Spiderman Homecoming di Jon Watts recensione di Stefania De Zorzi.

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Sensi di colpa, malinconia, solitudine: ebbene no, con buona pace dei puristi, non sono i tratti distintivi della personalità del protagonista di “Spiderman: Homecoming”, secondo reboot Marvel incentrato sull’amichevole Uomo Ragno di quartiere. Peter Parker/Tom Holland è uno Spidey quindicenne, che deve vedersela con le sfide quotidiane di un adolescente (il primo amore, la gara scolastica), cercando nel contempo di non farsi uccidere da Adrian alias l’Avvoltoio/Michael Keaton, intenzionato ad arricchirsi manipolando tecnologia aliena con scopi criminali. Nel mezzo, il rapporto conflittuale col mentore Tony Stark alias Iron Man/Robert Downey Jr, la difficoltà di nascondere la propria identità segreta all’affascinante zia May/Marisa Tomei, e molto altro ancora. Jon Watts alla regia dirige con notevole talento uno Spidey alle prime armi, goffo e pasticcione tanto nel privato, quanto, ed è questo il lato esilarante, nel suo ruolo di supereoe. Tom Holland dà il ritratto più irresistibile del personaggio dai tempi del primo film di Sam Raimi: temerario spesso sull’orlo del disastro, in adorante attesa dell’approvazione di Tony Stark, figura paterna irraggiungibile, circondato da un gruppo vivacemente multi-etnico di adolescenti. Non si è mai visto prima un Uomo Ragno così spudoratamente incosciente, allegro e vitale: Watts modernizza il personaggio calandolo nei nostri tempi (spassosa la sequenza iniziale con il “film” girato da Peter Parker), senza dimenticarne la natura “proletaria e springsteeniana” come cita Robert Downey Jr con una strizzatina d’occhio allo spettatore. Fortemente auto-referenziale rispetto al mondo Marvel, il regista riprende gli eventi dei film precedenti sugli Avengers, “Civil War”, il tema musicale di Michael Giacchino dei cartoni animati anni Sessanta, ma è più prossimo allo spirito irriverente di “Deadpool” che allo spleen del supereroe del fumetto. Le citazioni rimandano anche ad altro cinema: Watts omaggia esplicitamente le commedie di John Hughes, mentre, in un gioco di specchi, l’Avvoltoio di Keaton, eccellente nel delineare un cattivo non del tutto privo di anima, ricorda il suo precedente “Birdman”. Assolutamente da vedere, fino all’ultima dissacrante sequenza dopo i titoli di coda.

luglio 18, 2017 at 1:13 pm Lascia un commento

Lady Macbeth di William Oldroyd recensione di Stefania De Zorzi

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Vi sono gentildonne che tramano letali congiure ai danni di un buon re, come nel “Macbeth” shakespeariano; e ve ne sono di altrettanto passionali, spietate e temerarie, che in epoche più recenti e in ambienti meno gloriosi sovvertono la morale comune, generando morte e distruzione. E’ questo il caso della protagonista di “Lady Macbeth”, ispirato ad un racconto lungo dello scrittore russo Nikolaj Leskov, diretto da William Oldroyd. In Inghilterra, nella seconda metà dell’Ottocento, la giovane Catherine/Florence Pugh sposa Alexander/Paul Hilton, signorotto di campagna che la obbliga alla clausura domestica e le infligge quotidiane umiliazioni. Durante un’assenza prolungata del marito e del suocero Boris/Christopher Fairbanks, Catherine intreccia una torbida relazione con lo stalliere Sebastian/Cosmo Jarvis, rendendosi autrice in breve tempo di una serie di crimini sempre più efferati. La prima parte del film è sorprendente, nel descrivere la meschinità e la violenza delle relazioni familiari in un’epoca in cui il matrimonio era spesso suggellato non dall’amore fra i coniugi, ma dalla convenienza e dalla necessità di riprodursi per continuare il casato. Per il marito e per il suocero Catherine è un mero oggetto fra le suppellettili di casa: la macchina da presa la inquadra mentre diventa tutt’uno col salotto, preda del torpore, in una casa fredda e spoglia come l’animo dei suoi abitanti. Non c’è lo stupro della vergine, ma il rifiuto, il disprezzo, l’indifferenza; Catherine si ribella, sfida le convenzioni di un mondo sterile, e si dà con passione al rozzo Sebastian. Il trasporto fra i due ha connotazioni più animalesche che romantiche, in un microcosmo in cui (quasi) nessun personaggio sfugge al suo lato ombra. Oldroyd gioca sulle emozioni represse che trapelano dagli sguardi e dai movimenti di personaggi che riempiono la scena con la loro robusta fisicità: è bravo nell’alternare primi piani e inquadrature a figura intera, con un impianto teatrale che lascia poche aperture su spazi più ampi. E’ una claustrofobia dell’anima, che sfocia in una violenza all’inizio solo grottesca, poi inquietante, che si fa intollerabile nel finale. Del “Macbeth” originale, con la sua storia articolata e la sua complessità morale, rimangono un richiamo ironico e un ritratto femminile oscuro e potente: la rappresentazione del vuoto interiore si traduce in una scarnificazione forse eccessiva dei personaggi e della trama (soprattutto nella seconda parte), in un’opera fredda e ben levigata.

luglio 4, 2017 at 9:34 am Lascia un commento

Il Buio Oltre La Siepe -recensione di Marco Zanini-

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Anno: 1962

Titolo originale: To Kill A Mockingbird

Paese di produzione: USA

Genere: drammatico

Regia: Robert Mulligan

Produttore: Alan J. Pakula

Cast: Gregory Peck, Mary Badham, Philip Alford, Robert Duvall, John Megna, Brock Peters, Frank Overton, James Anderson, Collin Wilcox Paxton, Rosemary Murphy, Ruth White, Paul Fix, Estelle Evans, Alice Ghostley, William Windom, Bill Walker, Crahan Denton, Charles E. Fredericks, Hugh Sanders, Jamie Forster, Dan White, Kelly Thordsen, Kim Stanley

 

Nell’Alabama degli anni ’30, a Maycomb, vive la famiglia Finch, composta dall’avvocato Atticus e dai figli Jem e Scout, orfani della madre morta di infarto quando erano molto piccoli. Le giornate dei due ragazzini trascorrono all’insegna del divertimento e delle avventure  insieme all’amico Dill, trasferitosi da poco a Maycomb dalla zia Stephanie. Per i tre la grande attrazione è rappresentata dalla “casa maledetta” accanto, dove vive il malato di mente Boo Radley, descritto dalla loro immaginazione come un essere terrificante. I tentativi di avvicinarsi alla casa sono continui fino a che le risposte non si fanno veramente sinistre. Nel frattempo Atticus viene incaricato di difendere Tom Robinson, un afroamericano accusato di aver violentato Mayella, la figlia dell’agricoltore americano Bob Ewell.

Il film di Robert Mulligan è l’adattamento del libro omonimo di Harper Lee, scritto due anni prima. Nelle rispettive versioni originali il titolo è To Kill A Mockingbird (uccidere un usignolo). Nonostante la netta e discutibile differenza della traduzione italiana, anche Il Buio Oltre La Siepe si rivela azzeccato trovando giustificazione all’interno della trama. Rimanendo totalmente fedele al racconto della Harper, Mulligan da vita ad un racconto di grandissimo valore sociale, che colpisce dritto ai pregiudizi americani toccando temi scottanti come il razzismo e la diversità più in generale. Gregory Peck, qui impegnato nel ruolo di Atticus ed autore di una grande interpretazione, non è solo un avvocato di fronte al suo compito, ma è anche un fiero portatore delle sue idee: Tom Robinson non è colpevole, vuole essere incolpato solo perché è nero. D’altro canto Bob e Mayella Ewell sono un prodotto della povertà e dell’ignoranza americana, quella che inspiegabilmente difende i poteri forti e la mentalità conservatrice. Atticus non è certo tipo da fermarsi davanti a certe apparenze, infatti fa’ assistere i suoi figli al processo mischiandoli al pubblico afroamericano giunto per sostenere Tom. Jem e Scout apprendono la grande lezione di vita del padre, ma solo alla fine del film, quando sarà un altro emarginato di Maycomb a fare giustizia, riusciranno a vedere oltre alla siepe che, non solo li ha divisi dal misterioso vicino, ma ha anche limitato il loro giudizio. Il Buio Oltre La Siepe così esercita la sua straordinaria lezione morale. Ma non è tutto. Il caso e il processo a Tom Robinson (comunque sottolineato da una scena intensa e recitata benissimo da tutti), sono il fulcro della vicenda ma anche lo sfondo della vita della famiglia Finch, dove si mette in luce la bravissima e giovanissima Mary Badham (Scout). La precisione e la capacità con cui è stato inserito il contesto appartiene ai grandi registi e ciò permette allo spettatore, non solo di imparare qualcosa, ma anche di calarsi in un racconto di pura avventura, dove l’abilità del regista va a lambire i territori dell’orrore.

D’accordo, il libro della Harper è stupendo, ma anche Mulligan ci ha messo del suo dimostrando di essere un regista estremamente capace. Alla fine ci rimane solo da comprendere il significato del titolo originale: uccidere un usignolo. Siamo tutti umani, tutti uguali, ma con la giusta sensibilità dobbiamo capire che tra noi qualcuno è diverso perché più fragile.

Zanini Marco

http://igufinarranti.altervista.org/buio-oltre-la-siepe-recensione-film/

giugno 24, 2017 at 10:36 am Lascia un commento

WONDER WOMAN di Patty Jenkins recensione di Stefania De Zorzi

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Il mondo ha bisogno di dee coraggiose e compassionevoli, oltre che di eroi ad alto tasso di testosterone: è la bella intuizione che anima “Wonder Woman”, film diretto da Patty Jenkins e interpretato da uno strepitoso cast femminile.
Sull’isola di Themyscira, nascosta agli estranei da una magica nebbia, vivono le amazzoni della regina Hyppolita/Connie Nielsen, che con la sorella Antiope/Robin Wright, cresce ed istruisce alle arti della guerra l’impetuosa figlia Diana/Gal Gadot. La calma pseudo-olimpica dell’isola viene turbata dall’arrivo di Steve Trevor/Chris Pine, spia inglese in fuga dai tedeschi: salvato dall’annegamento da Diana, ritorna con lei in missione in Inghilterra, nel tentativo di evitare l’utilizzo di un’atroce arma di distruzione di massa. In “Bastardi senza Gloria” Tarantino aveva arditamente immaginato un finale diverso della Seconda Guerra Mondiale; allo stesso modo la Jenkins cala la protagonista e i suoi poteri divini nel 1918, in un’edizione riveduta e corretta della storia scritta sui libri. L’ambientazione nel passato arricchisce la trama di contrasti e capovolgimenti interessanti: è esaltante la scena delle amazzoni che, in modo anacronistico eppure letale, caricano a cavallo, armate solo di frecce, spade e pugnali, i soldati equipaggiati di fucili e mortai. E forse ancor più bella è la sequenza in cui Diana si spoglia del suo travestimento mortale e cambia gli equilibri sul fronte occidentale. Ci sono tutti gli orrori ben noti del conflitto: i gas letali, i generali crudeli o imbelli, il fango delle trincee, e la disperazione di chi deve affrontare “una guerra che non finisce mai”. Fortunatamente c’è anche Diana/Gadot, dalla bellezza statuaria e quasi sovrannaturale, ingenua (ma la sceneggiatura lascia fin verso la conclusione il dubbio che l’ingenuità sia di chi crede di conoscere il mondo) e appassionata. Combattente per necessità ma portatrice di pace, in un periodo storico dominato, oltre che dalla violenza degli uomini, dallo sprezzo di questi per l’altro sesso, è accompagnata da un cast di validi comprimari, da Chris Pine all’ambiguo Sir Patrick/David Thewlis. Insieme a “Logan”, forse il miglior cine-comic dell’ultimo anno, quanto a soggetto, dialoghi, coreografie d’azione: bello e con l’anima.

giugno 19, 2017 at 11:38 am Lascia un commento

King Arthur – Il potere della spada- recensione di Stefania De Zorzi.

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Un manipolo multietnico di simpatiche canaglie, briganti e ribelli: ecco i protagonisti di “King Arthur: il potere della spada”, l’ultima rilettura cinematografica del leggendario Re Artù e dei suoi cavalieri, diretto da Guy Ritchie. Uther Pendragon/Eric Bana viene ucciso con l’inganno dal fratello Vortigern/Jude Law che ne usurpa il regno; il figlioletto Artù sfugge al massacro e, una volta adulto (l’interprete è Charlie Hunnam), snuda la spada dalla roccia rivelando così la sua identità regale. Con l’ausilio della Maga/Astrid Bergès-Frisbey, e di audaci amici vecchi e nuovi, intraprende una strenua battaglia contro lo zio per la propria sopravvivenza e per il regno di Camelot. L’Artù di Ritchie somiglia ai gangster di piccolo calibro di “Rockn’Rolla”, per fisicità, abbigliamento e carattere; gli fa da contraltare il perfido zio, figura fantasy di re e stregone, alleato a mostruose creature degli abissi. Ritchie mescola molti, troppi ingredienti: elefanti e serpenti fuori misura all’assalto di Camelot, arcieri-cecchini che cercano di assassinare il re, soldati mascherati e anacronistiche sepolture con la bandiera ripiegata. Le suggestioni spaziano, con poca armonia, da “Il Signore degli Anelli” a “Conan il Barbaro”, fino a “Snatch -lo Strappo”. Non mancano gli abituali colpi di genio del regista, soprattutto a livello formale: l’allegra accelerazione dell’infanzia perigliosa di Artù, e dei combattimenti contro ratti e pipistrelli giganti nelle Terre Oscure, evitano in modo divertente e originale la trappola di situazioni già abbondantemente viste nel genere. Ipercinetico, volutamente irrispettoso della congruenza con storia e leggenda, è un film godibile anche se squilibrato, in cui la digitalizzazione è eccessiva e affascinante, l’avventura avvincente seppure priva di vero pathos, e Artù/Hunnam simpatico quanto fuori parte. Esaltante la colonna sonora, che da sola conferisce quel tanto di carattere epico, altrimenti negato dagli sviluppi della trama e dei personaggi.

maggio 16, 2017 at 10:00 am Lascia un commento

Guardiani Della Galassia Vol. 2 -Recensione di Marco Zanini-

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1980. Una macchina sfreccia nelle campagne del Missouri. La musica e il vento tra i capelli fluiscono tra i sentimenti di una giovane coppia innamorata molto particolare: lei è una terrestre, lui è un alieno. Singolare anche il dono che decide di fare alla sua bella, un vegetale extraterrestre che pianta in mezzo ai boschi. Trentaquattro anni dopo la banda che avevamo lasciato dopo aver salvato Xandar, deve evitare che un gigantesco mostro tentacolare intradimensionale rubi delle preziose batterie ai Sovereign. A missione compiuta i cinque attraversano lo spazio, ma sul loro cammino incappano in due esseri: l’empatica Mantis ed Ego, il padre di Peter Quill.

Nel 2014, quando James Gunn portò i Guardiani Della Galassia sul grande schermo compì l’impresa di rinnovare l’universo Marvel, appesantito da supereroi fotocopia il più delle volte ridicoli o troppo seri. Ecco dunque un quintetto di criminali spietati e pericolosi  ma unici: improbabili e con gravi lacune educative ma a loro modo teneri. Il tutto accompagnato da un’estetica vintage permeata di canzoni anni ’70 e ’80 e un walkman totalmente fuori dal tempo. Il risultato fu grandioso, tanto che quella frase finale: ”I guardiani torneranno” meritava di essere accolta con entusiasmo. Insomma, in tanti non vedevano l’ora di vivere nuove avventure, ora che la squadra era formata e pronta a navigare per la galassia facendo un po’ di cose buone e un po’ di cose cattive. Dopo il breve incipit, meraviglioso tripudio del romanticismo di Gunn fatto di vecchia musica e spensieratezza, l’introduzione del Vol. 2 non delude le aspettative proponendo la prospettiva del piccolo Groot che balla mentre i compari sbudellano il mostro. Strepitoso, ma anche uno dei pochi momenti del film dove gli effetti speciali colpiscono veramente. Sotto questo aspetto il primo capitolo godeva di maggiore ispirazione inanellando inquadrature e scene che meravigliavano per il grande gusto più che per la spettacolarizzazione fine a se stessa. Altresì vero che qui l’operazione di approfondimento stia più nei contenuti che nell’aspetto visivo. I tratti tipici di ironia ed emotività sono stati quindi decuplicati, introducendo anche un umorismo insolitamente greve e scorretto che innalza il coraggio di Gunn, deciso a distinguersi, nonostante la popolarità raggiunta, ed a prendere ancora di più le distanze dal politicamente corretto. I siparietti tra i vari personaggi sono sempre fenomenali. Scavando più in profondità nell’animo dei guardiani ne vengono esaltate le peculiarità, arricchendo la bozza del primo film. Una banda di disperati violenti, nonostante tutto accomunati dal bisogno di trovare qualcuno con cui stare, che si parli di rapporti di sangue o di amicizia. Questo coincide con la comparsa del padre di Quill, così come il riavvicinamento burrascoso tra Nebula e Gamora, che accentuano il concetto di famiglia scontrandosi con la squadra/famiglia creatasi nel frattempo. Una virata decisamente sentimentale tutto sommato affrontata bene, soprattutto nel finale inaspettatamente intenso e commuovente, ma non esente da rischi. Nella fase centrale, ambientata sullo stucchevole ed eccessivamente colorato pianeta Ego, si riconosce il grande momento di stanca, troppo patetico e lento. Qui il racconto scade non solo nella forma ma anche nell’intreccio che va inspiegabilmente a perdere di continuità e fluidità, arrancando in maniera piuttosto vistosa. Complessivamente questo rende il Vol. 2 narrativamente inferiore al suo predecessore, che anche sotto questo aspetto risultava perfetto e scorrevole.

Il finale, come accennato prima, risolleva la baracca esprimendo a piene mani ciò che si porta dentro Guardiani Della Galassia. Qualcosa in cui un giovane sognatore può riconoscersi subito, una sensazione di brivido ed emozione che è la medesima provata da Peter Quill quando, ormai giunta la fine di tutto, ricorda il vissuto e ritrova la forza per combattere, in difesa dell’amore e delle fantastiche canzoni che hanno accompagnato la sua infanzia. Un impeto romantico, che a dispetto delle leggendarie origini, lo rende principalmente umano. Chili di umanità e sentimenti che sfuggono al patetismo grazie all’approccio genuino e al fantastico accompagnamento musicale di Cat Stevens. Al di là dei piccoli difetti di quest’ultimo film, un’opera che per complessità ed originalità si è già distinta e ritagliata uno spazio tutto suo nel mondo dei supereroi.

Zanini Marco

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maggio 12, 2017 at 5:04 pm Lascia un commento

Condi…visione di multi…ri…visione: “La pianista” (2001),“Niente da nascondere” (2005), “Il nastro bianco” (2009), “Amour” (2012) di Michael Haneke (recensione di Annalisa Bendelli).

 

Almeno nel secolo appena scorso gli uomini se lo immaginavano ancora – utopico o distopico che fosse – il futuro, mi fa riflettere l’amico Paolo.

Perché, ha ragione, l’homo europaeus (nel senso più esteso, di portatore del modello, entro la dimensione ormai globalizzata), nel pensiero e nell’immaginario ha proprio cancellato il futuro, non si proietta più in avanti, si è come arenato, incagliato.

Non viaggia più, nel cosmo e nel futuro, non s’imbarca.

Piuttosto si rintana, rinchiude, chi può si arrocca, asserraglia, più o meno munito, equipaggiato, di salmerie e vettovagliamenti materiali e spirituali.

Non intravvedendo più approdi, mondi possibili, desiderabili, attuabili, sembra ripiegare in un atteggiamento di difesa, protezione, preservazione, conservazione strenua, talora rabbiosa e disperata, di sé, del proprio mondo, condizione, status, habitat, milieu, abitazione.

E’ tutto un serrare, sprangare, chiudere di porte e finestre e cancelli nei film dell’austro-francese Michael Haneke, per esempio, che di questo mondo arroccato della civiltà europea superstite, nella specificazione sociale della medioalta borghesia, è esponente di razza nonché sottile, finissimo, ossessivo, spietato, dipintore.

Un ‘vedutista’ d’ambienti, mi vien da dire, la dice lunga in proposito, documentata nei contenuti extra di “Amour”, la maniacale ricostruzione dell’appartamento dei due coniugi, uguale uguale a quello in cui il regista ha vissuto da ragazzo.

Tutti ‘sti giri di chiave, dicevo, scatti di chiavistelli, scorrere di catenacci, franare di serrande, tirare di tende, sbattere di imposte e vetrate per tener fuori l’intruso, l’estraneo, il nemico, lo straniero (già, l’algerino subalterno della banlieue in “Caché”, tremendamente, commoventemente, realistico e contemporaneo e insieme circonfuso di sentore letterario che rievoca Camus e il contorto rapporto della cultura francese con l’imperialismo e la guerra d’Algeria) .

Magari il ladro, lo scassinatore, paventato e mitizzato nel suggestionato e suscettibile immaginario metropolitano (nel prologo-antefatto di “Amour” i due coniugi anziani sono alle prese con la serratura della porta d’ingresso e, preoccupati, fin un po’ esaltati, si raccontano recenti episodi di effrazioni in abitazioni nella cerchia dei conoscenti).

O il ‘male’ tout court (sempre in “Amour”, incarnato e simboleggiato dallo sconosciuto che assale alle spalle il protagonista nell’incubo dell’androne allagato).

Al limite il (l’altro) sesso: sono macchine mobili di assedio e difesa, transenne, trincee, barricate, gli armadi e le poltrone rabbiosamente trascinati e accatastati contro gli usci dalla pianista e dalla madre per difendersi, proteggersi, l’una contro l’altra, le due insieme, microcosmo femminile, contro l”altro’ (il maschio, l’amante).

Non credo sia casuale l’insistenza pervasiva nella cinematografia contemporanea, in Haneke e altri, su ambientazioni, arredi e suppellettili.

Qualcosa di più di uno sfondo, assumono valenze tematiche, simboliche, una nuova pregnanza, gli oggetti e ambienti della tradizione e quelli che vi penetrano con la tecnologia e la modernità che avanza, prima allotri e stridenti, via via assorbiti, assimilati.

Finanche gli attrezzi protesici degli infermi sembrano prima violare l’ambiente, poi diventano essi stessi rocche e torri munite degli individui che se ne devon servire: quel letto reclinabile introdotto brutalmente dagli operatori sanitari, la carrozzina parcheggiata come un baluardo davanti alla finestra, in “Amour” …

En passant Stefania De Zorzi, recensendo il recente “Elle” di Verhoeven, nota con le consuete sensibiltà e acutezza “gli interni borghesi lussuosi e solitari fotografati in una luce calda ma tutt’altro che rassicurante”, dove la signora agée perfida seducente giustiziera (chi si ri…vede, la Huppert, così cara e congegnale al Nostro…) conduce il suo gioco di tremenda perversa vendetta e dove si riverbera “il lato oscuro che le convenzioni di civiltà di solito occultano”.

E poco prima, nella sua intelligente lettura di “Barriere” (appunto!) di Denzel Washington, Marco Zanini rilevava la pregnanza simbolica del cortile di casa, insieme alle mura domestiche, “spazio ritagliato” di appartenenza e separazione sociale nel contempo, dove il nucleo familiare si protegge, difende ma pure si autosegrega ( nel film, nota Zanini, “ si mette fuori il naso pochissime volte”), costruendo steccati, delimitazioni, chiusure.

La dicotomia esterno-interno è costitutiva dello sguardo registico di Haneke, ribaltando magari i tradizionali punti di vista: in “Caché”, per esempio, l’hitchcockiana finestra che guarda, spia, il cortile si rovescia in un cortile-slargo che guarda, spia, la finestra.

L’esterno è più spesso traguardato, spiato di straforo, con timore, inquietudine, trepidazione, contorcimenti di desiderio, da finestrini, spioncini, fenditure, oppure traspare velato dalle vetrate e tendine, come allontanato da sottili eleganti diaframmi.

Mussole e pizzi, vetri smerigliati… la struggente e meravigliosa vetrata liberty verdeacqua da cui il coniuge di “Amour”, autosegregatosi nella cocciuta missione di accudimento della consorte invalida, aspira di nascosto boccate di ossigeno o fa uscire le volute del fumo.

Quella medesima vetrata da cui entra ed esce il piccione, enigmatico angelico messaggero di aria e libertà e apertura, al mondo, alla vita, agli altri.

E quelle porte e portoni (gli usci intagliati e laccati nel décor di opulenza austera delle case borghesi, il grande portone scuro e blasonato della villa nobiliare in “Il nastro bianco”) che chiudono, celano, misteri e angosce, turpitudini, vizi più che virtù, sopraffazioni e violenze (interni come prigioni… eh, quelle gabbiette per gli uccellini nella dimora del pastore protestante sono abbastanza simboliche…).

Oppure aprono improvvisamente a scenari en plein air di bellezza abbacinante, colti con sensibilità di impressionista macchiaiolo nella raffinatissima fotografia: ancora nel “Nastro bianco” il viaggio in calesse attraverso il campo di grano maturo, i vialoni alberati, i campi innevati su cui si stagliano le elegantissime silhouettes nerovestite degli abitanti del villaggio, quel sinistro, inquietante, plotone dei bambini severi e accigliati.

Ma quanti recinti e recinzioni e cancelli, dai campi ai cortili, alle aie, ai sagrati, alle piazze, agli slarghi, alle stanze, spazi delimitati e perimetrati, diligentemente, accuratamente, ordinatamente, caparbiamente (ah, come ci ha compenetrati la cultura nordeuropea delle ‘enclosures’…).

E le case, da quelle più umili, delle classi subalterne, a quelle più ricche e lussuose, sono tane, fortini, castelli, rocche difese e munite.

Non se ne esce (solo dopo la morte i coniugi di “Amour” ne usciranno liberati, pacificati, prendendo il cappotto e rivarcando finalmente la porta d’ingresso).

E vi si entra solo assediandole, violandole, scassinando, sfondando (nella violenta prolessi narrativa di “Amour” – anticipazione della fine – sono le istituzioni, il presidio delle forze dell’ordine e sanità, a sfondare a colpi d’ariete la porta d’ingresso per trovare il cadavere composto sul letto dell’anziana signora).

Comunque una vera ossessione dell’oggi e del cinema d’oggi la casa, il bene immobile, presidiato, ricercato, con ansia, preoccupazione per l’oscillazione delle quotazioni (la figlia dei signori di “Amour” ne parla al capezzale della madre delirante, in una sorta di monologo ossessivo, non sa comunicarle altro…).

Anche gli arredi sono transenne e barriere, nella loro funzione di rappresentanza e rappresentazione di status, di ruolo, di affermazione, economica, sociale, intellettuale.

Quelle pareti-quinte (barricate?) di libri allineati, un’ossessione visiva in “Caché”, leitmotiv del décor. Come le boiserie, le sequenze di pannelli che rivestono e travestono di eleganza e rappresentanza le pareti negli studi e salotti e anticamere.

Dalla libreria del soggiorno – sala di pranzo della coppia di borghesi parigini inurbati arrivati e colti (per lo meno si fingono, si dichiarano tali, nel teatro sociale), a quella allusiva e simbolica (e pure ‘finta’, i volumi sono involucri, copertine di nulla… rappresentano la cultura ma non la contengono) che fa da sfondo al dibattito della trasmissione culturale televisiva di cui il protagonista è conduttore.

Libri e librerie come suppellettili, oggetti e mobilio di rappresentanza e decoro,  anche nella variante contemporanea, documentata soprattutto in “Caché”, easy, funzionale, sdrammatizzata, alleggerita, meticciata, magari seguendo la vulgata IKEA…

Il tavolo di cristallo, luogo del desco e dell’incontro con amici e colleghi, piuttosto algido stilema di essenzialità ed eleganza, capace solo di raccogliere assenze di dialogo familiare e cicalecci vacui e sciocchini nelle conversazioni con gli amici (miseranda deriva, proprio in terra francese, dello spirito del dialogo e dibattito utile e illuminato delle idee).

I frontalini dei caminetti, che dovrebbero simboleggiare il calore domestico, mai accesi, solo di figura, evocativi di un décor d’antan che funziona ancora come mero richiamo e blasone sociale.

E gli armadioni e i comò della nonna, mescolati agli scaffali e all’attrezzatura razionale e basica: quanti ne ha intorno, accumulati e accatastati la Girardot disfatta e istrionica nel ruolo di matriarca, in “Caché”, raggiunta nella grande cascina avita dal figlio ansimante nel suo congestionato e indotto “À rebours” e prima ancora ne “La  pianista” chiusa e arcigna vestale della memoria familiare nell’appartamento del quartiere altoborghese.

Già, il pianoforte, vuoi mettere, che campeggia nei saloni, monumento più ancora che strumento, totem, simbolo maestoso e baluardo di civiltà e livello culturale superiore.

Secondo un concetto di disinvoltura, nonchalance abitativa che mescola il confortevole e pratico all’evocazione della tradizione e dell’appartenenza.

Con derive di sciatteria significative, le buste di plastica del supermercato disseminate sui mobili, gli abiti un po’ stazzonati di lei, la ciabattina da casa essenziale e chic ma trasandata, gli impermeabili accumulati disordinatamente all’ingresso…

Quella certa negligenza diffusa nelle ambientazioni borghesi contemporanee, a fronte della quale appare tanto più decorosa, seria, la modestissima abitazione sottoproletaria del maghrebino nella banlieu, nel suo squallore dignitoso, il mobilio rigorosamente funzionale, utile e basico, religiosamente ordinato per far da sfondo alla sconvolgente ed altrettanto essenziale, icastica, mattanza di sé.

Estrema terribile provocazione del subalterno che urla silenzioso contro la società asserragliata che lo esclude e lo rimuove e lo emargina.

Dopo essersene servita, magari, come si è servita dei tanti gnomi operai e braccianti che le han coltivato i campi ben recintati, costruito le case, fabbricato i mobili, le suppellettili e per secoli gliele hanno aggiustate, rinforzate, riparate (disgustoso, si indigna la giovane, bellissima, raffinatissima baronessa de “Il nastro bianco” contemplando lo scempio dei cavoli recisi nel campo ben riquadrato dal contadino ribelle, ah quei fabbri che non arrivano mai, non aggiustano più come un tempo, si lamenta signorilmente il marito in “Amour”).

Da secoli a oliare un sistema- congegno-carillon cui forse stan per saltare le molle e gli ingranaggi (arancia meccanica/a orologeria suggerirebbe la perfida coppia Kubrick/Burgess).

Perché loro, i proprietari, i padroni, di prima e dopo il naufragio, che se le tengono così strette e care quelle arche-fortezze, non se le sanno più costruire né munire e nemmeno più abitare.

E vi si rinchiudono intristiti e inetti e vi soffocano tra cose che paion relitti più ancora che reliquie.

Altro che Robinson Crusoe…

aprile 26, 2017 at 1:20 pm 8 commenti

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