JOKER di Todd Phillips recensione di Carlo Confalonieri

JOKER
Salti mortali temporali del Cinema.
Il futuro pare il presente e il presente è già futuro.
Accadde in BLADE RUNNER di Ridley Scott, FAHRENHEIT 451 di Truffaut, 1997 FUGA DA NEW YORK di John Carpenter e in QUINTO POTERE di Sidney Lumet.
Accade ora nel meritatissimo Leone d’Oro di Venezia, che parte da una rivisitazione futuristica del malvagio di Gotham City – ridotta a un cumulo di rifiuti anche umani – e arriva a parlare del nostro tempo.
JOKER è il nome d’arte che sceglierà Arthur Fleck alla fine di un percorso di soprusi, violenze, abusi, privazioni pubbliche e private ai danni della parte debole di una società spaccata in due.
I ricchi e i reietti a cui è negato tutto, bollati come diversi, confinati fra i sacchi d’immondizia di una metropoli simile alla NY anni 70 (che l’invasione dei topi traghettano in un nuovo medioevo futuristico) e l’ospedale psichiatrico come meta finale della diversità.
Da tale terreno subumano nasce il male, ma è il male prodotto da un altro male, quello del potere del denaro, della TV con il suo spettacolarizzare e ridicolizzare  ogni cosa ogni disgrazia ogni sofferenza, persino la malattia mentale (Alda Merini al Maurizio Costanzo Show), dell’economia predatoria che ha privato di tutto.
Su questo sfondo cupissimo ci arriva la risata stridula di Arthur ma è un grido di dolore, un disturbo neurologico, un delirio sonoro.
Compatto e avvolgente il magnifico film di Todd Phillips è come un viaggio ovattato in un incubo a occhi aperti, nel degrado psicologico e morale di un futuro che è specchio deformato e perfetto dell’oggi.
IL CINEMA COME ARTE SOVVERSIVA è il titolo dello splendido saggio di Amos Vogel e calza a pennello per JOKER,  l’opera più sovversiva dei nostri tempi addormentati.
Un grido che arriva dal basso, da NEL FONDO di Maxim Gorki (storica la messinscena di Giorgio Strehler) e si trasforma in un’esplosione di violenza e follia che non riconosce più le vittime e i carnefici.
Dove il collettivo e il politico non esistono più (come dirà Arthur/Joker a Robert De Niro che davanti alle telecamere vorrebbe umiliarlo per l’ennesima volta), resta solo il singolo e la sua disperazione inascoltata.
La risata terrificante, il viso martoriato, il corpo ridotto ad ammasso di ossa e nervi, le piaghe Cristiche, le movenze da teatro Kabuki appartengono a Joaquin Phoenix che le imprime indelebili su Arthur.
Il più grande  attore  vivente, che in MARIA MADDALENA interpretò Cristo e interpreta qui un altro Cristo.
Un Cristo nato dal male, elevato dagli ultimi a simbolo della loro disperazione.
Con quel sorriso rosso sangue, che entra sin da ora nel Cinema trasgressivo di senso e profondità.
Senza sconti, senza freni, come la materia di cui son fatti i sogni.
Soprattutto i peggiori.

ottobre 4, 2019 at 6:54 pm Lascia un commento

Ad Astra di James Gray recensione di Stefania De Zorzi.

AD ASTRA

 

Impavido, vulnerabile, il volto stropicciato dagli anni: in contrapposizione ai teen-ager dotati di super-poteri, Brad Pitt segna il ritorno dell’eroe adulto e minato da umane fragilità in “Ad Astra”, film diretto e in parte sceneggiato dal talentuoso James Gray.
In un futuro prossimo, Roy McBride/Pitt è l’astronauta prescelto dal Comando Spaziale degli Stati Uniti per andare su Marte e da lì inviare un messaggio fino a Nettuno. Fra gli anelli del lontano pianeta orbita l’astronave del Progetto Lima, guidata trent’anni prima dal padre di Roy, H. Clifford Mc Bride/Tommy Lee Jones, e da essa si irradia un “picco” che provoca devastanti tempeste elettriche sulla Terra.
Il film è la storia di un viaggio, tema tipico della fantascienza classica: dalla Terra alla Luna, poi su Marte, fino al remoto Nettuno, ai confini del sistema solare; attraverso l’avventura interplanetaria si rivela anche il percorso interiore del protagonista, abbandonato dal padre in nome della scienza quando era ancora un adolescente.
Il primo tempo scorre fluido, con soggettive vertiginose da un’impossibile torre di metallo alta chilometri, o sospesi nel vuoto cosmico, fuori dal comfort protettivo e claustrofobico della navicella. James Gray realizza una fantascienza dall’impianto realistico, e dà il meglio di sé nelle sequenze esplorative e avventurose, come nella rincorsa dei rover sulla Luna, o nell’ingresso carico di tensione nella stazione spaziale norvegese. Gli astronauti perdono temporaneamente volto, mentre il visore diventa lo specchio deformante di ciò che li circonda. E’ il  futuro, ma non troppo distante: le astronavi mantengono le forme riconoscibili di razzi e capsule, mentre sulla Luna l’uomo ha ricostruito, ironicamente, una banale attrazione turistica simile a tante altre sulla Terra, con gadget e centri commerciali.
Fin qui tutto bene: peccato che nella seconda parte il ritmo rallenti vistosamente, fra i verbosi flussi di coscienza del protagonista e l’incontro con la tanto sospirata figura paterna, che dovrebbe essere commovente, e invece risulta quasi grottesco. Gray nega ogni sorpresa allo spettatore sia nella trama che nella psicologia dei personaggi, affogando l’avventura spaziale in un imbarazzante e scontato apologo morale.
E’ un film che ricorda Two-face, il personaggio del fumetto di Batman, per metà bello e per metà sfigurato, su cui pronunciare un giudizio complessivo risulta difficile. Per fortuna che c’è Brad Pitt, il cui viso affascinante e mobile è ripreso in intensi primi piani dall’inizio alla fine: in modo ridondante e irresistibile.

ottobre 1, 2019 at 9:40 am 2 commenti

– E poi c’è Katherine – di Nisha Ganatra recensione di Stefania De Zorzi

KATE

 

Ogni epoca ha i suoi giullari, che intrattengono il popolo con scherzi sofisticati o grevi, spietati tanto con le cattive abitudini del loro tempo che con le proprie debolezze, in auge o presto in disgrazia a seconda dei mutevoli gusti del pubblico.
“E poi c’è Katherine” ha come protagonista un giullare contemporaneo, Katherine Newbury/Emma Thompson, dispotica conduttrice di un noto talk show che i responsabili del network, a causa del calo di ascolti, hanno deciso di sostituire a fine stagione. L’unica speranza per lei di rimanere è quella di rivitalizzare forme e contenuti di uno spettacolo fiacco e invecchiato, così da riguadagnare i favori popolari: ne sarà fautrice la neo-assunta Molly Patel/Mandy Kailing, dotata di un insospettato talento comico e soprattutto di uno sguardo “esterno” rispetto ad un mondo televisivo troppo ripiegato su se stesso.
Nisha Ganatra dirige una commedia brillante, che mette alla berlina le idiozie virali dei social e la volgarità di bassa lega di certi comici di successo, ma anche la rigidità sterile di chi disprezza il proprio tempo dall’alto di standard così elevati, da divenire astratti e noiosi. La regista è brava a evidenziare le contraddizioni della cultura occidentale in pieno ventunesimo secolo: la squadra degli autori è tutta al maschile per espressa volontà di Katherine, che odia lavorare con altre esponenti del sesso femminile; allo stesso modo Molly viene assunta non per le proprie competenze o capacità, ma solo perché donna, e di chiare ascendenze indiane. Il sesso, l’età, il colore della pelle sono armi a doppio taglio in una società che ama mostrarsi migliore di quello che è.
La sceneggiatura, scritta dalla co-protagonista Mandy Kailing, mescola con arguzia “Il diavolo veste Prada” (sebbene il personaggio di Katherine sia visto in chiave più comica rispetto alla temibile Miranda Priestly), “Ugly Betty” (America Ferrera e Mandy Kailing condividono fisicità prorompente, dolce determinazione, abbigliamento anti-convenzionale) e “The Office”, negli scambi cialtroneschi fra colleghi.
Dialoghi scoppiettanti e situazioni al limite del surreale si inanellano per buona parte del film a ritmo serrato, scivolando nel secondo tempo verso un finale un po’ prevedibile. Tutto il cast è strepitoso, dalla divina Emma Thompson (in lingua originale l’accento British esalta lo snobismo ironico del personaggio) alla simpatica Mandy Kailing, fino all’irresistibile squadra di autori, capitanata da Tom Campbell/Reid Scott e Charlie Fain/Hugh Dancy: le sequenze in sala riunioni sono da antologia, fra le più spassose viste al cinema negli ultimi anni.

settembre 20, 2019 at 7:01 pm Lascia un commento

IGGY POP – “FREE” recensione di Paolo Rosati

iggy-pop-free-album
Osservate l’interno della copertina dell’album e il vostro sguardo incontrerà l’immagine di un uomo che vi scruta, comodamente seduto al tavolino in un giardino.
L’uomo è avanti negli anni, le rughe sul viso sono come i segni che il tempo ha lasciato sul legno di una quercia antica, che ha resistito ad ogni stagione e a tempeste violente.
Mettetevi comodi. Ascoltate tutto l’album.
E soprattutto sgombrate la mente da un equivoco: questo disco non ha NULLA a che fare con Blackstar di David Bowie.
In quell’album un sassofono selvaggio e struggente accompagnava l’ultimo volo di uno spirito che si preparava al grande salto verso l’eternità o verso il nulla, a seconda dei punti di vista.
In questo disco potete ascoltare la magia del suono di una tromba che colora di immenso le atmosfere a tratti tese e a tratti dilatate di una narrazione musicale che racconta il raggiungimento del punto di equilibrio della vita di un uomo.
Non solo.
La presenza tangibile che si fa evidente nel testo di una canzone è quella del più grande rocker della storia, Lou Reed.
E se vogliamo trovare qualche similitudine musicale  occorre andare a “The Raven”, capolavoro di Lou Reed ancora sconosciuto per il grande pubblico che si bea di immagini e di facili idolatrie, anziché ricercare l’essenza più intima di una vera arte che nel rock è presenza e forza motrice.
Un album incredibile “Free”.
Intenso, a tratti intimamente feroce, a tratti intimamente ironico, cosparso di nostalgia e di dolcezza, intriso di una forza che sconvolge e conquista, la sublimazione di un artista che finalmente dovrebbe essere riconosciuto per chi è e non perché amico di qualcun altro.
La musica è la fusione calda di jazz, ambient, pop, rock, mainstream, poesia e teatro.
Iggy Pop esibisce una voce che mette i brividi: egli canta e recita, ti prende per mano con la forza delicata di un accompagnatore che ha il compito di farti da cicerone in una piccola galleria d’arte.
L’intensità e il calore del canto diventano il lento ma impetuoso racconto in un brano come “We Are The People”: Iggy recita Lou Reed, la sua voce è ferma, le sillabe delle parole sono come strali luminosi, i versi vengono scanditi con la delicatezza e la devozione verso un fratello, il cui ricordo diventa presenza. La tromba accompagna la recitazione insieme al pianoforte. Non ho parole per descrivere tanta bellezza, se non ammettere una profonda commozione.
“Free” è come l’alba dopo una lunga notte, una luce che si scorge alla fine di un tunnel, una scintilla dentro il buio di una caverna oscura.
“Free” è un album bellissimo, enorme, che incanta e affascina.
“Free” è la musica popolare del XXI^ secolo che trova la sua perfetta incarnazione nell’ultimo rocker vero e genuino.
“Free” è la compenetrazione perfetta fra la musica e l’interpretazione dell’artista. Un album come questo dovrebbe diventare l’esempio della perfezione di ciò che oggi si intende come musica contemporanea, intendendola aperta ad ogni contaminazione.
“Free” è la contaminazione perfetta.
Iggy Pop è oggi il più grande interprete di un genere che dopo essere diventato adulto vira verso la maturità. Se “Post Pop Depression” fu il capolavoro dove il rock celebrava la propria bellezza, “Free” è il canto di uno spirito ribelle che trova finalmente la propria libertà e la canta con l’ entusiasmo e l’immediatezza di un bimbo e la saggezza tranquilla di un vecchio.
Osservate lo sguardo dell’uomo seduto al tavolino nella cover interna del disco.
Troverete la pace.

settembre 10, 2019 at 9:37 am Lascia un commento

Avengers: Endgame regia di Anthony Russo & Joe Russo – recensione di Stefania De Zorzi –

avengers end

“Avengers: Endgame”, mantiene la promessa del titolo e conclude in modo definitivo la saga dei supereroi Marvel.
Nel precedente “Avengers: Infinity War”, il folle titano Thanos/Josh Brolin, dopo essersi impossessato di tutte e sei le gemme dell’infinito, aveva sterminato con uno schiocco delle dita metà delle creature viventi dell’universo. Il capitolo successivo prende le mosse a casa di Clint Barton (Occhio di Falco)/Jeremy Renner un paio di minuti prima che la tragedia si consumi, si sposta due giorni dopo su scala cosmica con l’arrivo di Carol Danvers (Capitan Marvel)/Brie Larson, e compie infine un salto di cinque anni, quando i protagonisti si riuniscono e intraprendono una serie di viaggi nel passato, nel tentativo di sottrarre le gemme e annullare l’Apocalisse.
Alla regia Joe ed Anthony Russo, tanto impavidi quanto i supereroi di cui narrano le gesta: in quest’episodio i due fratelli sfidano con spudorata disinvoltura le leggi che regolano i viaggi nel tempo secondo i canoni classici del genere e, cosa ancora più grave, osano modificare radicalmente gli attributi fisici e morali di alcuni personaggi, rendendoli quasi irriconoscibili agli occhi dei fan.
La prima ora indugia lenta su un mondo in lutto per i propri cari svaniti in cenere nell’aria (bello lo smarrimento iniziale di Renner, così come l’immagine degli alti memoriali su cui sono incisi i nomi delle persone scomparse), povera di azioni roboanti e di effetti speciali. Dopo l’introspezione, il silenzio degli assenti, la ricerca di ex-eroi allo sbando, la narrazione accelera improvvisamente, e lo spettatore viene coinvolto per le due ore seguenti in un gioco trascinante, che incastona sequenze di film passati nella trama come le gemme sul guanto dell’infinito.
Nebula/Karen Gillian è l’eroina femminile più interessante che si sia vista al cinema negli ultimi anni, capace fin dalle prime scene di un’evoluzione umana straordinaria, che la colloca ben al di sopra di Capitan Marvel o di Gamora/Zoe Saldana, rappresentate (e recitate) in modo molto più convenzionale. Iron Man/Robert Downey Jr, col volto smagrito e gli slanci di arroganza e di generosità, insieme a Cap/Chris Evans, incarnazione di un sogno americano dolce e impossibile, spiccano talentuosamente sulla moltitudine di eroi, fianco a fianco del procione Rocket, cui dà voce in originale Bradley Cooper, protagonista digitale ma non per questo di minor simpatia o spessore.


Verso la fine il film diventa affollato, forse troppo, ma la grande battaglia contro Thanos e il suo esercito è epica e alcune scene rimarranno nella memoria (limitando le anticipazioni, quelle che vedono protagonisti Cap, Thor e Iron Man). La parte conclusiva rallenta vistosamente, ma schiva la noia della ridondanza grazie alla svolta a sorpresa su un personaggio cardine.
E’ un film magnifico e imperfetto dal ritmo altalenante, in cui gli eroi giungono, sia caratterialmente che fisicamente, alle loro estreme conseguenze: da cui si esce dibattendo per ore sulle possibili incongruenze dei viaggi nel tempo, o sugli attributi negati di certi personaggi, che perdono la propria natura superiore e diventano “semplici” (forse banali, ma non è detto) esseri umani, o caricature di se stessi.
Lo spettatore percepisce un senso di ineluttabilità, la stessa vantata da Thanos, grandioso malvagio che conferisce una dimensione filosofico-religiosa al film. Fumetto, cinema e mitologia moderna si saldano insieme in un tutt’uno imperdibile, anche per chi non avesse conoscenza degli episodi precedenti.

Mag 11, 2019 at 7:23 pm 1 commento

Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia – L’annientamento di una civiltà regia Ciro Guerra, Cristina Gallego – recensione di Marco Zanini –

oro verde

 

In Colombia, alla fine degli anni sessanta, Zaida, giovane ragazza degli indiani Wayuu, viene scelta da Rapayet come moglie. Úrsula però, l’anziana della tribù, fissa la dote che Rapayet deve pagare per sposare Zaida: trenta capre, venti mucche, cinque collane e due muli. Per ottenerli il ragazzo vende marijuana a degli hippy americani. E’ l’inizio di un business che porterà grande ricchezza ma anche un devastante percorso di violenza.

Ciro Guerra e Cristina Gallego dirigono e raccontano una triste e sanguinosa fase della storia colombiana: il percorso del commercio della droga che negli anni ottanta vedrà la nascita del cartello di Medellìn e al contempo l’avvento del capitalismo che ha distrutto un microcosmo di piccoli clan pacifici e arretrati.

I due registi fanno guadagnare l’eccellenza formale al loro film inquadratura dopo inquadratura, rapendo lo sguardo dello spettatore con una fotografia sontuosa e attraverso rituali folcloristici da brividi. Il rosso del vestito di Zaida durante la danza del corteggiamento con Rapayet, i volti coperti dai veli bianchi e neri durante il funerale, la cantilenante messa funebre nella riesumazione di un corpo, i paesaggi che vanno dai deserti, alle foreste e alle spiagge colombiane. Questa cura per l’immagine, unita al ricorso quasi totale alla lingua indios sottotitolata, affiancata allo spagnolo e all’inglese, donano un tocco documentaristico che esplode improvvisamente nel cinema gangster, che fa’ sembrare Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia una sorta di poetico Scarface colombiano. I richiami alla tradizione però per Guerra e Gallego sono si emozionanti e raffinati, ma anche una condanna per i Wayuu. Nonostante infatti Rapayet avvii un florido commercio di droga con nobili propositi, deve continuamente fare i conti, non solo con individui violenti delle tribù rivali con cui si mette in affari, ma anche con l’attaccamento di Úrsula alla tradizione e ai messaggi precognitivi che le arrivano da una grande entità chiamata “sogno”. E Úrsula questa riconoscenza verso gli antichi non la perderà mai, nemmeno quando le cose precipiteranno sul serio. Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia infatti non parla solo dell’intervento annichilente del capitalismo come arma di distruzione e come mezzo di sudditanza dell’uomo al potere, ma anche della sua incompatibilità con una realtà estremamente conservatrice e attaccata a valori che non c’entrano nulla con la società occidentale. Lo stesso sogno di arricchimento ed immagine che snaturerà completamente i Wayuu portandogli indumenti, macchine sempre più grandi, un quantitativo spropositato di armi e case che sembrano castelli, ma anche una ferocia e una spietatezza inarrestabili. Da benessere tutto si trasforma in terrore quando il rispetto impone che un torto subìto debba essere vendicato e represso nel sangue.

Non è solo una fetta di Colombia ad essere ingurgitata dagli Stati Uniti, che indifferenti contribuiscono alla cancellazione dei rimasugli di una civiltà già colonizzata, ma anche il tessuto cinematografico, che muta in terrificante action videoludico con una sparatoria degna di Michael Mann. Il film di Guerra e Gallego attacca tutto: l’ottusa ed insensata religiosità Wayuu, i soldi, la ricchezza, quel commercio della droga senza regole, la violenza disumana, la forma aberrante che acquisì il movimento hippy che arrivò a demonizzare il comunismo e ad esaltare il capitalismo. Nelle parole di Carmiña Martínez, interprete di Úrsula: “I narcos oggi sono di moda e Hollywood ci lucra.”, giusto per chiarire il messaggio. Nel film nessuno piange perchè ogni reazione emotiva è annientata dalle pallottole, ma Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia è il tardivo pianto disperato di un popolo.

Zanini Marco

Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia – L’annientamento di una civiltà.

 

Mag 4, 2019 at 7:07 pm Lascia un commento

Captive State un film di Rupert Wyatt recensione di Stefania De Zorzi

captive
“Captive State”, film di fantascienza diretto da Rupert Wyatt, si definisce in primo luogo in negativo, per tutto ciò che non è.
Non è un film di effetti speciali, pochi e appena accennati, con alieni intravisti nell’oscurità, e navicelle spaziali dai contorni indefiniti, simili a rocce sospese nel cielo come in un quadro di Magritte.
Non è neppure un film di eroi ed eroine di bell’aspetto dotati di super-poteri o di armi iper-tecnologiche, in cui lo spettatore possa identificarsi in una visione sublimata di se stesso: i fratelli protagonisti della rivolta, Gabriel/Ashton Sanders e Rafe Drummond/Jonathan Majors sono due attori semi-sconosciuti dal volto anonimo e dall’armamentario assai limitato, mentre domina le scene la figura massiccia e moralmente ambigua di William Mulligan/John Goodman.
Di contro, il futuro prossimo messo in scena da Wyatt echeggia in modo sinistro tormenti e ansie contemporanee: dalle mura inaccessibili dietro cui si trincerano gli alieni per escludere un’umanità derelitta, al tracciamento spietato di ogni singolo individuo, per finire con lo sfruttamento distruttivo delle risorse del pianeta, in collaborazione con una classe politica disposta a sostenere qualunque atrocità pur di salvaguardare i propri interessi e privilegi. Sempre lavorando per sottrazione, il mondo degli alieni è tanto più spaventoso in quanto mai completamente visto o conosciuto: il nemico extra-terrestre vede e controlla tutto, con l’aiuto di una scienza tecno-organica dalle connotazioni onniscienti (giusto un gradino più in là degli algoritmi che quotidianamente trasformano in parametri la nostra identità), mentre gli esseri umani combattono quasi alla cieca, in una condizione di tenebra fisica e psicologica. La fotografia corrobora il clima di incertezza e di precarietà con l’uso di colori desaturati, in un mondo grigio e offuscato in cui lo spettatore respira lo stesso alto tasso di polveri e di fumi dei protagonisti.
Wyatt si muove nel territorio politico di “V per Vendetta”, così come nella distopia violenta e opprimente di “Brazil”, incitando alla guerra e alla resistenza anziché alla ricerca dell’armonia e della pace, che in certi tempi non sono perseguibili.
Il ritmo è serratissimo fin dalle prime sequenze, con le scritte verdi dall’aria vagamente antiquata che riassumono in pochi minuti l’antefatto della dominazione aliena; la storia è compatta e ben congegnata, anche se relativamente prevedibile nel suo svolgimento.
Nel complesso è un film interessante, da vedere a dispetto della mancanza di sorprese e di protagonisti per i quali provare empatia, sia per l’ottima regia che per le riflessioni suscitate in maniera avvincente e non didascalica. Forse un po’ manicheo nella contrapposizione tra alieni-schiavisti e umani tragicamente eroici, ma efficace.

aprile 2, 2019 at 12:21 pm Lascia un commento

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