La favorita di Yorgos Lanthimos recensione di Stefania De Zorzi

favorita

Yorgos Lanthimos è un regista con una cifra stilistica molto forte, e come tale soggetto a piacere o a disgustare senza mezze misure. Non fa eccezione l’ultimo film da lui diretto, “La favorita”, ambientato in Inghilterra agli inizi del diciottesimo secolo.
Alla corte della regina Anna/Olivia Colman, capricciosa, malata di gotta e per nulla incline ai doveri imposti dal proprio rango, spadroneggia la volitiva Sarah Churchill/Rachel Weisz, sua intima amica, che governa in sua vece. L’arrivo della bella e scaltra cugina di Sarah, Abigail/Emma Stone, sconvolge gli equilibri di potere sia nelle stanze private della regina, sia in Parlamento.
Lanthimos ha un talento pittorico che riecheggia le ossessioni perfezionistiche di Kubrick, nella cura maniacale per il dettaglio dei costumi sfarzosi e delle scenografie adorne di arazzi e boiseries, così come il gusto per la composizione e per i cromatismi di Greenaway. Molte sequenze sono assimilabili a grandiose tele barocche, grazie all’uso sapiente della fotografia (i corridoi e le stanze buie illuminate solo a lume di candela, le cucine sovraffollate di domestiche), e ai movimenti di macchina (lunghe carrellate, piani sequenza), di contro all’uso accentuato del grandangolare, che rimpicciolisce gli spazi, e all’intensità dei primi piani sui volti imbellettati e le parrucche degli aristocratici, che richiamano i ritratti settecenteschi.

La colonna sonora oscilla fra minuetti, sinfonie d’epoca e dissonanze contemporanee
(queste ultime ai confini del fastidioso), in contrasto con il linguaggio molto moderno e talvolta scurrile dei personaggi: come a dire, parafrasando le dichiarazioni di Lanthimos, che tra passato e presente cambiano i costumi fisici e le suppellettili d’arredo, mentre la morale, le emozioni e la brama di potere degli individui rimangono immutati.
Il limite del film, volendone trovare uno, è nell’assenza di simpatia (e quindi di empatia) per le protagoniste, nessuna esclusa. Lo spettatore assiste alla ricreazione fin troppo perfetta di un mondo totalmente privo di compassione, in cui gli unici sentimenti in rilievo sono in negativo: ambizione, gelosia, invidia, rimpianto.
Il cast è eccezionale: il trio Colman/Weisz/Stone, meritatamente candidato agli Oscar, è al culmine del carisma e della potenza espressiva, e domina sui pur bravi comprimari maschili, da Robert Harley/Nicholas Hoult a Samuel Masham/Joe Alwayn.
Il film spiazza e disturba, in rottura con le forme e con i contenuti politicamente corretti: assolutamente da vedere, per ammirare il genio o per stroncarne l’alienazione, secondo i gusti e la propensione a sbirciare sull’orlo dell’abisso.
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febbraio 4, 2019 at 12:14 pm Lascia un commento

L’agenzia dei bugiardi di Volfango de Biasi – recensione di Stefania De Zorzi –

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La verità è sempre un valore positivo? O una certa dose di cialtroneria è indispensabile per sopravvivere? “L’agenzia dei bugiardi”, commedia diretta da Volfango de Biasi, indaga sul tema: Giampaolo Morelli/Fred è il titolare dell’Agenzia S.o.S. Alibi, deputata a confezionare sofisticate menzogne per clienti fedifraghi o comunque depositari di segreti da nascondere, compito svolto in modo egregio anche grazie all’aiuto dei brillanti collaboratori Paolo Ruffini/Paolo e Luigi Luciano/Diego. Fino al giorno in cui Fred si innamora della bella Alessandra Mastronardi/Clio, figlia di Massimo Ghini/Alberto, diventato cliente dell’agenzia per gestire la sua doppia vita con la giovane amante Diana Del Bufalo/Cinzia e con la moglie Carla Signoris/Irene. Il film è il remake del francese “Alibi.com”, e condivide con le migliori commedie d’oltralpe il ritmo sostenuto e l’accumulo di situazioni da pochade, in un crescendo che esplode nel secondo tempo come un fuoco d’artificio. Si ride parecchio, mentre man mano che la trama procede in una girandola di eventi sempre più paradossali emergono i lati segreti, e di volta in volta divertenti, teneri o inquietanti dei personaggi. Il regista, che è anche co-sceneggiatore, ne approfitta per sfiorare con ironia benevola temi molto seri quali le molestie sessuali, l’immigrazione clandestina, l’uso menzognero di social e telefonini, il rifiuto ideologico dei rapporti a lungo termine e non ultima la difficoltà a mostrarsi per come si è davvero. La morale finale è ambigua: l’amore fluttua in modo così leggero fra i protagonisti che alla fine pare un gioco, e lo spettatore si identifica molto di più nei bugiardi impenitenti che nel dogmatismo dei fautori della verità ad ogni costo. Il risultato è una commedia italiana priva di volgarità che vanta un cast di attori belli e simpatici, una sceneggiatura brillante ma non superficiale e una regia frizzante: da vedere .

gennaio 25, 2019 at 2:09 pm Lascia un commento

Ciao Pino

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Qui ad Alphaville era semplicemente “il nostro super Pino” ed era ormai da molti anni, come si dice, “uno di famiglia”.

Splendido settantenne, mantenuto giovane e in forma da una passione insaziabile per il cinema e la lirica, faceva visita ad Alphaville quasi quotidianamente  – pioggia, neve, gelo o nebbia non lo fermavano mai.

Era sempre sorridente e di buon umore, e scherzava con noi come un ragazzino. 

Ci ha lasciato improvvisamente la vigilia di Natale.

Ci mancherà tantissimo, ma sarà sempre con noi.

dicembre 27, 2018 at 1:56 pm Lascia un commento

COLD WAR di Paweł Pawlikowski recensione di Carlo Confalonieri

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COLD WAR – Come nello stupefacente IDA ,Pawel Pawlikowski apre il suo nuovo film con la stessa tematica. La terra e il cielo, il corpo e l’anima, lo spirito e la materia.

Una chiesa col tetto sventratro, la volta circolare che si apre sull’ immenso circoscritto da una prospettiva architettonica. Questo è il cinema di un autore che sceglie ancora il formato quadrato e il bianco e nero vintage (Lukas Zal in excelsis) come per contenere l’incontenibile, fissare ciò che non si può afferrare.

La religiosità ferita di IDA stavolta diventa l’ardore della passione, ma sempre di spiritualità si tratta. Forse persino più dichiarata di quella celata dalle tonache religiose del film precedente.

Wiktor e Zula alto moro musicista terribilmente maschio lui, biondissima (GLI AMORI DI UNA BIONDA di Milos Forman) formosa quintessenza della femminilità lei,con un delitto oscuro alle spalle. Nella Polonia comunista post bellica lui la sceglie per i cori e i balli nazionalpopolari da portare in tournée.

È Amour Fou. Berlino est Mosca la fuga di lui a Parigi, lei non ha il coraggio di seguirlo. Ma si reincontreranno ripetutamente.

Come in Fassbinder il melo diventa Storia. La Guerra Fredda, la Francia degli esistenzialisti e del jazz (lui pianista a L’ECLIPSE di Antonioniana memoria) dove ritrova Zula e il fuoco diventa incendio.

Altre fughe altre partenze altri ritorni nuove vite matrimoni prigionie, ma l’amore puro spirito e pura carne fra i due resta.

Che dopo vent’anni concentrati storicamente negli 80 minuti più densi di memoria del cinema (omaggio al nostro Riccardo Freda, alla passione politicamente contrastata fra Lara e Zivago anche se con un procedimento di sintesi opposta al pur grande David Lean ma soprattutto alla devastante pallosa serialità netflix o comunque televisiva) si ritroveranno sotto il cielo della chiesa di apertura. Ed è CINEMA AL CUBO con i canti e le danze popolari ripresi come musical hollywoodiani, la dipendenza del cuore e dei sensi incanalata nei percorsi perturbanti fiammeggianti romanticamente patologici del Truffaut di LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE e LA SIGNORA DELLA PORTA ACCANTO.

A Pawlikowski basta un’inquadratura per comprimere all interno di essa un tempo un luogo il desiderio e già il loro ricordo. E questo sublime procedimento si chiama Cinema, il prima il dopo e il fuori da esso- da quel riquadro perfetto – non ci interessano più.

IN PROGRAMMAZIONE AL CINEMA JOLLY DI SAN NICOLO’ A PARTIRE DA GIOVEDI’ 20 DICEMBRE.

dicembre 20, 2018 at 2:42 pm Lascia un commento

Widows – Eredità criminale di Steve McQueen recensione di Stefania De Zorzi

WIDOWS

Il primo piano di un bacio appassionato con la lingua fra Viola Davis/Veronica Rawlins e il marito Liam Neeson/Harry  si alterna con la fuga rocambolesca dello stesso Harry e dei suoi complici nel corso di una rapina: è l’inizio fulminante di “Widows – Eredità criminale”, il nuovo film diretto da Steve McQueen.
Oltre ad elaborare il lutto per la morte improvvisa dell’amato compagno nel corso di un’impresa criminale finita male, Veronica deve fronteggiare le minacce di Brian Tyree Henry/Jamal Manning, a cui il defunto marito della donna ha sottratto due milioni di dollari. Veronica decide di reclutare le vedove degli altri complici per tentare di portare a termine il colpo architettato da Harry, così da ripagare il debito e assicurare un futuro a sé e alle altre.
Nei suoi momenti migliori McQueen è autore di un cinema spiazzante per forme e contenuti: i suoi personaggi esprimono una fisicità prorompente, dal gioco quasi pornografico di lingue della sequenza iniziale, alla forza bruta con cui i fratelli Manning (Daniel Kaluuya interpreta in modo magnifico lo spietato Jatemme) irrompono a spallate sia metaforiche che letterali nella vita delle loro vittime. Nel primo tempo sequenze tesissime esplodono come fucilate in uno svolgimento volutamente dilatato, in cui si dà ampio spazio all’approfondimento psicologico dei personaggi e all’accumulo degli elementi su cui si fonda la complessa architettura della trama; nella seconda parte del film McQueen accelera il ritmo, seguendo i canoni più classici del noir in una storia costruita come un congegno a orologeria.
I suoi personaggi afro-americani escono finalmente dai confini del ghetto popolare e vittimista a cui li ha condannati tanto cinema black di buone intenzioni, recente e passato: esemplare è la scena del rap, così come il dialogo cinico fra Manning e il predicatore, di contro all’estrazione colta e alto-borghese di Veronica. La cifra stilistica di Gillian Flynn (l’autrice di “L’amore bugiardo”), che firma la sceneggiatura insieme a McQueen, è evidente nella dicotomia fra pubblico e privato, apparenza e sostanza, sia nella gara elettorale senza esclusione di colpi fra Colin Farrell/Jack Mulligan e Manning, sia sul piano dei rapporti intimi fra i protagonisti. Nel cast, oltre agli interpreti citati finora, si fanno notare anche Elizabeth Debicki/Alice, donna-bambola in cerca di riscatto, e l’androgina Cinthia Erivo/Belle.
Film assolutamente da vedere, girato con un talento, un’attenzione ai dettagli (ottima la colonna sonora, presente senza invadenza nei momenti giusti) e una personalità che ricordano sotto certi aspetti Quentin Tarantino; l’unico limite è una trama labirintica in cui alcuni passaggi rischiano di rimanere un po’ oscuri.

dicembre 1, 2018 at 10:45 am Lascia un commento

THE BEATLES – ANNIVERSARY EDITION recensione di Paolo Rosati

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Prendete un album storico e iniziate ad esaminarlo al microscopio.
Direi che non esiste miglior impostazione per condividere l’ascolto e la bellezza di questo cofanetto commemorativo.
Chi conosce l’album, e il neofita che casualmente si vede recapitare a casa questa opera, magari come splendido regalo, può iniziare ad ascoltare i dischi contenuti in questa confezione raffinatissima partendo dal terzo cd.
Sono gli Esher Demos , 27 brani acustici di una bellezza impareggiabile.
Poi potete continuare con con i cd 4,5 e 6, godendovi tutto il “work in progress” dei quattro musicisti, brano dopo brano, mutazione dopo mutazione, rimanendo talvolta stupiti da versioni differenti da ciò che sarà l’esito finale della canzone interpretata  sull’album ufficiale.
Nel frattempo sarete coinvolti dal “clima” che si respira durante le registrazioni, da brani assolutamente inediti, da tanti preziosi particolari che vi renderanno affascinati spettatori della registrazione di un album capolavoro.
Solo dopo tutto questo “cammino di iniziazione” ascoltatevi i primi due cd, e godetevi il “prodotto finito”, che dopo tutto questo percorso acquisirà un significato nuovo ed estremamente conscio della bellezza e dell’incredibile lavoro di cesello che è stato compiuto dai Beatles, per realizzare questo album stupendo e stupefacente, a tutt’oggi una vera e propria “Bibbia “ della musica pop.

novembre 10, 2018 at 4:46 pm Lascia un commento

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE DAL MESE DI LUGLIO A QUELLO DI OTTOBRE

1-HOSTILES

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2-OLTRE LA NOTTE

OLTRE

3-DOGMAN

DOGMAN

4 – TRE MANIFESTI A EBBING MISSOURI

5 – LA FORMA DELL’ACQUA

6 – I SEGRETI DI WIND RIVER

7 – LA TRUFFA DEL SECOLO

8 – IL FILO NASCOSTO

9 – FIRST REFORMED

10 – SAMI BLOOD

novembre 3, 2018 at 6:43 pm Lascia un commento

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