ILLUSIONI PERDUTE – regia di Xavier Giannoli – recensione di Stefania De Zorzi

llusioni perdute” narra due storie: da un lato le peripezie del giovane Lucien de Rubempré/Benjamin Voisin, poeta squattrinato di indole romantica, che dalla provincia campagnola si trasferisce a Parigi per amore della bella aristocratica Louise de Bargeton/Cécile de France, diventa giornalista e si innamora ricambiato di una giovane attrice, Coralie/Salomé Dewaels. Contemporaneamente è il racconto delle origini di un giornalismo commerciale votato a “rastrellare” denaro anziché a servire ideali di verità e giustizia, di un’editoria ad esso collegato, fortemente condizionata dalle leggi del mercato, e di un teatro popolare dove imperversano claque che promuovono o stroncano carriere e spettacoli a pagamento.

Xavier Giannoli adatta e mette in scena il romanzo omonimo di Honoré de Balzac, una sorta di “Fiera delle Vanità” sul modello inglese, dove il protagonista è sia vittima che fautore della propria fulminea ascesa e caduta: l’ambientazione è la Francia della Restaurazione, che ha conosciuto i fermenti libertari della Rivoluzione e le guerre napoleoniche, e dove nobiltà e monarchia cercano di riconsolidare vecchie posizioni di forza con l’uso della violenza, oltre che attraverso rigide convenzioni sociali.

La rievocazione storica è accurata, sia grazie alle scenografie che rievocano lo sfarzo delle dimore aristocratiche, l’atmosfera confusa e operosa dei giornali, lo scintillio un po’ fasullo dei teatri, i passaggi su assi traballanti per evitare le strade fangose, sia grazie  ad una fotografia che alterna con talento pittorico luci calde e fredde, l’ebbrezza delle feste e la miseria della caduta. Notevole anche la mimesi di costumi e acconciature rispetto ai ritratti del primo Ottocento.

In sovrapposizione alla ricostruzione puntuale di un preciso periodo storico, Giannoli mescola elementi di epoche successive (la celebrazione del successo di Lucien e la sua ricercatezza modaiola sfumano nel Decadentismo di Oscar Wilde), e racconta attraverso una voce narrante a tratti ironica, a tratti rassegnata, un mondo moderno dove lo spettatore riconosce senza fatica gli antesignani di influencer e troll.

Nell’adattamento dal romanzo scritto da Giannoli e da Jacques Fieschi spiccano dialoghi indimenticabili per la loro arguzia: fra questi l’iniziazione alla stroncatura feroce e sistematica di Etienne Lousteau/Vincent Lacoste, o ancora le scene con un imponente Gérard Dépardieu, nei panni di Dauriat, ex fruttivendolo ed editore di successo.

Giannoli evita il tranello della presa di posizione politica, e del manicheismo poveri/ricchi: colpisce la facilità con cui Lucien abbandona l’arte e tradisce la propria onestà intellettuale, pur di poter partecipare agli agi e alle celebrazioni di un mondo elitario da cui sarebbe altrimenti escluso, mentre d’altra parte i giornali che si vantano di essere liberisti sono i primi a (s)vendere la propria penna con intenti puramente economici.

Il cast ha un livello eccellente anche nei comprimari: Xavier Dolan è l’affascinante scrittore Raoul Nathan, Jeanne Balibar sprizza perfidia da tutti i pori nel ruolo della potente Marchesa d’Espard, e Vincent Lacoste è un novello Mefistofele.

Film assolutamente da vedere, giustamente premiato in Francia con abbondanza di César: non da ultimo anche per lo sguardo commosso del regista sulla perdita dell’innocenza del suo giovane protagonista, a dispetto di debolezze ed errori.

luglio 4, 2022 at 11:55 am Lascia un commento

Il visionario mondo di Louis Wain di Will Sharpe – recensione di Stefania De Zorzi –

Ci sono artisti di valore in un passato non troppo remoto la cui memoria oggi è evaporata, vittima delle mode del momento, e che un buon film può contribuire a far riscoprire agli spettatori. E’ il caso de “Il Visionario Mondo di Louis Wain”, un biopic incentrato sulla vita dell’omonimo illustratore, che visse a cavallo fra l’epoca vittoriana e i primi decenni del Novecento. 

Louis Wain/Benedict Cumberbatch mantiene con un certo sforzo la famiglia, composta dalla madre e da cinque sorelle, grazie ai propri disegni; si innamora e sposa l’istitutrice Emily/Claire Foy, generando scandalo nella società rigidamente classista del suo tempo. Negli anni successivi Wain diventa famoso grazie alle illustrazioni di gatti antropomorfi dai grandi occhi, ma la celebrità va di pari passo con la sua ingenuità finanziaria e con le pressioni della famiglia in difficoltà per i debiti. Il genio, già messo psicologicamente a dura prova, viene minato nell’ultima parte della sua vita dall’infermità mentale.

Letta così la storia può sembrare molto drammatica, con uno sbilanciamento verso la tragedia: tuttavia il regista Will Sharpe riesce a conferire un tocco leggero e surreale alle peripezie del protagonista, sia evitando la ricostruzione pedante (con il contrappunto di musiche e balli moderni, pettinature arruffate, la voce narrante di Olivia Colman che commenta con affetto ed ironia vizi e virtù del tempo e dell’artista), sia tuffando lo spettatore nella struggente umanità di Louis e Claire, dell’amabile datore di lavoro Sir William Ingram/Toby Jones, delle sorelle tanto buffe quanto insopportabili, e naturalmente del rapporto tenero e giocoso con l’amatissimo gatto Peter.

Il titolo originale “The Electrical Life of Louis Wain” introduce meglio di quello italiano al concetto di elettricità, centrale nel film, che influenza i decenni di fine Ottocento non solo come scoperta scientifica ed applicazione tecnologica, ma anche come forza vitale ed artistica. L’arte di Wain, che si esprime principalmente attraverso i suoi gatti, dona agli uomini una visione divertita ed ottimista rispetto ad una realtà in cui “tutto puzza di sterco”, come recita la voce narrante, e si rivela a sua volta come il commovente dono di Emily per il marito.

Di spicco, oltre alla sceneggiatura di Simon Stephenson che restituisce il tormentato mondo interiore di Wain con delicatezza e sensibilità, anche l’ottima fotografia di Erik Alexander Wilson, che tinge di blu i momenti  permeati dall’amore della moglie Emily, e trasforma in illustrazioni la splendida campagna inglese fiorita.

Nella seconda parte il film perde un poco della sua grazia nella descrizione della progressiva infermità mentale, i toni diventano più cupi, e il ritmo si sfalda nelle allucinazioni del protagonista. Si tratta però di uno smarrimento temporaneo, che non compromette la visione di un biopic  psichedelico e struggente, interpretato da un cast magistrale, con Cumberbatch nelle vesti di uno dei suoi personaggi migliori. 

Film irrinunciabile anche per tutti gli appassionati del mondo felino, che abbiano intenzione di scoprire le fondamenta storiche della mania contemporanea per i gattini.

aprile 8, 2022 at 1:02 PM Lascia un commento

I Mitchell contro le macchine – recensione di Stefania De Zorzi –

Esiste la famiglia perfetta? Probabilmente solo in certe foto stucchevoli pubblicate sui social, e comunque non è mai la propria. E’ il punto di partenza de “I Mitchell contro le macchine”, diretto e co-sceneggiato da Mike Rianda e Jeff Rowe: la diciottenne Katie, aspirante regista in rotta col padre Rick da cui si sente amata ma non compresa, è ansiosa di lasciare casa per andare al College in California alla scuola di Cinematografia. Durante il lungo viaggio in macchina organizzato a sorpresa dal padre insieme alla madre Linda, al fratellino Aaron e al carlino Monchi, Katie dovrà affrontare insieme a tutta la famiglia un’apocalittica rivolta di robot, e cercare di salvare l’umanità.

La storia della battaglia delle macchine contro gli uomini non è certo nuova, da Terminator a Matrix: Rianda però rianima il cliché a vari livelli.

L’interazione fra i membri della strampalata famiglia (che nei connotati fisici richiama non poco “Gli Incredibili”), ognuno col suo carattere ben definito, le sue debolezze e le sue virtù, è uno dei principali punti di forza del film: la contrapposizione fra il mondo di Rick, analogico e retrò, e quello della giovane Katie, che usa telefonino e computer come un prolungamento naturale della propria persona, è brillante e affettuosa, priva di moralismi.

Il ritmo della narrazione è serrato, i dialoghi scoppiettanti, e il regista non lesina le citazioni cinefile, che ricalcano la passione della protagonista per un cinema avventuroso e fantascientifico: Terminator, Star Wars, L’alba dei morti viventi, Mad Max, 2001: Odissea nello spazio, sono fra i molti richiami che si possono cogliere, come tanti “Easter Eggs” disseminati lungo l’arco della storia.

Da un punto di vista formale il film è un tripudio creativo, dove si mescolano con brio animazione tridimensionale e 2D, video-collage fotografici, scritte sovrapposte ed effetti volutamente amatoriali, volti a riprodurre la freschezza e l’imperfezione tecnica di una film-maker in erba, che usufruisce di tutti gli strumenti digitali con l’entusiasmo di una geniale e prolifica principiante.

Per finire, una menzione speciale va al carlino strabico Monchi, protagonista di molte fra le scene più esilaranti: buffo e goffo, è una sorta di avatar dei suoi strampalati padroni.

Peccato che la pandemia abbia negato la distribuzione in sala a questo film, che si annovera fra i lungometraggi di animazione più divertenti ed originali degli ultimi anni.

aprile 4, 2022 at 10:04 am Lascia un commento

THE BATMAN – regia di Matt Reeves – recensione di Stefania De Zorzi

 E’ la notte di Hallowen, e attraverso le spesse lenti deformanti degli occhiali di un feroce serial killer, lo spettatore spia dall’esterno di una ricca magione un quadretto domestico destinato a finire in tragedia. L’incipit di “The Batman” è intrigante e ingannevole, in un gioco di specchi e di citazioni che il regista Matt Reeves inserisce ingegnosamente nell’arco della storia: la scena del bambino che abbraccia teneramente il genitore, di cui rimarrà orfano di lì a poco, ricorda le origini del Cavaliere Oscuro, ma l’orfano non è Bruce Wayne. Quest’ultimo, interpretato da Robert Pattinson, veste i panni dell’eroe-ombra avvezzo a combattere i criminali comuni, che deve compiere il “ salto di qualità”, scontrandosi da un lato con gli efferati delitti compiuti dall’Enigmista, dall’altro con la corruzione dilagante ad alti livelli di Gotham City. Interagiscono con lui personaggi noti, quali Oswald Cobblepot/ il Pinguino/Colin Farrell (reso totalmente irriconoscibile dal trucco), l’audace ladra Selina Kyle/Catwoman/Zoe Kravitz, il commissario Gordon/Jeffrey Wright, ed alcune new entry, fra cui spicca il mafioso Carmine Falcone/John Turturro.

Matt Reeves dirige e in parte sceneggia il nuovo inizio, difficile per definizione visti i precedenti numerosi e illustri, di Batman, eroe cupo e tormentato ai limiti del nichilismo, personaggio non facilmente assimilabile dalla cultura contemporanea in quanto quasi del tutto privo di auto-ironia, di solito riservata ai malvagi di contorno.

Reeves rende centrale il tema della maschera, così che il protagonista mostra il suo volto solo in rare sequenze: tanto Batman è impavido e coriaceo, tanto Bruce Wayne appare vulnerabile e ansioso, come se l’eroe potesse essere tale solo se rivestito dalla sua corazza. 

Maschere e costumi sono anche icone sexy: c’è una notevole alchimia fra Batman e Catwoman, dal primo incontro al buio in cui il protagonista la immobilizza in un abbraccio sensuale, fino alla riproposizione ammiccante del bacio in altura, dove l’eroe è languidamente alla mercé dell’eroina.

La trama si snoda seguendo le tortuosità del labirinto dell’enigmista, in un percorso a spirale che dura quasi tre ore, con alcune scene da antologia: memorabili sia la prospettiva capovolta del Pinguino al termine di un inseguimento automobilistico da cui Batman emerge come un nuovo Madmax, sia l’inquadratura pittorica dell’eroe che brandisce la fiaccola della salvezza in mezzo alle acque.

La splendida fotografia di Greig Fraser modula una perpetua notte piovosa in immagini che ricordano l’inchiostratura del fumetto, mentre Reeves orchestra combattimenti che accentuano gli stacchi anziché la fluidità dei movimenti, con un effetto sequenziale che pure si avvicina stilisticamente alle pagine illustrate.

Il film non è privo di difetti, in particolare nella parte finale, troppo dilatata a partire dalla rivelazione dell’Enigmista fino al monologo interiore abbastanza retorico di Batman, dopo la grande battaglia finale.

Si tratta comunque di peccati veniali rispetto ad un’opera innovativa soprattutto nella forma, in cui Reeves trasforma i grotteschi cattivi della DC in disturbanti serial killer o in mafiosi disumani, e regala al tempo stesso un ritratto affascinante e più umanizzato dell’Eroe mascherato.

Dopo “Twilight” Pattinson è probabilmente destinato, suo malgrado, ad un’altra grande saga cinematografica.

marzo 10, 2022 at 11:20 am Lascia un commento

The King’s Man – Le Origini – recensione di Stefania De Zorzi

Matthew Vaughn, con il suo approccio scanzonato e irriverente ai (super)eroi, regista di storie dissacranti ai limiti del grottesco, ama sorprendere gli spettatori: il suo ultimo film “The King’s Man -Le Origini”, non fa eccezione, sebbene con modalità differenti.La trama inizia nel 1902 in Sudafrica, durante il conflitto anglo-boero, per poi spostarsi con un salto temporale e geografico 12 anni più tardi, in Inghilterra. Il giovane Conrad/Harris Dickinson è ansioso di eguagliare le azioni valorose compiute in passato dal nobile padre, Orlando Oxford/Ralph Fiennes, e si addestra al combattimento sotto la guida del fedele Shola/Djimon Hounsou, mentre il genitore è coadiuvato da Polly/Gemma Arterton, “tata” dalle molte risorse. Lontano dal maniero aristocratico, in un luogo imprecisato sulla cima di una montagna impervia, si riunisce un gruppo di cospiratori che annovera fra le sue fila il monaco Rasputin/Rhys Ifans e il consigliere del Kaiser, Hanussen/Daniel Bruehl, capeggiato da un misterioso “Pastore” smanioso di scatenare morte e distruzione attraverso tutta l’Europa. Fin dalla sequenza iniziale si capisce che qualcosa non va rispetto ai precedenti episodi di “ Kingsman”: sulla scena si consuma in pochi minuti una tragedia, di cui si può dire, senza voler svelare troppo, che è il preludio a molte grandi favole. A partire da quel momento, Vaughn alterna il registro brillante e scapestrato che gli è abituale (nella scena dominata da un magnifico Rhys Ifans, che impersona un Rasputin guaritore lascivo, danzatore, assassino e praticamente invulnerabile, o ancora nel duello col gigante che scaglia gli eroi come fuscelli nel covo dei cattivi), con toni seri e drammatici, in cui l’ironia, se presente, ha comunque una sfumatura tragica (i tre sovrani, re Giorgio d’Inghilterra, lo zar Nicola di Russia e il Kaiser Guglielmo di Germania, sono interpretati dallo stesso attore, Tom Hollander,  a significare che gli uomini di potere, seppure con sfumature diverse, si assomigliano).Vaughn, pur se originale, è debitore del “1917” di Sam Mendes nelle sequenze girate fra le trincee, con la scenografia e i combattimenti da video-game dark, mentre il Rasputin ricorda la versione diabolica e a suo modo irresistibile del monaco in “Hellboy”. Non a caso l’ispirazione fumettistica, dalle graphic novels di Mark Millar e Dave Gibbons, è sempre ben evidente, con qualche sbavatura: nella rilettura disinvolta degli episodi storici, nelle libertà narrative di diversi passaggi, così come nei tratti caricaturali di alcuni personaggi, e naturalmente nelle scatenate sequenze d’azione. Il regista tira un violento colpo basso agli spettatori fiduciosi di ritrovare la leggerezza degli episodi precedenti, difende con un calore in odore di Brexit, seppure stemperato da considerazioni pacifiste e anti-colonialiste, l’amata Inghilterra, mentre non risparmia dalla satira politica ne’ i monarchi europei ne’ il presidente degli Stati Uniti d’America.Il risultato è un film intrigante che tradisce le regole della serialità, anche se non sempre riuscito proprio a causa dell’oscillazione continua e talvolta fastidiosa fra fumetto e storia, avventura mirabolante e tragedia improvvisa, umanità alternativamente grottesca e dolente.

gennaio 11, 2022 at 10:48 am Lascia un commento

Mr Link di Chris Butler recensione di Stefania De Zorzi

Ci sono film che catturano lo spettatore dalla prima inquadratura fino ai titoli di coda: è il caso di “Mr Link”, film d’animazione vincitore del Golden Globe nella sua categoria nel 2020, diretto e sceneggiato da Chris Butler.
Sir Lionel Frost/Hugh Jackman, aristocratico appassionato di creature mitologiche, scommette col bieco e reazionario Lord Piggot-Dunceby/Stephen Fry la propria ammissione ad un esclusivo club di “Uomini Straordinari”, a patto che riesca a portargli le prove dell’esistenza del leggendario Sasquatch. La creatura, anello di congiunzione fra l’uomo e la scimmia (da cui il titolo originale “Missing Link”, l’anello mancante), esiste davvero nel selvaggio West, e si accompagna a Sir Frost e all’ex fidanzata di quest’ultimo Adelina Fortnight/Zoe Saldana in un periglioso viaggio intorno al mondo, fino alle pendici dell’Himalaya, alla ricerca di Shangri-La e del popolo degli Yeti.
La storia, piacevolmente avventurosa, è ambientata in un tardo Ottocento in cui le novità scientifiche (l’elettricità, la fotografia, l’evoluzionismo) rivoluzionano il mondo tanto quanto il movimento per il suffragio universale.
Il Sasquatch, doppiato in inglese da Zach Galifianakis, è il personaggio più umano e simpatico: durante il viaggio di scoperta e di formazione dovrà imparare a riconoscere i suoi veri simili, che non sono per forza quelli a lui geneticamente più prossimi.
Butler usa la tecnica dello stop-motion coniugato alla CGI in modo strepitoso, creando sontuosi scenari esotici, vittoriani, western. Fra le sequenze più avvincenti spiccano l’inseguimento sulla nave in mezzo alla tempesta e quella sul ponte di ghiaccio, fra citazioni e rimandi a Jules Verne, Titanic, Cliffhanger, fino alla piccola sirena mummificata di Imogen Hermes Gowar.
Film assolutamente da vedere, su piani diversi e parimenti godibili per adulti e bambini: la morale è che non c’è bisogno di essere donna per decidere di chiamarsi Susan, ed è tutt’altro che scontata.

Maggio 17, 2021 at 1:03 PM 1 commento

SONG OF A NAME – di François Girard – recensione di Stefania De Zorzi

Parafrasando “Le mille e una notte”, una buona storia può salvare la vita, o almeno mitigare il limbo del confinamento casalingo di questi mesi: è il momento di scoprire film belli e invisibili, rimasti tali anche per la chiusura delle sale cinematografiche durante gran parte del 2020.Fra questi “The Song of Names – La Musica della Memoria”, diretto dal regista franco-canadese François Girard, ispirato all’omonimo romanzo di Norman Lebrecht. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Dovidl Rapoport, violinista prodigio a soli nove anni (interpretato da Luke Doyle nei panni di Rapoport bambino, Jonah Hauer-King in quelli del giovane uomo, e Clive Owen da adulto), viene affidato dal padre Zygmunt ad una famiglia inglese; il fratello adottivo Martin (interpretato nelle tre età della vita rispettivamente da Misha Handley, Gerran Howell e Tim Roth) sviluppa con Dovidl un’amicizia profonda, sebbene conflittuale. Alla vigilia del concerto che dovrebbe lanciare nell’Olimpo dei grandi violinisti il ventunenne Dovidl, questi scompare misteriosamente nel nulla. Trentacinque anni dopo Martin, che non si è mai rassegnato alla scomparsa di Dovidl, si mette sulle sue tracce ripercorrendo una strada sbiadita dal tempo fra Londra, Varsavia e New York.Non è facile, dopo oltre settant’anni dalla fine dell’Olocausto, raccontare il dramma di un ebreo sopravvissuto allo sterminio senza scadere nel déjà-vu o nel facile dramma: tuttavia Girard riesce nell’intento grazie ad un soggetto intrigante, che si sviluppa con l’andamento di un thriller a sfondo storico, alternando in un montaggio sapiente il passato e il presente. Fino al momento in cui il mistero viene svelato e il tempo si ricompone, mostrando la continuità fra il gesto del bambino e quello dell’uomo maturo.La sceneggiatura delinea vivacemente i protagonisti, che emergono dallo schermo con tutta la loro prepotente forza interiore, sia nelle schermaglie feroci e innocenti fra bambini, che nel confronto difficile fra adulti ossessionati dal passato.Tim Roth e i giovanissimi interpreti sono straordinari; brava anche Catherine McCormack nei panni della moglie Helen, mentre Owen rimane fra tutti un po’ granitico.E’ un film attraversato dalla tragedia dell’Olocausto e della diaspora delle famiglie ebree, in cui la sofferenza, la rabbia e la commozione sono sublimati attraverso la musica e il realismo poetico con cui Girard evoca sia la formazione di due ragazzini nella Londra sfigurata dalle bombe, che la dolorosa presa di coscienza del giovane Rapoport.Da vedere, per capire meglio il valore mistico della memoria e lasciarsi commuovere senza timore di sentimentalismi.

febbraio 10, 2021 at 11:56 am Lascia un commento

Official Secrets diretto da Gavin Hood recensione di Stefania De Zorzi

Quando si tratta di segreti di stato e di organizzazioni para-governative, il confine che separa la democrazia dalla tirannia diventa sottile: è il tema di “Official Secrets – Segreto di stato”, diretto da Gavin Hood, e ispirato al libro “The Spy who tried to stop a war”, che narra una storia vera di fuga di informazioni avvenuta nel Regno Unito fra il 2003 e il 2004.
Nel gennaio 2003, alla vigilia della guerra anglo-americana in Iraq, Katherine Gun/Keira Knightley, impiegata addetta alle intercettazioni presso il GCHQ (Government Communications Headquarters), rimane sconvolta dal contenuto di un’e-mail in cui un’agenzia di sicurezza statunitense, la NSA, chiede elementi per poter condizionare e ricattare membri dell’ONU, affinché non si oppongano alla delibera sull’invasione. Katherine decide allora di inviare il testo dell’e-mail ad alcuni giornali, nel tentativo di smentire la “necessità” della guerra proclamata dal governo presieduto da Tony Blair, mettendo così a rischio sia la propria sorte che quella del marito Yasar/Adam Bakri, un immigrato di origine curda.
“Official Secrets” prosegue una sorta di cammino ideale di Gavin Hood, già regista in precedenza di “Enders’ Game” e “Il diritto di uccidere”, in cui è centrale il confronto fra la ragion di stato e i diritti (non sempre) inalienabili dell’individuo.
Le vicende all’inizio private e poi pubbliche della protagonista si susseguono con un ritmo incalzante, che scandisce l’evoluzione psicologica di Katherine e del coniuge, la presa di coscienza del giornalista Martin Bright/Matt Smith, e l’appassionata difesa dell’avvocato Ben Emmerson/Ralph Fiennes.
Hood, coadiuvato da una strepitosa Knightley e da un ottimo Fiennes, lascia a lungo in sospeso il giudizio sulla protagonista: un’eroina pronta a tutto per scongiurare una guerra, ma anche una spia ingenua al servizio del governo, una testarda idealista nel senso più puro ed irritante della parola, pronta a mettere a repentaglio la propria vita e quella del coniuge in nome della pace, senza avere mai vissuto una guerra in prima persona. Fino al finale che mostra il personaggio nella giusta luce, anche attraverso le opinioni di coloro le cui vite furono toccate, direttamente o meno, dalla decisione della Gun.
L’Inghilterra ritratta da Hood è un Giano bifronte, in cui la legge può tutelare l’innocente (se l’avvocato della difesa è abile e fortunato), ma anche minacciarlo e soggiogarlo, e la stampa farsi portatrice di verità scomode, o in alternativa essere serva tacita e manipolatrice del potere.
Gli ambienti sono scelti e fotografati per evocare l’etica e le intenzioni di chi li abita: gli avvocati di Liberty lavorano in uno studio spartano, ma luminoso e accogliente, mentre la sede del GCHQ in cui opera Katherine è un ampio open space perennemente avvolto dalla semi-oscurità. Su tutto spicca l’immagine angosciante del Tribunale, una gabbia opprimente e kafkiana a cui l’imputata accede da una scala angusta, dominata in controluce dalla sagoma di un’agente di polizia.
E’ un film denso di avvenimenti, di emozioni, e di storia recente, sostenuto da una solida sceneggiatura: da vedere su più livelli, sia come anomala spy-story, che come riflessione sul lato oscuro della democrazia

dicembre 28, 2020 at 11:39 am 1 commento

EMMA regia di Autumn de Wilde – recensione di Stefania De Zorzi –

I romanzi di Jane Austen sono una costante fonte di ispirazione per il cinema e per la tv: a dispetto dell’ambientazione circoscritta nello spazio (l’Inghilterra aristocratico-rurale) e nella storia (a cavallo fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento), le sue eroine reggono bene agli sfregi del tempo, e rimangono personaggi moderni, universali. Autumn De Wilde, realizzatrice di copertine di album e di video musicali, debutta alla regia cinematografica con “Emma”, ispirato all’omonimo romanzo della Austen: la protagonista, Emma Woodehouse/Anya Taylor-Joy è una giovane nobildonna ricca, bella e intelligente. In un’epoca in cui le donne del suo rango e del suo livello intellettivo possono solo dedicarsi alla ricerca di un buon partito con cui accasarsi, Emma decide di dedicarsi all’organizzazione dei matrimoni di amici e conoscenti, convinta di possedere un infallibile sesto senso per la comprensione dei sentimenti altrui. Sfiorando a più riprese il disastro, Emma allontana l’amica Harriet/Mia Goth dalla profferta di matrimonio del fido Mr Martin/Connor Swindells, pensando di maritarla al vacuo vicario Mr Elton/Josh O’Connor; flirta con l’ambiguo Mr Churchill/Callum Turner, e intreccia schermaglie con l’impetuoso amico di vecchia data, Mr Knightley/Johnny Flynn. Emma è un personaggio arguto e irritante, al pari della Isabel Archer di “Ritratto di Signora” di Henry James. Elogiata pressoché da tutti per l’ intelligenza e la grazia, la giovane è la vittima cieca e carismatica di una smodata mania del controllo, che nessuno, tranne l’amico Knightley, osa contraddire apertamente. Le conseguenze dell’influenza maldestra di Emma su amici e vicini potrebbero essere drammatiche: ma Jane Austen vuole altrimenti, e i personaggi, malgrado i limiti formali tracciati da un’educazione che trattiene e maschera sentimenti ed emozioni, generando equivoci e innamoramenti mal riposti, non sono votati alla tragedia. De Wilde mantiene uno sguardo divertito e ironico sulle vicende, grazie ad alcune trovate ben riuscite (deliziose le processioni di damigelle in mantello rosso e cuffietta, simili a sfilate di anatroccoli), e a primi piani in cui le prerogative fisiche dei personaggi diventano caricaturali: ne sono esempio le orecchie a sventola circoscritte a malapena dall’alto colletto e l’ampio sorriso fasullo di Mr Elton, gli occhi perennemente spalancati della succube Harriet, o l’acconciatura leziosa e ridicola della moglie di Mr Elton. La fotografia è splendida, complici le origini della regista, il cui padre è stato un noto fotografo: sia negli interni, in dimore sfarzose al limite dell’intimidatorio, o in cene e danze soffusi della luce calda delle candele, che negli esterni, volti ad evocare i grandi dipinti romantici, fra alberi secolari, sconfinati verdi prati all’inglese, cavalcate selvagge e cieli plumbei. Il film scorre con vivacità, sorretto da un ottimo, giovane cast e da un’inanellarsi di dialoghi e situazioni brillanti, in cui la trasposizione cinematografica rende un buon servizio al romanzo. Tutto è ben confezionato, sebbene con un’ombra di superficialità: la critica sociale ad un mondo prigioniero di rigide convenzioni sul rango, sulla ricchezza e sul sesso è solo accennata, in una rappresentazione che, privilegiando un andamento molto leggero, sottrae pathos e a tratti dilata i tempi in ricami musicali oscillanti fra le arie da operetta e i canti popolari. Da vedere, in ogni caso: per la cifra stilistica forte, la trama divertente e romantica, e un cast di volti imperfetti ed espressivi, più interessanti di molte plastificate beltà hollywoodiane.

novembre 25, 2020 at 11:00 am 2 commenti

La vita straordinaria di David Copperfield regia Armando Iannucci recensione di Stefania De Zorzi

Come dar vita sul grande schermo a un romanzo ottocentesco fra i più noti, e quindi ben sedimentato nell’immaginario collettivo fra letture scolastiche, film e serie Tv del passato? Armando Iannucci, regista scozzese di “La vita straordinaria di David Copperfield”, decide di evitare sia la strada della trasposizione fedele, che quella dell’ambientazione in chiave più o meno contemporanea, intraprendendo invece una rilettura teatrale ed enfatica.
David Copperfield/Jairaj Varsani (David bambino) – Dev Patel (David adulto), è vittima delle angherie del patrigno Mr Murdstone/Darren Boyd, un uomo rigido e spietato che lo allontana dalle cure amorevoli della madre e della tata, spedendolo a Londra a lavorare nella fabbrica di liquori di cui è socio. Qui David è ospite di Mr Micawber/Peter Capaldi, scialacquatore impenitente ma di buon cuore; appresa la notizia della morte della madre, David si ribella e fugge in campagna presso la zia Betsey Trotwood/Tilda Swinton, dove fa la conoscenza del dolce e un po’ svitato Mr Dick/Hugh Laurie. Senza voler troppo anticipare la trama, articolata e complessa, si susseguono numerose peripezie e rovesci di fortuna, fino al rocambolesco finale, in cui David finalmente trova la propria identità.
Iannucci tradisce platealmente la regola della “sospensione dell’incredulità” e mette in scena personaggi che non invecchiano (David diventa adulto ma i bambini di Mr Micawber rimangono tali fino alla fine del film), o interpretati da attori provenienti da molteplici razze ed etnie, a dispetto del contesto storico e dei legami di parentela (David Copperfield è indiano, Mr Wickfield/Benedict Wong asiatico, mentre la figlia Agnes/Rosalind Eleazar è nera). La stessa attrice, Morfydd Clark, interpreta sia la madre di David, Clara, che la fidanzata un po’ svampita Dora, incarnando così agli occhi del protagonista la figura materna in modo letterale. Dora commenta ad un certo punto da una prospettiva meta-referenziale le vicende narrate da David, sconsigliandolo rispetto all’opportunità della propria presenza nella trama.
Tutto ciò in compresenza di un allestimento scenico ricco e accurato, rutilante di colori e di ambientazioni, in cui i personaggi e le avventure turbinano come in un musical, in un susseguirsi incalzante che riproduce lo stile della pubblicazione a puntate del romanzo.
Iannucci inframmezza con abilità brani di scrittura nel film, in un gioco di specchi in cui David Copperfield racconta le sue vicissitudini (che sappiamo essere in gran parte l’autobiografia romanzata di Dickens), ma anche la precarietà del suo tempo e della vita in generale, tessendo un canovaccio avvincente dove le miserie peggiori sono rese accettabili da una scrittura brillante, nonché dalla consapevolezza da parte del lettore/spettatore che, prima o poi, arriverà il lieto fine (anche se non per tutti).
In ciò viene aiutato da un ottimo cast: oltre agli attori citati in precedenza, meritano una menzione speciale il viscido Uriah Heep/Ben Whishaw e lo spregiudicato James Steerforth/Aneurin Barnard.
Il film è divertente, originale, spiazzante: fra i difetti si annoverano una certa chiassosità e un vorticare di personaggi, cambi di scena e movimenti di macchina che lasciano un po’ frastornati. Ma sono peccati veniali, e il film, quando le sale riapriranno, è degno di essere recuperato. Senza abbandonare in questi tempi bui, per parafrasare Dickens, Grandi Speranze.

ottobre 30, 2020 at 10:45 am Lascia un commento

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