Archive for ottobre, 2012

Tame Impala – Lonerism ( cd – 2lp )

Potrebbe essere scambiato come un inizio sì “scenografico”, ma privo di significato, questo di “Lonerism”; un attacco di panico espresso attraverso un’allitterazione ansimante. Invece porta con sé tutto il senso dell’identità espressiva dei Tame Impala di Kevin Parker: l’agorafobia del mondo completamente connesso, il terrore della propria esposizione a una massa indistinta e colossale di persone invisibili.
È così che la solitudine è “beatitudine”; lo è tanto da comprimere l’Io in una bolla protettiva, fatta di riverberi elettronici, ossessive pulsazioni, come se fosse un delirio provocato dal solo contatto con la Rete, da emicranie da insonnia e lievi accenni di schizofrenia. Una sindrome che possiamo facilmente definire “Lonerism”, quella che ha colto Parker e lo ha spinto a scrivere questo seguito che, a quanto pare, è stato concepito a ridosso dello scorso “Innerspeaker”.

La registrazione è stata poi improvvisata lungo questi ultimi due anni di tour; una parte di chitarra a Vienna, una di voce sull’aereo tra Singapore e Londra, ecc. Anche da questo viene il carattere un po’ di “raccolta di cianfrusaglie” del disco, che sposta la barra verso autori che sono già stati individuati da più parti in Todd Rundgren (la bella “Apocalypse Dreams”) e nei Beatles (“Mind Mischief”, “Nothing That Has Happened Us….”, “Feels Like We Can Only Go Backwards”, fino alla ballata Lennon-iana di “Sun’s Coming Up (Lambingtons)”).
Non dal punto di vista sonoro, ma più prettamente compositivo, si avverte questa vaga casualness – molto Rundgren-iana – con la quale si passa dal prog-blues opprimente di “Elephant” allo struscio di tastiere di “Keep On Lying”, culminante in un incubo di fuzz e risate in sottofondo. Certo un dato che naturalmente testimonia le capacità della band, ma non la riuscita totale, dal punto di vista artistico, del disco.

Nonostante l’impronta forte, come al solito, del sound (base ritmica solida, basso prorompente, uso di tastiere ancora maggiore, chitarre che si dissolvono in queste ultime e viceversa, la voce distratta e vagamente annoiata di Parker), l’impressione è infatti che “Lonerism” sia giocato più sul campo di un revivalismo solo illusoriamente “nuovo”, su uno stordimento strumentale molto appariscente (gli scrosci insistiti di “Endors Toi”), ma con poca sostanza dal punto di vista compositivo, a parte illustri eccezioni.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

ottobre 29, 2012 at 4:47 pm Lascia un commento

Erik Wollo – Airborne ( cd )

Erik Wøllo è uno dei nomi più originali e meno noti della scena ambientale “classica”. Dopo diciassette anni di attività fra colonne sonore, teatro, musica da camera e carriera solista da studio-artist, il norvegese può vantare una miriade di lavori in studio di qualità elevatissima e collaborazioni con nomi quali Ian Boddy Steve Roach, ma non certo la notorietà del californiano o di un Dirk Serries – spesso costretto a vivere nell’oblio di una proposta ibrida e mai abbastanza “canonica” per scendere sotto la definizione di pura ambient.
Elettronica, impianti rock, soundscape languidi, melodia e riff di chitarra elettrica: ecco descritta la ricetta del musicista, riuscito a conquistarsi una posizione di rilievo solo due anni orsono, grazie all’approdo presso la Projekt e alla pubblicazione del capolavoro “Gateway”, uno dei più ispirati manifesti di modernità nel mondo dell’ambient odierna.

“Airborne” è il seguito di quell’exploit, intermezzato l’anno scorso dall’interlocutorio “Silent Currents”, e si caratterizza per la sua natura di vero e proprio trait d’union fra i due predecessori. Seguendo la struttura a variazioni e temi portanti introdotta da Steve Roach nel suo “The Magnificent Void”, l’album svaria tra relax e ipnosi, passando indistintamente in mezzo a ritmi esotici, venature rock e radici eteree.
Si viaggia così tra solidi soundwork ambientali – memorie di Kevin Braheny nel preludio di “Spring Equinox”, di Mychael Danna in “Lost And Found” e del maestro Roach in “North Of The Mountains” – a duetti chitarra-tastiere limpidi e pacati (“Red Earth”), intrisi in acque dark (le tre parti della title track) o intimi e melancolici (“Circle Lake”), senza farsi mancare passaggi acustici (la sonata piano-chitarra “The Longest Day”), avvicinamenti neanche troppo nascosti alla new age (“Time River”) o ammiccamenti a una trance-drone intrisa di rock e di sicura presa (“The Drift”, “The Magic Spot”).
Il comun denominatore del tutto è il già emerso talento nel musicare paesaggi diversi e originali, parti integranti di uno stesso affresco, conditi da melodie fresche e seducenti.

“Airborne” non bissa sicuramente il miracolo di suggestione che fu proprio di “Gateway”, ma conferma con forza il nome di Wøllo all’interno di un genere apparentemente sempre più privo di significativi sviluppi, ma spesso in grado di trovare – per mano di artigiani abilissimi e ispirati – una via per guardare al “nuovo”.
La formula del norvegese è ormai assodata, ma ha dalla sua l’intrinseca caratteristica di interpretare i cliché tipici del genere mantenendosi lontana da definizioni e luoghi comuni, oltre che forte di un’immediatezza e una freschezza tali da rendere la sua musica accessibile anche ai non-appassionati. Da godersi lasciando da parte i luoghi comuni.

Matteo Meda (www.ondarock.it)

ottobre 27, 2012 at 9:46 am Lascia un commento

Marilyn di Simon Curtis ( dvd e b-ray )

E’ l’estate del 1956 e il ventitreenne Colin Clark, fresco di laurea, vuole a tutti i costi lavorare nel cinema. Grazie a un misto di tenacia ed educazione riesce a farsi assumere come terzo assistente alla regia sul set del “Principe e la ballerina”. Laurence Olivier lo prende sotto la sua ala, Vivien Leigh gli chiede di controllare il marito in sua assenza, ma Colin si ritroverà presto da una parte e una soltanto: quella di Marilyn Monroe.
Simon Curtis adatta il memoir di Clark, catalogabile alla voce “realtà che supera la fantasia”, che è appunto la favola vera di quando, ragazzo qualunque o quasi, lo scrittore si ritrovò a passare una settimana con la donna più desiderata del mondo, fianco a fianco, in giro per l’Inghilterra e persino nello stesso letto. Ma è una favola venata di malinconia fin dall’inizio ed è proprio quel romanticismo color ocra che Curtis insegue, in fondo, con discreti risultati.
Tutta la prima parte è una piacevole panoramica del mondo della produzione con i suoi circoli viziosi e le sue ferree leggi sindacali, poi arriva lei e il personaggio di Colin le lascia la scena: non potrebbe fare altrimenti. È ciò che deve accadere e accade: non a caso la pièce, che s’intitolava “The Sleeping Prince” diventa “The Prince and the Showgirl”, perché è presto chiaro che “Larry” e Marilyn sono per lo meno comprimari. Michelle Williams non ha l’allure della Monroe, ed è difficile pensare a una sfida più terribile per un’attrice, però è brava e, anche se non sempre mimetica, la sua performance è intensa e variegata. In una parola, azzeccata.
E se Michelle/Marilyn non dovesse brillare abbastanza di luce propria, ecco posizionato a puntino Eddie Redmayne, alter ego dello spettatore, che con il suo sguardo innamorato, ancora incredulo rispetto alla possibilità di vedere la diva più famosa al mondo così da vicino, ne esalta la presenza ad ogni inquadratura.
La sceneggiatura è ben scritta e il cast di supporto lavora in maniera intelligente per la riuscita della grande illusione: far rivivere Marilyn. Kenneth Branagh, su tutti, fa sfoggio di una squisita autoironia nell’interpretare un artista sicuro di sé che si ritrova in una posizione insicura, a cavallo tra teatro e cinema, passato e futuro. Il suo Olivier possiede infatti un marchio di sigarette, la capacità di parlare con l’ambasciata e trovare un visto per il “comunista” Arthur Miller e una scioltezza nelle battute che non ha pari, mentre Marilyn è insicura all’eccesso, inibita dagli psicofarmaci, minata dalla solitudine, eppure lei è anche la verità di contro all’interpretazione, lo specchio anziché la maschera, la magia senza spiegazione e senza rivali della fotogenia.
L’operazione è calligrafica e si fa addirittura scolastica nel finale dentro la saletta di proiezione, ma Michelle Williams ha vinto la sua sfida e poi di Marilyn non se ne ha mai abbastanza.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

ottobre 26, 2012 at 5:44 pm Lascia un commento

Il Dittatore di Larry Charles ( dvd e b-ray )

Haffaz Aladeen è il dittatore di Wadiya, paese immaginario del nord Africa. Capriccioso e volubile, il generale e supremo leader partecipa (e vince) alle sue olimpiadi, recita nei suoi film, comanda un esercito di (belle) donne, le colleziona nel suo letto e dentro una polaroid, detesta le bombe spuntate e adora le armi chimiche, ha il vizio delle pene capitali, dei cartoni animati e della Wii. Antidemocratico e orgogliosamente idiota, Haffaz Aladeen è ‘invitato’ dalle Nazioni Unite a dimettersi. Risentito e ostinato a mantenere le redini del proprio paese, partirà alla volta degli Stati Uniti per rispondere davanti al mondo delle proprie (male) azioni. Ma una congiura di palazzo, cambia il corso degli eventi. Sopravvissuto e sostituito da un sosia più scemo di lui, Haffaz Aladeen vagherà per Manhattan, scoprendo i piaceri della democrazia.
Al riparo di e attraverso un nuovo personaggio, Sacha Baron Cohen può fare e dire tutto, scaricando sul suo alter ego la responsabilità delle sue azioni. Sbarcato ancora una volta come un alieno sul suolo americano, Baron Cohen, dietro la barba e sotto il costume, è socialmente inappropriato e dotato di una libertà incondizionata di atto e di parola, con cui travolge e annichilisce gli interlocutori di turno. Dopo il reporter kazako Borat e il corrispondente di moda Brüno, spetta al supremo leader Haffaz Aladeen, refrattario alla democrazia e sovvertitore di convenzioni e convinzioni religiose e istituzionali, la demolizione dei valori americani, della tolleranza, della political correctness. Ma non si esaurisce qui la carica eversiva de Il dittatore, già piazzata ed esplosa nei precedenti film di Larry Charles (Borat, Bruno).
Baron Cohen, imitando il politico iracheno Saddam Hussein, al cui libro di ‘memorie’ il film beffardamente si ispira, e il terrorista saudita Osama Bin Laden, a cui l’attore ‘prende in prestito’ la barba, avvia una truffa all’esistenza idealmente prossima a quella teorizzata da Bazin intorno ai baffetti di Hitler rivendicati da Charlot. Naturalmente quando Chaplin girò Il Grande Dittatore Hitler era in piena attività, rendendo più ardita l’interferenza tra la mitologia della Storia e quella cinematografica, ma la morte dei due leader fondamentalisti non rende meno sfrontato il furto ontologico di Baron Cohen.
Affondato da qualche parte nell’Oceano Indiano, perché la morte non ne aveva soppresso certo l’efficacia simbolica, il corpo di Bin Laden viene recuperato all’oblio e alla difficile relazione che l’America intrattiene con la sua figura dall’effrazione della barba e dall’apparizione di un sosia dietro a una tenda del palazzo di Aladeen. Baron Cohen ne Il dittatore diventa allora corpo comico che incarna un corpo politico nocivo, fino a renderlo innocuo, fino a normalizzarlo, a burlarlo e a ridurne il carico di orrore.
Leader e sosia, a cui è sempre destinata una pallottola, l’attore inglese sceglie un’altra identità e si permette di volare sopra il cielo di Manhattan alla ricerca della barba perduta e producendo umorismo intorno all’undici settembre. E dopo la finestra sul ‘cortile’ di Ground Zero del broker di Spike Lee, Baron Cohen sceglie un punto panoramico più ‘sensibile’ da cui guardare l’America come rappresentazione dello spazio occidentale, sferzando gentili, arabi, ebrei, indiani, siriani e qualsiasi altro genere di etnia secondo le regole della sua poetica e alla maniera di Peter Sellers. Egoista ed egocentrista, il dittatore di Baron Cohen fa tutto quello che gli passa per la testa, è un incubo per il prossimo, la pallottola a lui destinata colpisce sempre qualcun altro e lui si limita a prenderne atto e ad andarsene, libero di licenziare, giustiziare, torturare, stuprare, dichiarare guerra. Ebreo ‘gentile’ fuori dal set, l’attore archivia il reduce orfano di Hugo Cabret e recupera la modalità violenta, una sublimazione di istinti aggressivi che vengono ridotti a irresistibile momento ludico e demenziale.
La comicità di Sacha Baron Cohen è una faccenda paradossalmente seria che scarica il dolore del mondo, esorcizza il male, avverte in anticipo le paure dominanti scherzandoci sopra e dando loro una forma e un nome, soddisfa le esigenze emotive del pubblico pescando il riso dal ‘basso’ ma radicandolo nello spirito.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

ottobre 22, 2012 at 5:55 pm Lascia un commento

Flying Lotus – Until the quiet comes ( cd – lp )

E’ un magistrale cortometraggio di Kahlil Joseph a introdurre il nuovo Steven Ellison. Immagini a rilento. Negritudine on the road. La t-shirt di Dilla a descrivere una vera e propria filosofia, una qualche religione. “Until The Quiet Comes” è un po’ disco della “verità”. La terza “cosa” del manipolatore di L.A. dal cuor tenero e dalla mente altrove.

E così, dopo le piroette aliene di “Cosmogramma” al loto volante tocca terra. Ellison è finalmente a casa. Alla soglia dei trenta, Steven cerca platealmente contatti con le origini della propria musica. L’intento è dirottarla candidamente. Lasciarla fluire. Dentro questo suo nuovo mondo, fatto ovviamente di campionamenti talvolta impercettibili, gira a rilento una sorta di groove funkadelico, ma non troppo. Messa da parte l’irrequietezza , il manipolatore riassesta le proprie pulsazioni, planando sopra tappeti ritmici (“Tiny Tortures”) infinitesimali, in un sovrapporsi morbidissimo di micro-scatti elettronici. Le sfumature si arricchiscono in penombra e in controluce a seconda dei dadi da lanciare, dei tamburi da sfibrare (“Sthru To U”), in una danza nera e clamorosamente inebriante. Regna una nuova armonia. Gli animi sono distesi, mentre la fantasia rincorre traiettorie sfuggenti e impalpabili, percepibili solo a volumi più alti.

E’ un irrefrenabile flusso sonoro quello che viaggia lungo i diciotto frammenti dell’album, che parte dolce ma ipnotico in “All In”, procedendo fra concretismi ed effetti speciali, che si manifestano sotto forma di carillon (“Until The Colours Come”), disturbi acidi (“Sultan’s Request”), bizzarrie aliene (“Putty Boy Strut”) e campioni assemblati con cemento a presa rapida (la title track), per trovare il suo scopo nella battaglia digitale di “Corded” e nell’amorfo finale di “Dream To Me”, pronto a chiudere il cerchio fra residui di fumo e trip selvaggi.

Flying Lotus chiama Terra, l’atterraggio è completato. Il suo ritorno a casa è il più naturale e affettivo possibile, e il saluto calorosissimo del suo armamentario sonoro è un insieme aggrovigliato di scosse e fendenti. Tutto ciò che c’è da fare è alzare il volume e lasciarsi colpire, smuovere, trafiggere. E farlo ora, prima che la quiete arrivi. Esuberante.

Giuliano Delli Paoli e Matteo Meda

ottobre 20, 2012 at 10:37 am Lascia un commento

Beth Orton – Sugaring Season ( cd – lp )

A dispetto di quel che si potrebbe pensare i tempi di William Orbit e dei Chemical Brothers non sono sepolti e dimenticati: Beth Orton, a quarantadue anni, sembra aver metabolizzato tutto ciò che di buono e di meno buono le è capitato in una carriera lunga abbastanza da permetterle di aspettare una piccola eternità prima di dare un seguito al disco forse meno apprezzato, e forse con più di qualche torto, della sua produzione, quel Confort of Strangers in cui la cantautrice inglese nel 2006 aveva voluto certificare una sorta di svolta in chiave acustica, o perlomeno più canonica rispetto al passato.

Oggi, sei anni e due figli dopo, esce “Sugaring Season”, un disco eccellente fatto di dieci canzoni in cui nulla risulta fuori posto. La solita batteria di collaboratori di prima classe stavolta è arricchita dalla presenza, in due tracce, della chitarra di Marc Ribot, e in generale, al di là della elegante e sicura produzione di Tucker Martine (R.E.M., Sufjan Stevens, DecemberistsMy Morning Jacket), sembra di poter dire che far suonare un disco a gente del genere (tra gli altri il batterista Brian Blade e il bassista Sebastian Steinberg) è un lusso che difficilmente finisce per non ripagare.

Poi c’è la sua voce, naturalmente. Flautata, immateriale eppure solida: e la conosciamo bene la voce di Beth Orton, che si increspa come nella tirata iniziale di “Magpie”, con una incalzante ossessione, quasi psichedelica, da tenere a bada a fatica, o si assottiglia e si lascia modellare come un impasto pregiato nella fiaba amara di “Something More Beautiful”. Questa voce che sa essere anche sbarazzina, quasi volesse giocare, ogni tanto, a prendersi poco sul serio – e ascoltate “Call Me The Breeze”, i suoi mille veli, con quel wurlitzer che s’aggroviglia intorno al giro corto di Blade e le carezze di chitarra che ti solleticano l’umore.

Sono canzoni fatte di piccoli travagli, piccole storie e piccole felicità, e Beth dimostra di saper andare di valzer (“See Through Blue”) come di reggere il peso di un pianoforte lasciato a farle il controcanto da solo per quasi tutto il tempo di “Last Leaves Of Autumn”, senza ombra di dubbio una delle vette dell’album. Ma la verità è che risulta difficile trovare vertici di sorta, in alto e in basso, perché il livello di “Sugaring Season” – e qui sta la sua forza maggiore – è costante dall’inizio alla fine. È un disco che ragiona con un’unica testa e respira con un solo naso e una sola bocca, un disco che si muove senza scarti, fluido, compatto. Da “Magpie” alla bellissima “Mystery” sembra non passare più di un lungo istante.

La cura e il gusto dei particolari – ecco la lezione folktronica che non si disperde – fanno di questo lavoro uno dei più significativi di un 2012 decisamente povero di idee e di coraggio. Se è per questo, direte voi, dove starebbe il coraggio di Beth Orton? Probabilmente nella disinvoltura con cui, dopo un periodo di silenzio che avrebbe affossato la popolarità e la baldanza di musicisti ben più in vista, se ne esce fuori con un disco totalmente estraneo a tutto ciò che va per la maggiore in questi giorni, forte per la qualità della scrittura delle canzoni e per il modo in cui le canzoni sono suonate, un disco compatto ma non monolitico, classico ma non banale. Un disco a fuoco, e centratissimo. Welcome back, Beth.

Giovanni Dozzini (www.ondarock.it)

ottobre 19, 2012 at 4:12 pm Lascia un commento

Cave of forgotten dreams di Werner Herzog ( dvd e b-ray )

Scoperta per caso nel 1994 dallo speleologo Jean-Marie Chauvet, la grotta Chauvet, situata in Francia, lungo il fiume Ardèche, contiene quasi 500 pitture rupestri risalenti a 32000 anni fa. Stando alle conoscenze attuali, le più antiche mai ritrovate. Werner Herzog, incuriosito da un articolo del New Yorker, ottiene dal Ministero francese della Cultura il permesso di filmare per alcune ore al giorno, pochi giorni in tutto, all’interno della grotta, normalmente chiusa ai visitatori per proteggerne il clima eccezionale. In compagnia di alcuni geologi, archeologi, storici dell’arte e del periodo preistorico, Herzog penetra nelle profondità della terra e della storia, armato di una piccola telecamera assemblata per l’occasione, di una luce fredda per non compromettere l’umidità delle pareti, di una curiosità come suo solito smodata e di una buona dose di ironia pronta all’uso.
Immediatamente, con l’ingresso della sua voce narrante suadente e inconfondibile, l’antro, probabilmente deputato a luogo di culto o di cerimonie, si trasforma nella caverna di Platone e il cinema si fa strumento privilegiato d’indagine del mito. La più moderna delle tecnologie, il 3D (che Herzog sostiene di utilizzare qui per la prima e ultima volta) esplora la più antica e primigenia espressione artistica dell’uomo, ma la lente del regista anziché sottolineare l’abisso diacronico illumina la magia sincronica: nei cavalli in movimento lungo le rocce ondivaghe della grotta e nei bufali dalle corna e dalle zampe multiple c’è già l’invenzione dell’immagine in movimento, l’animazione, l’essenza del cinema, tanto nel dispositivo quanto nella funzione mitopoietica, di creazione di storie.
Herzog, che negli ultimi anni ha portato il documentario su altezze qualitative e profondità filosofiche prima inesplorate, pur non potendo deviare dal sentierino prestabilito stretto mezzo metro per avvicinarsi di più ai misteriosi disegni (l’unico ritratto umano è quello di un sesso femminile associato ad un bisonte, alcune ere geologiche prime che le donne corressero coi lupi in un noto bestseller) arriva dritto al cuore delle domande esistenziali che il contenuto della grotta Chauvet solleva: quegli uomini, che vivevano tra mammut e rinoceronti, animali tra altri animali però anche esseri spirituali, che costruivano altari e scolpivano la loro devozione alla donna e alla fertilità, siamo ancora noi o evolvendo ci siamo invece smarriti? Chi siamo noi per loro, chi saranno i nuovi “loro” per noi? Chi sta davvero al centro della scena? Chi è l’artista e chi la sua riscrittura? Con un finale di feroce e struggente ironia, Herzog rimette in un attimo l’umanità intera al proprio posto. E svetta, solitario e beffardo, per straordinaria intelligenza e sensibilità.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

ottobre 15, 2012 at 3:55 pm Lascia un commento

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