BlacKkKlansman di Spike Lee recensione di Stefania De Zorzi

spike lee

Negli anni Settanta a Colorado Springs un poliziotto nero si infiltra nel Ku Klux Klan: è il soggetto incredibile, ma basato su fatti realmente accaduti, dell’ultimo film di Spike Lee, “BlacKkKlansman”.
Ron Stallworth/John David Washington, detective afro-americano, prima partecipa sotto copertura ad una riunione di militanti sostenitori del Potere Nero, poi telefona di sua iniziativa alla sede locale del Ku Klux Clan, mandando all’appuntamento in sua vece il collega Flip/Adam Driver, bianco ed ebreo. Quest’ultimo entra così in contatto con un gruppo di razzisti dell’organizzazione e ne scopre ben presto gli intenti terroristici, rivolti principalmente a discapito dei Black Panthers e della giovane attivista Patrice/Laura Harrier, di cui nel frattempo Ron si è innamorato.
Spike Lee dirige e in parte scrive la sceneggiatura di un bel poliziesco, teso e avvincente, in cui non mancano le corse indiavolate in auto, l’amicizia fra poliziotti, la bella in pericolo ed altri ingredienti classici del genere, orchestrati con sapienza.
Al tempo stesso Lee scava nelle radici culturali dell’ideologia del Ku Klux Klan, che trae nutrimento tanto dall’eugenetica ottocentesca, quanto della nostalgia per il mondo sudista elegante e paternalista di “Via col Vento”, o ancora dalla visione fanta-politica di “Nascita di una nazione”, film muto del 1915 in cui si paventa il sopravvento dei neri sui bianchi durante la Ricostruzione post-secessionista. I membri del Klan, o meglio dell’Impero Invisibile, come amano soprannominarlo, sono grotteschi sia nell’aspetto che nel pensiero, e la loro ignoranza e stupidità suscitano spesso ilarità nello spettatore: perché il riso è un nemico potente della paura, e giustamente Spike Lee ne fa uso per mettere alla berlina i cattivi (le scene al telefono sono molto divertenti, sopra a tutte quella fra Ron e David Duke/Topher Grace, Gran Maestro del KKK, in cui David spiega le sfumature di pronuncia che a suo dire tradiscono un eventuale interlocutore nero). Oltre al lato ridicolo, i cavalieri del Klan hanno tuttavia anche tratti spaventosi: evocati dal racconto atroce dell’anziano Jerome Turner/Harry Belafonte, o dalle battute volgari e da fantasie di massacro che ambiscono a diventare reali.
A tutto ciò Spike Lee aggiunge richiami stilistici al cinema anni Settanta (i volti che emergono in primo piano dallo sfondo buio durante il convegno dei Black Panther, o l’accelerazione della cinepresa che simula la corsa dei protagonisti verso la finestra, da cui si scorge la croce data alle fiamme), ma anche sequenze in stile docu-film (il colloquio di assunzione di Ron in polizia), o ancora spezzoni ripresi da una realtà tanto agghiacciante quanto contemporanea (i drammatici eventi di Charlottesville nel 2017), che proiettano un’ombra tragica sulla risoluzione passata della vicenda.
L’immagine finale è un geniale e sinistro capovolgimento dell’icona americana più ritratta da Jasper Johns, a coronamento di un poliziesco dal forte contenuto politico e storico, assolutamente da vedere.

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ottobre 9, 2018 at 9:59 am Lascia un commento

BlacKkKlansman – di Spike Lee recensione di Marco Zanini

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Anno: 2018

Paese di produzione: USA

Genere: biografico, drammatico, commedia, poliziesco

Regia: Spike Lee

Produttore: Jason Blum, Spike Lee, Raymond Mansfield, Sean McKittrick, Jordan Peele, Shaun Redick

Cast: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier, Topher Grace, Jasper Paakkonen, Ryan Eggold, Paul Walter Hauser, Ashile Atkinson, Corey Hawkins, Ken Garito, Robert John Burke, Harrry Belafonte

Il giovane afroamericano Ron Stallworth è in cerca di un’occupazione nel corpo di polizia. In quello di Colorado Springs ad esempio esortano l’assunzione delle minoranze etniche. Perfetto. Dopo una fiera pompata alla sua voluminosa capigliatura, Ron si presenta a colloquio. I suoi superiori lo informano che sarebbe il primo poliziotto nero della città e soprattutto gli prospettano la possibilità di essere discriminato in servizio; ma il suo desiderio di fare carriera lo convince ad accettare. Il primo incarico è all’archivio, che si rivela noioso e a tratti umiliante. Nonostante le perplessità, Ron convince però i suoi capi a farlo diventare detective. Diventa così poliziotto sotto copertura e dapprima viene infiltrato alle riunioni di Stokey Carmichael, leader di un movimento di liberazione nera. La vera svolta però arriva quando Ron trova su un giornale il numero del Ku Klux Klan. Decide di mettersi in contatto con loro fingendo di essere un suprematista bianco americano, avviando così una nuova indagine, sempre sotto copertura, che Stallworth potrà continuare a condurre solo telefonicamente; sarà infatti il collega bianco Flip a sostituirlo di persona. L’operazione comunque non sarà priva di rischi perchè Flip è ebreo.

Di questi tempi ci voleva la rabbia di Spike Lee. In fin dei conti mancava lui all’appello di un cinema americano che negli ultimi anni si è dimostrato molto presente in difesa della popolazione nera. In questo caso si è trattato di spogliare la tematica da ogni orpello romanzesco (Scappa – Get Out) e da pesanti pugni nello stomaco (Detroit), mentre spazio al taglio da commedia a vaghe tinte tarantiniane, che ha permeato una messa in scena tratta dal reale, non priva di accenni quasi documentaristici (in questo il finale, che mostra gli scontri di Charlottesville, ne è un chiaro esempio). BlacKkKlansman infatti è tratto dal romanzo autobiografico del suo stesso protagonista, Ron Stallworth, che negli anni ’70 riuscì ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Il balzo che Spike Lee compie da quell’epoca ai giorni nostri, evidenziando la politica razzista di Donald Trump, così come l’attivismo di David Duke, purtroppo ancora in vita, contiene uno dei tanti messaggi presenti nel suo film.; anche se la matrice principale rimane l’odio verso una minoranza e l’accanimento nei confronti di un’etnia, considerata inferiore.

Storia di forze contrapposte: da una parte il movimento nero che grida “black power”, dall’altra “l’organizzazione” bianca (così definita per evitare qualsiasi riferimento al Ku Klux Klan) che invoca il “white power”. Liberazione contro epurazione. Umanità contro oppressione. Di mezzo il rischio di uno scoppio, promulgato da ambo le parti, ma in cui si riconosce la spinta accusatoria e parziale presente nello Stato e nel Governo americani. Spike Lee è il solito regista tagliente e corrosivo, che con mano sicura e uno stile sempre riconoscibile, conduce lo spettatore in un crescendo venato a sprazzi da episodi di suspense. Magiche le inquadrature a trittico dei partecipanti al discorso di Carmichael, inevitabile e fenomenale il consueto carrello che trascina gli attori (questa volta sono Ron e Patrice, armati, a percorrere un corridoio, in una scena nata con i crismi del culto). John David Washington (figlio di Denzel) dispensa puro divertimento con una recitazione energica ed esilarante, purtroppo non bissata equamente dal resto del cast, in cui ci si poteva aspettare di più specialmente da Adam Driver. A distinguersi, stavolta per il ghigno luciferino e l’inclinazione violenta e deviata, è Jasper Paakkonen, il pericoloso razzista Felix Kendrickson. Un personaggio come tanti, quando si parla di aberrante prevaricazione bianca, ma che proprio per caratteristiche insite si fa’ ricordare. Ad essere onesti BlacKkKlansman tutto, nonostante la singolarità della storia, è una sequela di esperienze e situazioni già viste al cinema, già vissute nella storia. Forse è anche questa sistematicità visiva a dargli un piglio documentaristico, dove si sa già come andrà a finire. Alla fine ciò che conta è il messaggio e quello di BlacKkKlansman è importante e tristemente attuale.

Da un punto di vista cinematografico non siamo di fronte al miglior Spike Lee in assoluto (Inside Man a mio avviso lo surclassa quasi in tutti gli aspetti), ma con lucidità, gusto per l’inquadratura e un buon accompagnamento musicale il regista mette in scena la crociata di un ragazzo convinto che dall’interno si possano cambiare le cose, a costo di essere malvisto dai manifestanti afroamericani, che lo etichettano come “porco”. In ogni caso quindi una riflessione utile sul pregiudizio e sul modo di vedere la lotta sociale. Può essere paragonabile, in quanto a fattori di rischio, combattere nelle strade da attivista o da poliziotto? O magari una delle due cose prevale sull’altra? Le controversie, i paradossi, l’infiltrazione assurda di un elemento religioso in un’ideologia suprematista, un male atavico, esistente dalla guerra civile, attraverso Nascita Di Una Nazione (saggiamente citato) e esistente ancora oggi. Un secchio stracolmo di odio razziale preso a calci e pugni dalla figura di Ron Stallworth, personificazione filmica di Spike Lee, che coglie ogni occasione per rivendicare la fierezza, l’orgoglio, la bellezza non bianca del popolo nero, che purtroppo ha ancora bisogno di essere liberato.

http://igufinarranti.altervista.org/blackkklansman-linganno-telefonico-che-sbeffeggia-il-ku-klux-klan/

 

ottobre 5, 2018 at 1:00 pm Lascia un commento

Una Storia Senza Nome di Roberto Andò recensione di Stefania De Zorzi

storia senza

Roberto Andò ama trattare della politica italiana e delle sue storture, usando mano leggera nello sviluppo di argomenti pesanti. E’ questo il caso anche dell’ultimo film da lui diretto e co-sceneggiato, “Una storia senza nome”: un funzionario di polizia in pensione, Alberto Rak/Renato Carpentieri, racconta a Valeria/Micaela Ramazzotti, segretaria di una casa di produzione cinematografica, la storia di come la mafia abbia richiesto ad un noto critico d’arte inglese una perizia sulla Natività del Caravaggio, capolavoro rubato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, e mai più ritrovato. Valeria scrive il soggetto e la sceneggiatura di una “Storia senza nome” ispirata ai fatti narrati dall’investigatore, e li passa ad Alessandro Pes/Alessandro Gassman, sceneggiatore in crisi creativa da diversi anni. Quest’ultimo li presenta come propri, ottenendo in tal modo sia l’attenzione del produttore, intenzionato a realizzare un film, sia quella della mafia, che lo rapisce.
E’ solo l’inizio di una trama avvincente in cui Andò mette non poca carne al fuoco, evidenziando come i tentacoli della piovra mafiosa si insinuino ovunque, dagli studi cinematografici ai vertici dello stato. Oltre al versante pubblico è forte anche quello privato, incentrato sulla protagonista femminile che non osa prendersi ciò che le spetta, dal merito per le belle sceneggiature regalate al seduttore cialtrone, all’esclusività sull’uomo che ama, faticando a proteggere perfino il proprio spazio fisico ed emotivo da una madre affettuosa ed invadente, Amalia/Laura Morante.
Andò si diverte a costruire il labirinto affascinante del racconto nel racconto, in un film che parla (anche) di cinema, con un taglio giallo-rosa e spionistico che ricorda “Sciarada” o a tratti, nella trasformazione della protagonista, “True Lies”. Da antologia le scene della tela di Caravaggio stesa sul pavimento della piscina fatiscente, calpestata senza riguardo da Totò Riina, su cui invece il critico d’arte si inginocchia con devozione. La prima parte del film è la migliore, mentre la seconda non è esente da una certa fragilità nella narrazione, con la segreta riunione fra ministri ridotta al rango di una pochade, e le peripezie di Valeria segretaria/scrittrice/spia che perdono progressivamente credibilità nei corridoi di palazzo.
Nel ricco cast domina il talento della Ramazzotti e di Carpentieri, una spanna o due sopra a tutti gli altri.
Girato con una cifra stilistica riconoscibile ma non opprimente, recitato da interpreti simpatici, il film comunque diverte e coinvolge lo spettatore dall’inizio fino (quasi) alla fine, e vale sicuramente la visione.

settembre 25, 2018 at 9:34 am Lascia un commento

MOGWAI – “Kin – Original Motion Picture Soundtrack” recensione di Paolo Rosati.

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Non fatevi ingannare: questo album non è soltanto una colonna sonora. È un disco bello, rarefatto e ricco di momenti assai suggestivi.

Rifinito in maniera perfetta ed elegante, questo lavoro conferma l’estrema versatilità del gruppo scozzese e la capacità di creare musica con un marchio di fabbrica oramai inconfondibile.

Non ci sono le chitarre elettriche a tratti roventi del capolavoro “Every Country’s Sun”, ma il gran lavoro dei musicisti si è orientato verso una maestosità sonora che a tratti suona quasi epica.

Unica canzone vera e propria è l’ultimo pezzo, il solo che ci riporta al già citato disco che ha preceduto quest’ultimo album.

Uno dei dischi più belli del 2018?

Può darsi…

settembre 22, 2018 at 4:29 pm Lascia un commento

Mary Shelley – Un amore immortale regia di Haifaa al-Mansour recensione di Stefania De Zorzi

 

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Haifaa al-Mansour esplora in “Mary Shelley – Un amore immortale” il Romanticismo nel senso più ampio del termine: sia ripercorrendo la biografia dei primi anni di gioventù della protagonista, che nella ricostruzione del mondo letterario e ideologico inglese agli inizi dell’Ottocento, percorso da fremiti lirici e radicali.
Mary Shelley/Elle Fanning si innamora perdutamente del poeta Percy Bysshe Shelley/Douglas Booth; contro il volere paterno fugge da casa con l’amato, attraversando varie peripezie, fra delusioni ed esaltazioni, in compagnia della sorellastra Claire/Bel Powley. Durante un soggiorno a Ginevra insieme a Lord Byron/Tom Sturridge e a Polidori/Ben Hardy, Mary ha l’ispirazione per scrivere il “Frankenstein”.
La regista saudita al-Mansour è brava nel descrivere la parabola appassionata e a tratti tragica di una giovane donna dal carattere indomito, interprete dello spirito del suo tempo così come degli insegnamenti e delle ascendenze famigliari. Mary segue i dettami del cuore, nel disprezzo delle rigide convenzioni sociali e morali che la circondano; ben presto però si rende conto che l’assenza di regole può generare mostri, e da lì nasce Frankenstein, anima solitaria e ferita proprio come quella della sua autrice. Nella sceneggiatura spicca l’idealismo romantico, onesto anche se ingenuo, di Mary e Claire, che fa da contraltare all’ambiguità morale di Shelley e all’indifferenza per i sentimenti altrui di Byron: i dialoghi sono il punto forte del film, brillanti fin dal primo minuto, attenti ai trepidanti moti dell’anima di protagonisti e comprimari, interpretati da un ottimo cast (con una menzione particolare per la splendida Elle Fanning).
Non manca una riflessione sul maschilismo imperante dell’epoca, incapace di riconoscere dignità di pensiero e meriti letterari alle donne. Da vedere, godendo fra le altre cose della qualità pittorica della fotografia, e respirando come una boccata d’ossigeno un sentore di libertà non immune da pericoli.

settembre 14, 2018 at 6:12 pm Lascia un commento

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE DA GENNAIO A GIUGNO

1 – CORPO E ANIMA

CORPO E ANIMA

2 – BLADE RUNNER 2049

2049

3 – TRE MANIFESTI A EBBING MISSOURI

TRE MANIF

4 – LOVING VINCENT

lovingvincent

5 – RIPARARE I VIVENTI

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6 – DETROIT

DETROIT

7 – CELL BLOCK 99

CELL BLOCK

8 – THE SQUARE

THE SQUARE

9 – LA VIA LATTEA

VIA LATT

10 – LOVELESS

LOVELESS

11 – LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

12 – IT

13 – L’ORA PIU’ BUIA

14 – STORIA DI UN FANTASMA

15 – THE POST

16 – GIFTED

17 – BABY DRIVER

18 – INSIDE

19 – LA CAMERA AZZURRA

20 – PASSIONE INNOCENTE

21 – L’INSULTO

22 – SICILIAN GHOST STORY

23 – UNA DONNA FANTASTICA

24 – LA SIGNORA DELLO ZOO DI VARSAVIA

25 – WILDE SALOME’

 

 

luglio 4, 2018 at 4:51 pm Lascia un commento

“madre!” di Darren Aronofsky (ri) visto e maltrattato per noi da Francesca M. Fontana

Madre

Una giovane donna vive segregata in campagna, in una villa che, da fuori sembra una torta, mentre dentro sposa uno stile shabby chic al limite della decenza. Lei la sta ristrutturando con pazienza, tipo muratore ma sempre impeccabile, truccata e con acconciature pazzesche. Il suo compagno non fa altro che dire che la ama e nel frattempo si fa servire senza ritegno: fino a qui non hai detto nulla di nuovo Aronofsky. Lui è uno scrittore con il blocco dello scrittore, cliché che non fa venire in mente nulla nella cinematografia precedente. Lei è implacabile ..Tra un lavoro di stucco e un’aggiustatina agli impianti, due lavatrici e un’avvitatina ai bulloni, questa donna cucina pure l’impossibile. La tranquillità di questa prigione domestica è messa a repentaglio dall’arrivo di ospiti scrocconi, di base sconosciuti, che non fanno che sporcare il parchet immacolato (sconsiglio sempre di lasciarlo al naturale) fumare in casa, vomitare, perdere sangue e, nel caso uccidersi tra loro. Un ragazzo perde la vita nel salotto, non prima di aver comunque polverizzato 4 vasi e due sedie. Lei comunque mantiene un applomb eccezionale. Pulisce tutto (compreso un pavimento che sanguina in autonomia) congeda i guastafeste e riporta tutto all’ordine. Ah, resta anche incinta sull’onda dell’emozione di aver assistito ad un omicidio. Per nove mesi regna la calma. Poi, dall’oggi al domani in vero stile Polanski, lo scrittore ritrova il successo, e proprio quando lei ha preparato un vero pranzo del Ringraziamento ad uso e consumo di due soli commensali, arriva un’orda barbarica ad assediare la casa. Nulla si salva, a partire dalla torta di carote. Nonostante la demolizione abbia inizio e lo scrittore si faccia bello al suo pubblico, lei impiega almeno 10 minuti di riprese prima di scomporsi. Alla decima strattonata, dopo essersi fatta quasi calpestare sente come la voglia di partorire. E qui mi fermo. Da questo capolavoro della settima arte posso affermare che: Ed Harris se vuole riesce ad essere del tutto insostenibile, Michelle Pfeiffer (come dice mio padre) è bella ma bisognerebbe vederla appena alzata, Jennifer Lawrence fa uso prematuro di Botox, Javier Bardem può dare il minimo sindacale e Darren Aronofsky dovrebbe smettere di leggere la Bibbia.

giugno 16, 2018 at 9:56 am Lascia un commento

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