The Shape of Water -Guillermo del Toro- recensione di Stefania De Zorzi.

FORMA 1
Guillermo del Toro, come Tim Burton, adora le creature fantastiche e i mostri, o presunti tali: non fa eccezione il suo ultimo film, “La forma dell’acqua”, in cui il mondo è visto dalla parte del mostro della Laguna Nera.
Negli anni della Guerra Fredda,  dopo che i russi hanno mandato in orbita la cagnetta Laika, gli americani catturano e imprigionano un ibrido uomo-pesce (Doug Jones) in un laboratorio segreto a Baltimora, sperando di ricavarne conoscenze scientifiche e forse un vantaggio bellico. Dell’essere misterioso si innamora Elisa Esposito/Sally Hawkins, donna delle pulizie muta e di mezz’età, che mette in atto un piano ardito per salvarlo dalle torture del colonnello Richard Strickland/Michael Shannon; in suo aiuto vengono un ambiguo scienziato, il Dottor Hoffstetler/Michael Stuhlbarg,  l’amica Zelda/Octavia Spencer e il coinquilino gay Giles/Richard Jenkins.
Del Toro usa i primi anni Sessanta come ambientazione per un proseguimento ideale de “Il mostro della Laguna Nera” (1954), e come specchio di una società (passata?) in cui donne, omosessuali e afro-americani devono subire i pregiudizi di una morale bianca e perbenista. La prospettiva storica è folgorata dalla modernità di alcune notazioni spiazzanti e ironiche, quali l’auto-erotismo della protagonista nella vasca da bagno, ritmata dal timer di cottura delle uova, o l’atteggiamento tutt’altro che succube di Zelda nei confronti del marito. Americani e russi sono accomunati dalla stessa crudele cecità nei confronti del diverso che, come tale, deve essere vivisezionato a fini militari, o altrimenti distrutto: i veri mostri hanno sembianze umane che, come nel caso del colonnello Strickland, si necrotizzano in modo inquietante man mano che la trama si sviluppa.

Del Toro, regista e in parte sceneggiatore, omaggia  il simpatico mostro gommoso degli anni Cinquanta accompagnandolo ad un’ardente bruttina stagionata, ma anche l’Abe Sapien di “Hellboy” (interpretati non a caso dallo stesso attore), e mette in scena una  fiaba nera affascinante, seppure non priva di qualche scontatezza. Visivamente il film è splendido, giocato fra il laboratorio con tubature intrecciate in uno stile fra Giger e l’Art Nouveau, il cinema rivestito di sontuosi velluti rossi, lo spazio fatiscente ma caldo della dimora di Elisa e di Giles, contrapposto al rigore borghese della villetta di Rickland e alle lucenti cromature della sua Cadillac azzurro-verde.
Assolutamente da vedere, oltre che per i motivi citati sopra, anche per il magnifico cast di attori e per l’intenso sguardo poetico, inusuale nel genere, che abbraccia le vicende narrate.

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febbraio 21, 2018 at 1:57 pm Lascia un commento

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri regia di Martin McDonagh recensito da Marco Zanini.

tre due

 

Mildred Hayes ha perso la figlia, bruciata viva in seguito ad uno stupro. Dopo quasi un anno la Polizia non ha ancora trovato il colpevole, perciò Mildred per esortare le indagini noleggia tre cartelloni alti sei metri all’ingresso di Ebbing che recitano: “Stuprata mentre stava morendo.” “E ancora nessun arresto.” “Come mai, sceriffo Willoughby?” Attirato verso di se il disappunto della stragrande maggioranza del paese, Mildred dovrà vedersela soprattutto con i poliziotti di Ebbing, nella fattispecie con lo sceriffo Bill Willoughby e il suo sottoposto impazzito Jason Dixon.

La straripante qualità filmica di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri risiede in più punti: recitazione, dialoghi, tempi comici, intensità e messaggio. Ma ciò che lo inquadra con disarmante facilità tra i film di culto è la messa in scena, che si libera da ogni tipicità di genere per seguire le dinamiche del western. Così la stazione di Polizia e l’ufficio del proprietario dei cartelloni (uno di fronte all’altro) diventano simultaneamente i luoghi dello scontro, a mò di saloon. Gongolano e sfasciano in queste strutture tre “pistoleri”: Mildred, Bill e Jason. La prima donna corazzata e incazzata, intraprende la sua crociata vendicativa; Bill prima è infastidito dal gesto di Mildred, ma non manca di essere comprensivo nei suoi confronti; Jason, il lecca culo di Bill, cerca in tutti i modi di mettere il bastone fra le ruote a Mildred. La cosa importante è rendersi conto di quale sia il concetto di vendetta nel film di McDonagh.

Se l’impalcatura fin da subito ricorda quella immorale, tosta e violenta di Tarantino (senza le forti dosi di splatter), quella dove si percepisce a più riprese il pericolo imminente dello scontro a fuoco, è la vendetta morale la presa di posizione che ci vuole trasmettere il regista e non quella fisica e per lo più mortale. La conclusione infatti (ad un certo punto inaspettata) si ricongiunge benissimo con lo scopo educativo del film che insegna che la forza dell’amore è l’unica soluzione per porre fine al continuo ciclo di odio e violenza generato dalla vendetta. E quale gesto d’amore è più forte e positivo del voler vendicare la memoria della figlia morta solo con la propria determinazione? Un atteggiamento, quello della grandissima ed inossidabile Mildred, molto più cristiano del prete che la ammonisce per il suo gesto, a suo parere scriteriato, di noleggiare dei cartelloni mettendo in cattiva luce l’operato, sempre per lui inappuntabile, della Polizia di Ebbing. McDonagh inoltre, che qui dirige e scrive, ci fa’ riflettere non poco sul significato di giustizia. Ad esempio quella inesistente nei confronti dei poliziotti sadici che torturano i neri per strada, particolare che fra l’altro non viene mai mostrato perchè a McDonagh non interessa farci vedere una cosa che hanno già fatto vedere tutti e che sappiamo benissimo. Il regista ci fa’ bensì vedere un poliziotto bianco che pesta e scaraventa giù dalla finestra un uomo bianco perchè l’immagine che ci vuole dare è totale. Giustizia vista dagli occhi di una donna che va contro la legge per farsi giustizia da sola. E a questo punto ciò che è giusto e sbagliato si confondono. E’ anche l’ennesimo ritratto di un’America rurale squilibrata, pazza, incivile e civile solo quando bisogna appellarsi alle leggi per la difesa personale. Territori remoti di una Nazione oscura che McDonagh tratteggia con giusta tragicità ma anche con un umorismo nero tagliente e corrosivo, che fluisce perfettamente in un cast di sole stelle: McDormand stratosferica (in odore di Oscar, ha già vinto il Golden Globe), Woody Harrelson straordinario, Sam Rockwell fenomenale, per non dimenticare un ottimo Caleb Landry Jones (già ammirato in Scappa – Get Out) e il sempre eccellente Peter Dinklage (premiato nei panni di Lannister ne Il Trono Di Spade). In questa cerchia di splendidi interpreti alcuni personaggi subiscono una metamorfosi nel corso del film, a volte per la percezione che ha di loro il pubblico, altre intraprendendo un vero sentiero di redenzione. E’ così che lo sceriffo visto come inefficiente ed insensibile diventa più umano del previsto e lo sbirro ignorante e violento cambia per rimediare ai suoi errori. McDonagh non perde comunque di vista i suoi personaggi e i suoi attori sono dannatamente bravi a mantenerne intatti i caratteri.

L’ironia di Tre Manifesti A Ebbing, Missouri mette in ridicolo la tendenza del poliziotto che cerca a tutti i costi di rivendicare la propria autorità sociale e sessuale sugli stranieri, sulle donne e sugli omosessuali, non riuscendo però a sviare alla sua evidente condizione di ignorante. Sotto questo film, visto come una coltre di macerie umane, viene allo scoperto una prorompente umanità, ed è questa la nota più bella e positiva. A tal punto, nonostante la veemenza iconoclasta, non si può non raggiungere la commozione, grazie soprattutto alle lettere struggenti scritte da Willoughby, testamento di un uomo effettivamente degno della stima dei suoi concittadini. Quando si vedono opere veraci e sincere come Tre Manifesti A Ebbing, Missouri non si può che pensare che il Mondo abbia bisogno di film così.

Zanini Marco

gennaio 22, 2018 at 2:09 pm Lascia un commento

Tre Manifesti a Ebbing-Missouri di Martin McDonagh recensione di Stefania De Zorzi.

tre manifesti

“Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” è un film forte, spiazzante fin dal titolo: Martin Mc Donagh, nella duplice veste di regista e sceneggiatore, porta a compimento il percorso talentuoso, seppure poco prolifico, iniziato con “In Bruges”.
Mildred Hayes/Frances McDormand, infuriata e amareggiata per la mancanza di risultati nelle indagini della polizia locale sull’orribile morte della figlia, stuprata e uccisa mesi prima, investe il poco denaro a sua disposizione in tre cartelloni pubblicitari, situati all’ingresso del paese, che pongono domande provocatorie a caratteri cubitali allo sceriffo Bill Willoughby/Woody Harrelson. L’atto scatena reazioni imprevedibili ed estreme da parte di molti abitanti, fra cui lo sceriffo stesso, malato di un cancro incurabile, e l’agente Jason Dixon/Sam Rockwell, accusato in passato di torture sui neri.
McDonagh firma un noir dalle venature umoristiche che, complice la presenza della McDormand, ricorda nei toni e nelle ambientazioni il cinema dei fratelli Coen: protagonista è una provincia americana popolata di poliziotti ottusi e razzisti, preti dalla morale ipocrita, ex-mariti maneschi con amanti giovani e ingenue, soldati psicopatici e nani innamorati. Visto così potrebbe ridursi a un circo grottesco di freaks tagliati con l’accetta, alla maniera di tanti film ispirati a fumetti iper-violenti: tuttavia McDonagh mantiene miracolosamente l’equilibrio sul filo sottile che interseca il dramma, la commedia e la crime-story, delineando l’umanità a tratti buffa, a tratti dolente, di personaggi capaci di evolvere verso direzioni psicologiche e narrative impreviste. L’esito è un giallo che travalica i generi,  in cui la casualità e l’incompiutezza hanno la meglio sulle tecnologie sofisticate e sul presunto acume o sulla dichiarata cialtroneria dei tutori dell’ordine. Già altre volte l’America rurale era stata  ritratta nel suo volto ignorante e primitivo; Mc Donagh, grazie ad un cast di eccellenza (McDormand e Rockwell sopra agli altri) e ad una sceneggiatura brillante, introduce sfumature di simpatia e di redenzione morale in creature che invece per buona parte del film sembrano deputate al disprezzo dello spettatore. E’ degna di nota la fotografia, in un profondo sud che alterna ampi spazi di natura lussureggiante ad ambientazioni cittadine simil-western, la calda luce diurna a notturni infuocati dalla violenza dell’uomo. Film da vedere, resistendo alla frustrazione di chi non riceve tutte le risposte normalmente attese in una storia con un mistero da risolvere.

gennaio 17, 2018 at 11:17 am Lascia un commento

Star Wars: Gli Ultimi Jedi di Rian Johnson -recensione di Stefania De Zorzi-

jedi

Rinnovare o conservare? Rian Johnson, regista e sceneggiatore di “Star Wars: Gli Ultimi Jedi”, opta per la via pericolosa e vitale del rinnovamento di una delle saghe cinematografiche di maggior successo degli ultimi quarant’anni.
Non poteva forse essere diversamente, visto che i personaggi originali della prima trilogia sono periti nella finzione (Han Solo/Harrison Ford nell’episodio precedente) o ahimé nella realtà (Carrie Fisher/Principessa Leia, che rimane comunque protagonista grazie alla digitalizzazione, e a cui viene dedicato un commovente omaggio).
Il sinistro Primo Ordine, comandato dal Leader Supremo Snoke/Andy Serkis, cerca di spazzare via le forze residue della Resistenza, capitanate da Leia Organa: la battaglia spaziale infuria, fra atti di eroismo e temerarietà di Poe/Oscar Isaac e Finn/John Boyega, mentre su un pianeta desolato Rey/Daisy Ridley è alle prese con un recalcitrante Luke Skywalker/Mark Hamill e con le proiezioni mentali dell’infido Kylo Ren/Adam Driver.
L’aria di novità si respira fin dall’esilarante scena iniziale, piacevolmente prossima ai toni scanzonati de “I Guardiani della Galassia”; continua nella prospettiva tutta al femminile di una battaglia dove le vite umane hanno la priorità sugli atti di presunto eroismo (particolarmente azzeccati i nuovi personaggi del vice ammiraglio Holdo/Laura Dern e dell’umile ma intrepida Rose/Kelly Marie Tran). Incredibile ma vero, con l’eccezione di Rey, vediamo donne non necessariamente giovani o bellissime protagoniste di un kolossal, per di più di fantascienza. Le sequenze fra Rey e Luke, pur se con una certa lentezza, rileggono con occhi moderni il classico rapporto maestro/allieva: dove il primo non vuole essere tale, mentre la seconda scopre verità scomode sul proprio passato e su quello di Luke. Le battaglie spaziali, le sequenze nella sala rossa del Leader Supremo, e le scene finali sul pianeta di sale sono visivamente mozzafiato; Johnson firma una sceneggiatura migliore dell’episodio 7, con una trama meno frammentata e dialoghi scoppiettanti di ironia auto-referenziale. Soprattutto scolpisce una squadra di personaggi a tutto tondo, che nel film precedente era rimasta appannata da un’aurea mediocrità, e qui invece appassiona e prende risalto. Non manca qualche peccato veniale: dagli animaletti di matrice disneyana già pronti per il merchandising, alla storica colonna sonora, qui troppo invadente (con l’eccezione di una sequenza splendida e cruciale completamente silenziosa). In barba ai fan puristi e ai pistolotti anti-seriali, si esce con l’allegria e l’affetto per un rinato manipolo di eroi e l’attesa impaziente del prossimo episodio.

dicembre 27, 2017 at 11:52 am Lascia un commento

I 30 FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEL 2017.

ARRIVAL

 ARRIVAL

ELLE

ELLE

SING STREET

SING STREET

LA LA LAND

LALA

CAPTAIN FANTASTIC

CAPTAIN

TRUMAN

TRUMAN

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

 LA MIA VITA DA ZUCCHINA

 THE WITCH

PERFETTI SCONOSCIUTI

BLADE RUNNER

RAW

HEART OF A DOG

IL CLIENTE

CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

INTERSTELLAR

EFFETTO NOTTE

NICK CAVE ONE MORE TIME WITH FEELING

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

SCAPPA -GET OUT-

PATERSON

LA MECCANICA DELLE OMBRE

IL DIRITTO DI UCCIDERE

AGNUS DEI

IT FOLLOW

POLYTECHNIQUE

UN PADRE UNA FIGLIA

IL MEDICO DI CAMPAGNA

E’ SOLO LA FINE DEL MONDO

TANGERINES – MANDARINI

30+1 FRANK

 

 

dicembre 17, 2017 at 12:20 pm Lascia un commento

Thor: Ragnarok di Taika Waititi -recensione di Stefania De Zorzi-

thor

Ad Asgard soffiano i venti dell’Apocalisse, e pur tuttavia gli dei e gli eroi affrontano calamità titaniche senza perdere il buonumore: è l’approccio comico-avventuroso (assai più originale di quanto sembri a prima vista) di “Thor:Ragnarok”, diretto da Taika Waititi. Thor/Chris Hemsworth, insieme al fratello Loki/Tom Hiddleston, deve affrontare la temibile sorella Hela/Cate Blanchett, dea della morte, sfuggita dopo eoni all’esilio impostole da Odino/Anthony Hopkins. Nel corso di un’impari battaglia, Thor e Loki finiscono attraverso un varco spazio-dimensionale sul pianeta Sakaar, governato dal Gran Maestro/Jeff Goldblum; qui Thor è costretto a scontrarsi nell’arena con Hulk, quasi totalmente immemore del suo alter ego Bruce Banner/Mark Ruffalo. Nel frattempo, Hela mette a ferro e fuoco Asgard, minacciando il massacro genocida dei suoi abitanti, e la conquista di altri mondi. Waititi bilancia una trama avvincente e ben articolata con uno stile scanzonato che ricalca le orme de “I Guardiani della Galassia”, lasciando spazio anche a riflessioni più profonde: la spazzatura fisica e mediatica che regna su Sakaar evoca il trash politico e televisivo dei nostri tempi, grottesco e violento, mentre Odino è il padre ambiguo sia di Hela, esecutrice di morte, che di Thor, dio benevolo e generoso. I richiami ai film precedenti sono particolarmente gustosi: dalla messa in scena teatrale della finta morte di Loki, alla sequenza dell’incontro fra il protagonista e il Dottor Strange/Benedict Cumberbatch, fino ai pantaloni esageratamente attillati di Tony Stark, prestati ad un piagnucoloso Bruce Banner. Nei nostri tempi irriverenti gli dei di Asgard non possono rimanere su un piedistallo troppo elevato, che rischierebbe un’anacronistica pomposità: si prepari dunque lo spettatore a un Thor che perde progressivamente i suoi attributi tradizionali, a una Valchiria beona, e a un Loki opportunista e non così malvagio, che nella sua cialtroneria ci assomiglia più di quanto vorremmo. La colonna sonora ben supporta il taglio ironico fino ai limiti dell’auto-parodia, senza dimenticare l’esaltazione dei consueti scontri supereroistici: strepitoso l’uso di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin, all’inizio e alla fine del film. Sceneggiatura scoppiettante, ritmo serrato dal primo all’ultimo minuto, attori perfettamente in parte: Waititi rilegge gli dei e i demoni di Asgard alla luce dell’etica dissacrante del ventunesimo secolo, conservando al contempo la loro essenza in un equilibrio miracoloso . Assolutamente da vedere, forse il miglior Thor visto finora.

novembre 13, 2017 at 2:09 pm Lascia un commento

Feria d’agosto in differita – “Amores perros” (2004), “21 grammi” (2003), “Babel” (2006) di Alejandro G. Iñárritu. Multirivisione di Annalisa Bendelli

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BABEL

Se ‘utopia’ è il desiderabile non realizzabile, ‘distopia’ al contrario varrebbe quale indesiderabile realizzabile o, peggio, realizzato. Non occorre prefigurare o attendere il futuro per assistervi. Sempre comunque la metropoli al centro dell’attenzione, luogo simbolico e reale del convergere, del vivere e abitare degli umani, l’opzione privilegiata, che attrae potentemente e ineluttabilmente fagocita, quando non diventa incubo, inferno del vivere. La caotica e sgarrupata Città del Messico in cui Iñárritu ambienta i disperati, efferati, “Amores perros” non dista poi tanto, nel tempo e nello spazio, soprattutto nella indesiderabilità, dalla cupa e magmatica Los Angeles immaginata e rappresentata in” Blade runner”. Nelle mie peregrinazioni estivanti, risalendo di pochi anni e poche migliaia di chilometri ( la frontiera l’ ho attraversata, nel senso facile, senza troppi problemi) dalla California statunitense all’entroterra messicano, ho raggiunto la mostruosa concentrazione urbana di baracche muri scrostati accatastamenti umani e materiali lordume e degrado. La sterminata distesa scalcinata e calcinata intorno ai quartieri alti separati, blindati, ai grattacieli della produzione e del comando, ai villoni da telenovela e appartamentini glamour secondo i vulgati, corrivi, stilemi copiati (male) dal primo mondo, parquet e tinte ocra, open space e vetrate. Il babelico coacervo – impasto – agglomerato di vite, abitazioni, condizioni umane nella specificazione del ‘sud’ del mondo, così didascalicamente, quasi folkloricamente rappresentativo. Mi ci sono inoltrata trascinata dalle incursioni e carotaggi della telecamera del regista che penetra come un segugio negli interni popolari, poveri e disordinati, gremiti di cose consunte e bisunte, feticci della tradizione e paccottiglia variegata imitazione ‘primo mondo’. Oppure talora si intrufola nei luoghi del lusso pacchiano ed eccessivo dei privilegiati ricconi… zeppi di crocifissi e cornici d’argento intorno a fotografie di famiglia… quante… e altrettante, anzi di più, nelle case dei diseredati… gli altarini, i memoriali dei clan, un’ossessione visiva e tematica… Altrimenti l’ho vista scorrere rapida, la città, nelle carrellate delle scorribande furiose in auto, attraverso vie desolate o trafficate e caotiche, verso luoghi degradati, sordidi, squallide arene insanguinate dopo i feroci combattimenti canini, aree dismesse e sconnesse. La metropoli in sé e in opposizione, confronto, con gli spazi desolati e rarefatti, il deserto, quello texano-messicano a cavallo della ‘frontera’ o quello ai piedi dell’Atlante marocchino nell’ultimo film della trilogia, “Babel”. E’ Tokyo stavolta che rinnova l’archetipo biblico cui il titolo del film rimanda, futuribile e smagliante, ipertecnologica ed attrezzata ma altrettanto caotica, tentacolare, congestionata, altrettanto invivibile, indesiderabile. Un Iñárritu più global, dal documentarismo più leccato e patinato, scenografico, alla National Geographic, scavalca la frontiera e le frontiere e abbraccia il pianeta, interseca e frulla luoghi ai quattro capi del mondo. Ma il giro largo intorno al mondo di Babel è un giro tondo spezzato, che non gira come si vorrebbe… Li ricordiamo tutti i giro giro tondi della nostra infanzia – un amico me li ha recentemente rievocati, con toni ironici e sprezzanti – il cinesino, l’indianino, il giapponesino, il piccolo messicano, africano, marocchino… quel lezioso e fasullo abbraccio ecumenico che ci facevano disegnare, cantare e ballare le maestre all’asilo e alle elementari… Non a caso, credo, il film ha ispirato una graziosa pellicola epigona in chiave didascalica e didattica, “Vado a scuola”, che insegue con retorica ‘buona’ le condizioni di scolaretti ai quattro capi del mondo sottosviluppato tra svantaggio e desiderio di affrancamento dalle condizioni di isolamento e arretratezza. Stessi scenari grandiosi e desolati di natura selvaggia e matrigna, stessa copertina a strisce ritagliate dei mondi esplorati in parallelo… Ma i bambini, il futuro e speranza dell’umanità, nei film di di Iñárritu – e ce ne sono tanti, ripresi con grande attenzione, poesia e sensibilità – non si danno la mano, non girano in tondo felici e contenti. Penso allo ‘Spennacchiotto’ di “Amores perros”, il nipotino del proletario Octavio, goffo e scomodo infante febbricitante e moccoloso, tutto infagottato nei cuffiotti etnici di lana grossa … Oppure all’ineffabile figlioletto meticcio del disperato ex galeotto pentito di “21 grammi” dallo sguardo tenero e adulto, severo e rassegnato, così struggente, intenso, a confronto con quello un po’ vacuo e fatuo delle fanciulline leziose, dolci e petulanti che il suo sciagurato papà investirà insieme al loro papà e lascerà agonizzanti sull’asfalto… O ancora ai ragazzini marocchini, selvaggi, sgradevoli, sporchi e cattivi che innescheranno il drammatico gioco dei destini incrociati di “Babel”, così diversi, incompatibili, così ‘lontani’ dai diafani e adorabili angioletti della coppia statunitense wasp  che viaggia nel loro paese e drammaticamente intersecherà i loro sconsiderati tiri al bersaglio . E infine alla giapponesina dal glamour alieno, imbronciata e incapsulata nella sua triste, direi simbolica, condizione di sordomuta proprio nella città emblema della incomunicabilità e alienazione. I movimenti di camera di Iñárritu non descrivono cerchi, piuttosto linee rette per lo più parallele, attraverso carrellate laterali, a rendere gli slittamenti umani su binari paralleli che non si intersecano, non si incontrano . Se mai accade, nei disguidi del possibile, solo scontri e drammi e tragedie… altro che girotondi… Così le traiettorie delle pallottole dei fucili  incrociano il destino della giovane turista statunitense ferendola quasi a morte… Mentre, in “21 grammi”, il pick-up sgangherato dell’ispanico mal redento che sfreccia in corsa verso la sua baracca di emarginato, attraversando in scorrimento radente la schiera di villette leziose del quartierino upper class, intercetterà fatalmente, proprio a un incrocio, i destini delle bimbe che rientrano a casa, in una di quelle belle casette, con il loro papà… E ancora a un incrocio stradale si scontrano i destini dei personaggi in “Amores perros”, e il tragico caso infilza e unisce chi per classe e condizione non si sarebbe mai incontrato. La frontiera tra Ciudad Juarez ed El Paso che il cocciuto irriducibile Octavio non riuscirà a varcare, o quella stessa varcata con faciltà in andata, da San Diego, dai piccoli gringo di “Babel” al seguito della governante messicana (ma quanto periglioso e difficile il rientro…) non è la sola che il regista traccia nelle sue pellicole… Sono mille le frontiere tra gli umani, gli stati, i popoli, le terre, i quartieri, le classi, le culture… mille le pareti, le staccionate, i diaframmi… come i vetri dei finestrini del pullman che trasporta la comitiva di turisti americani attraverso il deserto del Maghreb, viaggiatori insensibili e distanti, incapaci di entrare davvero in quel mondo che percorrono come su binari e non sanno né possono penetrare… O le vetrate aeree dell’avveniristica torre residenziale di Tokyo da cui la giapponesina, pesciolino nella boccia, osserva una città pulsante ma estranea, separata. E il mondo percorso di strade e avviluppato nelle rotte dei cieli e dei mari tiene sempre meno i legami, perde sempre più colpi… e la vita è sempre meno vivibile e bella, tanto nelle aggregazioni metropolitane quanto negli spazi desolati e rarefatti dove si sente solo il rumore del vento… “Giro giro tondo casca il mondo… casca la terra?”

ottobre 30, 2017 at 12:54 pm 7 commenti

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