Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istanbul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est,di Annalisa Bendelli SECONDA (ri)VISIONE: “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij, 1962

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In questa licenza d’indugio, vagabondaggio, vacanza dello spirito che mi sono presa e forse infliggo al popolo di Alphaville (ma questi in gran parte avrà trovato riparo in più ameni siti vacanzieri), seguendo sterrati e vie d’acqua e di fango, dalla bonaccia incantata delle paludi padane trapasso a nord-est nella taiga allagata del disgelo, lungo il corso del Dnepr, dove nell’oscurità livida a tratti illuminata dai bengala, un ragazzino dal viso d’angelo e dall’espressione cupa e accigliata, nuota e guada il fiume, circospetto.

Ancora l’acqua deuteragonista, regno dell’anomia e del nulla, che lambisce canne e tronchi d’albero, si allarga in pozzanghere, inonda il bosco, le betulle che nell’aria fosca disegnano grafismi eleganti… meravigliosi pur nell’atmosfera parainfernale, di palude stigia…

Il ragazzino è un informatore dell’esercito russo, sul fronte a Est, durante la seconda guerra mondiale, attraversa il fiume e le linee nemiche in missioni impossibili perché, piccolo e sottile, riesce a passare dove gli adulti non potrebbero.

Privato precocemente della spensieratezza dell’infanzia è un piccolo soldato, determinato e cattivo, severo e accigliato. Si muove con piena cognizione, conosce i luoghi e la natura, raccoglie indizi e segni, aghi di pino, pezzi di corteccia, foglie…

L’incanto della natura, l’età dell’oro vagheggiata o rimpianta, è territorio del ricordo e del desiderio, è materia di sogno, tra acqua, cielo, terra, il bosco incantato e luminoso, le visioni di declivi e pianori, le betulle e le allodole (come i cuculi nella boscaglia padana di Avati), la spiaggia assolata, l’acqua fresca nel secchio, i girotondi felici dei bambini, gli occhi glauchi della mamma, il cielo stellato catturato nel fondo del pozzo, come le strelle nei fossi della palude deltizia di Comacchio…

Ma il tentativo di afferrare la stella è bruscamente vanificato da uno sparo che lacera l’incanto: il ritorno alla realtà è segnato dal corpo riverso della mamma, a fianco della bocca del pozzo.

La realtà è un incubo reso in toni neri e plumbei, il bosco e il fiume e le paludi con i segni della devastazione della Storia, realistici e simbolici insieme.

La guerra non è narrata in modo tradizionale, non scene d’armi, nessuno schieramento… si vede solo nei volti, nelle costruzioni dell’uomo e nella natura desolate e sfregiate… nello sguardo duro del ragazzino privato atrocemente della serena quotidianità familiare e della felicità.

Sorvolando su alcune lungaggini compiaciute, su divagazioni narrative, sul glamour un po’ vanesio e atteggiato del fanciullo diafano-dorato, troppo querulo ed elegante nel dolcevita mélange (in quei modaioli fifty-sixty non ne fu immune nemmeno il rigoroso, integerrimo mondo sovietico), restano potentemente impresse nella retina e nell’anima immagini bellissime e visionarie nell’alternanza di sogno e incubo, secondo la sintassi poetica teorizzata con forza dal regista nel suo ‘Scolpire il tempo”…

Un’ultima considerazione: l’accusa e il sospetto di molta critica d’epoca e di oggi di formalismo e calligrafismo compiaciuto suonano anche in questo caso falsi e fuorvianti… soprattutto ciechi di fronte al lirismo autentico e alla forza espressiva e figurativa di una delle prime grandi prove di un grande regista.

agosto 23, 2016 at 10:31 am 5 commenti

Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istambul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est di Annalisa Bendelli

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PRIMA (ri)VISIONE: “Le strelle nel fosso” di Pupi Avati

Irredimibile padana ho fin dall’adolescenza vagheggiato sulle ironico – epiche note gucciniane l’approdo a un Ovest promettente, progressivo e migliore … Le strade asfaltate, le autostrade, correvano verso Ovest, lasciandosi alle spalle, scavalcando, paesaggi, l’Oceano stesso, verso le highway americane…

Ma cosa è rimasto a Ovest, ormai, poco o nulla da vagheggiare… gli approdi non si scorgono più, il mainstream si è rivelato cul de sac.

Tanto vale cambiare orientamento, in questa epoché estivante, ritrovare l’oriente, appunto, magari seguendo sterrati e vie d’acqua, quel Padus, che la via consolare emiliana costeggia, dal corso lento sinuoso così propizio agli impantanamenti, fino a farsi palude, acquitrino e poi perdersi nel più vasto stagno dell’Adriatico..

E nella lentezza del viaggio ritrovare umori, atmosfere originali, anfratti, cunicoli e misteriose vie laterali, incanti e sortilegi, come le “strelle”che brillano nel fosso di ineffabile e arcana poesia nel bellissimo film del 1979 di Pupi Avati, prezioso e pur dimenticato, si disse per sfortunate combinazioni distributive e mediatiche.

Una favola, anzi una concatenazione fiabesca, dall’oggi all’Ottocento del Narratore, l’acchiappatopi errante, al Settecento dell’arcana e bislacca storia dei quattro figli maschi dell’anziano Giove isolati in un recesso del mondo, la casona diroccata nella palude deltizia di Minerbio, in una ruvida, rustica, chiusa, condizione di adolescenti a oltranza, fino all’arrivo di Olimpia, la bellissima musicista ambulante, con la sua femminilità insieme raffinata e sorgiva, ingenua e sofisticata.

Anche Olimpia, nel suo viaggio da Rovigo verso la villa del conte Pepoli, signore e folle (per un colpo di sole in testa) custode della palude, abbandonata la via maestra, si impantana, felicemente direi, e, dopo lo smarrimento e lo sconforto iniziali, decide di restare nella casa dei cinque uomini, portando bellezza, freschezza, grazia e felicità in quella repubblica maschile malinconica, solitaria e selvatica…

Piccolo miracolo e sortilegio con sentore di favola orientale, quell’oriente che traluce malioso nell’acqua dalle iridescenze meravigliose, la pipì dei turchi di Costantinopoli che pisciano nel mare per far dispetto a quelli della sponda opposta, il giorno di Santa Caterina, secondo la bizzarra spiegazione di Silvano a una attonita e divertita Olimpia…

E il tema della pipì percorre come un rivoletto luminescente, infantilmente irriverente, la storia, dalla sosta della carrozza delle dame dirette a palazzo che lasciano nell’erba del fosso laghetti baluginanti spiati e traguardati dai ragazzoni appostati in estasiato imbarazzo prepubere, ai discorsi sul ‘pipì’ delle donne e degli uomini nel confronto di serafica e fanciullesca sfrontatezza cui didatticamente si presta Olimpia sollevando il gonnellone- corolla per mostrare a Bracco, il fratello piccolo che doveva nascer femmina, il suo pipì-pistillo…

Preziosismi colti e raffinati, colori di maiolica, avorio, rosa antico, pervinca e malva, richiami pittorici si mescolano a toni e sapori popolareschi e ingenui, Olimpia è una mirabile putta-putea ritagliata dai dipinti di Tiepolo o dalle aggraziate e leziose figurine muliebri di Watteau e Fragonard, con una sua carnalità e floridezza composta e attillata negli abiti settecenteschi serici e cangianti, svolazzanti di trine, i ricci ribelli ed esuberanti acconciati e raccolti con grazia, ineffabile eleganza e naturalezza insieme… Santa Rosalia, la santa bambina che il vecchio Giove invoca perché non lo faccia addormentare per non rischiare di non risvegliarsi più… è una porcellina rosea e paffuta che appare magicamente, seduta sul trespolo-altarino da chiesetta di campagna… e ancora c’è il gotico-padano così congeniale al regista, popolato di lemuri, demoni, fantasmi, l’ arciprete defunto che ritorna in visita di cortesia, il chierico annegato nel fosso che insegna a Silvano a leggere dal librone di chiesa in latino, le sorelle streghe murate dietro il camino, da dove rantolano i loro lamenti, eternamente perseguitate dalla madre morta che rivuole indietro la sua gamba d’oro (le figlie gliel’avevan sottratta prima di seppellirla)…

Bucolico e arcadico, protoromanticismo alla Emily Brontë (le scorribande dei fratelli e della fanciulla attraverso la palude- brughiera), elegiaco felliniano (insufflato dal clarinetto di Henghel Gualdi sullo struggente leit motiv della colonna sonora), confluiscono finale ‘orfico’ (così lo definì un colto critico all’epoca) del matrimonio multiplo, una sorta di baccanale meravigliosamente manierato, un’orgia estetizzante che sublima in quadri di assoluta bellezza, eleganza di gesti e movenze, cromatismi e simbolismi raffinati, la gozzoviglia di tradizione padana, con tanto di musi affondati nel cocomero e nel vino lustrale…

Trovo datate le riserve espresse a suo tempo – eran tempi in parte troppo svagati, in parte troppo seriosi – sui tratti estetizzanti dell’opera, perchè in essi io ravviso piuttosto la sublime qualità poetica ed estetica del film, a consegnarci – propiziato, evocato, suscitato e risuscitato dall’adulto estroso, raffinato e sensibile che è Avati, – l’incanto infantile dentro una natura estatica e magicamente bloccata, i meriggi assolati, le fronde che danno frescura e sussurrano misteriose nell’aria serotina, i sorrisi immemori, gli specchi d’acqua dove sgambettavamo sciabordando ignari e felici, i boschi delle cicogne, gli stagni dei girini, le scale fresche e polverose dei casali di campagna… un eden separato in cui si coagulano e vaporano, come da uno stagno fatato, gli incanti dell’infanzia mitica e mitizzata di ognuno di noi…

Mi si conceda un’ultima piccola provocazione… sempre più convinta partigiana del cinema di immagini e visioni più che di azioni, darei la palma, insieme al regista, non tanto alla squadra prediletta degli attori (Capolicchio, Cavina, Delle Piane…), questi sì relegati in una recitazione compiaciuta, piuttosto datata, da guitti-saltimbanchi padani, gigioni paghi del favore del ‘maestro’ pigmalione, darei la palma dicevo agli assistenti-artigiani apprendisti stregoni che hanno collaborato e supportato il regista nella sua stregonesca impresa, al compositore Amedeo Tommasi, al direttore della fotografia, quel Franco delli Colli che ha ripreso mirabilmente l’habitat padano delle Valli di Comacchio, alla costumista e scenografa Luciana Morosetti … credo si debba in gran parte a costoro la suggestione magica della visione finale di Olimpia biancovestita in fuga verso la carrozza che porta a palazzo, libellula, farfallina, falena, fantasma… seducente e dolcissimo angelo sterminatore…

agosto 10, 2016 at 10:13 am 3 commenti

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEI MESI DI MAGGIO GIUGNO

REVENANT –Alejandro González Iñárritu

REVENAT

THE DANISH GIRL –Tom Hooper

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The Hateful Eight – Quentin Tarantino

8

Dio esiste e vive a Bruxelles –Jaco Van Dormael

DIO

True Detective 2-Cary Fukunaga

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Carol –Todd Haynes

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Perfect Day –Fernando León de Aranoa

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Remember  –Atom Egoyan

rember

Vergine giurata –Laura Bispuri

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Quel fantastico peggior anno della mia vita – Alfonso Gomez-Rejon

peggior anno

luglio 6, 2016 at 11:31 am Lascia un commento

LA CLASSIFICA DEI CD PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEGLI ULTIMI 6 MESI

David Bowie -Blackstar-

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Iggy Pop  -Post Pop Depression-

 

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Vinicio Capossela –Canzoni della Cupa

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Ezio Bosso –The 12th Room-

bosso

Radiohead -A Moon Shaped Pool-

radio

PJ Harvey -The Hope Six Demolition Project-

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Coldplay -A Head Full of Dreams-

cold

Paolo Fresu -Mare NOstrum II-

fresu

Afterhours -Folfiri o Folfox-

folf

Paolo Fresu Omar Sosa Eros

PaoloFresu

 

luglio 5, 2016 at 6:33 pm Lascia un commento

Quel fantastico peggior anno della mia vita -di Alfonso Gomez-Rejon- recensione di Stefania De Zorzi

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“Me and Earl and the Dying Girl”, tradotto atrocemente nella
distribuzione italiana in “Quel fantastico peggior anno della mia
vita” è un tesoro nascosto, cui forse il passaparola può regalare
maggiore visibilità almeno in dvd, sul piccolo schermo. Thomas
Mann/Greg Gaines è un cinefilo timido e imbranato, all’ultimo anno di
liceo, che si diverte a girare fantasiose e strampalate parodie dei
classici del cinema con il suo “collaboratore” RJ Cyler/Earl, cercando
nel contempo di rendersi invisibile agli occhi delle “tribù” di
teen-ager che popolano la sua scuola. Fino al giorno in cui, obbligato
dalla madre, inizia a frequentare Olivia Cooke/Rachel Kushner, sua
coetanea ammalata di una grave forma di leucemia. Alfonso Gomez-Rejon
dirige un film sorprendente e delicato, lontano anni luce sia
dall’artificio zuccheroso e patinato, sia dalla violenza gangster di
tante produzioni dedicate agli adolescenti. Sorprendente per le
trovate stilistiche, con le sensazioni del protagonista suggerite
attraverso stacchi in stop-motion, o dialoghi con poster parlanti, e
con una voce narrante che dà anticipazioni inaffidabili sul destino
dei personaggi. Delicato per la compenetrazione fra tristezza e
felicità, fra i tempi migliori e i tempi peggiori; mentre l’amicizia
fra un ragazzo dalla faccia “marmottosa” e una ragazza malata di
cancro potrebbe trasformarsi in innamoramento a sfondo tragico, e
invece rimane miracolosamente in bilico, un sentimento forte e
profondo che non sfocia nel romanticismo a buon mercato. Le “opere”
girate da Greg e Earl sono un omaggio dolce e irriverente al miglior
cinema di sempre, da Herzog a Kubrick, passando per Kurosawa e
Truffaut. Si sorride e ci si commuove in ugual misura, riconoscendosi
in quelle facce un po’ così, che il regista evidenzia in primi piani
intensi, alternati a sobborghi vagamente fiabeschi: in uno stile che
rielabora in modo assolutamente personale “Super 8” di Spielberg e le
suggestioni fiabesche di Wes Anderson.

luglio 2, 2016 at 12:06 pm 1 commento

LA PAZZA GIOIA di Paolo Virzì recensione di Stefania De Zorzi

pazza gioia

Bello fin dal titolo l’ultimo film diretto da Paolo Virzì, “La pazza
gioia”, evocativo in modo ironico dei disturbi mentali delle due
protagoniste. Valeria Bruni Tedeschi/Beatrice Morandini Valdirana e
Micaela Ramazzotti/Donatella Morelli sono in cura presso l’ospedale
psichiatrico Villa Biondi; mitomane l’una, depressa e masochista
l’altra, approfittano della momentanea distrazione dei loro guardiani,
per allontanarsi e vivere una giornata di imprevista libertà, cercando
al tempo stesso di ricontattare le rispettive famiglie. Virzì è bravo
nel ritrarre due figure femminili apparentemente agli antipodi quanto
a estrazione socio-culturale (semplice e proletaria quella di
Donatella, sofisticata e aristocratica quella di Beatrice), che
sviluppano nel corso del film un’amicizia e una complicità alla Thelma
& Louise (apertamente citate nella scena della fuga sulla cabrio
rossa). Così come è abile nell’evitare le trappole del facile
manicheismo: a governare il sistema ci sono medici, psichiatri,
assistenti sociali, giudici, buoni e cattivi (la colpa di questi
ultimi è soprattutto nella pedanteria o nella superficialità di
giudizio), mentre gli altri personaggi di contorno rivelano
un’insospettata umanità o viceversa un feroce egoismo. La famiglia
tradizionale dei padri e delle madri naturali viene messa alla
berlina, allo stesso modo dell’affetto malriposto in compagni indegni,
sorgenti venefiche dell’insania di Beatrice e Donatella. La vera
famiglia è paradossalmente quella di Villa Biondi, o quella adottiva
del piccolo Elia; e il senso di esistenze tragicamente fragili
scaturisce dall’amicizia fra le due donne, rivelato dal bellissimo
“Cosa farei senza di te”. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da
Virzì e da Francesca Archibugi, alterna comicità e dramma, sfumature
delicate e crudeltà impietosa; così come la fotografia bagna di luce
morbida e soffusa i bei paesaggi agresti della campagna toscana,
rispetto alla luce livida degli ospedali, o al lusso ricercato di
ricche magioni. Un altro bel film italiano da non perdere, che lascia
lo spettatore nel dubbio sul confine fra follia e normalità: fra ciò
che siamo abituati ad accettare, malgrado la sua mostruosità, e ciò
che invece rifiutiamo, perché ci mostra la parte più debole e
potenzialmente disadattata di noi stessi.

giugno 4, 2016 at 11:32 am Lascia un commento

Captain America: Civil War di Joe Russo, Anthony Russo recensione Stefania De Zorzi

capitan american

Ragion di stato o ragione (e sentimento) personale? Egocentrico genio
di successo o malinconico bravo ragazzo fuori dal suo tempo? “Captain
America: Civil War” mette a confronto le due anime preponderanti dei
Vendicatori, Iron Man/Robert Downey Jr e Capitan America/Chris Evans,
in una storia tratta dall’omonima saga a fumetti, e diretta da Anthony
e Joe Russo. Il film prende le mosse dagli episodi precedenti: dopo la
distruzione di Sokovia e il riconoscimento di Bucky Barnes nei panni
del feroce Soldato d’Inverno, scoppia una bomba nella sede delle
Nazioni Unite; l’attentatore viene identificato in Bucky, ritrovato
amico di gioventù di Cap. Quest’ultimo, convinto della sua innocenza,
non esita a diventare un fuorilegge e ad affrontare l’ex-compagno Iron
Man in una battaglia senza esclusione di colpi, pur di scoprire la
verità. E’ solo l’inizio di una trama complessa, che si edifica (forse
troppo) lentamente nella prima parte, incastrando in un puzzle
elaborato passato e presente, mentre via via si moltiplicano
personaggi, nomi e volti, finché la matassa si dipana e l’azione
subisce una brusca accelerazione. Spicca per originalità e sense of
humour il primo incontro fra Tony Stark e un imberbe Uomo Ragno,
interpretato da Tom Holland, affiancato da zia May/Marisa Tomei,
sorprendentemente giovane ed attraente. La sequenza dello scontro fra
supereoi all’areoporto vale da sola la visione del film, ed è in
assoluto una delle migliori viste in un cine-comic: con l’Uomo Ragno
saccente e ancora un po’ maldestro, Ant-Man che di volta in volta
diventa un agile lillipuziano o un gigante goffo, oltre naturalmente
ai duelli aerei e di terra, mentre camion, areoplani e torri di
controllo vengono accartocciati e sbriciolati in uno spettacolare
gioco per adulti. La tavolozza di personaggi ben caratterizzati è
dominata dal solito Robert Downey Jr, ma si fanno notare anche il
giovane Tom Holland e il nuovo arrivato Pantera Nera/Chadwick Boseman.
La soluzione del complotto-rompicapo è un po’ deludente, in una caccia
al tesoro in cui dopo molto penare il premio non è granché; rimane
comunque un film da vedere, con la raccomandazione per i profani del
genere di farsi un ripasso degli avvenimenti antecedenti prima di
arrivare in sala.

maggio 23, 2016 at 4:00 pm Lascia un commento

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