Mary Shelley – Un amore immortale regia di Haifaa al-Mansour recensione di Stefania De Zorzi

 

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Haifaa al-Mansour esplora in “Mary Shelley – Un amore immortale” il Romanticismo nel senso più ampio del termine: sia ripercorrendo la biografia dei primi anni di gioventù della protagonista, che nella ricostruzione del mondo letterario e ideologico inglese agli inizi dell’Ottocento, percorso da fremiti lirici e radicali.
Mary Shelley/Elle Fanning si innamora perdutamente del poeta Percy Bysshe Shelley/Douglas Booth; contro il volere paterno fugge da casa con l’amato, attraversando varie peripezie, fra delusioni ed esaltazioni, in compagnia della sorellastra Claire/Bel Powley. Durante un soggiorno a Ginevra insieme a Lord Byron/Tom Sturridge e a Polidori/Ben Hardy, Mary ha l’ispirazione per scrivere il “Frankenstein”.
La regista saudita al-Mansour è brava nel descrivere la parabola appassionata e a tratti tragica di una giovane donna dal carattere indomito, interprete dello spirito del suo tempo così come degli insegnamenti e delle ascendenze famigliari. Mary segue i dettami del cuore, nel disprezzo delle rigide convenzioni sociali e morali che la circondano; ben presto però si rende conto che l’assenza di regole può generare mostri, e da lì nasce Frankenstein, anima solitaria e ferita proprio come quella della sua autrice. Nella sceneggiatura spicca l’idealismo romantico, onesto anche se ingenuo, di Mary e Claire, che fa da contraltare all’ambiguità morale di Shelley e all’indifferenza per i sentimenti altrui di Byron: i dialoghi sono il punto forte del film, brillanti fin dal primo minuto, attenti ai trepidanti moti dell’anima di protagonisti e comprimari, interpretati da un ottimo cast (con una menzione particolare per la splendida Elle Fanning).
Non manca una riflessione sul maschilismo imperante dell’epoca, incapace di riconoscere dignità di pensiero e meriti letterari alle donne. Da vedere, godendo fra le altre cose della qualità pittorica della fotografia, e respirando come una boccata d’ossigeno un sentore di libertà non immune da pericoli.

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settembre 14, 2018 at 6:12 pm Lascia un commento

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE DA GENNAIO A GIUGNO

1 – CORPO E ANIMA

CORPO E ANIMA

2 – BLADE RUNNER 2049

2049

3 – TRE MANIFESTI A EBBING MISSOURI

TRE MANIF

4 – LOVING VINCENT

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5 – RIPARARE I VIVENTI

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6 – DETROIT

DETROIT

7 – CELL BLOCK 99

CELL BLOCK

8 – THE SQUARE

THE SQUARE

9 – LA VIA LATTEA

VIA LATT

10 – LOVELESS

LOVELESS

11 – LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

12 – IT

13 – L’ORA PIU’ BUIA

14 – STORIA DI UN FANTASMA

15 – THE POST

16 – GIFTED

17 – BABY DRIVER

18 – INSIDE

19 – LA CAMERA AZZURRA

20 – PASSIONE INNOCENTE

21 – L’INSULTO

22 – SICILIAN GHOST STORY

23 – UNA DONNA FANTASTICA

24 – LA SIGNORA DELLO ZOO DI VARSAVIA

25 – WILDE SALOME’

 

 

luglio 4, 2018 at 4:51 pm Lascia un commento

“madre!” di Darren Aronofsky (ri) visto e maltrattato per noi da Francesca M. Fontana

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Una giovane donna vive segregata in campagna, in una villa che, da fuori sembra una torta, mentre dentro sposa uno stile shabby chic al limite della decenza. Lei la sta ristrutturando con pazienza, tipo muratore ma sempre impeccabile, truccata e con acconciature pazzesche. Il suo compagno non fa altro che dire che la ama e nel frattempo si fa servire senza ritegno: fino a qui non hai detto nulla di nuovo Aronofsky. Lui è uno scrittore con il blocco dello scrittore, cliché che non fa venire in mente nulla nella cinematografia precedente. Lei è implacabile ..Tra un lavoro di stucco e un’aggiustatina agli impianti, due lavatrici e un’avvitatina ai bulloni, questa donna cucina pure l’impossibile. La tranquillità di questa prigione domestica è messa a repentaglio dall’arrivo di ospiti scrocconi, di base sconosciuti, che non fanno che sporcare il parchet immacolato (sconsiglio sempre di lasciarlo al naturale) fumare in casa, vomitare, perdere sangue e, nel caso uccidersi tra loro. Un ragazzo perde la vita nel salotto, non prima di aver comunque polverizzato 4 vasi e due sedie. Lei comunque mantiene un applomb eccezionale. Pulisce tutto (compreso un pavimento che sanguina in autonomia) congeda i guastafeste e riporta tutto all’ordine. Ah, resta anche incinta sull’onda dell’emozione di aver assistito ad un omicidio. Per nove mesi regna la calma. Poi, dall’oggi al domani in vero stile Polanski, lo scrittore ritrova il successo, e proprio quando lei ha preparato un vero pranzo del Ringraziamento ad uso e consumo di due soli commensali, arriva un’orda barbarica ad assediare la casa. Nulla si salva, a partire dalla torta di carote. Nonostante la demolizione abbia inizio e lo scrittore si faccia bello al suo pubblico, lei impiega almeno 10 minuti di riprese prima di scomporsi. Alla decima strattonata, dopo essersi fatta quasi calpestare sente come la voglia di partorire. E qui mi fermo. Da questo capolavoro della settima arte posso affermare che: Ed Harris se vuole riesce ad essere del tutto insostenibile, Michelle Pfeiffer (come dice mio padre) è bella ma bisognerebbe vederla appena alzata, Jennifer Lawrence fa uso prematuro di Botox, Javier Bardem può dare il minimo sindacale e Darren Aronofsky dovrebbe smettere di leggere la Bibbia.

giugno 16, 2018 at 9:56 am Lascia un commento

La Truffa Dei Logan – La rivincita di una famiglia di emarginati. Regia: Steven Soderbergh recensione di Marco Zanini

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Dopo aver visto La Truffa Dei Logan mi è venuto in mente un bell’articolo letto recentemente su Film Tv che parlava de Il Grande Lebowski. Perchè il ritorno di Soderbergh alla regia ha il sapore di quegli anni ’90 dove al cinema la delinquenza e la bassezza venivano portati ad un livello impensabile, quello dell’empatia; vedasi appunto il film dei fratelli Coen, Le Iene e Pulp Fiction di Tarantino, Fight Club di Fincher e Lock & Stock – Pazzi Scatenati, Snatch – Lo Strappo, RocknRolla di Guy Ritchie. Ma d’altronde Steven ci era già entrato in questa nicchia, con gli Ocean’s vari di Clooney e Brad Pitt.

La sua ultima prova quindi sa un po’ di “vecchio”. Aspettate un momento: ho virgolettato la parola vecchio perchè è lungi da me considerare una pellicola degli anni ’90 vecchia (nonostante sia ben frequente la stupida usanza di definire passata una cosa realizzata già due anni fa). Chiarite le percezioni temporali e modaiole bisogna comunque ammettere che era già da qualche anno che non si vedevano film così, e questo è un vero peccato! Perchè prendere in esame il mondo criminale e parlarne con questo tono sarcastico, ironico e appositamente caricaturale funziona sempre e La Truffa Dei Logan ne è la riprova. Soderbergh decide di non ripetersi e mescola le carte. E’ sempre di rapine e truffe che stiamo parlando ma ora via gli abiti eleganti, via il retaggio 007 un po’ fighetto, un po’ marpione e dentro con strafottenza e attitudine da veri emarginati della società. I nuovi personaggi sono quegli ingranaggi fondamentali dell’America repubblicana che riconosciamo bene oggi nelle mani di Trump, ma nonostante questo vengono rigettati e maltrattati dal sistema (assicurazioni, assistenza sanitaria). Perciò quello che cercano è vendetta, per riappropriarsi del diritto alla vita che gli è stato tolto, e a questo punto il fine giustifica i mezzi. Non si può certo dire che La Truffa Dei Logan, dal momento in cui accetta di inscriversi perfettamente in un genere, brilli per originalità (specie se si fa’ caso a trama e dialoghi, che sono comunque ben orchestrati).

Tralasciando poi la sceneggiatura, colma di buchi, è il tratto politico che Soderbergh da’ alla situazione dei Logan a convincere di più, quella necessità di immortalare l’americano medio , ed esaltarlo al di là di ogni possibile contraddizione. Inutile dire che tutto ciò risponde al termine “americanata”, però perdonatemi se la scena della gara di canto della figlia di Jimmy Logan (Channing Tatum), che intona Take Me Home, Country Roads di John Denver, farebbe venire la pelle d’oca a chiunque. Troppo tenera ed emozionante per essere ridotta ad una mera celebrazione dell’americanità. Tutto il film sa essere tenero grazie anche alla simpatia che ci mettono gli attori, nei botta e risposta e nelle battutine divertenti. Jim e Clyde (Adam Driver), con un ginocchio malconcio il primo e senza un braccio il secondo, decidono di dare una svolta alle loro vite tentando il grande colpo ad una celebre gara automobilistica, la Speedway. Jimmy ha tra l’altro appena perso il lavoro proprio per via delle sue condizioni fisiche non dichiarate, ma il suo impiego era proprio come operaio nei sotterranei della Charlotte Motor Speedway. A favore dei fratelli Logan gioca il fatto che al di sotto del circuito, proprio vicino al cantiere, durante i lavori si è aperto un passaggio verso i tubi pneumatici che trasportano il denaro. Il piano sembra studiato nei minimi dettagli e questo comprende far evadere di prigione il noto rapinatore Joe Bang (un grande ed inedito Daniel Craig) per avere un valido aiuto nell’eseguire il colpo. Naturalmente però di questo non dovrà accorgersene nessuno e al termine della rapina Joe dovrà tornare in galera come se niente fosse successo. Ce la faranno gli emarginati discriminati per i loro handicap fisici, fottuti dal sistema, fratelli Logan? Intanto sono sicuro di aver visto un film che rende giustizia ai personaggi e a quell’umorismo tagliente che rappresenta un cinema capace di mettere tutti d’accordo.

Zanini Marco

giugno 9, 2018 at 4:54 pm Lascia un commento

Solo: A Star Wars Story di Ron Howard recensione di Stefania De zorzi

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In “Solo:a Star Wars Story”, ultimo spin-off della saga di Guerre Stellari dedicato all’omonimo personaggio agli esordi della sua carriera di mercenario, il regista Ron Howard si cimenta con un’impresa facile e difficile allo stesso tempo: facile per l’affetto di vecchia data dei fan nei confronti di un (anti)-eroe ormai leggendario, e difficile per il confronto tra il poco conosciuto Alden Ehrenreich e lo splendente Harrison Ford degli anni Settanta – Ottanta.
Il giovane Han (Solo si scopre essere un nomen omen), in fuga dal pianeta Corellia, è costretto a separarsi suo malgrado dall’amata Qi’ra/Emilia Clarke: divenuto pilota spaziale e poi declassato a fante, dopo tre anni entra a far parte della banda capeggiata dall’avventuriero Tobias Beckett/Woody Harrelson. Dopo una rapina andata male, il protagonista ritrova Qi’ra al fianco del violento Dryden Vos/Paul Bettany, capo del sindacato criminale Alba Cremisi, per conto del quale sia lui che Beckett devono rubare il coassio, un prezioso iper-carburante. Nel corso di varie peripezie Han cerca di riconquistare l’ex-fidanzata sottraendola alle grinfie di Vos, e diventa pilota del Millennium Falcon.
Ron Howard gioca con i generi, incerto all’inizio fra toni ironici e drammatici: in una stazione spaziale squallida e popolata di clandestini inserisce richiami alla condizione odierna dei migranti oppressi e fuggitivi; subito dopo lo scenario diventa bellico, in una guerra che ricorda il primo conflitto mondiale, con trincee fangose e soldati massacrati in nome di una causa ingiusta. Finalmente Han incontra (o meglio si scontra) con Chewbecca, e da qui il film decolla, in un crescendo avventuroso che rilegge in chiave fantascientifica la classica rapina al treno, così come l’atmosfera glamour di certi film noir anni Quaranta (la scena nella lussuosa astronave di Vos, con Qi’ra diventata una sorta di pupa del gangster). La composizione narrativa è articolata ma coerente, col contorno di una simpatica droide-suffragetta, dello spregiudicato Lando Carlissian/Donald Glover, e di un titanico kraken spaziale, fino alle radici della ribellione contro l’Impero.
Non mancano alcune sbavature: Emilia Clarke difetta del fascino tenebroso che ci si aspetterebbe dal suo personaggio, mentre ad ogni scena romantica scatta un accompagnamento musicale melenso (quasi parodistica la scena nella cabina armadio del Millennium Falcon) . A parte questi peccati (veniali), Howard confeziona un film godibile, sostenuto da un ritmo forsennato e da una sceneggiatura solida, firmata da Jon e Lawrence Kasdan. Soprattutto il protagonista è azzeccato nell’aspetto, nei modi e nel ruolo: in un paio di momenti di grazia mostra perfino la smorfia sexy, irresistibile marchio di fabbrica di Ford.
Ritrovare Solo giovane e pimpante è una gioia, dopo averlo perso ormai vecchio e disilluso in maniera drammatica nel penultimo episodio della saga: in aggiunta l’eroe qui ha un candore scanzonato scevro da cinismo, è un po’cialtrone ma non troppo, e dà allo spettatore nostalgico l’illusione che tutta la grande avventura possa cominciare da capo, riattualizzando con brio una storia altrimenti già nota. Da vedere, prossimi al piacere ludico dell’ultimo Star Wars più che alle vette tragiche di “Rogue-One”.

giugno 1, 2018 at 3:48 pm Lascia un commento

L’isola dei cani di Wes Anderson recensione di Stefania De Zorzi.

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Dopo qualche anno di assenza dal grande schermo ritorna Wes Anderson, regista e sceneggiatore di “L’isola dei cani” (da notare che in originale “Isle of Dogs” è omofono di “I love dogs”), film di animazione girato in stop motion .
Nel Giappone del 2037 l’ambiguo Kobayashi, sindaco di Megasaki, bandisce tutti i cani con la scusa di una forma aggressiva e contagiosa di influenza che gli animali hanno misteriosamente contratto, e li confina su un’isola-discarica, completamente ricoperta di spazzatura. Atari, pupillo dodicenne del sindaco, ruba un piccolo areoplano e si reca sull’isola con l’intento di ritrovare l’amato segugio Spots; una banda di cani coraggiosi sopravvissuti agli stenti, capeggiata dal ribelle Chief, lo coadiuva nell’ardua impresa.
Il film omaggia affettuosamente oltre che l’animale ritenuto il migliore amico dell’uomo, anche il cinema di Akira Kurosawa, di cui Anderson dichiara di essere un ammiratore.
Il regista crea una distanza rispetto allo spettatore, sia geografica (l’ambientazione giapponese, per il pubblico occidentale), sia temporale (un futuro non troppo lontano), che permette riflessioni più libere in quanto svincolate da riferimenti politici o razziali immediati, su temi quali la manipolazione dell’informazione in democrazia, e la segregazione di innocenti nel nome della protezione della comunità locale. Il futuro rappresentato ha caratteristiche estetiche e tecnologiche retrò, con televisori, aerei, robot che sembrano provenire direttamente dall’immaginario futuribile degli anni Cinquanta/Sessanta.
L’effetto straniante è amplificato dall’uso del linguaggio, in quanto i cani parlano in un idioma comprensibile (in inglese in originale, doppiati da attori di gran fama fra cui Bryan Cranston, Edward Norton, Liev Schreiber e Scarlett Johansson), mentre gli umani si esprimono quasi esclusivamente in giapponese, non sempre tradotto, così che la prospettiva canina è preponderante nella storia. Anderson regala di rinforzo ai suoi protagonisti canini una gamma di espressioni molto più ampia rispetto ai personaggi umani, grazie a grandi e bellissimi occhi un po’ vetrosi, mentre gli sfondi rimangono volutamente piatti e bidimensionali.
Il risultato è uno dei suoi film migliori, una fiaba feroce destinata più agli adulti che ai bambini, in cui la trama, i dialoghi, la tecnica di realizzazione hanno una qualità raffinata e ipnotica: assolutamente da vedere, sprofondando nei molteplici livelli di lettura o godendosi semplicemente l’avventura di animali lontani dalle stucchevolezze disneyane, e di un ragazzino disposto a tutto per amore del suo cane.

maggio 25, 2018 at 12:09 pm Lascia un commento

AVENGERS (INFINITY WAR) di Anthony e Joe Russo – recensione di Stefania de Zorzi –

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In “Avengers: Infinity War”, i fratelli Anthony e Joe Russo, coadiuvati dagli sceneggiatori Christopher Marcus e Stephen McFeely, portano alle estreme conseguenze il concetto della squadra di super-eroi in lotta per il bene dell’umanità: sia per la formazione alquanto allargata di beniamini del mondo Marvel, sia per i confini entro cui la squadra opera, o meglio per l’assenza degli stessi, visto che il teatro dell’azione ha come limite il cosmo.
Thanos/Josh Brolin, titano crudele dotato di poteri semi-divini, intende impossessarsi di tutte le gemme dell’infinito, grazie alle quali potrà diventare il dominatore dell’Universo e realizzare le proprie apocalittiche ambizioni. Sul suo cammino trova come ostacolo irriducibile gli Avengers e i Guardiani della Galassia, che devono vedersela anche con gli spietati emissari dell’Ordine Nero, inviati da Thanos in avanscoperta a recuperare le gemme.
Sulla carta e per tutto il primo tempo sembrerebbe la realizzazione del classico cross-over Marvel, anche se più espanso e articolato del solito, nel quale l’interesse principale è per i duelli fra gli eroi di turno e i cattivi, allo scopo di salvare il mondo da qualche folle e sovrumana minaccia. Tuttavia nella seconda parte il film si incupisce ed evolve in una direzione quasi religiosa, perché Thanos, come suggerisce il nome, aspira a diventare un dio della morte ed opera con una logica che ricorda in modo inquietante il tema contemporaneo dello sfruttamento delle risorse da un lato, e concetti e citazioni dell’AnticoTestamento e del Taoismo dall’altro.
E’ Thanos il vero grande protagonista del film: molto più dei vari Thor/Chris Hemsworth, Spider-Man/Tom Holland, Star-Lord/Chris Pratt, Capitan America/Chris Evans, fascinosi e simpatici, ma un po’ persi in una frantumazione di personaggi che faticano a superare la bidimensionalità. Gli tengono testa, almeno in parte, Iron-Man/Robert Downey Jr e il Dottor Strange/Benedict Cumberbatch, dotati di un carisma attoriale che supera le battutine auto-referenziali; poco più che decorativa invece la presenza di Vedova Nera/Scarlett Johansson.
E’ un Marvel forte, che lascia scosso lo spettatore, quasi come il “Logan” dell’anno scorso: non privo di difetti (qualche ridondanza nei duelli prolungati, i dialoghi spesso parodistici, la moltiplicazione esponenziale di personaggi e luoghi), capace però di far presa su un livello profondo, quello dello scandalo e del terrore per il Grande Mietitore umanizzato da una lacrima, così come di momenti divertenti (sopra a tutti, il duetto fra Thor e Star-Lord). Le scenografie, molto belle, hanno una qualità che supera il fumettistico e raggiunge il pittorico: malgrado gli eccessi di coralità e l’incongruenza a tratti di toni allegri e drammatici, “Infinity War” è un film da vedere, armati di pazienza nell’attesa del sequel fra un anno esatto.

maggio 5, 2018 at 10:30 am Lascia un commento

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