RECORD STORE DAY 2017

TED

 

aprile 22, 2017 at 10:10 am Lascia un commento

ELLE di Paul Verhoeven -recensione di Stefania De Zorzi

ELLE

 

Perfida, anaffettiva, ferocemente intelligente: è Michèle/Isabelle Huppert, protagonista di “Elle”, tratto dal romanzo di Philippe Dijan e diretto da un anziano e straordinario Paul Verhoeven. L’incipit è lo stupro, prima solo udito e poi visto a cose fatte, di Michèle; figlia di un genitore “mostro” in carcere da più di trent’anni, la donna snuda il suo lato psicopatico e va a caccia dell’aggressore, che si nasconde nella sua cerchia di conoscenti. Sulla carta sembra l’ennesima storia di vendetta catartica, in cui l’agnello diventa lupo e si fa giustizia in autonomia; tuttavia da subito Verhoeven ci mostra un percorso ben differente. Perché Michèle è vittima di un crimine odioso, ma è anche un personaggio sgradevole e ambiguo, colpevole di tradimenti e manipolazioni, totalmente irrispettosa dei sentimenti di chi le sta accanto. Le novità non si fermano qui: Verhoeven osa mostrare una donna sessantenne che affascina e seduce uomini assai più giovani di lei (sposati per di più), mossa tanto dal desiderio di vendetta quanto dai propri appetiti sessuali. La macchina da presa si sposta abilmente dalla prospettiva raso terra del principio, alla drammatica dinamicità della violenza rivissuta nel ricordo, in interni borghesi lussuosi e solitari, fotografati in una luce calda eppure tutt’altro che rassicurante. Gli uomini ne escono maluccio: fedifraghi ipocriti come Robert/Christian Berkel, bellocci ignavi (il figlio e l’amante della madre), o ancora pavidi nerd (il giovane collaboratore), in ogni caso creature fondamentalmente deboli e incapaci di cogliere le sfumature e la forza letale di Michèle e delle altre. Verhoeven infrange in un solo film diversi tabù: mostrandoci un’anziana signora seducente e sfrontata, una strega che, senza i roghi dell’inquisizione e le limitazioni del politicamente corretto, organizza i suoi personali sabba alto-borghesi e la fa franca, in barba alle leggi degli uomini e della morale comune. A tratti divertente (compresa la parentesi sui video-giochi fantasy e orgasmici), sostenuto da un buon ritmo e ricco di suspense , è un film inquietante, che spiazza e disturba, per lo svelamento di quel lato oscuro che le convenzioni della civiltà di solito occultano. La Huppert è sublime, Verhoeven probabilmente al culmine della sua carriera.

aprile 12, 2017 at 9:39 am Lascia un commento

Condi…visione di ri…visione: “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick, 1971 (recensione di Annalisa Bendelli)

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Qualcuno ha osservato che “Arancia meccanica” è ciò che sta tra la scena delle scimmie che scoprono il monolite e la scoperta dello spazio in “2001 Odissea…”.

A (ri)pensarci…se “Odissea” ecc. è l’apologia smagliante e utopica della generazione e rigenerazione umana, “Arancia” ecc. è la spettacolarizzazione della sua degenerazione: l’utopia visionaria e didascalica lascia luogo alla distopia di un futuro a corto raggio quasi appiattito sulla contemporaneità degradata e arenata.

Così come il viaggio iperbolico, supersonico, intergalattico, tecnologico e teleologico si traduce e riduce a bighellonaggio terra terra senza meta né scopo.

Non sa né stare né andare l’Alex dell’apologo poetico e visionario di Kubrick tratto dal romanzo distopico di Burgess.

Piuttosto ama vagabondare, teppista perverso, attraverso una Londra prossima ventura al tempo della produzione del film, livida, sfregiata, sfigurata, stravolta, degradata.

L’ambiente in cui è collocato e in cui imperversa l’antisociale A-lex ha i chiari, spaventevoli tratti, insieme materiali e simbolici, dell’abbrutimento e del brutto, della perdita di senso e orientamento e di bellezza dell’umanità (nella specificazione che ha prodotto la civiltà occidentale allargata però a dimensione planetaria ).

E’ la rappresentazione visiva e visionaria, giusta la ribadita poetica del regista, di quell’approdo, anzi di quella deriva prefigurata dagli apocalittici della seconda metà del secolo scorso puntualmente verificatasi al suo scadere, sfondo e luogo di una società spietata, disperata, degenerata, violenta e incapace di regolarsi se non attraverso coercizioni e regimi dittatoriali.

Inquietante e psichedelica messa in scena della misera fine di tutte le utopie illuministiche e progressive, di civiltà e benessere, di confort abitativo, di funzionalità, affrancamento dai gravami materiali, di relazioni positive e urbane.

Quei marciapiedi e quelle aiuole ingombre di rifiuti, i viadotti grigi di squallore geometrico che non portano a nulla, le palazzate anonime e desolate, gli arredi dall’estetica improntata al confortevole e funzionale rotti, sventrati e accatastati in disordinati accumuli negli androni e negli atri…

E poi gli appartamentini popolari come l’abitazione del protagonista gremiti di oggetti-feticcio del design d’epoca (riferimento artistico imprescindibile la pop art nella sua infinita e seriale sottoproduzione) mescolati alla irredimibile, orrida e patetica chincaglieria kitsch, le oleografie, i velieri fatti con le conchiglie, i centrini sulle poltrone e i tavolini, i mobiletti-bar…

Dentro questo incubo perfetto, questa scenografia sinistra, però di iperrealistica verità, il perfido candido Alex si muove insieme ai suoi ‘drughi’ come un ballerino ambiguo e perversamente fascinoso compiendo gesta vandaliche e spietate di assoluta squisita gratuità.

Semicosciente provocatore guida la masnada dei suoi compagni di ventura in una scorribanda coreografata che sembra voler riscattare, trasfigurare, dunque trascendere, sublimare in senso est…etico il vuoto di senso e il brutto in cui è immerso.

A questa funzione demiurgica, in chiave parodistica e blasfema per il rimando all’iconografia vulgata dell’occhi divino, sembra ammiccare in copertina l’occhio irraggiato di ciglia finte inscritto nel triangolo della A.

Così i drughi, cavalieri-predoni erranti, chierici (stra)vaganti, delinquenti-giustizieri, angeli-demoni irrompono, devastano, seviziano, assaltano a passi di danza e al suono di musiche esaltanti e trascinanti in arrangiamenti psichedelici (la Nona di ‘Ludovico Van’, La “Gazza ladra” di Rossini, Singing in the rain… ).

E poi assediano e violano fortilizi e magioni arroccate ed esclusive, i luoghi degli odierni incastellamenti, la villa isolata dello scrittore di successo, progettata dall’architetto di grido, con tutti gli stilemi dell’abitabilità ottimizzata, moderna, smart, razionale e confortevole, equipaggiata ed ergonomica, soprattutto esclusiva (ma quanto è odiosa e ridicola la signora in calzamaglia rossa accovacciata a leggere dentro la seduta-guscio, e lui, alla scrivania, nell’autorappresentazione dello scrittore arrivato, con quelle quinte di librerie alle spalle, tronfio e pago di affermazione e benessere) e poi l’antica dimora old Britain di stucchi tappezzerie e moquette, trasformata in scuola di danza e abitata dalla megera e dai suoi innumeri gatti.

La violenza anarchica dei singoli si contrappone alla violenza strutturale e organica della società in un delirante e disturbante spettacolo in cui si mescolano genialmente tutti i generi e gli stili di rappresentazione visiva del secolo, grafico, fumettistico, pop art, musical e balletto.

E i disumani teppisti rischiano di conservare più di tutti gli altri l’ultimo residuo di umanità, non foss’altro che per la nostalgia di nobiltà cavalleresca che tradiscono nei loro paludamenti e armature, nella predilezione per i vertici della produzione artistica umana, nella struggente ricerca di una casa, covo (il Korova Milk Bar…) o nido… come suggerisce quella scritta HOME (non so quanto sweet) al neon, più volte inquadrata, davanti al vialetto che porta alla villa dello scrittore, prima assaltata invasa e profanata poi rimaterializzatasi come asilo e porto di salvezza – benché temporanei e illusori – per il protagonista rimasto senza famiglia e amici…

Già… il tema visivo e simbolico della casa percorre le immaginazioni e proiezioni avveniristiche di registi come Kubrick, rocca, fortino, tana, rifugio, arca, approdo (penso alla suite regency del finale di Odissea, e pure alla dacia ricreata su Solaris nel film di Tarkovskji…) o piuttosto luogo di un (im)possibile ritorno.

aprile 5, 2017 at 12:54 pm 11 commenti

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEI MESI DI FEBBRAIO MARZO

1 Truman – Un vero amico è per sempre

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2 The Witch

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3 Il diritto di uccidere

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4 Una squillo per l’ispettore Klute

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5 Un padre, una figlia

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6 Sing Street

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7 Tangerines

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8 Corvo rosso non avrai il mio scalpo

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9 La grande partita

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10 Escobar

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11 Lo Chiamavano Jeeg Robot

12 Alla ricerca di Dory

13 Veloce come il vento

14 Fuochi d’artificio in pieno giorno

15 Indivisibili

16 Fiore

17 Heart of a Dog

18 Sole Alto

19 Animali notturni

20 Black l’amore ai tempi dell’odio

aprile 3, 2017 at 5:45 pm Lascia un commento

BARRIERE di Denzel Washington recensione di Marco Zanini

 

barri

Troy Maxson fa’ il netturbino nella Pittsburgh degli anni ’50. Sta discutendo con il collega ed amico Jim Bono sul fatto che, in quanto afroamericani, vengono impiegati solo per svuotare il camion anziché guidarlo. E’ solo l’inizio della prima notevole fase di Barriere, dove Troy, la sua famiglia e Jim sciorinano dialoghi fluviali parlando del più e del meno. Come prevedibile si parte dalla discriminazione razziale, passando per la morte, lo sport e argomenti di pura natura sociale e riflessiva. I personaggi si radunano nel cortile di casa e trovano il loro ambiente comune dove allontanarsi dalla società che non li considera. Il sogno di Troy però è quello di ritagliarsi uno spazio per appartenervi. Progressivamente compaiono la moglie Rose, i due figli Lyons e Cory e il fratello di Troy, Gabe, rimasto danneggiato al cervello dopo la guerra.

Barriere, adattamento dell’opera teatrale Fences, diretto ed interpretato da Denzel Washington è da un punto di vista registico limitato ed essenziale e si accontenta di ambientare la maggior parte della storia tra le mura domestiche o nel giardino, mettendo fuori il naso pochissime volte. E’ tutto al servizio delle interpretazioni, che tra Denzel Washington (Troy), Viola Davis (Rose) e Mykelti Williamson (Gabe), si superano in prove di grande spontaneità e naturalezza; infatti Viola Davis ha meritato l’Oscar come miglior attrice non protagonista. La vicenda della famiglia Maxson è prettamente allegorica: Rose vuole che Troy costruisca uno steccato intorno al giardino per tenere la famiglia unita e protetta, mentre il marito vorrebbe costruirsi una vita più integrata all’interno della società. Se all’inizio il cortile di casa, non delimitato rappresentava un punto di aggregazione per amici e familiari, con la costruzione della barriera arriva ad accentuare le tensioni interne soffocandole. I figli, Lyons e Cory, entrambi sognatori con la passione della musica e dello sport, devono fare i conti con il padre autoritario che li vorrebbe solo sistemati in un lavoro sicuro. L’adolescenza di Troy, problematica, va così a ripercuotersi su di loro riproponendosi. La situazione peggiorerà continuamente fino a collassare su se stessa facendo emergere tutti i problemi strutturali della famiglia eretta da troy Maxson, egoista e prepotente. Sullo sfondo il simbolismo del baseball, con i suoi strike decisivi come la vita.

Se la prima parte di Barriere impressiona per la sua ricchezza di spunti di riflessione, tramite i suoi discorsi logorroici e superbamente recitati, la seconda scade un po’ nel melodrammatico, offrendo solo una magnifica Viola Davis. Eterna frustrazione di un uomo segregato, desideroso di appartenere con i suoi mezzi al sogno americano, ci ricorda l’autorevolezza delle figure paterne di un tempo, a cui tutto era dovuto. Un ubriacone estraneo al buon senso e desideroso solo di cambiare la propria situazione sociale. Peccato poi si debba anche assistere alla sua mistica glorificazione. Si faranno ricordare indubbiamente le interpretazioni di Washington, Davis e Williamson.

http://igufinarranti.altervista.org/barriere-recensione-film/

marzo 21, 2017 at 5:33 pm Lascia un commento

Ciao Paolo

Era sempre sorridente e pronto allo scherzo,
ma chi lo conosceva bene sapeva quanto fosse timido e schivo.
Non amava la confusione, ma in compagnia sapeva far brillare
il suo inconfondibile umorismo.
Era, soprattutto, una persona autentica.
Amava la vita e ne sapeva trarre i piaceri più semplici e genuini.
Aveva un profondo senso dell’amicizia e un modo di porsi franco, leale, senza filtri.
E da lui emanava una rara gentilezza.
Era solare e sapeva trasmettere positività ed entusiasmo,
ma aveva anche un lato malinconico, e amava la musica triste
e sceglieva con cura le giornate più uggiose per ascoltarla.
Adorava gli animali, in particolare i gatti.
E il suo cuore era pieno di musica.
La musica era per lui necessaria come l’aria,
era il suo cibo, il suo nutrimento.
Ha accompagnato Alphaville fin dal lontano 1982,
con una passione e una assiduità e un amore unici.

Paolo ci ha lasciato ieri
e noi lo ricordiamo con grande commozione
e con immenso affetto

marzo 14, 2017 at 5:56 pm Lascia un commento

Logan – The Wolverine di James Mangold recensione di Stefania De Zorzi.

logan

L’universo cinematografico Marvel è stato retto finora da divinità rassicuranti: i supereroi non invecchiano, possono essere vulnerabili, ma solo per brevi periodi di tempo, e naturalmente non muoiono mai (se succede, come nel caso di Superman, la resurrezione è dietro l’angolo). “Logan”, diretto e co-sceneggiato da James Mangold, apre a una dimensione differente, dove il tempo e la malattia incancreniscono e rischiano di uccidere anche i mutanti più amati. In un prossimo futuro Logan/Hugh Jackman, visibilmente invecchiato, si prende cura del Professor Charles Xavier/Patrick Stewart, afflitto da una grave degenerazione a livello cerebrale, che gli provoca attacchi potenzialmente letali per chi lo circonda. L’equilibrio precario delle loro esistenze nel cuore del deserto messicano, viene sconvolto dall’arrivo di Laura/Dafne Keen, undicenne misteriosamente dotata degli stessi artigli di adamantio di Wolverine e del suo fattore rigenerante. “Logan” segna uno stacco sia nei contenuti che nelle forme dai film precedenti del filone: mancano le tutine sgargianti, il latex nero, le astronavi e le armi tecnologiche. Allo stesso modo il brillante cervello del Professor X è paurosamente in disgregazione, mentre il protagonista tossisce sangue e fatica a stare in piedi, e i suoi artigli sono molto meno letali di quanto ci aspetteremmo. Spetta alle nuove generazioni, a Laura e ai suoi coetanei creati in laboratorio, imparare a essere forti, e salvare se stessi prima ancora che il mondo. Mangold eccelle nel distruggere icone per poi ricomporle: l’uomo Logan ironizza sulla rappresentazione esagerata e fantasiosa del personaggio Wolverine e degli altri X-Men (assenti, in quanto involontariamente decimati da Xavier in una delle sue crisi) nei fumetti; eppure l’Eden, il luogo della salvezza verso cui tende spasmodicamente Laura, viene proprio da un albo gelosamente custodito. Realtà o fantasia? L’una non esclude l’altra, e gli eroi sono tali ancora di più, una volta perso il lato super. Il finale è coraggioso e molto bello, e non lascia spazio alla breve sequenza dopo i titoli di coda, marchio di fabbrica Marvel. Uno “Snikt!” on-the-road, crepuscolare, struggente, forse il migliore fra quelli dedicati in esclusiva al personaggio: da vedere, tenendo a portata di mano il primo X-Men, dove in altri tempi un Wolvie giovane e invincibile faceva strage di malvagi e di cuori.

marzo 10, 2017 at 1:00 pm Lascia un commento

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