I 30 FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEL 2017.

ARRIVAL

 ARRIVAL

ELLE

ELLE

SING STREET

SING STREET

LA LA LAND

LALA

CAPTAIN FANTASTIC

CAPTAIN

TRUMAN

TRUMAN

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

 LA MIA VITA DA ZUCCHINA

 THE WITCH

PERFETTI SCONOSCIUTI

BLADE RUNNER

RAW

HEART OF A DOG

IL CLIENTE

CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

INTERSTELLAR

EFFETTO NOTTE

NICK CAVE ONE MORE TIME WITH FEELING

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

SCAPPA -GET OUT-

PATERSON

LA MECCANICA DELLE OMBRE

IL DIRITTO DI UCCIDERE

AGNUS DEI

IT FOLLOW

POLYTECHNIQUE

UN PADRE UNA FIGLIA

IL MEDICO DI CAMPAGNA

E’ SOLO LA FINE DEL MONDO

TANGERINES – MANDARINI

30+1 FRANK

 

 

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dicembre 17, 2017 at 12:20 pm Lascia un commento

Thor: Ragnarok di Taika Waititi -recensione di Stefania De Zorzi-

thor

Ad Asgard soffiano i venti dell’Apocalisse, e pur tuttavia gli dei e gli eroi affrontano calamità titaniche senza perdere il buonumore: è l’approccio comico-avventuroso (assai più originale di quanto sembri a prima vista) di “Thor:Ragnarok”, diretto da Taika Waititi. Thor/Chris Hemsworth, insieme al fratello Loki/Tom Hiddleston, deve affrontare la temibile sorella Hela/Cate Blanchett, dea della morte, sfuggita dopo eoni all’esilio impostole da Odino/Anthony Hopkins. Nel corso di un’impari battaglia, Thor e Loki finiscono attraverso un varco spazio-dimensionale sul pianeta Sakaar, governato dal Gran Maestro/Jeff Goldblum; qui Thor è costretto a scontrarsi nell’arena con Hulk, quasi totalmente immemore del suo alter ego Bruce Banner/Mark Ruffalo. Nel frattempo, Hela mette a ferro e fuoco Asgard, minacciando il massacro genocida dei suoi abitanti, e la conquista di altri mondi. Waititi bilancia una trama avvincente e ben articolata con uno stile scanzonato che ricalca le orme de “I Guardiani della Galassia”, lasciando spazio anche a riflessioni più profonde: la spazzatura fisica e mediatica che regna su Sakaar evoca il trash politico e televisivo dei nostri tempi, grottesco e violento, mentre Odino è il padre ambiguo sia di Hela, esecutrice di morte, che di Thor, dio benevolo e generoso. I richiami ai film precedenti sono particolarmente gustosi: dalla messa in scena teatrale della finta morte di Loki, alla sequenza dell’incontro fra il protagonista e il Dottor Strange/Benedict Cumberbatch, fino ai pantaloni esageratamente attillati di Tony Stark, prestati ad un piagnucoloso Bruce Banner. Nei nostri tempi irriverenti gli dei di Asgard non possono rimanere su un piedistallo troppo elevato, che rischierebbe un’anacronistica pomposità: si prepari dunque lo spettatore a un Thor che perde progressivamente i suoi attributi tradizionali, a una Valchiria beona, e a un Loki opportunista e non così malvagio, che nella sua cialtroneria ci assomiglia più di quanto vorremmo. La colonna sonora ben supporta il taglio ironico fino ai limiti dell’auto-parodia, senza dimenticare l’esaltazione dei consueti scontri supereroistici: strepitoso l’uso di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin, all’inizio e alla fine del film. Sceneggiatura scoppiettante, ritmo serrato dal primo all’ultimo minuto, attori perfettamente in parte: Waititi rilegge gli dei e i demoni di Asgard alla luce dell’etica dissacrante del ventunesimo secolo, conservando al contempo la loro essenza in un equilibrio miracoloso . Assolutamente da vedere, forse il miglior Thor visto finora.

novembre 13, 2017 at 2:09 pm Lascia un commento

Feria d’agosto in differita – “Amores perros” (2004), “21 grammi” (2003), “Babel” (2006) di Alejandro G. Iñárritu. Multirivisione di Annalisa Bendelli

amoresperros OK21 GRAMMI

BABEL

Se ‘utopia’ è il desiderabile non realizzabile, ‘distopia’ al contrario varrebbe quale indesiderabile realizzabile o, peggio, realizzato. Non occorre prefigurare o attendere il futuro per assistervi. Sempre comunque la metropoli al centro dell’attenzione, luogo simbolico e reale del convergere, del vivere e abitare degli umani, l’opzione privilegiata, che attrae potentemente e ineluttabilmente fagocita, quando non diventa incubo, inferno del vivere. La caotica e sgarrupata Città del Messico in cui Iñárritu ambienta i disperati, efferati, “Amores perros” non dista poi tanto, nel tempo e nello spazio, soprattutto nella indesiderabilità, dalla cupa e magmatica Los Angeles immaginata e rappresentata in” Blade runner”. Nelle mie peregrinazioni estivanti, risalendo di pochi anni e poche migliaia di chilometri ( la frontiera l’ ho attraversata, nel senso facile, senza troppi problemi) dalla California statunitense all’entroterra messicano, ho raggiunto la mostruosa concentrazione urbana di baracche muri scrostati accatastamenti umani e materiali lordume e degrado. La sterminata distesa scalcinata e calcinata intorno ai quartieri alti separati, blindati, ai grattacieli della produzione e del comando, ai villoni da telenovela e appartamentini glamour secondo i vulgati, corrivi, stilemi copiati (male) dal primo mondo, parquet e tinte ocra, open space e vetrate. Il babelico coacervo – impasto – agglomerato di vite, abitazioni, condizioni umane nella specificazione del ‘sud’ del mondo, così didascalicamente, quasi folkloricamente rappresentativo. Mi ci sono inoltrata trascinata dalle incursioni e carotaggi della telecamera del regista che penetra come un segugio negli interni popolari, poveri e disordinati, gremiti di cose consunte e bisunte, feticci della tradizione e paccottiglia variegata imitazione ‘primo mondo’. Oppure talora si intrufola nei luoghi del lusso pacchiano ed eccessivo dei privilegiati ricconi… zeppi di crocifissi e cornici d’argento intorno a fotografie di famiglia… quante… e altrettante, anzi di più, nelle case dei diseredati… gli altarini, i memoriali dei clan, un’ossessione visiva e tematica… Altrimenti l’ho vista scorrere rapida, la città, nelle carrellate delle scorribande furiose in auto, attraverso vie desolate o trafficate e caotiche, verso luoghi degradati, sordidi, squallide arene insanguinate dopo i feroci combattimenti canini, aree dismesse e sconnesse. La metropoli in sé e in opposizione, confronto, con gli spazi desolati e rarefatti, il deserto, quello texano-messicano a cavallo della ‘frontera’ o quello ai piedi dell’Atlante marocchino nell’ultimo film della trilogia, “Babel”. E’ Tokyo stavolta che rinnova l’archetipo biblico cui il titolo del film rimanda, futuribile e smagliante, ipertecnologica ed attrezzata ma altrettanto caotica, tentacolare, congestionata, altrettanto invivibile, indesiderabile. Un Iñárritu più global, dal documentarismo più leccato e patinato, scenografico, alla National Geographic, scavalca la frontiera e le frontiere e abbraccia il pianeta, interseca e frulla luoghi ai quattro capi del mondo. Ma il giro largo intorno al mondo di Babel è un giro tondo spezzato, che non gira come si vorrebbe… Li ricordiamo tutti i giro giro tondi della nostra infanzia – un amico me li ha recentemente rievocati, con toni ironici e sprezzanti – il cinesino, l’indianino, il giapponesino, il piccolo messicano, africano, marocchino… quel lezioso e fasullo abbraccio ecumenico che ci facevano disegnare, cantare e ballare le maestre all’asilo e alle elementari… Non a caso, credo, il film ha ispirato una graziosa pellicola epigona in chiave didascalica e didattica, “Vado a scuola”, che insegue con retorica ‘buona’ le condizioni di scolaretti ai quattro capi del mondo sottosviluppato tra svantaggio e desiderio di affrancamento dalle condizioni di isolamento e arretratezza. Stessi scenari grandiosi e desolati di natura selvaggia e matrigna, stessa copertina a strisce ritagliate dei mondi esplorati in parallelo… Ma i bambini, il futuro e speranza dell’umanità, nei film di di Iñárritu – e ce ne sono tanti, ripresi con grande attenzione, poesia e sensibilità – non si danno la mano, non girano in tondo felici e contenti. Penso allo ‘Spennacchiotto’ di “Amores perros”, il nipotino del proletario Octavio, goffo e scomodo infante febbricitante e moccoloso, tutto infagottato nei cuffiotti etnici di lana grossa … Oppure all’ineffabile figlioletto meticcio del disperato ex galeotto pentito di “21 grammi” dallo sguardo tenero e adulto, severo e rassegnato, così struggente, intenso, a confronto con quello un po’ vacuo e fatuo delle fanciulline leziose, dolci e petulanti che il suo sciagurato papà investirà insieme al loro papà e lascerà agonizzanti sull’asfalto… O ancora ai ragazzini marocchini, selvaggi, sgradevoli, sporchi e cattivi che innescheranno il drammatico gioco dei destini incrociati di “Babel”, così diversi, incompatibili, così ‘lontani’ dai diafani e adorabili angioletti della coppia statunitense wasp  che viaggia nel loro paese e drammaticamente intersecherà i loro sconsiderati tiri al bersaglio . E infine alla giapponesina dal glamour alieno, imbronciata e incapsulata nella sua triste, direi simbolica, condizione di sordomuta proprio nella città emblema della incomunicabilità e alienazione. I movimenti di camera di Iñárritu non descrivono cerchi, piuttosto linee rette per lo più parallele, attraverso carrellate laterali, a rendere gli slittamenti umani su binari paralleli che non si intersecano, non si incontrano . Se mai accade, nei disguidi del possibile, solo scontri e drammi e tragedie… altro che girotondi… Così le traiettorie delle pallottole dei fucili  incrociano il destino della giovane turista statunitense ferendola quasi a morte… Mentre, in “21 grammi”, il pick-up sgangherato dell’ispanico mal redento che sfreccia in corsa verso la sua baracca di emarginato, attraversando in scorrimento radente la schiera di villette leziose del quartierino upper class, intercetterà fatalmente, proprio a un incrocio, i destini delle bimbe che rientrano a casa, in una di quelle belle casette, con il loro papà… E ancora a un incrocio stradale si scontrano i destini dei personaggi in “Amores perros”, e il tragico caso infilza e unisce chi per classe e condizione non si sarebbe mai incontrato. La frontiera tra Ciudad Juarez ed El Paso che il cocciuto irriducibile Octavio non riuscirà a varcare, o quella stessa varcata con faciltà in andata, da San Diego, dai piccoli gringo di “Babel” al seguito della governante messicana (ma quanto periglioso e difficile il rientro…) non è la sola che il regista traccia nelle sue pellicole… Sono mille le frontiere tra gli umani, gli stati, i popoli, le terre, i quartieri, le classi, le culture… mille le pareti, le staccionate, i diaframmi… come i vetri dei finestrini del pullman che trasporta la comitiva di turisti americani attraverso il deserto del Maghreb, viaggiatori insensibili e distanti, incapaci di entrare davvero in quel mondo che percorrono come su binari e non sanno né possono penetrare… O le vetrate aeree dell’avveniristica torre residenziale di Tokyo da cui la giapponesina, pesciolino nella boccia, osserva una città pulsante ma estranea, separata. E il mondo percorso di strade e avviluppato nelle rotte dei cieli e dei mari tiene sempre meno i legami, perde sempre più colpi… e la vita è sempre meno vivibile e bella, tanto nelle aggregazioni metropolitane quanto negli spazi desolati e rarefatti dove si sente solo il rumore del vento… “Giro giro tondo casca il mondo… casca la terra?”

ottobre 30, 2017 at 12:54 pm 7 commenti

IT di Andrès Muschietti recensione di Marco Zanini.

it

 

Ottobre 1988. Nella cittadina di Derry, in una giornata piovosa, il piccolo Georgie esce di casa con la sua barchetta di carta. Questa scivola veloce sull’asfalto bagnato finchè non sparisce inesorabilmente in uno scarico sotto al marciapiede. Georgie si china per riprendere la barchetta ma scorge gli occhi gialli del pagliaccio Pennywise, che lo invita a scendere nelle fogne per riaverla. Georgie scompare, come tanti altri abitanti di Derry.

Giugno 1989. Sempre a Derry, Bill, il fratello di Georgie, con gli amici Eddie, Richie, Stanley, Ben, Beverly e Mike è ancora alla disperata ricerca del fratello scomparso. I ragazzini nel frattempo devono anche fare i conti con le angherie dei bulli della scuola e con i propri genitori che ne ignorano i problemi. Ben, sfogliando dei libri in biblioteca, scopre che la cittadina di Derry è da secoli falcidiata da tragedie e misteriose sparizioni, che avvengono ogni ventisette anni. Il responsabile è proprio il pagliaccio Pennywise, che attraverso inquietanti apparizioni, comincia a tormentare i ragazzini col fine di rapirli e mangiarli.

Con la medesima scansione temporale viene riesumato il celebre racconto di King. Con mezzi tecnici molto migliorati e il supporto del grande schermo, la trasposizione televisiva interpretata da Tim Curry si prepara ad essere surclassata. Ma per carità, agli intenditori l’ardua sentenza! Per lo spettatore ignaro delle suddette opere (come il sottoscritto), il film di Muschietti è una completa sorpresa. E che bella sorpresa! Il neofita Andrès torna nel circolo dei cineasti dopo La Madre (2013), con le idee ben chiare su come si giri un film dell’orrore e dando libero sfogo alla propria personalità; tanto di suo è stato messo a partire dalla collocazione storica che non è più anni ’50 come nel libro ma negli anni ’80. Scelta che gli ha permesso di andare a saccheggiare un immaginario sempre vicino a King, quello di Stand By Me, Goonies e Scuola Di Mostri, ma anche Nightmare e Halloween. Il suo It si presenta subito molto bene con un biglietto da visita che parla di braccia sbranate e sangue che sgorga sulla strada mischiandosi alla pioggia. Adrenalina, spaventi ed impatto visivo aderiscono perfettamente al genere per tutta la lunghezza del film. Il ritmo tiene sempre sull’attenti, rasentando quasi una fine monotonia, forse dovuta anche alla prevedibilità. Tuttavia la qualità con cui sono girate le scene e l’interpretazione perfettamente malvagia di ,Bill Skarsgård rendono It un film di alto livello.

Senza dimenticare il fatto che nel 2017 riuscire ancora a spaventare con convinzione e costantemente non è facile. It fa’ veramente paura, più di quello che ci si potrebbe aspettare. Questo è dovuto sicuramente alla mancanza di pudore di Muschietti, che se ne infischia di un approccio morbido, nonostante la storia si occupi di personaggi molto giovani. It è ancora una storia di attualità, dove le vite dei ragazzini sono spensierate ma anche rabbuiate dalle loro paure, che in questo caso vengono usate dal Pennywise per renderli indifesi e facili da catturare. A rimpolpare la cupa metafora di King sulla cattiveria della nostra società, ci sono anche i violentissimi bulli che si approfittano dei più piccoli maltrattandoli. Dall’alto troneggiano i genitori insensibili, assenti e dannosi, che ignorano il disagio in cui vivono i ragazzi o a volte ne sono addirittura artefici. Anche questo clima di alienazione totale è stato reso benissimo, senza il timore di mostrare sequenze violente e dirette. Il vero grande lavoro di It sta tuttavia nell’ideazione, che nell’abile mente di Muschietti è riuscita ad avvicinare un clima di sano terrore ad una romantica esibizione di storie giovanili. I rapporti tra i membri del giovanissimo cast funzionano benissimo e, nonostante le caratterizzazioni non siano equamente approfondite, sono le interpretazioni di buon livello a conquistare. I Perdenti (così si autodefiniscono) sono composti da volti visti e non del panorama recente: Finn Wolfhard, il Mike Wheeler di Stranger Things, qui è l’elemento che, una volta avvertito il pericolo, alleggerisce gli animi con un umorismo triviale e ficcante; Wyatt Oleff invece è stato Peter Quill da piccolo nei Guardiani Della Galassia. Insieme il gruppo è molto unito ed è proprio questa unione a rappresentare l’unico modo per superare le paure, sconfiggere il male e soprattutto affrontare un passo importante della crescita che qui si identifica nella volontà di affrontare It contrapposta al consueto divertimento estivo.

Nel rispetto dell’opera originale il film si chiude aspettando un secondo capitolo, che arriverà nel 2019, dove i piccoli eroi torneranno da grandi. It intanto è un film dell’orrore già capace di distinguersi grazie alla sua indimenticabile personalità. Di tutto questo la nota più simpatica e piacevole è che il suo regista è un argentino di origini italiane.

Zanini Marco

ottobre 25, 2017 at 9:59 am Lascia un commento

BLADE RUNNER 2049 -De Zorzi vs Zanini- “boiata pazzesca o… capolavoro?”

blade runner 1

De Zorzi:

Un manipolo di eroi tenta l’impossibile: il talentuoso Denis Villeneuve alla regia, Ryan Gosling interprete dell’agente K, cacciatore di androidi, Ana de Armas nei panni dell’amata Joi, e Jared Leto in quelli del malvagio magnate Neander Wallace, si cimentano nell’audace impresa di portare sul grande schermo “Blade Runner 2049”. Trent’anni dopo le vicende narrate da Ridley Scott, K, androide di nuova generazione obbediente alle leggi del sistema, ha il compito di “ritirare” i vecchi replicanti Nexus, ribelli e rivoluzionari. Al termine di una missione scopre le tracce di un evento straordinario, che mette in crisi la sua identità e lo obbliga a cercare di ricostruire come in un puzzle le tessere di un passato sfuggente. Villeneuve comincia bene, riproponendo l’eco-sistema desolato del suo predecessore, fra piogge tempestose, cieli lividi, grandiosi scenari urbani su cui si affacciano ologrammi giganteschi e ammiccanti. Gosling, intabarrato in un elegante pastrano, è il successore ideale di Harrison Ford/Rick Deckard: sguardo eternamente malinconico messo in evidenza da primi piani intensi, si distacca dal passato in quanto creatura artificiale dotata di forza potenziata, tormentata dal dubbio sull’esistenza della propria anima. In questo il personaggio realizza un desiderio incompiuto di Scott, che a suo tempo avrebbe voluto Ford replicante; un’altra bella intuizione di Villeneuve è l’affascinante fidanzata Joi, virtuale ed auto-consapevole, che ambisce disperatamente ad incarnarsi. Le sue scene sono fra le migliori: il bacio appassionato congelato da un messaggio telefonico, l’amplesso in cui il volto e le mani si sovrappongono a quelli di una prostituta, de Armas/Joi è una presenza sorprendente, dotata di una forte carica sensuale e romantica. Il cavallino di legno che ossessiona il protagonista richiama vagamente lo slittino di “Quarto Potere”, con la potenza del ricordo di un’infanzia perduta, che è anche un residuo di umanità. Purtroppo dopo la prima ora il film precipita rovinosamente in un’esasperante tendenza all’ecolalìa sonora e visiva: l’incontro/scontro con Ford/Deckard, in teoria al clou della storia, è una delle tante sequenze inutili, che non aggiungono granché né alla narrazione, né alla psicologia dei personaggi. Jared Leto, finora interprete di eccellenza, è qui un cattivo piatto e senz’anima, così come la fida assistente Sylvia Hoeks/Luv manca completamente della tragica grandezza dei suoi feroci predecessori, Rutger Hauer e Daryl Hannah. Il film si dilata con indicibile lentezza, indugiando sui panorami cupi di Los Angeles e sul volto di Gosling con la stessa staticità di certi esperimenti cinematografici di Warhol, mentre i richiami al glorioso passato del primo “Blade Runner” non fanno che evidenziare la povertà narrativa del sequel. Le cose che voi umani non potete neanche immaginare rimangono tristemente schiacciate nell’ultima ora e mezza sotto il peso di una regia auto-compiaciuta e di dialoghi banali: il finale pone termine, oltre che alla storia, all’agonia dello spettatore.

BladeRunner 7

Zanini:

Nel 2020 l’industria Tyrell Corporation dovette cessare la produzione di replicanti a causa delle rivolte scoppiate tra questi e gli umani. A queste tensioni seguirono un blackout mondiale che cancellò la maggior parte degli archivi digitali e cambiamenti climatici che causarono un periodo di grande carestia. Solo le colture sintetiche create da Neander Wallace permisero all’umanità di sopravvivere. I profitti ottenuti diedero la possibilità a questo creatore di acquistare la Tyrell per progettare nuovi replicanti ubbidienti agli umani e dalla longevità indefinita. Nonostante i grandi cambiamenti, i vecchi modelli sintetici Nexus sono ancora in circolazione allo stato di clandestini, inseguiti dalla polizia. Nel 2049 l’agente K, replicante di nuova generazione, si sta mettendo sulle tracce di un vecchio modello, quando fa’ una scoperta che, se rivelata, potrebbe sconvolgere l’equilibrio che si è creato fra macchine e umani.

Di tutta la magnificenza visiva di Blade Runner 2049, che rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo, di sicuro si identifica come costante l’inquadratura insistita e ripetuta del veicolo di K, che attraversa l’abisso di sofferenza di un cielo nerissimo. Angoscia, timore, impotenza. E’ questo che si prova di fronte alla monumentale fotografia di Roger Deakins. Così come terrificante e maestoso è l’accompagnamento sonoro e rumoroso di Hans Zimmer. Il film di Villeneuve è un’opera composita che riprende con profondo rispetto e passione l’estetica del primo film di Ridley Scott. Ne amplia l’universo, costituendone un naturale proseguimento, nonostante i tanti anni di distanza. La malinconia, la disperazione in cui riversa il genere umano e quello dei replicanti costretti a vivere sotto un cielo perennemente nero e piovoso, la distanza che intercorre tra loro, sono di nuovo al servizio di un futuro distopico che ha molti punti in comune con il nostro presente.

Per quanto l’originale potesse già sconvolgere, stavolta Blade Runner fa’ veramente sul serio, mettendo in mostra un dramma cupo ed opprimente, dove gli spiragli di luce faticano a farsi strada tra le tenebre e ogni momento viene scandito con indicibile potenza dagli sguardi e dalle lunghe sequenze. Da un punto di vista emotivo il risultato strugge e sconquassa più del previsto. Ma con Villeneuve ci siamo abituati. Il suo ultimo film infatti possiede più tratti in comune con Arrival di quanto si possa pensare. Nonostante storia e soggetti siano differenti il regista canadese si avvale ancora di una sceneggiatura capace di toccare numerose tematiche che portano lo spettatore a continue riflessioni. E’ cinema di fantascienza piuttosto cerebrale. E’ un blockbuster che pensa e anche tanto. E’ un’istantanea futura in cui si fatica a riconoscere un bene e un male. L’umanità si serve dei replicanti e li sfrutta convincendoli che la loro mancanza di anima sia un bene, mentre i replicanti stessi cercano di valicare quel muro per essere più umani. Gli orfanotrofi sorgono nelle discariche ed esistono per far lavorare illegalmente i bambini. I replicanti sono alla ricerca di un modo per procreare. Nel frattempo c’è chi per sentirsi umano deve accontentarsi dell’amore di una donna ologramma. In fondo a tutta questa disillusione sopravvive il tema che sembra più caro a Villeneuve, la procreazione. L’atto del dare alla vita un essere vivente è importantissimo, così come la presa di coscienza di essere stato messo al mondo e non creato. Tutto Blade Runner 2049 è un film catartico, dove le lungaggini nascono per sottolineare l’intensità delle sue fasi e giustificare la narrazione a tratti prevedibile. Ovviamente l’interesse e la potenza complessiva fanno in modo che non ci si annoi mai, nonostante le due ore e mezza di film (o forse sarebbe meglio dire di estasi visiva e concettuale). Unico neo la stesura del racconto che, se diverse volte è comprensibile in anticipo, in altre occasioni è ostico da seguire; salvo poi colpire nel profondo con un saggio uso del colpo di scena. Ma per il resto Blade Runner 2049 è un film importante per la fantascienza moderna, per la sua estetica, per la poliedricità stilistica e per la sua capacità di veicolare molteplici messaggi importanti. Villeneuve si conferma uno dei migliori registi del momento e il suo cinema è di rara intensità.

ottobre 10, 2017 at 10:01 am Lascia un commento

Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson – recensione di Stefania De Zorzi.

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Il grande cinema di fantascienza è da decenni appannaggio degli americani: gli europei si sono abituati ad escluderlo dalle proprie possibilità, sostenendo la bandiera del realismo per povertà di mezzi, e talvolta anche di pensiero. Meno male che c’è Luc Besson, che con “Valerian e la Città dei Mille Pianeti”, realizza un sogno adolescenziale e porta sul grande schermo, senza badare a spese, il bel fumetto degli anni Sessanta di Christin e Mézières. Il Maggiore Valerian/Dane DeHaan e il Sergente Laureline/Cara Delevingne vengono mandati in missione su Alpha, tentacolare conglomerato intergalattico in cui convivono pacificamente oltre tremila specie aliene. Loro compito è proteggere l’ambigua persona del Comandante Arün Filitt/Clive Owen, che infatti viene rapito di lì a breve dagli abitanti di Mül, pianeta distrutto anni prima nel corso di una guerra terrestre. I mondi e le città fantastiche realizzati da Besson hanno un’impronta giocosa e ironica: rocce dipinte in colori pastello, conchiglie-palazzo su spiagge immacolate, una simil Pigalle in cui risuonano hit degli anni Settanta, ben lontani dalla cupezza distopica di gran parte della fantascienza degli ultimi anni. Il film parte bene (bella la sequenza “storica” dei progressi dell’uomo nello spazio e del contatto con gli extra-terrestri, via via meno antropomorfi), poi arranca nell’inseguimento a caccia del trasmutatore (un simpatico animaletto le cui funzioni corporali richiamano umoristicamente Re Mida), per prendere definitivamente un buon ritmo nella seconda parte. Alcune sequenze sono da antologia: il cabaret sexy di Bubble/Rihanna, e la sfilata di pietanze dinanzi al re degli alieni nella zona proibita, sopra a tutte. Più che la trama, priva di particolari sorprese, interessa la sfilata di variopinte specie e ambientazioni (divertente la rincorsa di Valerian attraverso pareti di metallo, roccia, fondali marini, fino a raggiungere lo spazio cosmico), con quel senso di meraviglia per l’ignoto tipico della fantascienza classica. In un gioco di specchi, Besson cita Guerre Stellari, che citava (senza dichiararlo) la casbah aliena del Valerian fumetto; la passione citazionista comprende Avatar, Cabaret, Jessica Rabbit, Jules Verne e molto altro ancora. Film a tratti ridondante con sospetti di infantilismo, imperfetto quanto a struttura narrativa, scenografie fin troppo digitalizzate, costumi non sempre impeccabili: eppure affascinante nel suo richiamare i grandi modelli americani e differenziarsi da essi in una cifra assolutamente personale. Da vedere, anche per il bel messaggio sulla convivenza pacifica fra razze molto diverse, e per la temerarietà di Besson in sfida al minimalismo deprimente.

ottobre 6, 2017 at 9:33 am Lascia un commento

L’inganno di Sofia Coppola – recensione di Stefania De Zorzi –

inganno
Sofia Coppola ha un talento raro nel ritrarre l’universo femminile: “L’inganno”, ispirato all’omonimo romanzo di Thomas P. Cullinan, più che al film precedente diretto da Don Siegel “La notte brava del soldato Jonathan”, assomiglia all’opera prima “Il Giardino delle Vergini Suicide”, che in parte riprende e in parte capovolge. Nella Virginia del 1863, mentre infuria in lontananza la Guerra di Secessione, il caporale nordista John McBurney/Colin Farrell, gravemente ferito ad una gamba, viene curato e concupito dalle donne del Farnsworth College: la direttrice Martha/Nicole Kidman, l’insegnante Edwina/Kirsten Dunst, l’allieva Alicia/Elle Fanning, fra le altre. Il suo fascino virile scatena tensioni e ambiguità in una piccola comunità tutta al femminile, che vive da troppo tempo in un isolamento protettivo ma asfittico dal mondo degli uomini. La Coppola sceglie luci naturali nello stile del “Dogma” danese: candele che illuminano fiocamente gli ambienti di notte, una luminosità soffusa che penetra attraverso spessi tendaggi di giorno, evocando suggestioni pittoriche, ombre dell’anima, e un senso di soffocamento fisico e psicologico. Non c’è una colonna sonora “esterna” al film, che si imponga o distragga lo spettatore, e l’unica musica è quella suonata dalle mani inesperte delle giovanissime allieve. Il diavolo non è femmina, almeno fino ad un certo punto della trama: Farrell seduce e manipola, mentre le donne si disputano il gallo del pollaio fra sottintesi acidi e vane fantasticherie. A differenza di quanto accadeva nel giardino delle vergini, però, la comunità, unita in un’alleanza crudele, trova la forza di reagire. La macchina da presa indugia con sensualità sulle mani, sul volto incosciente, e sul corpo seminudo di Farrell, suggerendo tutto un mondo di desideri repressi, mentre le emozioni increspano leggermente ma in modo inequivocabile i volti di Kidman e Dunst. La Coppola lascia un alone di ambiguità quanto al giudizio morale sulle azioni delle protagoniste e del caporale John, in bilico fra la solidarietà femminile e la simpatia per il seduttore canaglia, fuori dai confini rassicuranti del politicamente corretto, e ancor più dai concetti religiosi di bene e male. Da vedere, per la regia raffinata, la trama intrigante, e una grande prova di recitazione di donne dai dieci a cinquant’anni, oltre che del bel Colin Farrell.

settembre 26, 2017 at 9:37 am Lascia un commento

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