Sun Records spicca inconfondibile sul juke-box di “Thing Like That”, mentre in “Slag Heap” torna a materializzarsi l’ombra dei vecchi compagni di viaggio Calexico. Nella città oltre la frontiera la gente si raduna per le strade. Lentamente la folla si trasforma in una banda, pronta per allestire una cumbia latinoamericana sulle note di “Carinito”. È il battito di un unico cuore, è un fiume che viene da lontano. Con il suo scorrere può rinnovare persino il deserto: “You’re so much like the river/ Beautiful, twisted and blue/ You appear to be here forever/ But really are just passing through/ The river here is ancient/ But the waters are always new”.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

giugno 23, 2012 at 11:30 am Lascia un commento

Polisse di Maiwenn ( dvd )

Le giornate dei poliziotti della squadra parigina dell’Unità di Protezione dell’Infanzia li vedono impegnati in casi spesso simili anche se ognuno con una sua specificità. Vedono passare dinanzi alle loro scrivanie bambini abusati e i loro parenti chiusi in difesa a riccio, piccoli ladruncoli e ragazzine dalla sessualità ormai fuori controllo. Per ognuno di questi casi uomini e donne dell’Unità debbono sforzarsi di trovare la soluzione meno indolore per le vittime. Non è mai facile anche perché essi stessi hanno il problema di equilibrare le loro vite private con un lavoro che li mette costantemente dinanzi al peggio di quanto l’umanità possa porre in atto nei confronti di esseri indifesi.
Maïwenn con questa sua terza regia ci propone un film che si colloca di diritto nell’ambito di quel settore della cinematografia francese interessato a portare sullo schermo la realtà pur rispettando le convenzioni della fiction cinematografica. Si tratta di un complesso gioco di equilibri in cui il risultato positivo può essere raggiunto solo grazie a una sceneggiatura che tenga costantemente conto del livello di verosimiglianza e di attori che sappiano ‘dire’ e ‘agire’ senza recitare. Con Polisse il risultato è pienamente raggiunto. La sceneggiatura, scritta dalla regista con Emmanuelle Bercot, ci immerge da subito nel diuturno proporsi di un inferno del sesso da cui bambini e bambine cercano di sfuggire temendo terribilmente le conseguenze che questo tentativo di fuga può loro procurare.
La regia è abilissima nel mettere loro di fronte uomini e donne umanamente incapaci di trasformare in routine dei contatti umani in cui la delicatezza (ma anche la ricognizione degli accadimenti) è elemento fondamentale. Così come è abile nel presentarceli come esseri umani che formano un’èquipe in cui le individualità sono spiccate e al cui interno si sviluppano relazioni e contrasti come in qualsiasi altro luogo di lavoro. Non è certo casuale che la regista si riservi il ruolo di Melissa, la fotografa inserita solo temporaneamente nel gruppo. Si tratta di colei che farà scattare nuove dinamiche e che al contempo dovrebbe ‘documentare’ quanto accade con un distacco che non sempre è possibile (e forse neppure giusto) raggiungere.
Non manca neppure la sottolineatura di compromessi imposti dalle alte sfere in questo che vuole però essere qualcosa di più e di diverso da un film di denuncia sociale. Il cinema francese ha ancora il coraggio di percorrere vie che le nostre produzioni sembrano avere ormai delegato alla serialità televisiva.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

giugno 22, 2012 at 4:52 pm Lascia un commento

La chiave di Sara di Gilles Paquet-Brenner ( dvd )

Julia Jarmond è una giornalista americana, moglie di un architetto francese e madre di una figlia adolescente. Da vent’anni vive a Parigi e scrive articoli impegnati e saggi partecipi. Indagando su uno degli episodi più ignobili della storia francese, il rastrellamento di tredicimila ebrei, arrestati e poi concentrati dalla polizia francese nel Vélodrome d’Hiver nel luglio del 1942, ‘incrocia’ Sara e apprende la sua storia, quella di una bambina di pochi anni e ostinata resistenza che sopravviverà alla sua famiglia e agli orrori della guerra. Impressionata e coinvolta, Julia approfondirà la sua inchiesta scoprendo di essere coinvolta suo malgrado e da vicino nella tragedia di Sara. Con pazienza e determinazione ricostruirà l’odissea di una bambina, colmando i debiti morali, rifondendo il passato e provando a immaginare un futuro migliore.
La Shoah è un argomento pericoloso dal punto di vista artistico. Si tratta di una tragedia così traumatica e indicibile da renderla di fatto irrappresentabile. Eppure il cinema si è misurato infinite volte con questo soggetto storico tentando approcci ‘esemplari’ con Il Pianista di Polanski Schindler’s List di Spielberg, sperimentando sguardi morbosi con Il portiere di notte, osando quello favolistico e ‘addolcente’ con La vita è bella Train de vie. Ci ha provato con la stessa urgenza e serietà il cinema documentario fallendo ugualmente l’intento di avvicinare la realtà della Shoah. A mancare troppe volte e nonostante le migliori intenzioni sembra essere una maggiore coscienza storica e morale.
La chiave di Sara non fa eccezione, riducendo la dismisura dell’orrore a una semplice funzione narrativa, preoccupandosi di comunicare, piuttosto che capire, quanto accaduto. Trasposizione del romanzo di Tatiana de Rosnay, La chiave di Sara aderisce al dramma interiore della bambina del titolo raddoppiandone il senso di colpa ed esibendo un gusto per l’iperbole che lascia perplessi.
Se il film di Gilles Paquet-Brenner ha l’indubbio merito di recuperare un evento storico dimenticato e di fare luce sul rastrellamento del Vélodrome d’Hiver, sui campi di smistamento e di concentramento, sulle delazioni e sulle responsabilità francesi, facendo tutti (poliziotti, funzionari e civili) compartecipi di un errore e di una mancata presa di coscienza, nella realizzazione pecca di didascalismo e ridondanza. Inopportuni i rilanci narrativi (nel film è Sara a chiudere il fratellino nell’armadio) per rendere la vicenda ancora più emozionante. Al di là della buona volontà e dell’obiettivo storico-didattico l’impressione è che il regista abbia sfruttato le componenti più tragiche della vicenda dissimulandole dietro lo sguardo gentile di Kristin Scott Thomas e quello ruvido di Niels Arestrup, che provano con le loro misurate interpretazioni ad arginare un diffuso bozzettismo emozionale. Una tale semplificazione conduce a una banalizzazione del male, la cui sola prerogativa è quella di mettere in risalto la superiorità del bene.
La chiave di Sara, sospeso tra un passato mai esaurito e una contemporaneità in divenire, rimette innegabilmente in discussione un deplorevole momento della vicenda nazionale, ma con altrettanta evidenza si stacca dalla verità dei documenti, contagiandola con le ‘contraffazioni’ dell’entertainment e il sentimento popolare, troppo incline agli amarcord e poco alla Memoria. 

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

giugno 20, 2012 at 4:28 pm Lascia un commento

Cartoline da Cannes: Michael Haneke, Amour

 

Michael Haneke è il regista che ha fatto dell’impietosa, gelida, analitica descrizione, della patologia, della violenza, della rimozione della colpa (privata e collettiva) la sua cifra stilistica. Sin dagli esordi, al centro del suo cinema si è imposta una vera e propria ossessione per il disvelamento dei meccanismi di protezione dell’uomo dalle sue più radicate pulsioni (auto-)distruttive e dalla fascinazione per l’esercizio della violenza. Due anni fa a Cannes con il suo Il nastro bianco (premiato con la Palma d’Oro) Haneke ha scosso le coscienze dello spettatore europeo con un’angosciante sinfonia di sublime eleganza formale capace di spingersi sino al nucleo primigenio di quel destino di morte e annientamento che nel Novecento ha avvolto l’Europa.

Per questo forse a molti deve essere apparsa come un’esperienza disorientante la proiezione del nuovo film con il quale il regista austriaco si è nuovamente aggiudicato la Palma d’Oro, lo straordinario Amour. Per questo forse qualche critico ha insinuato il dubbio di un’operazione pensata per guadagnarsi l’approvazione di un pubblico più vasto, abbandonando un cammino che avrebbe imposto al regista di procedere, più autenticamente, con la disamina delle sue (nostre) più profonde ossessioni nichilistiche. In verità, sembra banale ricordarlo, il territorio dell’immaginazione artistica è da sempre caratterizzato da scostamenti, diversioni, cambi di rotta, tentativi (magari non sempre riusciti) di forzare il proprio stile per esplorare nuove possibilità espressive. Nel caso di Amour, come ha ricordato lo stesso Haneke nel corso della cerimonia di premiazione, a dettare il ritmo della narrazione della vicenda di Georges (Jean-Louis Trintignan) e Anne (Emmanuelle Riva) e a guidare lo sguardo del regista su volti e oggetti, è stata una scelta personale, un “giuramento” coniugale che vincola lui e la moglie a non prolungare le sofferenze della malattia con una medicalizzazione forzata degli ultimi giorni di vita del proprio partner. Questo atroce fardello dell’altrui sofferenza, l’impegno talvolta snervante della cura, l’ultima, suprema messa alla prova di un amore reale, è infatti al centro del film. Al centro di un momento cruciale della vita di una coppia di ottuagenari musicisti, che il destino mette di fronte a una scelta le cui conseguenze si riverbereranno sugli ultimi momenti della loro esistenza.

Il prologo, costituito da un inquietante flash-forward che rimane fissato negli occhi e nella mente dello spettatore, non lascia dubbi su quale destino si sia abbattuto sulla coppia. Quel quadro così gelidamente composto di una violenta ma silenziosa irruzione della polizia in un elegante appartamento parigino, di una salma su un letto cosparso di fiori, così profondamente “hanekiano” nel suscitare il turbamento di un’intimità violata, sembrerebbe suggerire un’altra variazione sui temi cari al regista, se non fosse per quello scarto netto che subito appare evidente (persino nell’attenuarsi dei toni dei colori) quando, a partire dalle sequenze successive, quello stesso appartamento diviene lo sfondo per il ritratto del menage borghese di Anne e Georges, dei suoi piccoli riti, di una quotidianità intrisa ormai più di ricordi che di speranze, che Haneke realizza con un’estrema attenzione per ogni gesto e dettaglio sul volto dei due protagonisti. In questo spazio circoscritto, nel quale la macchina da presa si muove con una naturalezza tale da renderlo ben presto di sconcertante familiarità anche per lo spettatore, la coppia viene ripresa nella gioia condivisa che segue il rientro da un concerto di un ex allievo di Anne. Uno scambio di impressioni, banalità ed effusioni che lascia trapelare un’energia e un’apertura non scalfita dall’età.

Un mattino, tuttavia, i primi timidi segnali di una preoccupante malattia cominciano a manifestarsi sul volto di Anne, che si immobilizza come quello di una statua, mentre la sua coscienza pare assentarsi per momenti che a Georges sembrano interminabili.

Inizia da lì il lento vacillare di ogni certezza. Le condizioni di salute di Anne peggiorano anche a seguito di un intervento chirurgico non riuscito, ma il marito, forte di una promessa fatta alla compagna di una vita decide che non lascerà che la malattia li separi e carica sulle sue spalle il fardello della cura.

La capacità dell’Haneke regista e sceneggiatore si lascia apprezzare proprio in questa delicata fase del film, che non segue la facile strada della “pornografica” ostentazione della sofferenza, né tanto meno la consolatoria strategia di preservare lo spettatore dal trauma della malattia inscenando una stoica resistenza, una serena rassegnazione laica e un pieno controllo delle proprie intatte capacità intellettive di discernere bene e male (strategia che sembra da tempo essersi impossessata del cinema occidentale, messo di fronte all’urgenza di raccontare la fine della vita).

Haneke decide invece di concentrarsi sul progressivo distanziarsi della coppia dal mondo esterno, sulla sua volontaria clausura. Una scelta determinata da sentimenti laceranti che il regista non teme di mostrare: la paura e l’angoscia della morte, il fastidio procurato dalla vista di chi si avverte come estraneo a quella sofferenza e impossibilitato a comprenderla. In questa lenta, inesorabile, progressiva chiusura al mondo (che avanza di pari passo con il deteriorarsi delle condizioni di Anne, sempre più visibili nella trasformazione subita dal suo sguardo) ogni esperienza vissuta come piacere nella vita precedente diventa insostenibile: la musica di Schubert non allarga più il cuore, le rare visite (l’allievo prediletto di Anne – interpretato dal musicista Alexandre Tharaud, la figlia Eva – Isabelle Huppert) diventano fonte di imbarazzo e di incomprensioni. Sino a quando diviene chiaro che in questo avvicinamento alla morte la coppia non ha più bisogno di soccorsi esterni. Il solo conforto che Anne sembra apprezzare è quello della voce del marito, Georges, che pur rimanendo fedele all’onerosa promessa fatta, viene tuttavia esposto da Haneke in tutta la sua fragilità (due sequenze sono davvero memorabili: l’incubo di un allagamento dell’appartamento e la misteriosa intrusione di un piccione e la sua difficoltosa cattura).

Risultato di un perfetto equilibrio tra la straordinaria capacità interpretativa dei due attori principali e una regia costantemente controllata, ma meno incline rispetto al passato alla fredda messa in scena priva di scarti emotivi e tensioni, Amour è uno di quei rari film capaci di restituire, senza alcuna gratuita pretenziosità, uno sguardo lucido sulla condizione umana.

 

PL

giugno 19, 2012 at 3:29 pm Lascia un commento

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