TRAFFICANTI di Todd Phillips -recensione di Stefania De Zorzi-

trafficanti

“Finché c’è guerra c’è speranza”: così recitava un film di Alberto
Sordi negli anni Settanta, e potrebbe essere lo stesso motto di
“Trafficanti”, commedia dalle sfumature grottesche diretta da Todd
Phillips. David Packouz/Miles Teller ritrova ad un funerale l’amico
del cuore, nonché compagno di marachelle, Efraim Diveroli/Jonah Hill.
I due fanno società, espandendo in breve tempo un fiorente commercio
d’armi col Pentagono; l’acquisizione di una grossa commessa li mette
in contatto con Henri Girard/Bradley Cooper, un criminale sulla lista
nera del governo americano, che procaccia loro un colossale
quantitativo di munizioni dall’Albania. Phillips non si concentra
tanto sui risvolti etici del traffico d’armi in quanto sorgente di
morte e violenza, quanto sul nuovo sogno americano, dove “Scarface” è
l’eroe amorale preso ad esempio da pallidi epigoni, tanto avidi quanto
superficiali. Nel mondo nuovo in cui si muovono con brillante
spregiudicatezza David ed Efraim, la metastasi dei valori e dei
significati è evidente: in una delle scene migliori del film, Efraim
scaccia in malo modo un candidato all’assunzione che ha avuto l’ardire
di sottolineare la mancanza di significato dell’acronimo della ragione
sociale della compagnia, così come l’ignoranza del suo titolare. Ma
anche il governo americano non è da meno, nell’accettare per amore di
risparmio l’improbabile offerta dei due protagonisti; mentre fa
riflettere la facilità con cui l’idealista Iz/Ana de Armas accetta che
il marito David commerci in missili e fucili, purché le dica sempre la
verità. Todd Phillips cita, oltre a Scarface, l’estetica glamour di
Miami Vice, e fa un breve accenno auto-referenziale a “Una notte da
Leoni”, nella sequenza ambientata a Las Vegas. La violenza della
guerra e dei suoi attori, siano essi militari in comando, commissioni
governative, o loschi figuri sospettati di terrorismo, è volutamente
sfiorata; non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, e i
personaggi, malgrado le azioni via via sempre più ai limiti
dell'(il)legalità, non evolvono, semmai si svelano progressivamente.
Jonah Hill è il migliore, con il suo Efraim in perfetta mimesi coi
desideri dei suoi interlocutori, camaleonte vuoto e arrogante. Film
divertente, anche se non molto originale, che mette alla berlina le
nuove logiche di mercato e di successo, piuttosto che i meccanismi
della guerra.

settembre 27, 2016 at 4:26 pm Lascia un commento

Feria d’agosto in differita: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istanbul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est, di Annalisa Bendelli QUARTA (ri)VISIONE: “Alexander Nevskij” di Sergej M. Ejzenstejn, 1938

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Fatico a lasciare la grande Russia… mentre mi volgo a Occidente, vicino al confine, vado a Nord, da Novgorod a Pskov, la regione affacciata sul Baltico dei grandi laghi glaciali, delle praterie e foreste boreali, le grandi distese , le terre contese nei secoli passati tra Tedeschi, Svedesi, Mongoli.

Del principe di Novgorod, Alessandro, il popolo russo ricorda la sconfitta inflitta agli Svedesi, sulla Neva, da ciò l’appellativo, “Nevskij”.

Ho appena lasciato la Russia di Rubliev rievocata da Tarkosvkij, risalgo ancora di un secolo sulle tracce del grande condottiero…

Seguo le indicazioni di un caro amico, è lui che mi ha parlato del film di Ejzenstejn, della grandiosa rappresentazione della grande battaglia del lago ghiacciato, il lago Peipus, dove si scontrano i Cavalieri dell’Ordine Teutonico e l’esercito della Rus’ guidato da Nevskij.

Più ancora che una rivisione questa è una condi…visione, davvero la devo al mio amico, alla sua evocazione commossa del momento epico e mitico: gli schieramenti contrapposti, l’arrivo della cavalleria nemica che penetra a cuneo nello schieramento avversario, i paesaggi lunari e sospesi, prima e dopo la battaglia, la scena della crosta gelata che si crepa e inghiotte i Teutoni in rotta…

Lo aveva visto da ragazzo, molti anni fa, ne ha mantenuto un ricordo vivido, l’emozione, direi quasi l’esaltazione, suscitata dalla carica della cavalleria teutone – i bianchi manti, i vessilli e gli stendardi crociati – dalla solennità della celebrazione religiosa negli attendamenti dei Cavalieri germanici, dalla musica suggestiva di Prokofiev (è il primo film sonoro di Ejzenstein, “in cui il contrappunto audiovisivo combinava organicamente il montaggio delle immagini e la partitura di Prokofiev”, scrisse G. Sadoul).

Ho la sensazione di averlo visto, il film, ancor prima attraverso le parole del mio amico… il suo sguardo emozionato (proprio lui che so essere uomo colto e sensibile ma schivo, trattenuto, poco incline a esternare sentimenti, emozioni).

E’ un film di ricostruzione storica e di propaganda indiretta, in chiave patriottico nazionale – i Teutoni che prefigurano i Nazisti invasori, il film è girato nel 1938 , con quegli elmetti dei fanti che rozzamente precorrono la foggia delle Sturmtruppen – ma non è questo che conta…

… non conta perché la sua forza espressiva è altrove, è nella potenza visionaria delle immagini, in quel cielo metafisico di nuvole grigio argento, nelle distese d’erba mossa dal vento, nella luce abbagliante sulla superficie dei laghi, nella rappresentazione della battaglia, che trae ispirazione nell’arte figurativa quattrocentesca (Paolo Uccello, Piero della Francesca), nella grandiosità delle scene di massa… in quegli sfondi che, nella loro stilizzazione, sono scenari, fondali di teatro, opera lirica (il regista lavorò come scenografo teatrale negli anni Venti, per Mejerchol’d).
E c’è una focalizzazione metonimica degli elementi che assurgono a simboli, di operosità, lavoro, civiltà: le prue ‘normanne’ delle navi ancorate, le reti dei pescatori, i tronchi di legno tagliati, le grandi campane che diventeranno tanto care a Tarkosvkji, le croci, gli elmi e le scuri…Abbastanza paradossale ma significativo nel contempo che la pellicola, premiata per l’osservanza dei canoni del realismo sovietico, sia tutt’altro che realistica, c’è piuttosto lirismo, epopea, simbolismo, dicevo, soprattutto grande tensione estetizzante, vi confluiscono le esperienze surrealiste, futuriste, le varie avanguardie primonovecentesche frequentate da Ejzenstejn.

Ho chiesto al mio amico per chi parteggiasse: non per l’esercito del popolo russo arruolato da Nievskij, mi ha confessato, ma per i Cavalieri tedeschi… mi viene il sospetto che Ejzenstein stesso, almeno dal punto di vista estetico e figurativo, parteggiasse per i nemici della grande Russia…

Un consiglio: vedetevelo (anzi ri…vedetevelo) in lingua russa, con i sottotitoli in italiano… il doppiaggio nella nostra lingua è come quasi sempre un po’ penoso… quanti danni ha fatto l’impostazione scolastica retorica e classicheggiante da noi, anche nella dizione degli attori, atteggiata, manierata, declamatoria, convenzionale e falsa, vuota ed esangue, ridicola infine… ma questa è un’altra questione… o no?!

 

settembre 19, 2016 at 11:53 am 3 commenti

Il diritto di uccidere di Gavin Hood -recensione di Stefania De Zorzi-

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Esiste un modo “giusto” in senso legale, politico ed umanitario per
combattere una guerra? E’ l’interrogativo messo in scena da Gavin Hood
in “Il diritto di uccidere”: il colonnello britannico Katherine
Powell/Helen Mirren, coadiuvata dall’intelligence e dalle truppe
keniote, scova a Nairobi, in un quartiere dominato da milizie
fondamentaliste, un gruppo di terroristi in procinto di compiere un
attentato suicida. D’accordo con il generale Frank Benson/Alan
Rickman, deve convincere la commissione governativa inglese e il
pilota di droni americano Steve Watts/Aaron Paul, a colpire con un
missile la casa in cui sono rintanati i terroristi, malgrado la
presenza negli immediati paraggi di una potenziale vittima innocente.
Il regista è abile a presentare il tema molto contemporaneo della
guerra sporca e invisibile fra terroristi decisi a compiere strage di
civili, e la tecnologia ultra-sofisticata dei droni impiegati per lo
spionaggio (camuffati da uccelli o da coleotteri) e per il
bombardamento. Il dilemma è quello classico, se sia meglio risparmiare
una sola vita innocente, o se invece sacrificarla in nome della
salvezza di un numero molto più grande di persone altrimenti destinate
a morte pressoché certa. Ma c’è anche molto di più: perché i governi
democratici, come quello inglese, sono impastoiati da questioni ai
limiti del surreale di ordine legale (dove l’interrogativo è su ciò
che è lecito, rispetto agli accordi internazionali fra paesi, ed al
protocollo delle regole d’ingaggio) e soprattutto da preoccupazioni di
ordine politico. Ogni azione viene valutata in primo luogo per
l’impatto che avrà la sua eventuale risonanza mediatica sull’opinione
pubblica: il quadro che ne esce è quello grottesco di politici pavidi
e incapaci di assumersi responsabilità, e di consulenti dalla morale
ipocrita, messi a confronto con l’integrità e la lucida spietatezza
dei militari. Hood alterna scene in interni, fitte di dialoghi, con
scene d’azione “sul campo”, conferendo ad entrambe un ritmo serrato e
uno stato di tensione che non lasciano lo spettatore fino all’ultimo
minuto. Si arriva quasi ad odiarla, quella bambina innocente che non
se ne vuole andare dal luogo della prossima ecatombe; e proprio nel
momento in cui saremmo propensi a lanciare il missile, proviamo la
stessa esitazione del pilota di droni. Un bel film, sorretto da un
cast potente (oltre ai già citati Mirren, Paul, il compianto Rickman,
anche Jeremy Northam e Iain Glen, fra gli altri, forniscono una grande
prova d’attore), e da una sceneggiatura ricca di dettagli: la morale,
come sempre al di fuori delle fiabe, non è semplice né scontata.

settembre 16, 2016 at 6:40 pm Lascia un commento

Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istanbul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est, di Annalisa Bendelli.

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TERZA (ri)VISIONE: “Andreij Rubliov” di A. Tarkosvkij, 1965 – 1969

E’ davvero immensa la terra del popolo russo, c’è da perdercisi, seguendo il corso dei fiumi, sprofondando nel fango, nelle paludi tra la tundra la taiga e la steppa, ancor più a Est, dal Dnepr al Don, al Volga…

E magari, indugiando negli spazi sterminati della Russia centrale, può accadere di risalire nel tempo attraverso i pantani della storia, solo a tratti illuminati da bagliori che si riflettono e subito si spengono nei corsi e negli specchi d’acqua, talora limpidi e rapidi, per lo più immobili, lenti, limacciosi…

Ancora sulle piste indicate da Tarkovskij, nelle sequenze delle sue carrellate laterali, dove scorrono lingue di terra fangosa e acquitrini, foreste impenetrabili, campi, monasteri, villaggi e città.

Vladimir, Kiev, Mosca, Novgorod… appaiono improvvise come visioni, cinte da mura e sormontate dai cipolloni dorati delle cupole, oppure distese, come nelle prospettive ingenue e semplificate delle carte medievali, virate in seppia, pullulanti di case e cose e persone, ordinate in geometriche disposizioni.

E’ lungo uno di questi percorsi che ho incontrato tre monaci in cammino, provenienti dal monastero di Andronikos e diretti a Mosca, Danill, Kirill e un giovane Andreij Rubliov, promettente pittore di icone.

Il secondo lungometraggio del grande regista russo ripercorre la storia del grande iconografo vissuto a cavallo del XIV e XV secolo, ne riprende il viaggio, dalla giovinezza alla vecchiaia, viaggio lento, estenuante, di cammino e soste, inanellati come un rosario, di fatica e tormenti e flagelli, polvere, fango, pioggia battente, pestilenze, feroci saccheggi dei tartari, ma anche di opere grandi e titaniche, gli affreschi delle chiese e monasteri, le costruzioni, la grande campana di bronzo.

E’ storia ancorata, quasi sprofondata, nella terra e inzuppata nell’acqua, elementi pesanti, difficili, ostili, che duran fatica, trascinano, inghiottono, intridono… il cielo, cui tendono i bulbi scintillanti delle cupole, è sopra, lontano, il volo sognato dall’uomo è relegato nel prologo, dove un Icaro medievale, tale Yefim, costruisce e collauda una protomongolfiera: volerà radente sopra case, fiume, pianura per precipitare quasi subito e schiantarsi a terra…

Solo metonimici, simbolici, battiti d’ali, epifanie angeliche, negli otto episodi che scandiscono la storia, in cui Rubliov è volta a volta testimone, protagonista, comprimario… stormi d’uccelli in volo, criniere e code di cavalli in corsa, l’ala bianca dell’uccello morto aperta e spiegata dal pigro assistente del monaco pittore…

E qualche sprazzo, barlume di luce, piccoli eventi naturali come portenti numinosi: nelle pozze melmose, nei botri, il guizzo della biscia d’acqua nel fiume, le felci fluttuanti nell’acqua fresca e cristallina… e ancora i piumini delle betulle sospesi nel biancore abbacinante delle pareti intonacate, i fiocchi di neve che volteggiano dentro la chiesa sventrata e devastata dai tartari…

Ma quante funi e impalcature, argani e carrucole, attraversano le inquadrature dell’operosità collettiva, a raffigurare e simboleggiare l’ancoraggio alla terra della fatica, dello sforzo, della sofferenza…

E’ l’epoca in cui, anche attraverso l’opera di artisti e asceti come Rubliov, si coagula e risorge l’orgoglio nazionale del popolo russo, dopo l’asservimento ai signori dei principati e l’avvilimento seguito alle invasioni tartare:

“Questo film avrebbe dovuto raccontare come la nostalgia popolare di fratellanza in un’epoca di feroci lotte intestine e di schiavitù tartara creò la geniale “Trinità” (l’opera suprema di Rubliov) ossia un’immagine ideale di fratellanza … ” “queste novelle… sono collegate dall’interiore logica poetica della necessità per Rubliov di dipingere la “Trinità”( in A. Tarkovski, “Scolpire il tempo”, UBULIBRI, pag. 36) .E’ l’epoca in cui fioriscono le dispute sottili e inquiete sul senso dell’arte tra Andreij e Teofane il Greco, suo maestro, colui che arrivando da Costantinopoli porta stimoli che propiziano la rinascita (così sempre Tarkosvkij, un po’ sopra il passo citato: ” Partendo dal concreto esempio di Rubliov intendevo indagare il problema della psicologia della creazione artistica e approfondire la condizione spirituale e i sentimenti civili dell’artista che crea valori spirituali d’importanza imperitura”).

Con questo immenso film, dal respiro epico-dolente, talora insopportabilmente lento ed estenuante, Tarkovskij celebra poeticamente la grande anima del popolo russo, umiliato e offeso, grandioso tanto nella sopportazione quanto nell’elevazione spirituale.

Ci chiede altrettanta pazienza e umiltà, quasi una disposizione alla preghiera, anzi un atto di preghiera e sottomissione, come atto di sottomissione, umiltà, preghiera è la pittura delle icone di cui Rublev è grande campione.

Il premio, se c’è, è oltre, vi allude l’epilogo, dove scorrono le meravigliose e gioiose icone di Rubliov, nel tripudio policromo di panneggi e aureole ed ali angeliche dopo il severo e austero, castigato, quasi penitenziale, bianco e nero del film.

agosto 30, 2016 at 9:50 am 5 commenti

Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istanbul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est,di Annalisa Bendelli SECONDA (ri)VISIONE: “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij, 1962

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In questa licenza d’indugio, vagabondaggio, vacanza dello spirito che mi sono presa e forse infliggo al popolo di Alphaville (ma questi in gran parte avrà trovato riparo in più ameni siti vacanzieri), seguendo sterrati e vie d’acqua e di fango, dalla bonaccia incantata delle paludi padane trapasso a nord-est nella taiga allagata del disgelo, lungo il corso del Dnepr, dove nell’oscurità livida a tratti illuminata dai bengala, un ragazzino dal viso d’angelo e dall’espressione cupa e accigliata, nuota e guada il fiume, circospetto.

Ancora l’acqua deuteragonista, regno dell’anomia e del nulla, che lambisce canne e tronchi d’albero, si allarga in pozzanghere, inonda il bosco, le betulle che nell’aria fosca disegnano grafismi eleganti… meravigliosi pur nell’atmosfera parainfernale, di palude stigia…

Il ragazzino è un informatore dell’esercito russo, sul fronte a Est, durante la seconda guerra mondiale, attraversa il fiume e le linee nemiche in missioni impossibili perché, piccolo e sottile, riesce a passare dove gli adulti non potrebbero.

Privato precocemente della spensieratezza dell’infanzia è un piccolo soldato, determinato e cattivo, severo e accigliato. Si muove con piena cognizione, conosce i luoghi e la natura, raccoglie indizi e segni, aghi di pino, pezzi di corteccia, foglie…

L’incanto della natura, l’età dell’oro vagheggiata o rimpianta, è territorio del ricordo e del desiderio, è materia di sogno, tra acqua, cielo, terra, il bosco incantato e luminoso, le visioni di declivi e pianori, le betulle e le allodole (come i cuculi nella boscaglia padana di Avati), la spiaggia assolata, l’acqua fresca nel secchio, i girotondi felici dei bambini, gli occhi glauchi della mamma, il cielo stellato catturato nel fondo del pozzo, come le strelle nei fossi della palude deltizia di Comacchio…

Ma il tentativo di afferrare la stella è bruscamente vanificato da uno sparo che lacera l’incanto: il ritorno alla realtà è segnato dal corpo riverso della mamma, a fianco della bocca del pozzo.

La realtà è un incubo reso in toni neri e plumbei, il bosco e il fiume e le paludi con i segni della devastazione della Storia, realistici e simbolici insieme.

La guerra non è narrata in modo tradizionale, non scene d’armi, nessuno schieramento… si vede solo nei volti, nelle costruzioni dell’uomo e nella natura desolate e sfregiate… nello sguardo duro del ragazzino privato atrocemente della serena quotidianità familiare e della felicità.

Sorvolando su alcune lungaggini compiaciute, su divagazioni narrative, sul glamour un po’ vanesio e atteggiato del fanciullo diafano-dorato, troppo querulo ed elegante nel dolcevita mélange (in quei modaioli fifty-sixty non ne fu immune nemmeno il rigoroso, integerrimo mondo sovietico), restano potentemente impresse nella retina e nell’anima immagini bellissime e visionarie nell’alternanza di sogno e incubo, secondo la sintassi poetica teorizzata con forza dal regista nel suo ‘Scolpire il tempo”…

Un’ultima considerazione: l’accusa e il sospetto di molta critica d’epoca e di oggi di formalismo e calligrafismo compiaciuto suonano anche in questo caso falsi e fuorvianti… soprattutto ciechi di fronte al lirismo autentico e alla forza espressiva e figurativa di una delle prime grandi prove di un grande regista.

agosto 23, 2016 at 10:31 am 6 commenti

Feria d’agosto: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istambul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est di Annalisa Bendelli

Le-strelle-nel-fosso

PRIMA (ri)VISIONE: “Le strelle nel fosso” di Pupi Avati

Irredimibile padana ho fin dall’adolescenza vagheggiato sulle ironico – epiche note gucciniane l’approdo a un Ovest promettente, progressivo e migliore … Le strade asfaltate, le autostrade, correvano verso Ovest, lasciandosi alle spalle, scavalcando, paesaggi, l’Oceano stesso, verso le highway americane…

Ma cosa è rimasto a Ovest, ormai, poco o nulla da vagheggiare… gli approdi non si scorgono più, il mainstream si è rivelato cul de sac.

Tanto vale cambiare orientamento, in questa epoché estivante, ritrovare l’oriente, appunto, magari seguendo sterrati e vie d’acqua, quel Padus, che la via consolare emiliana costeggia, dal corso lento sinuoso così propizio agli impantanamenti, fino a farsi palude, acquitrino e poi perdersi nel più vasto stagno dell’Adriatico..

E nella lentezza del viaggio ritrovare umori, atmosfere originali, anfratti, cunicoli e misteriose vie laterali, incanti e sortilegi, come le “strelle”che brillano nel fosso di ineffabile e arcana poesia nel bellissimo film del 1979 di Pupi Avati, prezioso e pur dimenticato, si disse per sfortunate combinazioni distributive e mediatiche.

Una favola, anzi una concatenazione fiabesca, dall’oggi all’Ottocento del Narratore, l’acchiappatopi errante, al Settecento dell’arcana e bislacca storia dei quattro figli maschi dell’anziano Giove isolati in un recesso del mondo, la casona diroccata nella palude deltizia di Minerbio, in una ruvida, rustica, chiusa, condizione di adolescenti a oltranza, fino all’arrivo di Olimpia, la bellissima musicista ambulante, con la sua femminilità insieme raffinata e sorgiva, ingenua e sofisticata.

Anche Olimpia, nel suo viaggio da Rovigo verso la villa del conte Pepoli, signore e folle (per un colpo di sole in testa) custode della palude, abbandonata la via maestra, si impantana, felicemente direi, e, dopo lo smarrimento e lo sconforto iniziali, decide di restare nella casa dei cinque uomini, portando bellezza, freschezza, grazia e felicità in quella repubblica maschile malinconica, solitaria e selvatica…

Piccolo miracolo e sortilegio con sentore di favola orientale, quell’oriente che traluce malioso nell’acqua dalle iridescenze meravigliose, la pipì dei turchi di Costantinopoli che pisciano nel mare per far dispetto a quelli della sponda opposta, il giorno di Santa Caterina, secondo la bizzarra spiegazione di Silvano a una attonita e divertita Olimpia…

E il tema della pipì percorre come un rivoletto luminescente, infantilmente irriverente, la storia, dalla sosta della carrozza delle dame dirette a palazzo che lasciano nell’erba del fosso laghetti baluginanti spiati e traguardati dai ragazzoni appostati in estasiato imbarazzo prepubere, ai discorsi sul ‘pipì’ delle donne e degli uomini nel confronto di serafica e fanciullesca sfrontatezza cui didatticamente si presta Olimpia sollevando il gonnellone- corolla per mostrare a Bracco, il fratello piccolo che doveva nascer femmina, il suo pipì-pistillo…

Preziosismi colti e raffinati, colori di maiolica, avorio, rosa antico, pervinca e malva, richiami pittorici si mescolano a toni e sapori popolareschi e ingenui, Olimpia è una mirabile putta-putea ritagliata dai dipinti di Tiepolo o dalle aggraziate e leziose figurine muliebri di Watteau e Fragonard, con una sua carnalità e floridezza composta e attillata negli abiti settecenteschi serici e cangianti, svolazzanti di trine, i ricci ribelli ed esuberanti acconciati e raccolti con grazia, ineffabile eleganza e naturalezza insieme… Santa Rosalia, la santa bambina che il vecchio Giove invoca perché non lo faccia addormentare per non rischiare di non risvegliarsi più… è una porcellina rosea e paffuta che appare magicamente, seduta sul trespolo-altarino da chiesetta di campagna… e ancora c’è il gotico-padano così congeniale al regista, popolato di lemuri, demoni, fantasmi, l’ arciprete defunto che ritorna in visita di cortesia, il chierico annegato nel fosso che insegna a Silvano a leggere dal librone di chiesa in latino, le sorelle streghe murate dietro il camino, da dove rantolano i loro lamenti, eternamente perseguitate dalla madre morta che rivuole indietro la sua gamba d’oro (le figlie gliel’avevan sottratta prima di seppellirla)…

Bucolico e arcadico, protoromanticismo alla Emily Brontë (le scorribande dei fratelli e della fanciulla attraverso la palude- brughiera), elegiaco felliniano (insufflato dal clarinetto di Henghel Gualdi sullo struggente leit motiv della colonna sonora), confluiscono finale ‘orfico’ (così lo definì un colto critico all’epoca) del matrimonio multiplo, una sorta di baccanale meravigliosamente manierato, un’orgia estetizzante che sublima in quadri di assoluta bellezza, eleganza di gesti e movenze, cromatismi e simbolismi raffinati, la gozzoviglia di tradizione padana, con tanto di musi affondati nel cocomero e nel vino lustrale…

Trovo datate le riserve espresse a suo tempo – eran tempi in parte troppo svagati, in parte troppo seriosi – sui tratti estetizzanti dell’opera, perchè in essi io ravviso piuttosto la sublime qualità poetica ed estetica del film, a consegnarci – propiziato, evocato, suscitato e risuscitato dall’adulto estroso, raffinato e sensibile che è Avati, – l’incanto infantile dentro una natura estatica e magicamente bloccata, i meriggi assolati, le fronde che danno frescura e sussurrano misteriose nell’aria serotina, i sorrisi immemori, gli specchi d’acqua dove sgambettavamo sciabordando ignari e felici, i boschi delle cicogne, gli stagni dei girini, le scale fresche e polverose dei casali di campagna… un eden separato in cui si coagulano e vaporano, come da uno stagno fatato, gli incanti dell’infanzia mitica e mitizzata di ognuno di noi…

Mi si conceda un’ultima piccola provocazione… sempre più convinta partigiana del cinema di immagini e visioni più che di azioni, darei la palma, insieme al regista, non tanto alla squadra prediletta degli attori (Capolicchio, Cavina, Delle Piane…), questi sì relegati in una recitazione compiaciuta, piuttosto datata, da guitti-saltimbanchi padani, gigioni paghi del favore del ‘maestro’ pigmalione, darei la palma dicevo agli assistenti-artigiani apprendisti stregoni che hanno collaborato e supportato il regista nella sua stregonesca impresa, al compositore Amedeo Tommasi, al direttore della fotografia, quel Franco delli Colli che ha ripreso mirabilmente l’habitat padano delle Valli di Comacchio, alla costumista e scenografa Luciana Morosetti … credo si debba in gran parte a costoro la suggestione magica della visione finale di Olimpia biancovestita in fuga verso la carrozza che porta a palazzo, libellula, farfallina, falena, fantasma… seducente e dolcissimo angelo sterminatore…

agosto 10, 2016 at 10:13 am 3 commenti

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEI MESI DI MAGGIO GIUGNO

REVENANT –Alejandro González Iñárritu

REVENAT

THE DANISH GIRL –Tom Hooper

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The Hateful Eight – Quentin Tarantino

8

Dio esiste e vive a Bruxelles –Jaco Van Dormael

DIO

True Detective 2-Cary Fukunaga

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Carol –Todd Haynes

carroll

Perfect Day –Fernando León de Aranoa

perfect day

Remember  –Atom Egoyan

rember

Vergine giurata –Laura Bispuri

vergine

Quel fantastico peggior anno della mia vita – Alfonso Gomez-Rejon

peggior anno

luglio 6, 2016 at 11:31 am Lascia un commento

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