Archive for dicembre, 2010

Il rifugio di Francois Ozon ( dvd )

Louis muore di overdose, lasciando sola la compagna Mousse, eroinomane anch’essa, proprio quando questa ha scoperto di essere incinta. Nonostante i ricchi genitori di Louis le chiedano di abortire, Mousse si rifiuta e si ritira in solitudine in una villa in riva al mare. La visita di Paul, fratello di Louis, altererà i già precari equilibri.
Probabilmente leggendo la trama ma non il nome del regista e cercando di supplire indovinando quest’ultimo, a Ozon si arriverebbe entro tre tentativi al massimo. Il che non rappresenta necessariamente un male, la stessa cosa potrebbe succedere anche con Lynch o Chabrol; affezionarsi alla propria poetica, accettare l’idea di doversi confrontare con i propri demoni anziché simulare un eclettismo forzato può essere una pratica sana nel cinema.
Ozon, anche se talora esagera e talaltra esce proprio di strada, ha nelle sue corde questa maestria, la capacità di scavare in profondità nel non detto di situazioni in cui i sentimenti agiscono sottopelle e in cui quel che appare differisce assai da quel che è. Come la vicenda di Paul e Mousse, che si cercano e si guardano con in mente intenti differenti ma con un legame profondo che, consapevolmente o meno, tra i due si instaura sin dal primo sguardo.
Due diversi, in qualche modo due reietti, che si spiano, si proteggono l’un l’altro: lui cerca una figura materna e lei, che madre è o comunque sarà a breve, cerca un’ancora che fermi l’entropica tendenza del suo animo ad andare alla deriva.
È innegabile che quello del gay con insopprimibile desiderio di paternità sia un cliché difficile da digerire, ma l’amore con cui la cinepresa di Ozon accarezza i gesti dei due splendidi protagonisti, soffermandosi sulle minime sfumature delle loro espressioni, riesce a far dimenticare anche questi potenziali scivoloni.

Emanuele Sacchi (www.mymovies.it)

dicembre 23, 2010 at 10:40 am Lascia un commento

Lucio Dalla e Francesco De Gregori – Work in progress (2cd – 4lp)

All’inizio sembrava uno scherzo: Lucio Dalla Francesco De Gregori di nuovo insieme, trentun anni dopo “Banana Republic“. Poi, la certezza che l’evento ci sarebbe stato davvero. Un concerto emozionante, quello al Vox Club di Nonantola (Modena). I due vecchi amici che si annusano, si ritrovano, tornano a divertirsi sul palco tra gag e canzoni. Ma nessuno poteva prevedere che quel “Work in Progress” diventasse un cantiere itinerante per un anno intero. Da quel 22 gennaio 2010, i due hanno attraversato instancabilmente l’Italia con il treno delle loro canzoni. E non finisce qui, perché nuove date sono state annunciate da qui alla primavera del 2011. Niente a che vedere col gigantismo dello storico tour del ‘79, anche se non sono mancate grandi cornici, come l’Arena di Verona. La sera insieme a suonare, poi ognuno a casa sua, a conferma di due personalità diversissime e, proprio per questo, complementari.

E’ bene subito sgombrare il campo da ogni paragone, però: “Banana Republic” fu un evento nazionale, riaprì le porte agli stadi dopo la stagione delle molotov e dei processi sul palco, e soprattutto giunse al culmine della popolarità per entrambi i protagonisti. Fu un fenomeno di costume, oltre che musicale, capace di sdoganare la canzone d’autore dalle elite alle masse. “Work In Progress” non ha queste ambizioni e fotografa lo stato attuale dei due ex-“marinai”, con un Dalla ormai da anni in fase calante e un De Gregori fieramente aggrappato alle sue radici, tra nuovi lampi (“Il fischio del vapore“, “Pezzi“) e segni di stanchezza (l’ultimo “Per brevità chiamato Artista“).
Il doppio cd suggella la ritrovata sintonia dei due sul palco, dove ognuno canta le canzoni dell’altro, salvo “Caruso” e “La donna cannone“, troppo personali per prestarsi allo “scambio”. Poi, i duetti, spesso i momenti più godibili, su tutti una struggente “Santa Lucia“, non a caso il pezzo di De Gregori preferito da Dalla, una trascinante “Nuvolari” e un divertito “Disperato erotico stomp“. Anche se – va detto – i ruoli rispetto a “Banana Republic” sembrano essersi invertiti: oggi è De Gregori il più in forma, anche come interprete, mentre Dalla fatica un po’ a stargli dietro, sopperendo con mestiere e carisma.

Ventinove brani dal vivo e due inediti: l’invito al viaggio di “Gran Turismo” (soprassedibile) e “Non basta saper cantare“, una bella ballata pianistica old-style, più la versione in studio di “Generale e la cover di “Just A Gigolò” (“Solo un gigolò“). Tanti classici, pescati nel miglior repertorio di entrambi. Con arrangiamenti del tutto inediti. Può capitare così di imbattersi in una coda di sax e chitarre al posto della sonata di piano de “La leva calcistica della classe ‘68”, di vedere un’armonica dylaniana rimpiazzare le immortali zampogne di “Viva l’Italia” o di stentare a riconoscere la “Buonanotte Fiorellino” tramutata da valzer musette in galoppata rock. Per De Gregori non è certo una novità, del resto: le sue canzoni, da sempre, cambiano volto sul palco, come da lezione del Dylan targato “Never Ending Tour”. Lascia quindi sospesi tra imbarazzo e commozione la “Rimmel” cantata in coro con il pubblico: quasi un omaggio, dopo anni di sussiegoso (e spesso frainteso) distacco.
Più rispettosi degli originali i brani di Dalla, anche se gli arrangiamenti moderni donano nuova verve a capolavori del passato come “Anna e Marco“, “L’anno che verrà“, “Futura“, mentre una sentita “Henna” ci ricorda quella che è forse la sua ultima prodezza recente.

Peccato per l’esclusione dalla tracklist di qualche chicca riscoperta nel tour, ad esempio le degregoriane “I matti” e “Due zingari” oppure “Non sono matto (o la capra Elisabetta)”, il primo testo scritto da Dalla nel 1964 su musica di Gino Paoli. Si può sospettare che il marketing abbia fatto pendere la bilancia dalla parte degli hit, ma è anche logico che sia così. Non un’operazione-nostalgia e neanche un prodotto meramente promozionale, in ogni caso, come dimostra la mancanza proprio dei brani tratti dai loro album più recenti. Solo la testimonianza sincera e divertita di due giganti della canzone d’autore disposti a rimettersi in gioco dopo quarant’anni di onorata carriera. Con tutti i pregi di ieri e qualche limite di oggi.

Claudio Fabretti (www.ondarock.it)

dicembre 22, 2010 at 10:38 am Lascia un commento

Doug Paisley – Constant companion ( cd – lp )

Un compagno costante, quell’avatar cartaceo che scruta dal tavolo di cucina, maschera composta dietro la quale nascondersi, portavoce rassettato di nottate offuscate dall’alcool, dal gelo ottenebrante delle distese canadesi. Doug Paisley ce l’ha fatta di nuovo: un disco che, fin dalla prima nota, incandescente, di “No One But You” rimanda ai Grandi, facendosi beffe dei contemporanei, al grido: “Instant lassic!“.
L’esordio omonimo, due anni fa, gli aveva conquistato grande considerazione oltre confine, recensioni entusiaste di Mojo e del New Yorker, tour con Bonnie Prince Billy e un pressoché totale disinteresse in patria, tanto che, con cotanto pedigree, Paisley non ha ancora un’etichetta di distribuzione per il Canada.

E dire che, riascoltando la recente di produzione di Oldham, soprattutto “Beware“, quest’ultima pare un carrozzone di mestieranti annoiati, intenti a passarsi la palla ed esibirsi in qualche trucchetto per la folla, al cospetto delle irresistibili vibrazioni “younghiane” di questo “Constant Companion”, della misura consapevole e inappuntabile con cui si alternano le aperture di piano e wurlitzer – spruzzi di Grande Rosa in “Bluebird“! – di Garth Hudson della Band e i precisi, centellinati tocchi d’acustica. Come rimbalzano sui rintocchi di una sezione ritmica perfettamente concepita (soprattutto nella bella rullata vivificante di “What I Saw”)!
Perfetta perché in possesso di una vivida sobrietà, di un’elegante essenzialità raramente equivocabile per accademia (solo, semmai, nelle costruzioni melodiche “archetipiche”): quello che “Constant Companion” sa trasmettere è il calore mai domo di chi sa rifarsi alla tradizione senza muoversi col pilota automatico.

Così si fa duraturo il respiro di gentile, reciproco abbandono di “Don’t Make Me Wait“, duetto con la popstar canadese Leslie Feist. Penetrante, il riff introduttivo di “Always Say Goodbye” si somma alle misurate intromissioni di una slide guitar e al solito battito percussivo, ovattato ma trascinante: è potente, poi, l’interpretazione vocale di Doug, piena dell’affascinante distacco del cantautore navigato, che sa suggerire profondità emotive senza calcare l’impostazione. È simile, in questo senso, il suo lavoro di scrittura, di fine cesello di parole “elementari” ma pregnanti.
Constant Companion” diventa, in questo modo, un disco da degustare, in cui ogni soluzione, ogni stacco strumentale è messo in evidenza con grande cura (si vedano le sventagliate pianistiche di “O’ Heart”): una vera miniera.

È con spirito elevato, così, che si arriva alla finale “Come Here And Love Me“, summa perfetta della musica di Paisley. Familiare e suggestiva, rassicurante e potente: infinita.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

dicembre 21, 2010 at 8:35 am Lascia un commento

Badly Drawn Boy – It’s What I’m Thinking Pt. 1 – Photographing Snowflakes ( cd – lp )

Per chi, come il sottoscritto, era rimasto affascinato dall’esordio di “The Hour Of Bewilderbeast” e successivamente incantato da About a Boy, la deriva presa da Badly Drawn Boy negli album che seguirono negli anni successivi fu una delusione cocente.
Chi aveva riposto in Damon Gough prospettive di un futuro grande songwriter pop aveva dovuto fare i conti con dischi ridondanti e mal riusciti e alla fine lo si dava per definitivamente perso.
E invece…

E invece il buon Damon torna col suo cappellino e con un album che dà a quelli come me la soddisfazione di non aver visto male nel giudicare le qualità del cantautore inglese, un disco di maturazione, calibrato e senza sbavature importanti.
Un disco che non annoia, capace di canzoni pop adulte ma leggere nel loro sapore vagamente eighties (“I Saw You Walk Away”, “This Electric”), ballate di songwriting folk d’oltreoceano (“A Pure Accident”) o malinconie alla Elliott Smith intinte in foschie elettroniche (“This Beautiful Ideas”).

Le orchestrazioni sono piene ma non pesanti, intrise di quella solarità malinconica e leggermente freak che ha caratterizzato alcuni degli episodi migliori del vecchio Badly Drawn Boy, come in “The Order Of Things”, in cui la voce di Cough cammina lieve su un tappeto cangiante di strumenti ed effetti elettronici, o in una “Too Many Miracles”, molto vicina ai toni del secondo album.
Questo ultimo disco non sarà all’altezza dei lavori migliori ma al suo interno si riescono a trovare veramente pochi nei. E persino pezzi in cui il songwriter inglese rischia qualcosa si dimostrano all’altezza, come la lenta e dilatata “Safe Hands”, con la sua eco ultraterrena, o la title track, nella quale s’insinuano slide country.

It’s What I’m Thinking pt. 1 – Photographing Snowflakes” ci riporta un Badly Drawn Boy ispirato, cresciuto e maturato, che, chissà, potrebbe azzerare il passato prossimo e ripartire per una nuova carriera, più rappresentativa delle sue possibilità artistiche ,dimostrate appieno in questo disco.
Sperando che stavolta non servano altri otto anni.

Gianni Candellari (www.ondarock.it)

dicembre 20, 2010 at 12:48 pm Lascia un commento

Il solista di Joe Wright ( dvd )

2005. Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times, ha due problemi: una rovinosa caduta dalla bicicletta gli ha temporaneamente deturpato mezzo viso e, soprattutto, è a corto di idee per i suoi articoli che sono in presa diretta sulla realtà. Un giorno incontra del tutto casualmente Nathaniel Ayers, un homeless affetto da disturbi psichici che però sa suonare benissimo un violino con due sole corde. Lopez ha così trovato l’ispirazione per i suoi pezzi che riscuotono successo e, al contempo, decide di darsi da fare per Ayers e per quelli che vivono nelle sue condizioni. Inizia con il procuragli un violoncello (strumento che Nathaniel ha studiato) e a cercare di riconciliarlo con il mondo superando i propri fantasmi. Non sarà un’impresa facile.
Molti appassionati di cinema (e non solo) ricordano certamente Shine in cui si raccontavano le vicende di un pianista divorato dai propri fantasmi psichici e salvato dall’intervento amorevole ma deciso di una donna. Chi scrive ha avuto l’occasione di conoscere Helfgott ad un concerto e può confermare che sia la lettura cinematografica del suo percorso sia i caratteri della personalità del musicista sono stati resi con grande adesione alla realtà. Chi ha letto la breve sinossi di cui sopra può pensare che ci si trovi, a distanza di anni, dinanzi a un caso molto simile. Nulla di tutto ciò. Perché pur essendo anche questo film ispirato da una storia reale (il vero Ayers compare in una delle scene del film) le dinamiche che la sottendono sono profondamente diverse. Lopez è inizialmente mosso non da sentimenti di compassione ma bensì dalla necessità di trovare una ‘storia’ da raccontare ai suoi lettori. Siamo quindi dinanzi alla nascita di un rapporto di reciproca utilità che la regia non tenta mai di forzare lungo le strade della facile commozione. Piuttosto prova ad allargare lo sguardo verso la condizione dei senzatetto che a Los Angeles sono presenti in gran numero e in buona parte rappresentano se stessi nel film. Nessuna voglia di raccontare un percorso dalla strada alla gloria ma piuttosto (grazie alle ottime interpretazioni di Jamie Foxx e di Robert Downey Jr.) il desiderio di mostrare come il lavoro sulle ossessioni di una persona non abbia mai un esito definibile e su come gli esseri umani possano incontrarsi e conoscersi anche a partire da motivazioni che non siano necessariamente altruistiche e, nonostante questo, possano percorrere un tratto di strada insieme provando a farsi del bene a vicenda.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

dicembre 19, 2010 at 10:54 am Lascia un commento

1960 di Gabriele Salvatores ( dvd )

Estate 1959. La voce di un uomo ricorda quell’estate in cui, bambino del sud, poté godere della presenza del fratello Rosario per un’ultima volta prima che costui emigrasse al Nord in cerca di lavoro. Ora con Rosario rimaneva solo un rapporto epistolare in cui il fratello parlava di Milano come di una città in cui tutti i sogni potevano essere realizzati. Rosario però ben presto non intendeva più realizzare il sogno del matrimonio con la fidanzata che al paese lo attendeva. Allora la famiglia intraprese un lungo viaggio attraverso la penisola per raggiungerlo e per scoprire che Milano e la vita del ragazzo non erano come descritte nelle lettere.
Avvalendosi del materiale delle teche Rai e della voce narrante dell’amico attore Giuseppe Cederna, Gabriele Salvatores ci invita a un viaggio nella memoria più che mai necessario in un tempo in cui ricordare il passato sembra un lusso superfluo e improduttivo. Lo fa attraverso gli occhi di un bambino divenuto uomo che descrive l’inizio dei ‘favolosi Anni Sessanta’ con l’incanto di uno sguardo vergine che progressivamente si stempera nell’amara considerazione della realtà. Non si tratta però di quello che si potrebbe considerare un pessimismo sterile quanto piuttosto dell’esigenza di raccontare, sotto un’ottica diversa, un periodo della nostra storia ormai mitizzato. Nel film che lo fece conoscere, Marrakech Express uno dei protagonisti (forse proprio Cederna) affermava che la generazione degli allora trentenni sarebbe stata l’ultima ad avere i ricordi in bianco e nero. Proprio quel bianco e nero fa da base cromatica per questo documentario che sembra descriverci un mondo e una società lontanissime ma che poi così lontani non sono. Si ritrovano lì le radici di chi, come Salvatores, ha oggi sessant’anni ed allora era un bambino come l’io narrante. E’ giusto allora fermarsi a ricordare che il luccichio delle insegne pubblicitarie di Piazza Duomo a Milano impediva forse di accorgersi di quanto sudore e fatica costasse quel boom tanto decantato ma che non vedeva tutti partecipi delle stesse opportunità. Perché le mitizzazioni possono essere funzionali a programmi in cui si ricordano canzoni e costumi del tempo che fu. Il compito di un narratore è un altro e Gabriele Salvatores ha saputo come assumerselo.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

dicembre 18, 2010 at 1:36 pm Lascia un commento

Syd Matters – Brotherocean ( cd )

A due anni dagli ottimi riscontri ottenuti da “Ghost Days“, torna il cantautore Jonathan Morali con i suoi Syd Matters, band francese che alla quarta prova sulla lunga distanza palesa un costante processo di crescita e di addensamento della propria arte. 

Se il nome del gruppo richiama esplicitamente le radici musicali dei suoi componenti, visceralmente legati alla psichedelia dei Pink Floyd (il moniker Syd Matters nasce dalla fusione dei nomi delle due menti della band britannica, Syd Barrett e Roger Waters), ormai è sempre più evidente come nostri abbiano lasciato da tempo quella dimensione per avventurarsi in una sperimentazione che ondeggia tra folk, elettronica e psichedelia, con una solarità e ammiccamenti pop che creano uno stacco piuttosto netto rispetto alla cupezza del disco precedente. Morali pare allargare sempre di più i suoi orizzonti, accogliendo, in questo album, una sempre maggiore dose di elettronica, sistemandosi a cavallo tra la bucolicità dei Mum e la leggiadria dei Beach House

Se l’iniziale “Wolfmother” pare ancora legata ai “vecchi” Syd Matters, già la successiva “Hi Life” si erge a manifesto della rinnovata ispirazione della band: drumming soffuso, tastiere raggelate e una dolenza eterea abbagliante. Con “Hallalcsillag” ci avviciniamo alla trame dei Tunng più cristallini, mentre la docile ballata bucolica “A Robbery” ci trasporta verso cieli tersi in una fresca sera primaverile. “We Are Invisibile”, “River Sister” e “Lost” virano verso un folk più banhartiano, prima che “Rest”, con la sua sottile melodia di pianoforte accompagnata da synth morbidi, ci proietti in una dimensione liquida e sognante. L’onirica e oscura “I Might Float” sembra preludere a un finale struggente, invece la traccia di chiusura, “Hadrian’s Wall”, spiazza tra trombe sintetiche e sprazzi sintetici colorati. 

Una conferma ad alto livello per il quintetto francese, sospeso in una musica che sembra non avere età ma che ammalia per ricchezza e varietà. Avanti così.

Marco Pagliariccio (www.ondarock.it)

dicembre 17, 2010 at 5:09 pm Lascia un commento

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