Cartoline da Cannes: Michael Haneke, Amour

giugno 19, 2012 at 3:29 pm Lascia un commento

 

Michael Haneke è il regista che ha fatto dell’impietosa, gelida, analitica descrizione, della patologia, della violenza, della rimozione della colpa (privata e collettiva) la sua cifra stilistica. Sin dagli esordi, al centro del suo cinema si è imposta una vera e propria ossessione per il disvelamento dei meccanismi di protezione dell’uomo dalle sue più radicate pulsioni (auto-)distruttive e dalla fascinazione per l’esercizio della violenza. Due anni fa a Cannes con il suo Il nastro bianco (premiato con la Palma d’Oro) Haneke ha scosso le coscienze dello spettatore europeo con un’angosciante sinfonia di sublime eleganza formale capace di spingersi sino al nucleo primigenio di quel destino di morte e annientamento che nel Novecento ha avvolto l’Europa.

Per questo forse a molti deve essere apparsa come un’esperienza disorientante la proiezione del nuovo film con il quale il regista austriaco si è nuovamente aggiudicato la Palma d’Oro, lo straordinario Amour. Per questo forse qualche critico ha insinuato il dubbio di un’operazione pensata per guadagnarsi l’approvazione di un pubblico più vasto, abbandonando un cammino che avrebbe imposto al regista di procedere, più autenticamente, con la disamina delle sue (nostre) più profonde ossessioni nichilistiche. In verità, sembra banale ricordarlo, il territorio dell’immaginazione artistica è da sempre caratterizzato da scostamenti, diversioni, cambi di rotta, tentativi (magari non sempre riusciti) di forzare il proprio stile per esplorare nuove possibilità espressive. Nel caso di Amour, come ha ricordato lo stesso Haneke nel corso della cerimonia di premiazione, a dettare il ritmo della narrazione della vicenda di Georges (Jean-Louis Trintignan) e Anne (Emmanuelle Riva) e a guidare lo sguardo del regista su volti e oggetti, è stata una scelta personale, un “giuramento” coniugale che vincola lui e la moglie a non prolungare le sofferenze della malattia con una medicalizzazione forzata degli ultimi giorni di vita del proprio partner. Questo atroce fardello dell’altrui sofferenza, l’impegno talvolta snervante della cura, l’ultima, suprema messa alla prova di un amore reale, è infatti al centro del film. Al centro di un momento cruciale della vita di una coppia di ottuagenari musicisti, che il destino mette di fronte a una scelta le cui conseguenze si riverbereranno sugli ultimi momenti della loro esistenza.

Il prologo, costituito da un inquietante flash-forward che rimane fissato negli occhi e nella mente dello spettatore, non lascia dubbi su quale destino si sia abbattuto sulla coppia. Quel quadro così gelidamente composto di una violenta ma silenziosa irruzione della polizia in un elegante appartamento parigino, di una salma su un letto cosparso di fiori, così profondamente “hanekiano” nel suscitare il turbamento di un’intimità violata, sembrerebbe suggerire un’altra variazione sui temi cari al regista, se non fosse per quello scarto netto che subito appare evidente (persino nell’attenuarsi dei toni dei colori) quando, a partire dalle sequenze successive, quello stesso appartamento diviene lo sfondo per il ritratto del menage borghese di Anne e Georges, dei suoi piccoli riti, di una quotidianità intrisa ormai più di ricordi che di speranze, che Haneke realizza con un’estrema attenzione per ogni gesto e dettaglio sul volto dei due protagonisti. In questo spazio circoscritto, nel quale la macchina da presa si muove con una naturalezza tale da renderlo ben presto di sconcertante familiarità anche per lo spettatore, la coppia viene ripresa nella gioia condivisa che segue il rientro da un concerto di un ex allievo di Anne. Uno scambio di impressioni, banalità ed effusioni che lascia trapelare un’energia e un’apertura non scalfita dall’età.

Un mattino, tuttavia, i primi timidi segnali di una preoccupante malattia cominciano a manifestarsi sul volto di Anne, che si immobilizza come quello di una statua, mentre la sua coscienza pare assentarsi per momenti che a Georges sembrano interminabili.

Inizia da lì il lento vacillare di ogni certezza. Le condizioni di salute di Anne peggiorano anche a seguito di un intervento chirurgico non riuscito, ma il marito, forte di una promessa fatta alla compagna di una vita decide che non lascerà che la malattia li separi e carica sulle sue spalle il fardello della cura.

La capacità dell’Haneke regista e sceneggiatore si lascia apprezzare proprio in questa delicata fase del film, che non segue la facile strada della “pornografica” ostentazione della sofferenza, né tanto meno la consolatoria strategia di preservare lo spettatore dal trauma della malattia inscenando una stoica resistenza, una serena rassegnazione laica e un pieno controllo delle proprie intatte capacità intellettive di discernere bene e male (strategia che sembra da tempo essersi impossessata del cinema occidentale, messo di fronte all’urgenza di raccontare la fine della vita).

Haneke decide invece di concentrarsi sul progressivo distanziarsi della coppia dal mondo esterno, sulla sua volontaria clausura. Una scelta determinata da sentimenti laceranti che il regista non teme di mostrare: la paura e l’angoscia della morte, il fastidio procurato dalla vista di chi si avverte come estraneo a quella sofferenza e impossibilitato a comprenderla. In questa lenta, inesorabile, progressiva chiusura al mondo (che avanza di pari passo con il deteriorarsi delle condizioni di Anne, sempre più visibili nella trasformazione subita dal suo sguardo) ogni esperienza vissuta come piacere nella vita precedente diventa insostenibile: la musica di Schubert non allarga più il cuore, le rare visite (l’allievo prediletto di Anne – interpretato dal musicista Alexandre Tharaud, la figlia Eva – Isabelle Huppert) diventano fonte di imbarazzo e di incomprensioni. Sino a quando diviene chiaro che in questo avvicinamento alla morte la coppia non ha più bisogno di soccorsi esterni. Il solo conforto che Anne sembra apprezzare è quello della voce del marito, Georges, che pur rimanendo fedele all’onerosa promessa fatta, viene tuttavia esposto da Haneke in tutta la sua fragilità (due sequenze sono davvero memorabili: l’incubo di un allagamento dell’appartamento e la misteriosa intrusione di un piccione e la sua difficoltosa cattura).

Risultato di un perfetto equilibrio tra la straordinaria capacità interpretativa dei due attori principali e una regia costantemente controllata, ma meno incline rispetto al passato alla fredda messa in scena priva di scarti emotivi e tensioni, Amour è uno di quei rari film capaci di restituire, senza alcuna gratuita pretenziosità, uno sguardo lucido sulla condizione umana.

 

PL

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