Archive for ottobre, 2011

Il Gioiellino di Andrea Molaioli ( dvd )

Ernesto Botta, uomo sgradevole e introverso, è ragioniere presso l’azienda agro-alimentare della famiglia Rastelli, un ‘gioiellino’ quotato in Borsa e lanciato con disinvoltura su nuovi mercati internazionali. Abile nelle battaglie finanziarie e nelle alchimie di bilancio, Botta fa quadrare il cerchio e fa il lavoro sporco, ritagliandosi poche ore per un bicchiere di vino pregiato, un amplesso verticale sbrigativo e una conversazione in inglese su musicassetta. Costruita la propria fortuna su latte, merendine e biscotti, i Rastelli frequentano casa, chiesa e azienda con la medesima devozione, circondandosi di politici ed ecclesiastici sostenitori e fanatici del made in Italy. Nel tempo libero gestiscono squadre di calcio, sfrecciano con le Lamborghini sulle strade della provincia piemontese, restaurano monumenti, finanziano la cultura, sostengono gli enti morali, sperimentano attività turistiche e naturalmente accumulano debiti. La gestione spregiudicata e irresponsabile li condurrà in pochi anni sull’orlo del fallimento. Ma Ernesto Botta ha un asso nella manica e un piano di ‘lunga conservazione’: gonfiare i bilanci aziendali e inventarsi il denaro.
“Bevete più latte” cantava un famoso jingle composto da Nino Rota per l’episodio felliniano di Boccaccio ’70, perché “il latte fa bene” ma può essere fatale se versato in un mare di debiti. Ispirata ai crac finanziari verificatisi negli ultimi anni e idealmente prossimo al caso Parmalat, l’opera seconda di Andrea Molaioli scava letteralmente nel terreno molle della finanza creativa e dissotterra gioielli, gioiellino e quello che resta del venduto per pagare i debiti o per fuggire in terrestri paradisi fiscali.
Dopo aver girato un’opera di genere che parlava d’altro e provava a scrollarsi di dosso l’ovvio di troppo cinema italiano, Molaioli si trasferisce questa volta in Piemonte, dove torna a guardare la provincia come immagine di una società viziata e sofferente. Se La ragazza del lago avviava un’indagine introspettiva a partire da un corpo senza vita annegato e poi abbandonato sulla riva, Il gioiellino si concentra su una corporation affogata dai debiti e poi costretta alla bancarotta. Ancora una volta al centro della vicenda c’è Toni Servillo, gelido, impenetrabile e in statuaria tensione nell’interpretazione di un ragioniere fraudolento e trattenuto da ogni coinvolgimento affettivo. Il prestigiatore di Servillo, al servizio del ‘candido’ imprenditore di Remo Girone, che si è fatto da sé a colpi di latte, pallone e viaggi esotici, è l’anima pulsante di un film che approfondisce il comportamento sociale e privato di un imperatore del latte, dei suoi cortigiani, dei suoi cassieri, dei suoi contabili, dei suoi figli e dei suoi nipoti, la cui determinazione si volge in spregiudicatezza, degenerando in avidità e assenza di scrupoli.
Molaioli dà allora forma antropomorfa all’insieme di teorie e prassi alla base di una politica finanziaria virtuale e drogata dentro la fotografia onirica e ‘fuori fuoco’ di Luca Bigazzi. L’unità del film è data proprio da questa riduzione del plurale nel singolare, che rivela sognatori megalomani sbrigliati in una cupidigia giocata a tutto campo con gusto del rischio e di una sfrontata sicurezza. Figure esaltate e gonfiate come i bilanci certificati sulle loro scrivanie, che anticipano la caduta e tracciano la parabola di un disfacimento morale. Persone prima che personaggi partoriti dalla benevolenza della provincia, che il regista osserva a distanza, senza simpatie o condanne, producendosi in un discorso sulla condizione dell’uomo che non concede tempo alla sua coscienza e intraprende un destino di distruzione. Giocatori d’azzardo che avevano tutto da nascondere e una faccia pulita da ‘dichiarare’.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

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ottobre 31, 2011 at 10:56 am Lascia un commento

Source Code di Duncan Jones ( dvd e b-ray )

Il capitano Colter Stevens, pilota di elicotteri e veterano della guerra in Afghanistan, si risveglia su un treno di pendolari senza avere la minima idea di dove si trovi. Di fronte a lui Christina, una bella ragazza che lo conosce ma che lui non riconosce affatto. In tasca (e nello specchio) l’identità di un giovane insegnante di nome Sean Fentress. Poi l’esplosione, che squarcia il convoglio. Ma Colter non è morto, da un monitor un ufficiale donna lo informa che dovrà tornare sul treno per identificare l’attentatore e prevenire un successivo, più micidiale attacco. Ogni volta che farà ritorno sul treno avrà solo 8 minuti a disposizione. Di più non gli è dato sapere, la missione è top-secret, il suo nome: “Source Code”.
Ciò che più stupisce nel film di Duncan Jones, è che dentro un’idea tanto cerebrale, dentro una messa in forma calcolata al secondo, batta un cuore davvero caldo; e non è (solo) bravura attoriale o suggestione spetattoriale: è il cuore del film, l’anelito alla vita di ciò che resta del capitano Colter Stevens. Vita è conoscenza, conoscenza di sé. Al capitano serve molto più di una chance, molto più di una replica per arrivarci, ed è proprio questa fallibilità, questa necessità di ricominciare da capo (già alla base di altri bei film) a fare della sua vicenda straordinaria e fantascientifica una metafora della vicenda terrena di ogni essere umano. Non tutto torna o è comunque volontariamente talmente complesso da scorare chi si accingesse all’impresa, ma rientra nei patti, esattamente come avveniva per il televisivo Quantum Leap, dove i richiami alla fisica quantistica erano funzionali a mascherare alla meglio il vero concept della serie.
Le identità multiple indossate da Jake Gillenhall sono il tratto che narrativamente avvicina di più, nell’immediato, Source Code all’esordio del regista, Moon, ma non v’è dubbio che, nonostante gli abiti civili, le arterie stradali di Chicago, la realtà di un programma governativo e della sua sede operativa, Source Code sia quasi più fantascientifico del suo precedente ambientato nello Spazio. Laddove Moon, infatti, è una meravigliosa pagina di filosofia esistenzialista (solitudine, “individualità”, assurdo dell’esistere), qui il gioco e il pensiero muovono attorno ad una molteplicità di dimensioni (non ultima quella del finale, tutt’altro che posticcio) e il tempo è la variabile chiave, l’unica, tant’è vero che lo spazio è individuato in un non-luogo –il treno-, più che altro una direttrice, un vettore.
L’azione, il thrilling, la velocità del film di Duncan Jones non nascono, dunque, solo dagli espedienti narrativi tipici del genere nella sua declinazione hollywoodiana (la bomba, il conto alla rovescia) ma sono fatti di tempo e movimento: sono fatti della materia di cui è fatto il cinema.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

ottobre 29, 2011 at 8:22 am Lascia un commento

A winged victory for the sullen – Omonimo ( cd – lp )

“Una vittoria alata per l’imbronciato” è il criptico quanto intrigante alias sotto il quale si presenta un vero e proprio dream team rappresentativo delle recenti intersezioni tra minimalismo neoclassico e ipnotiche visioni ambientali ad occhi chiusi.

Più che di un progetto collaborativo tra i tanti, si tratta dell’incontro tra due dei più apprezzati artefici di viaggi dronici e leggiadre melodie pianistiche degli ultimi anni, ovvero Adam Wiltzie Dustin O’Halloran , che per l’occasione incrociano finissimi filtraggi elettronici e partiture armoniche minimali, supportati da un ensemble cameristico che comprende, tra gli altri, due nomi di spicco quali Peter Broderick e Hildur Guonadottir

In virtù dei nomi dei musicisti che vi partecipano, l’omonimo debutto di A Winged Victory For The Sullen non può che collocarsi tra i più interessanti esperimenti di sincretismo stilistico, inteso alla coniugazione cinematica delle sospensioni temporali catturate dagli archi ed elettronicamente filtrate con quelle prodotte da cadenze pianistiche austere, rese ancor più ovattate da contesti di registrazione sovente ricavati da chiese o luoghi abbandonati.

Quel che ne risulta è un’opera copiosamente incentrata su loop e riverberi, su soffi brumosi e melodie poco più che delineate, che insieme costituiscono le pennellate di un affresco sonoro inteso a evocazioni impalpabili piuttosto che a fin troppo scontate suggestioni emozionali. 

Eppure, il pathos che anima i tre quarti d’ora di durata dell’album non manca di esprimersi nella commossa dedica a Mark Linkous delle due parti di “Requiem For The Static King” e, in generale, attraverso sottigliezze forse non immediatamente percepibili ma esaltate proprio dal tono in apparenza accademico e distaccato delle composizioni di Wiltzie e O’Halloran.

Per quanto contraddittorio possa apparire, ampia parte dei sette pezzi di “A Winged Victory For The Sullen” spiccano più per i loro vuoti e silenzi che per le esili linee cameristiche filtrate, più per i momenti di stasi che per movimenti graduali e tanto compunti da apparire persino distaccati.

Benché tutto ciò non produca una sostanziale uniformità delle composizioni – che invece spaziano dallo spiccato camerismo di “Requiem For The Static King Part 1” ai progressivi svaporamenti della lunga “A Symphony Pathetique”, dalla gentilezza fiorita di “Minuet For A Cheap Piano” alle brume nordiche dell’immaginifica “Steep Hills Of Vicodin Tears” – l’insieme del lavoro risulta alquanto inerte nella sua superficie levigata, curata con raffinatezza ma anche con sostanziale freddezza. 

Non v’è da dubitare che l’estremo rigore formale ed esecutivo sia stato volutamente ricercato dai suoi due principali artefici, tuttavia il complesso del lavoro si discosta ben poco dalla sommatoria delle espressioni degli artisti che vi hanno contribuito, peccando in parte di quello slancio e di quel coinvolgimento in grado di farne un’opera memorabile per chi alla sua formula è ormai ben aduso.

Come spesso capita con simili dischi, molto nella sua percezione dipende da quanto la stessa formula possa atteggiarsi a inedita e quindi in grado di stupire; ma per i più consumati viaggiatori della palpebra, per i cultori del minimalismo cameristico e finanche per gli irriducibili amanti degli emozionali vapori sigurrosiani, “A Winged Victory For The Sullen” corre seriamente il rischio di restare confinato a parentesi da sottofondo notturno, pur niente affatto priva di momenti di piacevole e avvolgente conforto.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

ottobre 27, 2011 at 3:38 pm Lascia un commento

Il primo incarico di Giorgia Cecere ( dvd )

Puglia, anni ’50. Nena è una giovane maestra, innamorata di un ragazzo dell’alta borghesia, messa sotto pressione dalle preoccupazioni della madre. Quando arriva la lettera di assunzione in una piccola scuola nel sud salentino, fa le valigie e parte a malincuore, curiosa della sua nuova esperienza ma triste per la lontananza dal suo amore. Dopo le prime difficoltà di integrazione nella piccola comunità agreste, riesce a trovare un equilibrio che verrà nuovamente messo in discussione dalla notizia dell’innamoramento del fidanzato per un’altra donna. Scegliere come protagonista di un film una professoressa degli anni Cinquanta, vuol dire prediligere il punto di vista femminile a quello maschile. Gli uomini, nel film, non fanno bella figura: sono rozzi e insensibili o vittime inconsapevoli di un sistema classista, irrigidito sul lusso di privilegi atavici. Le donne sanno far da mangiare e si occupano della casa. Si innamorano? Forse, ma senza crederci troppo. Nena conosce l’emancipazione, l’ha studiata sui libri ma non riesce a trovare la strada per perseguirla. Solo quando l’ipocrisia del suo amore impossibile si mostrerà nella crudezza più imbarazzante, apprezzerà le opportunità che la vita le sta offrendo. Con delicatezza e candore, la narrazione prende corpo, seguendo l’evoluzione dell’anima: è il silenzio a ritmare la storia. Il lavoro di sottrazione sulla sceneggiatura e la gestualità degli attori tolgono tutto quello che non è necessario, fino a illuminare solo i sentimenti, senza virtuosismi. Anche Isabella Ragonese, senza trucco e senza vezzi, dimostra ancora una volta di essere un’ottima interprete versatile. Il tocco elegante della regista rende apprezzabile una storia piccola che, per essere raccontata, ha bisogno di un narratore che sappia osservare. Con pazienza e voglia di comprendere.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

ottobre 27, 2011 at 3:29 pm Lascia un commento

Tom Waits – Bad as me ( cd – 2lp )

Qual è il Tom Waits che vi piace di più? Quello apparentemente disordinato e rumorista? Quello rarefatto e lirico? Quello che come nessun altro reinterpreta i suoni del rock e del blues delle origini? Il narratore di storie surreali? Perché in “Bad as me”, quel Tom Waits c’è. C’è persino il Tom Waits notturno e jazzato che non ascoltavamo da chissà quanto tempo. E tutto questo senza che “Bad as me” – 17° disco di studio, il primo di inediti in 7 anni da “Real gone” – suoni come un disco autoindulgente o autocitazionista. Perché Waits è sempre stato l’opposto di queste due caratteristiche tipiche di tanti artisti della sua età, della sua fase della carriera. E continuerà ad esserlo.
“Bad as me” è un piccolo capolavoro, nella sua varietà. L’inizio inganna, con un rock scuro in puro stile Waits, dedicato alla città del Blues, Chicago, in cui si fondono tre immensi musicisti: i fiati di David Hidalgo (Los Lobos) e le chitarre di Keith Richards e di Marc Ribot. E’ una delle canzoni che anticipano uno dei temi del disco, ma di certo non l’unico. E sì, per la cronaca, Richards e Ribot si ritrovano a sfidare le chitarre anche in “Satisfied” – omaggio a Satisfation dei Rolling Stones. Ma non è il momento migliore del disco: è “solo” una bella canzone, la logica prosecuzione di quel filone “roots”-rumorista che Waits frequenta dagli anni ’80, da quando passò alla Island dopo il periodo “notturno” della Asylum. Un filone in cui Waits si sbizzarisce anche questa volta (soprattutto in “Hell broke luce”)
No, i momenti migliori del disco sono quelli lirici. Il momento più bello di di Richards, per intenderci, non è dato dalla sua chitarra (che compare in 4 brani), ma dalla sua voce rotta che fa da contro canto a quella di Waits in “Last leaf”, ballata acustica emozionante, che ricorda i fasti di “That feel” (“Bone Machine”, 1992, che i due scrissero e cantarono assieme).
Su questo genere ci sono tanti esempi, in questo disco. C’è “Face to the highway”, c’è “Back in the crowd”. C’è la finale ed emozionante “New year’s eve”, con una dizione ed una cantilena che ricordano un altro maestro, Leonard Cohen, con una melodia che cita la canzone di fine anno per eccellenza, “Auld lang syne”.

E c’è soprattutto “Kiss me”. Dove riaffiora il Tom Waits che non ti aspetti: quello notturno della prima fase della carriera, del periodo Asylum. Contrabbasso in primo piano, chitarra e poi piano in lontananza, lui che canta “Kiss me, kiss me like a stranger once again”. Quelle atmosfere da “Nighthawks at the diner” che Waits sembrava avere rinnegato da tempo, quelle che lo hanno fatto conoscere a molti di noi. Lo promettiamo, Tom: se un giorno deciderai di tornare a fare questa musica, non ti accuseremo di essere autoindulgente. Ascolteremo rapiti, e basta.
Non è l’unica canzone dove si sente il piano, completamente rinnegato in “Real gone”. Anche se è evidente, come hanno notato su Mojo, che il suono distintivo della musica di Waits è la chitarra di Marc Ribot, presente praticamente in tutte le canzoni e ormai parte del DNA di questo artista.
Ma questa volta Waits ha deciso di presentare tutti, ma proprio tutti i lati della sua musica, offrendoci la sua musica migliore da quelle “Mule variations” che l’hanno riportato sulle scene alla fine degli anni ’90 e che hanno inaugurato un decennio davvero memorabile. Un decennio (12 anni, per la precisione) che trova il suo punto più alto in questo gioiello dal titolo di “Bad as me”.

Gianni Sibilla (www.rockol.it)

ottobre 25, 2011 at 2:59 pm 1 commento

Mr. Beaver di Jodie Foster ( dvd e b-ray )

Walter Black ha diretto con successo la sua industria di giocattoli e la sua famiglia fino a quando la depressione non lo ha preso in un vortice che gli ha tolto progressivamente ogni piacere di vivere e persino la parola. La moglie ha resistito finché ha potuto, poi è venuto per lei il momento di preservare i figli e spingerlo a cavarsela da sé. Sembrava che Walter non ce l’avrebbe fatta e invece, parlando tramite la buffa marionetta di un castoro nella quale ha infilato il braccio, è tornato in vetta alle vendite aziendali e all’immagine che il figlio più piccolo ha di lui. Ma è davvero Walter che parla, che agisce e reagisce?
Jodie Foster regista ha una carriera breve ma di tutto rispetto, però è con questo film che le cose si fanno interessanti. Costruito come un film classico americano, con i suoi tre atti e i suoi colpi di scena al posto giusto, in realtà The Beaver contiene una materia coraggiosa e perturbante, che quel tipo di cinema raramente esplora, specie così esplicitamente.
Il protagonista soffre di una malattia scomoda, probabilmente ereditata ed ereditaria, e lungi dal risollevarsi da solo dal baratro, attraverso un moraleggiante ma anche classico percorso dell’eroe, va letteralmente in pezzi. Solo la rinuncia all’american dream dell’impresa gloriosa e individualistica rappresenteranno, infine, una speranza. Se c’è una retorica in Jodie Foster è se mai quella familiarista, che però non è affatto una retorica quanto uno degli oggetti del suo cinema, in continua osservazione e ridefinizione e pertanto più aperto che mai, tutt’altro che ideologico. Oltretutto qui il discorso è più profondo ed è esattamente quello che fa Norah in occasione del suo diploma: tutto è destinato a fiorire, ogni dolore ad essere superato? Everything’s gonna be all right? La risposta stavolta è no, non sempre, o magari a caro prezzo.
L’altro elemento di coraggio, oltre al tema affrontato e a parecchie scelte di regia, è senza dubbio la convocazione di Mel Gibson per il ruolo di Walter “Black”: l’attore, la cui personale e privata dark side è però recentemente affiorata sotto gli occhi del mondo, offre qui una performance davvero generosa e potente, in un ruolo a dir poco complesso.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

ottobre 24, 2011 at 4:00 pm Lascia un commento

I Guardiani del Destino di George Nolfi ( dvd e b-ray )

David Norris, un giovane uomo col vizio della politica, è candidato alla carica di senatore nello stato di New York. In vantaggio sul suo giurassico avversario, David punta tutta la sua campagna sulla freschezza dei suoi pochi anni e su uno spiccato talento oratorio. Ma una foto goliardica, pubblicata intempestivamente dalla stampa, compromette la sua vittoria, assicurandogli nondimeno la simpatia, la fiducia e il voto di Elise, una ballerina promettente incontrata per caso nel bagno degli uomini. Innamorati e perduti nel tempo di un bacio, David ed Elise si congedano per cercarsi e ritrovarsi lungo le strade e sugli autobus di New York. Quel loro amore tuttavia non è scritto nel libro del Presidente, una sorta di deus ex machina che decide il destino degli uomini. Elise non era prevista nel percorso esistenziale di David e dunque i guardiani del destino, agenti operativi del Presidente in giacca, cravatta e Borsalino, dovranno deviarla, aggiustando il tiro e garantendo un disegno più alto. Rivendicando il libero arbitrio, David sfiderà gli ordini superiori a colpi di testa e di cuore.
Frutto (probabilmente) di un acido ben fatto, Philip K. Dick vide dentro una primavera degli anni Settanta il Programmatore programmare le nostre vite sulla terra. Quell’esperienza diretta di ‘estasi’ gli rivelò ‘la verità’, ossia che gli uomini sono lo strumento per mezzo del quale si compie il disegno del Gran Burattinaio. Da un’altra esperienza, questa volta di creazione letteraria e in ogni caso allineata con quella mistica, nasce invece I guardiani del destino, racconto breve dell’autore americano trasposto sullo schermo da George Nolfi. Thriller sentimentale, I guardiani del destino combina momenti forti, tesi all’emozione adrenalinica, con sequenze chiuse in se stesse alla ricerca della commozione e della realizzazione di un amore splendido. Mentre Matt Damon combatte l’oscuro antagonista che lo spinge a battere un percorso voluto, il film solleva le ossessioni di Dick sulla necessità di distinguere la realtà oggettiva da quella soggettiva, sull’idea del complotto come trama ordita ai danni dell’individuo, sulla sorveglianza ossessiva esercitata dagli apparati di potere. Il titolo originale (The Adjustment Bureau) anticipa di fatto il passo che conduce il film, l’accomodatura verso l’esito desiderato per il protagonista da una presenza o ‘presidenza’ superiore. L’entità ha un braccio di agenti armati di Borsalino che controllano scrupolosi che gli uomini si muovano lungo linee prestabilite senza compromettere l’esito finale, senza scrutare dietro la porta di un futuro prossimo. Ma David Norris non vuole prendere parte all’evento programmato, procedendo in direzione ostinata e contraria.
I guardiani del destino è l’ennesimo adattamento dickiano che prova a leggere la contemporaneità con uno sguardo che dalle sue pagine mutua i temi fondamentali (la crisi del soggetto, la sostanziale falsità delle nostre percezioni, la compresenza di realtà parallele, etc) mancandone l’anima diversamente da opere altre, influenzate dal suo mondo letterario senza esserne trasposizioni dirette. Senza avere meriti di innovazione estetica, nondimeno il thriller romantico di Nolfi (sceneggiatore di The Bourne Ultimatum) trova il suo punto di forza nel protagonista. Così I guardiani del destino è uno di quei film che vale la pena vedere solo perché. Solo perché c’è Matt Damon, stanato da Eastwood che gli ha tolto la maschera (Hereafter) e recuperato l’identità. Rimanendo fedele al concetto che il personaggio è azione e stringendo la mano della donna che ama, Matt Damon attraversa le porte di una New York ‘liquida’ e segna il punto di passaggio: da attore del fare ad attore dell’essere. Così Nolfi svelando la matrice, svela il divo. Un divo bravo. Bravo sul serio.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

ottobre 22, 2011 at 10:54 am Lascia un commento

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