Widows – Eredità criminale di Steve McQueen recensione di Stefania De Zorzi

WIDOWS

Il primo piano di un bacio appassionato con la lingua fra Viola Davis/Veronica Rawlins e il marito Liam Neeson/Harry  si alterna con la fuga rocambolesca dello stesso Harry e dei suoi complici nel corso di una rapina: è l’inizio fulminante di “Widows – Eredità criminale”, il nuovo film diretto da Steve McQueen.
Oltre ad elaborare il lutto per la morte improvvisa dell’amato compagno nel corso di un’impresa criminale finita male, Veronica deve fronteggiare le minacce di Brian Tyree Henry/Jamal Manning, a cui il defunto marito della donna ha sottratto due milioni di dollari. Veronica decide di reclutare le vedove degli altri complici per tentare di portare a termine il colpo architettato da Harry, così da ripagare il debito e assicurare un futuro a sé e alle altre.
Nei suoi momenti migliori McQueen è autore di un cinema spiazzante per forme e contenuti: i suoi personaggi esprimono una fisicità prorompente, dal gioco quasi pornografico di lingue della sequenza iniziale, alla forza bruta con cui i fratelli Manning (Daniel Kaluuya interpreta in modo magnifico lo spietato Jatemme) irrompono a spallate sia metaforiche che letterali nella vita delle loro vittime. Nel primo tempo sequenze tesissime esplodono come fucilate in uno svolgimento volutamente dilatato, in cui si dà ampio spazio all’approfondimento psicologico dei personaggi e all’accumulo degli elementi su cui si fonda la complessa architettura della trama; nella seconda parte del film McQueen accelera il ritmo, seguendo i canoni più classici del noir in una storia costruita come un congegno a orologeria.
I suoi personaggi afro-americani escono finalmente dai confini del ghetto popolare e vittimista a cui li ha condannati tanto cinema black di buone intenzioni, recente e passato: esemplare è la scena del rap, così come il dialogo cinico fra Manning e il predicatore, di contro all’estrazione colta e alto-borghese di Veronica. La cifra stilistica di Gillian Flynn (l’autrice di “L’amore bugiardo”), che firma la sceneggiatura insieme a McQueen, è evidente nella dicotomia fra pubblico e privato, apparenza e sostanza, sia nella gara elettorale senza esclusione di colpi fra Colin Farrell/Jack Mulligan e Manning, sia sul piano dei rapporti intimi fra i protagonisti. Nel cast, oltre agli interpreti citati finora, si fanno notare anche Elizabeth Debicki/Alice, donna-bambola in cerca di riscatto, e l’androgina Cinthia Erivo/Belle.
Film assolutamente da vedere, girato con un talento, un’attenzione ai dettagli (ottima la colonna sonora, presente senza invadenza nei momenti giusti) e una personalità che ricordano sotto certi aspetti Quentin Tarantino; l’unico limite è una trama labirintica in cui alcuni passaggi rischiano di rimanere un po’ oscuri.

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dicembre 1, 2018 at 10:45 am Lascia un commento

THE BEATLES – ANNIVERSARY EDITION recensione di Paolo Rosati

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Prendete un album storico e iniziate ad esaminarlo al microscopio.
Direi che non esiste miglior impostazione per condividere l’ascolto e la bellezza di questo cofanetto commemorativo.
Chi conosce l’album, e il neofita che casualmente si vede recapitare a casa questa opera, magari come splendido regalo, può iniziare ad ascoltare i dischi contenuti in questa confezione raffinatissima partendo dal terzo cd.
Sono gli Esher Demos , 27 brani acustici di una bellezza impareggiabile.
Poi potete continuare con con i cd 4,5 e 6, godendovi tutto il “work in progress” dei quattro musicisti, brano dopo brano, mutazione dopo mutazione, rimanendo talvolta stupiti da versioni differenti da ciò che sarà l’esito finale della canzone interpretata  sull’album ufficiale.
Nel frattempo sarete coinvolti dal “clima” che si respira durante le registrazioni, da brani assolutamente inediti, da tanti preziosi particolari che vi renderanno affascinati spettatori della registrazione di un album capolavoro.
Solo dopo tutto questo “cammino di iniziazione” ascoltatevi i primi due cd, e godetevi il “prodotto finito”, che dopo tutto questo percorso acquisirà un significato nuovo ed estremamente conscio della bellezza e dell’incredibile lavoro di cesello che è stato compiuto dai Beatles, per realizzare questo album stupendo e stupefacente, a tutt’oggi una vera e propria “Bibbia “ della musica pop.

novembre 10, 2018 at 4:46 pm Lascia un commento

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE DAL MESE DI LUGLIO A QUELLO DI OTTOBRE

1-HOSTILES

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2-OLTRE LA NOTTE

OLTRE

3-DOGMAN

DOGMAN

4 – TRE MANIFESTI A EBBING MISSOURI

5 – LA FORMA DELL’ACQUA

6 – I SEGRETI DI WIND RIVER

7 – LA TRUFFA DEL SECOLO

8 – IL FILO NASCOSTO

9 – FIRST REFORMED

10 – SAMI BLOOD

novembre 3, 2018 at 6:43 pm Lascia un commento

BlacKkKlansman di Spike Lee recensione di Stefania De Zorzi

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Negli anni Settanta a Colorado Springs un poliziotto nero si infiltra nel Ku Klux Klan: è il soggetto incredibile, ma basato su fatti realmente accaduti, dell’ultimo film di Spike Lee, “BlacKkKlansman”.
Ron Stallworth/John David Washington, detective afro-americano, prima partecipa sotto copertura ad una riunione di militanti sostenitori del Potere Nero, poi telefona di sua iniziativa alla sede locale del Ku Klux Clan, mandando all’appuntamento in sua vece il collega Flip/Adam Driver, bianco ed ebreo. Quest’ultimo entra così in contatto con un gruppo di razzisti dell’organizzazione e ne scopre ben presto gli intenti terroristici, rivolti principalmente a discapito dei Black Panthers e della giovane attivista Patrice/Laura Harrier, di cui nel frattempo Ron si è innamorato.
Spike Lee dirige e in parte scrive la sceneggiatura di un bel poliziesco, teso e avvincente, in cui non mancano le corse indiavolate in auto, l’amicizia fra poliziotti, la bella in pericolo ed altri ingredienti classici del genere, orchestrati con sapienza.
Al tempo stesso Lee scava nelle radici culturali dell’ideologia del Ku Klux Klan, che trae nutrimento tanto dall’eugenetica ottocentesca, quanto della nostalgia per il mondo sudista elegante e paternalista di “Via col Vento”, o ancora dalla visione fanta-politica di “Nascita di una nazione”, film muto del 1915 in cui si paventa il sopravvento dei neri sui bianchi durante la Ricostruzione post-secessionista. I membri del Klan, o meglio dell’Impero Invisibile, come amano soprannominarlo, sono grotteschi sia nell’aspetto che nel pensiero, e la loro ignoranza e stupidità suscitano spesso ilarità nello spettatore: perché il riso è un nemico potente della paura, e giustamente Spike Lee ne fa uso per mettere alla berlina i cattivi (le scene al telefono sono molto divertenti, sopra a tutte quella fra Ron e David Duke/Topher Grace, Gran Maestro del KKK, in cui David spiega le sfumature di pronuncia che a suo dire tradiscono un eventuale interlocutore nero). Oltre al lato ridicolo, i cavalieri del Klan hanno tuttavia anche tratti spaventosi: evocati dal racconto atroce dell’anziano Jerome Turner/Harry Belafonte, o dalle battute volgari e da fantasie di massacro che ambiscono a diventare reali.
A tutto ciò Spike Lee aggiunge richiami stilistici al cinema anni Settanta (i volti che emergono in primo piano dallo sfondo buio durante il convegno dei Black Panther, o l’accelerazione della cinepresa che simula la corsa dei protagonisti verso la finestra, da cui si scorge la croce data alle fiamme), ma anche sequenze in stile docu-film (il colloquio di assunzione di Ron in polizia), o ancora spezzoni ripresi da una realtà tanto agghiacciante quanto contemporanea (i drammatici eventi di Charlottesville nel 2017), che proiettano un’ombra tragica sulla risoluzione passata della vicenda.
L’immagine finale è un geniale e sinistro capovolgimento dell’icona americana più ritratta da Jasper Johns, a coronamento di un poliziesco dal forte contenuto politico e storico, assolutamente da vedere.

ottobre 9, 2018 at 9:59 am Lascia un commento

BlacKkKlansman – di Spike Lee recensione di Marco Zanini

spike lee

Anno: 2018

Paese di produzione: USA

Genere: biografico, drammatico, commedia, poliziesco

Regia: Spike Lee

Produttore: Jason Blum, Spike Lee, Raymond Mansfield, Sean McKittrick, Jordan Peele, Shaun Redick

Cast: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier, Topher Grace, Jasper Paakkonen, Ryan Eggold, Paul Walter Hauser, Ashile Atkinson, Corey Hawkins, Ken Garito, Robert John Burke, Harrry Belafonte

Il giovane afroamericano Ron Stallworth è in cerca di un’occupazione nel corpo di polizia. In quello di Colorado Springs ad esempio esortano l’assunzione delle minoranze etniche. Perfetto. Dopo una fiera pompata alla sua voluminosa capigliatura, Ron si presenta a colloquio. I suoi superiori lo informano che sarebbe il primo poliziotto nero della città e soprattutto gli prospettano la possibilità di essere discriminato in servizio; ma il suo desiderio di fare carriera lo convince ad accettare. Il primo incarico è all’archivio, che si rivela noioso e a tratti umiliante. Nonostante le perplessità, Ron convince però i suoi capi a farlo diventare detective. Diventa così poliziotto sotto copertura e dapprima viene infiltrato alle riunioni di Stokey Carmichael, leader di un movimento di liberazione nera. La vera svolta però arriva quando Ron trova su un giornale il numero del Ku Klux Klan. Decide di mettersi in contatto con loro fingendo di essere un suprematista bianco americano, avviando così una nuova indagine, sempre sotto copertura, che Stallworth potrà continuare a condurre solo telefonicamente; sarà infatti il collega bianco Flip a sostituirlo di persona. L’operazione comunque non sarà priva di rischi perchè Flip è ebreo.

Di questi tempi ci voleva la rabbia di Spike Lee. In fin dei conti mancava lui all’appello di un cinema americano che negli ultimi anni si è dimostrato molto presente in difesa della popolazione nera. In questo caso si è trattato di spogliare la tematica da ogni orpello romanzesco (Scappa – Get Out) e da pesanti pugni nello stomaco (Detroit), mentre spazio al taglio da commedia a vaghe tinte tarantiniane, che ha permeato una messa in scena tratta dal reale, non priva di accenni quasi documentaristici (in questo il finale, che mostra gli scontri di Charlottesville, ne è un chiaro esempio). BlacKkKlansman infatti è tratto dal romanzo autobiografico del suo stesso protagonista, Ron Stallworth, che negli anni ’70 riuscì ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Il balzo che Spike Lee compie da quell’epoca ai giorni nostri, evidenziando la politica razzista di Donald Trump, così come l’attivismo di David Duke, purtroppo ancora in vita, contiene uno dei tanti messaggi presenti nel suo film.; anche se la matrice principale rimane l’odio verso una minoranza e l’accanimento nei confronti di un’etnia, considerata inferiore.

Storia di forze contrapposte: da una parte il movimento nero che grida “black power”, dall’altra “l’organizzazione” bianca (così definita per evitare qualsiasi riferimento al Ku Klux Klan) che invoca il “white power”. Liberazione contro epurazione. Umanità contro oppressione. Di mezzo il rischio di uno scoppio, promulgato da ambo le parti, ma in cui si riconosce la spinta accusatoria e parziale presente nello Stato e nel Governo americani. Spike Lee è il solito regista tagliente e corrosivo, che con mano sicura e uno stile sempre riconoscibile, conduce lo spettatore in un crescendo venato a sprazzi da episodi di suspense. Magiche le inquadrature a trittico dei partecipanti al discorso di Carmichael, inevitabile e fenomenale il consueto carrello che trascina gli attori (questa volta sono Ron e Patrice, armati, a percorrere un corridoio, in una scena nata con i crismi del culto). John David Washington (figlio di Denzel) dispensa puro divertimento con una recitazione energica ed esilarante, purtroppo non bissata equamente dal resto del cast, in cui ci si poteva aspettare di più specialmente da Adam Driver. A distinguersi, stavolta per il ghigno luciferino e l’inclinazione violenta e deviata, è Jasper Paakkonen, il pericoloso razzista Felix Kendrickson. Un personaggio come tanti, quando si parla di aberrante prevaricazione bianca, ma che proprio per caratteristiche insite si fa’ ricordare. Ad essere onesti BlacKkKlansman tutto, nonostante la singolarità della storia, è una sequela di esperienze e situazioni già viste al cinema, già vissute nella storia. Forse è anche questa sistematicità visiva a dargli un piglio documentaristico, dove si sa già come andrà a finire. Alla fine ciò che conta è il messaggio e quello di BlacKkKlansman è importante e tristemente attuale.

Da un punto di vista cinematografico non siamo di fronte al miglior Spike Lee in assoluto (Inside Man a mio avviso lo surclassa quasi in tutti gli aspetti), ma con lucidità, gusto per l’inquadratura e un buon accompagnamento musicale il regista mette in scena la crociata di un ragazzo convinto che dall’interno si possano cambiare le cose, a costo di essere malvisto dai manifestanti afroamericani, che lo etichettano come “porco”. In ogni caso quindi una riflessione utile sul pregiudizio e sul modo di vedere la lotta sociale. Può essere paragonabile, in quanto a fattori di rischio, combattere nelle strade da attivista o da poliziotto? O magari una delle due cose prevale sull’altra? Le controversie, i paradossi, l’infiltrazione assurda di un elemento religioso in un’ideologia suprematista, un male atavico, esistente dalla guerra civile, attraverso Nascita Di Una Nazione (saggiamente citato) e esistente ancora oggi. Un secchio stracolmo di odio razziale preso a calci e pugni dalla figura di Ron Stallworth, personificazione filmica di Spike Lee, che coglie ogni occasione per rivendicare la fierezza, l’orgoglio, la bellezza non bianca del popolo nero, che purtroppo ha ancora bisogno di essere liberato.

http://igufinarranti.altervista.org/blackkklansman-linganno-telefonico-che-sbeffeggia-il-ku-klux-klan/

 

ottobre 5, 2018 at 1:00 pm Lascia un commento

Una Storia Senza Nome di Roberto Andò recensione di Stefania De Zorzi

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Roberto Andò ama trattare della politica italiana e delle sue storture, usando mano leggera nello sviluppo di argomenti pesanti. E’ questo il caso anche dell’ultimo film da lui diretto e co-sceneggiato, “Una storia senza nome”: un funzionario di polizia in pensione, Alberto Rak/Renato Carpentieri, racconta a Valeria/Micaela Ramazzotti, segretaria di una casa di produzione cinematografica, la storia di come la mafia abbia richiesto ad un noto critico d’arte inglese una perizia sulla Natività del Caravaggio, capolavoro rubato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, e mai più ritrovato. Valeria scrive il soggetto e la sceneggiatura di una “Storia senza nome” ispirata ai fatti narrati dall’investigatore, e li passa ad Alessandro Pes/Alessandro Gassman, sceneggiatore in crisi creativa da diversi anni. Quest’ultimo li presenta come propri, ottenendo in tal modo sia l’attenzione del produttore, intenzionato a realizzare un film, sia quella della mafia, che lo rapisce.
E’ solo l’inizio di una trama avvincente in cui Andò mette non poca carne al fuoco, evidenziando come i tentacoli della piovra mafiosa si insinuino ovunque, dagli studi cinematografici ai vertici dello stato. Oltre al versante pubblico è forte anche quello privato, incentrato sulla protagonista femminile che non osa prendersi ciò che le spetta, dal merito per le belle sceneggiature regalate al seduttore cialtrone, all’esclusività sull’uomo che ama, faticando a proteggere perfino il proprio spazio fisico ed emotivo da una madre affettuosa ed invadente, Amalia/Laura Morante.
Andò si diverte a costruire il labirinto affascinante del racconto nel racconto, in un film che parla (anche) di cinema, con un taglio giallo-rosa e spionistico che ricorda “Sciarada” o a tratti, nella trasformazione della protagonista, “True Lies”. Da antologia le scene della tela di Caravaggio stesa sul pavimento della piscina fatiscente, calpestata senza riguardo da Totò Riina, su cui invece il critico d’arte si inginocchia con devozione. La prima parte del film è la migliore, mentre la seconda non è esente da una certa fragilità nella narrazione, con la segreta riunione fra ministri ridotta al rango di una pochade, e le peripezie di Valeria segretaria/scrittrice/spia che perdono progressivamente credibilità nei corridoi di palazzo.
Nel ricco cast domina il talento della Ramazzotti e di Carpentieri, una spanna o due sopra a tutti gli altri.
Girato con una cifra stilistica riconoscibile ma non opprimente, recitato da interpreti simpatici, il film comunque diverte e coinvolge lo spettatore dall’inizio fino (quasi) alla fine, e vale sicuramente la visione.

settembre 25, 2018 at 9:34 am Lascia un commento

MOGWAI – “Kin – Original Motion Picture Soundtrack” recensione di Paolo Rosati.

KIN

Non fatevi ingannare: questo album non è soltanto una colonna sonora. È un disco bello, rarefatto e ricco di momenti assai suggestivi.

Rifinito in maniera perfetta ed elegante, questo lavoro conferma l’estrema versatilità del gruppo scozzese e la capacità di creare musica con un marchio di fabbrica oramai inconfondibile.

Non ci sono le chitarre elettriche a tratti roventi del capolavoro “Every Country’s Sun”, ma il gran lavoro dei musicisti si è orientato verso una maestosità sonora che a tratti suona quasi epica.

Unica canzone vera e propria è l’ultimo pezzo, il solo che ci riporta al già citato disco che ha preceduto quest’ultimo album.

Uno dei dischi più belli del 2018?

Può darsi…

settembre 22, 2018 at 4:29 pm Lascia un commento

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