Archive for ottobre, 2012

Tame Impala – Lonerism ( cd – 2lp )

Potrebbe essere scambiato come un inizio sì “scenografico”, ma privo di significato, questo di “Lonerism”; un attacco di panico espresso attraverso un’allitterazione ansimante. Invece porta con sé tutto il senso dell’identità espressiva dei Tame Impala di Kevin Parker: l’agorafobia del mondo completamente connesso, il terrore della propria esposizione a una massa indistinta e colossale di persone invisibili.
È così che la solitudine è “beatitudine”; lo è tanto da comprimere l’Io in una bolla protettiva, fatta di riverberi elettronici, ossessive pulsazioni, come se fosse un delirio provocato dal solo contatto con la Rete, da emicranie da insonnia e lievi accenni di schizofrenia. Una sindrome che possiamo facilmente definire “Lonerism”, quella che ha colto Parker e lo ha spinto a scrivere questo seguito che, a quanto pare, è stato concepito a ridosso dello scorso “Innerspeaker”.

La registrazione è stata poi improvvisata lungo questi ultimi due anni di tour; una parte di chitarra a Vienna, una di voce sull’aereo tra Singapore e Londra, ecc. Anche da questo viene il carattere un po’ di “raccolta di cianfrusaglie” del disco, che sposta la barra verso autori che sono già stati individuati da più parti in Todd Rundgren (la bella “Apocalypse Dreams”) e nei Beatles (“Mind Mischief”, “Nothing That Has Happened Us….”, “Feels Like We Can Only Go Backwards”, fino alla ballata Lennon-iana di “Sun’s Coming Up (Lambingtons)”).
Non dal punto di vista sonoro, ma più prettamente compositivo, si avverte questa vaga casualness – molto Rundgren-iana – con la quale si passa dal prog-blues opprimente di “Elephant” allo struscio di tastiere di “Keep On Lying”, culminante in un incubo di fuzz e risate in sottofondo. Certo un dato che naturalmente testimonia le capacità della band, ma non la riuscita totale, dal punto di vista artistico, del disco.

Nonostante l’impronta forte, come al solito, del sound (base ritmica solida, basso prorompente, uso di tastiere ancora maggiore, chitarre che si dissolvono in queste ultime e viceversa, la voce distratta e vagamente annoiata di Parker), l’impressione è infatti che “Lonerism” sia giocato più sul campo di un revivalismo solo illusoriamente “nuovo”, su uno stordimento strumentale molto appariscente (gli scrosci insistiti di “Endors Toi”), ma con poca sostanza dal punto di vista compositivo, a parte illustri eccezioni.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

ottobre 29, 2012 at 4:47 pm Lascia un commento

Erik Wollo – Airborne ( cd )

Erik Wøllo è uno dei nomi più originali e meno noti della scena ambientale “classica”. Dopo diciassette anni di attività fra colonne sonore, teatro, musica da camera e carriera solista da studio-artist, il norvegese può vantare una miriade di lavori in studio di qualità elevatissima e collaborazioni con nomi quali Ian Boddy Steve Roach, ma non certo la notorietà del californiano o di un Dirk Serries – spesso costretto a vivere nell’oblio di una proposta ibrida e mai abbastanza “canonica” per scendere sotto la definizione di pura ambient.
Elettronica, impianti rock, soundscape languidi, melodia e riff di chitarra elettrica: ecco descritta la ricetta del musicista, riuscito a conquistarsi una posizione di rilievo solo due anni orsono, grazie all’approdo presso la Projekt e alla pubblicazione del capolavoro “Gateway”, uno dei più ispirati manifesti di modernità nel mondo dell’ambient odierna.

“Airborne” è il seguito di quell’exploit, intermezzato l’anno scorso dall’interlocutorio “Silent Currents”, e si caratterizza per la sua natura di vero e proprio trait d’union fra i due predecessori. Seguendo la struttura a variazioni e temi portanti introdotta da Steve Roach nel suo “The Magnificent Void”, l’album svaria tra relax e ipnosi, passando indistintamente in mezzo a ritmi esotici, venature rock e radici eteree.
Si viaggia così tra solidi soundwork ambientali – memorie di Kevin Braheny nel preludio di “Spring Equinox”, di Mychael Danna in “Lost And Found” e del maestro Roach in “North Of The Mountains” – a duetti chitarra-tastiere limpidi e pacati (“Red Earth”), intrisi in acque dark (le tre parti della title track) o intimi e melancolici (“Circle Lake”), senza farsi mancare passaggi acustici (la sonata piano-chitarra “The Longest Day”), avvicinamenti neanche troppo nascosti alla new age (“Time River”) o ammiccamenti a una trance-drone intrisa di rock e di sicura presa (“The Drift”, “The Magic Spot”).
Il comun denominatore del tutto è il già emerso talento nel musicare paesaggi diversi e originali, parti integranti di uno stesso affresco, conditi da melodie fresche e seducenti.

“Airborne” non bissa sicuramente il miracolo di suggestione che fu proprio di “Gateway”, ma conferma con forza il nome di Wøllo all’interno di un genere apparentemente sempre più privo di significativi sviluppi, ma spesso in grado di trovare – per mano di artigiani abilissimi e ispirati – una via per guardare al “nuovo”.
La formula del norvegese è ormai assodata, ma ha dalla sua l’intrinseca caratteristica di interpretare i cliché tipici del genere mantenendosi lontana da definizioni e luoghi comuni, oltre che forte di un’immediatezza e una freschezza tali da rendere la sua musica accessibile anche ai non-appassionati. Da godersi lasciando da parte i luoghi comuni.

Matteo Meda (www.ondarock.it)

ottobre 27, 2012 at 9:46 am Lascia un commento

Marilyn di Simon Curtis ( dvd e b-ray )

E’ l’estate del 1956 e il ventitreenne Colin Clark, fresco di laurea, vuole a tutti i costi lavorare nel cinema. Grazie a un misto di tenacia ed educazione riesce a farsi assumere come terzo assistente alla regia sul set del “Principe e la ballerina”. Laurence Olivier lo prende sotto la sua ala, Vivien Leigh gli chiede di controllare il marito in sua assenza, ma Colin si ritroverà presto da una parte e una soltanto: quella di Marilyn Monroe.
Simon Curtis adatta il memoir di Clark, catalogabile alla voce “realtà che supera la fantasia”, che è appunto la favola vera di quando, ragazzo qualunque o quasi, lo scrittore si ritrovò a passare una settimana con la donna più desiderata del mondo, fianco a fianco, in giro per l’Inghilterra e persino nello stesso letto. Ma è una favola venata di malinconia fin dall’inizio ed è proprio quel romanticismo color ocra che Curtis insegue, in fondo, con discreti risultati.
Tutta la prima parte è una piacevole panoramica del mondo della produzione con i suoi circoli viziosi e le sue ferree leggi sindacali, poi arriva lei e il personaggio di Colin le lascia la scena: non potrebbe fare altrimenti. È ciò che deve accadere e accade: non a caso la pièce, che s’intitolava “The Sleeping Prince” diventa “The Prince and the Showgirl”, perché è presto chiaro che “Larry” e Marilyn sono per lo meno comprimari. Michelle Williams non ha l’allure della Monroe, ed è difficile pensare a una sfida più terribile per un’attrice, però è brava e, anche se non sempre mimetica, la sua performance è intensa e variegata. In una parola, azzeccata.
E se Michelle/Marilyn non dovesse brillare abbastanza di luce propria, ecco posizionato a puntino Eddie Redmayne, alter ego dello spettatore, che con il suo sguardo innamorato, ancora incredulo rispetto alla possibilità di vedere la diva più famosa al mondo così da vicino, ne esalta la presenza ad ogni inquadratura.
La sceneggiatura è ben scritta e il cast di supporto lavora in maniera intelligente per la riuscita della grande illusione: far rivivere Marilyn. Kenneth Branagh, su tutti, fa sfoggio di una squisita autoironia nell’interpretare un artista sicuro di sé che si ritrova in una posizione insicura, a cavallo tra teatro e cinema, passato e futuro. Il suo Olivier possiede infatti un marchio di sigarette, la capacità di parlare con l’ambasciata e trovare un visto per il “comunista” Arthur Miller e una scioltezza nelle battute che non ha pari, mentre Marilyn è insicura all’eccesso, inibita dagli psicofarmaci, minata dalla solitudine, eppure lei è anche la verità di contro all’interpretazione, lo specchio anziché la maschera, la magia senza spiegazione e senza rivali della fotogenia.
L’operazione è calligrafica e si fa addirittura scolastica nel finale dentro la saletta di proiezione, ma Michelle Williams ha vinto la sua sfida e poi di Marilyn non se ne ha mai abbastanza.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

ottobre 26, 2012 at 5:44 pm Lascia un commento

Il Dittatore di Larry Charles ( dvd e b-ray )

Haffaz Aladeen è il dittatore di Wadiya, paese immaginario del nord Africa. Capriccioso e volubile, il generale e supremo leader partecipa (e vince) alle sue olimpiadi, recita nei suoi film, comanda un esercito di (belle) donne, le colleziona nel suo letto e dentro una polaroid, detesta le bombe spuntate e adora le armi chimiche, ha il vizio delle pene capitali, dei cartoni animati e della Wii. Antidemocratico e orgogliosamente idiota, Haffaz Aladeen è ‘invitato’ dalle Nazioni Unite a dimettersi. Risentito e ostinato a mantenere le redini del proprio paese, partirà alla volta degli Stati Uniti per rispondere davanti al mondo delle proprie (male) azioni. Ma una congiura di palazzo, cambia il corso degli eventi. Sopravvissuto e sostituito da un sosia più scemo di lui, Haffaz Aladeen vagherà per Manhattan, scoprendo i piaceri della democrazia.
Al riparo di e attraverso un nuovo personaggio, Sacha Baron Cohen può fare e dire tutto, scaricando sul suo alter ego la responsabilità delle sue azioni. Sbarcato ancora una volta come un alieno sul suolo americano, Baron Cohen, dietro la barba e sotto il costume, è socialmente inappropriato e dotato di una libertà incondizionata di atto e di parola, con cui travolge e annichilisce gli interlocutori di turno. Dopo il reporter kazako Borat e il corrispondente di moda Brüno, spetta al supremo leader Haffaz Aladeen, refrattario alla democrazia e sovvertitore di convenzioni e convinzioni religiose e istituzionali, la demolizione dei valori americani, della tolleranza, della political correctness. Ma non si esaurisce qui la carica eversiva de Il dittatore, già piazzata ed esplosa nei precedenti film di Larry Charles (Borat, Bruno).
Baron Cohen, imitando il politico iracheno Saddam Hussein, al cui libro di ‘memorie’ il film beffardamente si ispira, e il terrorista saudita Osama Bin Laden, a cui l’attore ‘prende in prestito’ la barba, avvia una truffa all’esistenza idealmente prossima a quella teorizzata da Bazin intorno ai baffetti di Hitler rivendicati da Charlot. Naturalmente quando Chaplin girò Il Grande Dittatore Hitler era in piena attività, rendendo più ardita l’interferenza tra la mitologia della Storia e quella cinematografica, ma la morte dei due leader fondamentalisti non rende meno sfrontato il furto ontologico di Baron Cohen.
Affondato da qualche parte nell’Oceano Indiano, perché la morte non ne aveva soppresso certo l’efficacia simbolica, il corpo di Bin Laden viene recuperato all’oblio e alla difficile relazione che l’America intrattiene con la sua figura dall’effrazione della barba e dall’apparizione di un sosia dietro a una tenda del palazzo di Aladeen. Baron Cohen ne Il dittatore diventa allora corpo comico che incarna un corpo politico nocivo, fino a renderlo innocuo, fino a normalizzarlo, a burlarlo e a ridurne il carico di orrore.
Leader e sosia, a cui è sempre destinata una pallottola, l’attore inglese sceglie un’altra identità e si permette di volare sopra il cielo di Manhattan alla ricerca della barba perduta e producendo umorismo intorno all’undici settembre. E dopo la finestra sul ‘cortile’ di Ground Zero del broker di Spike Lee, Baron Cohen sceglie un punto panoramico più ‘sensibile’ da cui guardare l’America come rappresentazione dello spazio occidentale, sferzando gentili, arabi, ebrei, indiani, siriani e qualsiasi altro genere di etnia secondo le regole della sua poetica e alla maniera di Peter Sellers. Egoista ed egocentrista, il dittatore di Baron Cohen fa tutto quello che gli passa per la testa, è un incubo per il prossimo, la pallottola a lui destinata colpisce sempre qualcun altro e lui si limita a prenderne atto e ad andarsene, libero di licenziare, giustiziare, torturare, stuprare, dichiarare guerra. Ebreo ‘gentile’ fuori dal set, l’attore archivia il reduce orfano di Hugo Cabret e recupera la modalità violenta, una sublimazione di istinti aggressivi che vengono ridotti a irresistibile momento ludico e demenziale.
La comicità di Sacha Baron Cohen è una faccenda paradossalmente seria che scarica il dolore del mondo, esorcizza il male, avverte in anticipo le paure dominanti scherzandoci sopra e dando loro una forma e un nome, soddisfa le esigenze emotive del pubblico pescando il riso dal ‘basso’ ma radicandolo nello spirito.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

ottobre 22, 2012 at 5:55 pm Lascia un commento

Flying Lotus – Until the quiet comes ( cd – lp )

E’ un magistrale cortometraggio di Kahlil Joseph a introdurre il nuovo Steven Ellison. Immagini a rilento. Negritudine on the road. La t-shirt di Dilla a descrivere una vera e propria filosofia, una qualche religione. “Until The Quiet Comes” è un po’ disco della “verità”. La terza “cosa” del manipolatore di L.A. dal cuor tenero e dalla mente altrove.

E così, dopo le piroette aliene di “Cosmogramma” al loto volante tocca terra. Ellison è finalmente a casa. Alla soglia dei trenta, Steven cerca platealmente contatti con le origini della propria musica. L’intento è dirottarla candidamente. Lasciarla fluire. Dentro questo suo nuovo mondo, fatto ovviamente di campionamenti talvolta impercettibili, gira a rilento una sorta di groove funkadelico, ma non troppo. Messa da parte l’irrequietezza , il manipolatore riassesta le proprie pulsazioni, planando sopra tappeti ritmici (“Tiny Tortures”) infinitesimali, in un sovrapporsi morbidissimo di micro-scatti elettronici. Le sfumature si arricchiscono in penombra e in controluce a seconda dei dadi da lanciare, dei tamburi da sfibrare (“Sthru To U”), in una danza nera e clamorosamente inebriante. Regna una nuova armonia. Gli animi sono distesi, mentre la fantasia rincorre traiettorie sfuggenti e impalpabili, percepibili solo a volumi più alti.

E’ un irrefrenabile flusso sonoro quello che viaggia lungo i diciotto frammenti dell’album, che parte dolce ma ipnotico in “All In”, procedendo fra concretismi ed effetti speciali, che si manifestano sotto forma di carillon (“Until The Colours Come”), disturbi acidi (“Sultan’s Request”), bizzarrie aliene (“Putty Boy Strut”) e campioni assemblati con cemento a presa rapida (la title track), per trovare il suo scopo nella battaglia digitale di “Corded” e nell’amorfo finale di “Dream To Me”, pronto a chiudere il cerchio fra residui di fumo e trip selvaggi.

Flying Lotus chiama Terra, l’atterraggio è completato. Il suo ritorno a casa è il più naturale e affettivo possibile, e il saluto calorosissimo del suo armamentario sonoro è un insieme aggrovigliato di scosse e fendenti. Tutto ciò che c’è da fare è alzare il volume e lasciarsi colpire, smuovere, trafiggere. E farlo ora, prima che la quiete arrivi. Esuberante.

Giuliano Delli Paoli e Matteo Meda

ottobre 20, 2012 at 10:37 am Lascia un commento

Beth Orton – Sugaring Season ( cd – lp )

A dispetto di quel che si potrebbe pensare i tempi di William Orbit e dei Chemical Brothers non sono sepolti e dimenticati: Beth Orton, a quarantadue anni, sembra aver metabolizzato tutto ciò che di buono e di meno buono le è capitato in una carriera lunga abbastanza da permetterle di aspettare una piccola eternità prima di dare un seguito al disco forse meno apprezzato, e forse con più di qualche torto, della sua produzione, quel Confort of Strangers in cui la cantautrice inglese nel 2006 aveva voluto certificare una sorta di svolta in chiave acustica, o perlomeno più canonica rispetto al passato.

Oggi, sei anni e due figli dopo, esce “Sugaring Season”, un disco eccellente fatto di dieci canzoni in cui nulla risulta fuori posto. La solita batteria di collaboratori di prima classe stavolta è arricchita dalla presenza, in due tracce, della chitarra di Marc Ribot, e in generale, al di là della elegante e sicura produzione di Tucker Martine (R.E.M., Sufjan Stevens, DecemberistsMy Morning Jacket), sembra di poter dire che far suonare un disco a gente del genere (tra gli altri il batterista Brian Blade e il bassista Sebastian Steinberg) è un lusso che difficilmente finisce per non ripagare.

Poi c’è la sua voce, naturalmente. Flautata, immateriale eppure solida: e la conosciamo bene la voce di Beth Orton, che si increspa come nella tirata iniziale di “Magpie”, con una incalzante ossessione, quasi psichedelica, da tenere a bada a fatica, o si assottiglia e si lascia modellare come un impasto pregiato nella fiaba amara di “Something More Beautiful”. Questa voce che sa essere anche sbarazzina, quasi volesse giocare, ogni tanto, a prendersi poco sul serio – e ascoltate “Call Me The Breeze”, i suoi mille veli, con quel wurlitzer che s’aggroviglia intorno al giro corto di Blade e le carezze di chitarra che ti solleticano l’umore.

Sono canzoni fatte di piccoli travagli, piccole storie e piccole felicità, e Beth dimostra di saper andare di valzer (“See Through Blue”) come di reggere il peso di un pianoforte lasciato a farle il controcanto da solo per quasi tutto il tempo di “Last Leaves Of Autumn”, senza ombra di dubbio una delle vette dell’album. Ma la verità è che risulta difficile trovare vertici di sorta, in alto e in basso, perché il livello di “Sugaring Season” – e qui sta la sua forza maggiore – è costante dall’inizio alla fine. È un disco che ragiona con un’unica testa e respira con un solo naso e una sola bocca, un disco che si muove senza scarti, fluido, compatto. Da “Magpie” alla bellissima “Mystery” sembra non passare più di un lungo istante.

La cura e il gusto dei particolari – ecco la lezione folktronica che non si disperde – fanno di questo lavoro uno dei più significativi di un 2012 decisamente povero di idee e di coraggio. Se è per questo, direte voi, dove starebbe il coraggio di Beth Orton? Probabilmente nella disinvoltura con cui, dopo un periodo di silenzio che avrebbe affossato la popolarità e la baldanza di musicisti ben più in vista, se ne esce fuori con un disco totalmente estraneo a tutto ciò che va per la maggiore in questi giorni, forte per la qualità della scrittura delle canzoni e per il modo in cui le canzoni sono suonate, un disco compatto ma non monolitico, classico ma non banale. Un disco a fuoco, e centratissimo. Welcome back, Beth.

Giovanni Dozzini (www.ondarock.it)

ottobre 19, 2012 at 4:12 pm Lascia un commento

Cave of forgotten dreams di Werner Herzog ( dvd e b-ray )

Scoperta per caso nel 1994 dallo speleologo Jean-Marie Chauvet, la grotta Chauvet, situata in Francia, lungo il fiume Ardèche, contiene quasi 500 pitture rupestri risalenti a 32000 anni fa. Stando alle conoscenze attuali, le più antiche mai ritrovate. Werner Herzog, incuriosito da un articolo del New Yorker, ottiene dal Ministero francese della Cultura il permesso di filmare per alcune ore al giorno, pochi giorni in tutto, all’interno della grotta, normalmente chiusa ai visitatori per proteggerne il clima eccezionale. In compagnia di alcuni geologi, archeologi, storici dell’arte e del periodo preistorico, Herzog penetra nelle profondità della terra e della storia, armato di una piccola telecamera assemblata per l’occasione, di una luce fredda per non compromettere l’umidità delle pareti, di una curiosità come suo solito smodata e di una buona dose di ironia pronta all’uso.
Immediatamente, con l’ingresso della sua voce narrante suadente e inconfondibile, l’antro, probabilmente deputato a luogo di culto o di cerimonie, si trasforma nella caverna di Platone e il cinema si fa strumento privilegiato d’indagine del mito. La più moderna delle tecnologie, il 3D (che Herzog sostiene di utilizzare qui per la prima e ultima volta) esplora la più antica e primigenia espressione artistica dell’uomo, ma la lente del regista anziché sottolineare l’abisso diacronico illumina la magia sincronica: nei cavalli in movimento lungo le rocce ondivaghe della grotta e nei bufali dalle corna e dalle zampe multiple c’è già l’invenzione dell’immagine in movimento, l’animazione, l’essenza del cinema, tanto nel dispositivo quanto nella funzione mitopoietica, di creazione di storie.
Herzog, che negli ultimi anni ha portato il documentario su altezze qualitative e profondità filosofiche prima inesplorate, pur non potendo deviare dal sentierino prestabilito stretto mezzo metro per avvicinarsi di più ai misteriosi disegni (l’unico ritratto umano è quello di un sesso femminile associato ad un bisonte, alcune ere geologiche prime che le donne corressero coi lupi in un noto bestseller) arriva dritto al cuore delle domande esistenziali che il contenuto della grotta Chauvet solleva: quegli uomini, che vivevano tra mammut e rinoceronti, animali tra altri animali però anche esseri spirituali, che costruivano altari e scolpivano la loro devozione alla donna e alla fertilità, siamo ancora noi o evolvendo ci siamo invece smarriti? Chi siamo noi per loro, chi saranno i nuovi “loro” per noi? Chi sta davvero al centro della scena? Chi è l’artista e chi la sua riscrittura? Con un finale di feroce e struggente ironia, Herzog rimette in un attimo l’umanità intera al proprio posto. E svetta, solitario e beffardo, per straordinaria intelligenza e sensibilità.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

ottobre 15, 2012 at 3:55 pm Lascia un commento

Swans – Seer ( 2cd – 3lp )

Michael Gira presenta “The Seer” (a due anni quasi esatti da “My father will guide me up a rope to the sky“) in pompa magna, persino specificando che non si tratta della loro opera conclusiva o del loro canto del cigno. Nondimeno, i dubbi sono fugati: siamo entrati ufficialmente nella quarta era Swans. Il respiro stavolta è imponente, persino intimorente, quasi nulla imparentato con l’album precedente che, in confronto, suona come una prova generale. È un po’ il “Soundtracks For The Blind” del caso, un enorme calderone d’idee sviluppate, elaborate e rielaborate negli anni, che impressiona più per l’insieme che per le singole componenti. Più che le geniali, creative frammentazioni di quel disco, “The Seer” è però piuttosto proteso a brani di durate fiume e a lunghe progressioni pantagrueliche.
Soprattutto, il disco vive di accostamenti grotteschi, appunto nelle durate ma anche nell’organico (dal soliloquio spettrale di un minuto a un tutti apocalittico di mezz’ora), finanche nello stile, dalla ballata folk al torrente wagneriano. I testi rinunciano alla verbosità del predecessore e come un tempo si riducono a formule magiche ripetute ad libitum. Come da suo modus operandi, Michael Gira ha dapprima preparato i pezzi a mo’ di demo acustico e poi ha speso anni nell’arrangiarli (anche se non è dato sapere come sia riuscito a concepire questi grandi poemi con la sola chitarra non amplificata).

La title track (trentadue minuti), strutturata come una sorta di toccata e fuga, si apre infatti su di un bailamme che evoca allucinazioni di cornamuse, percussioni, mandolini alla rinfusa, come se Krzysztof Penderecki o Glen Branca avessero dato una versione apocrifa delle loro orchestre, o – di contro – i Red Crayola avessero preso ad atteggiarsi a compositori classici. La “fuga” comincia con un duetto tra un banjo lontano e una pressa industriale, chiamando a sé droni elettronici, batterie aggiuntive, chitarre blues in sospensione, vocals vaganti, accordi di archi. È il brano più massificato di Gira, il suo record di presenze, che nel climax raggiunge un trepestio colossale. Quando muore, lascia dapprima una lunga agonia di colpi e rimbombi cavernosi, che “accelera” in senso doom, e poi produce un vuoto blues di echi scuri, armonica, slide, musique concrete. L’appendice, non così essenziale, è un baccanale dissoluto, un Tom Waits che fronteggia i Velvet Underground.

La stessa morbosità innerva i diciannove minuti di “A Piece Of The Sky”: un’intro elettroacustica, pioggia concreta e pioggia elettronica, quindi un diluvio di droni vocali Meredith Monk-iani, con un rombo sonico che si fa sempre più cosmico, fino ad agganciarsi a una mareggiata di strumenti a corda e tremoli suggestivi. Improvvisamente tutto si traduce in normale pièce post-rock, fino a recuperare persino il canto in un’ultima serenata sudista, memore del periodo Band di Bob Dylan, e l’armonia torna a regnare. Per metà, il brano resta comunque in un incontaminato limbo non-rock di pura soundscape. “The Apostate”, ventuno minuti, è un altro fulgido esempio di paesaggio sonoro epico, fatto di vibrazioni tonanti, elettricità, scosse, e infine una marcia percussiva e una danza tropicale che accendono la miccia della cacofonia di massa. La ripetizione maniacale di pattern freddamente costruiti dei primi dischi non esiste più, c’è piuttosto una febbrile dispersione di masse acustiche.

Al di fuori dei numeri spettacolosi, il complesso suona innamorato di una forma di minimalismo ansiogeno, come in “Mother Of The World” (dieci minuti), in cui il canto è ridotto al puro respiro, e la sezione ritmica dà una personale idea di “phasing” incontrollato, fino a quando non diventa psichedelia elettronica e baccanale di boccacce blues, a spegnersi in senso acustico e a trovare una fisionomia-canzone (o meglio un ritornello malefico). La formula si ripete in “Avatar”: frustate minimaliste, sciacquio elettronico, recupero della forma-canzone e perdita d’intensità (per poi ritrovarla nella chiusa di boogie demoniaco).

Le oasi acustiche si dischiudono tra un colosso e l’altro, o immediatamente dopo il momento più irrazionale dell’opera (“93 Ave Blues”, un pastiche di strumenti strillanti, ondate di voci e percussioni casuali che culmina in una tempesta sonica), come l’adagio dark-folk di “The Daughter Brings The Water”, o quando Karen O intona il lamento country-pop di “Song For A Warrior”, che fiorisce in un commovente caleidoscopio elettronico. Esattamente a metà via tra ambizione e adeguamento sta il raga leggermente atonale di “Lunacy”, una litania in coro che diventa sovrapposizione di timbri metallici fino ad abbassare il volume in un umore sconsolato.

Non è il capolavoro totale degli Swans o – come dice lui stesso con perizia promozionale – di qualsiasi cosa mai registrata, ma un punto terminale col fascino dell’astrazione. Undici composizioni, di cui una è una reprise, album doppio (il quarto della loro carriera senza contare doppi live, doppie antologie, doppie ristampe), due ore straripanti di contraddizioni, visioni, indizi, ripetizioni, iperboli, molli contrasti, tensioni allungate, tsunami sonici che sfociano in altri tsunami sonici. Anche la copertina (dipinto di Simon Henwood) con i denti di Gira in una maschera di volpe-lupo, gli stessi denti che campeggiavano digrignanti nell’artwork di “Filth” (1983) trasmette senza indugio una nuova apologia metafisica. Il compositore l’ha completato, dice, in trent’anni, e non è ancora finito, disco da farsi più che da sentire; vi partecipa uno stuolo impressionante di ospiti, dalla citata Karen O ai Low, da Ben Frost ai fidi Angels of light e Akron/Family, soprattutto la rediviva compagna di avventure Jarboe, a completare l’aura mitica dell’operazione, ma anche il turgido cello di Jane Scarpantoni. All’ascoltatore il compito di trarre le conclusioni su una musica che ha perso i connotati del codice e ha acquisito quelli del dubbio. Anticipato dal live “We Rose From Your Bed With The Sun In Our Head”, con cui ha finanziato gli alti costi di lavorazione. “The Seer” (“il veggente”) è un cortocircuito dello spaziotempo rock.

Michele Saran (www.ondarock.it)

ottobre 13, 2012 at 10:28 am Lascia un commento

Piccole bugie tra amici di Guillaume Canet ( dvd e b-ray )

L’incidente di Ludo, un sempre bravissimo Jean Dujardin che continuiamo ad apprezzare dopo l’interpretazione da Oscar di The Artist, è il preludio per l’incontro della vecchia “comitiva” di amici nella casa al mare, una meravigliosa Cap Ferret, di Max, François Cluzet che abbiamo apprezzato in Quasi Amici. Lo schema è quello classico: amici che si raccontano, nascondono le debolezze e ne rivelano di nuove. Tutto si svolge con eleganza ed intelligenza. il film mai perde il ritmo di un copione che salta da una situazione personale all’altre giocando con ironia sui difetti di amici che si conoscono fin troppo bene. Ogni volta che un rapporto sembra incrinarsi irrimediabilmente riesce a saldarsi nuovamente. Splendido il rapporto tra Gilles Lellouche e Marion Cotillard che rievocano in ciascuno di noi un ricordo di qualche relazione passata. Finalmente un film che ti permette di ridere in maniera intelligente, di commuoverti al momento giusto senza però lasciarti mai nella disperazione, ma anzi facendoti capire quanto poi l’amicizia, quella vera, sia alla base di qualsiasi rapporto umano. Piccole bugie tra amici scorre veloce e ti lascia pensare una volta che si esce dalla sala: una vera rarità di questi tempi al cinema. Come ultima annotazione una colonna sonora di primissimo livello: da Ben Arper passando per Damien Rice per finire con David Bowie. Un film da vedere, da consigliare e da vivere fino in fondo.

ottobre 12, 2012 at 4:28 pm 2 commenti

Arianna Savall e Petter Udland Johansen – Hirrundo Maris ( cd )

Quando Jordi Savall, nel 1974, inaugurò il progetto Hesperion XX, la musica antica era curata da ensemble molto specialisti sostanzialmente privi di un target commerciale vero e proprio.
Le fonti stesse erano sparse e, fatta eccezione per alcuni sparuti filologi (quasi più una setta esoterica che una vera e propria branca di musicologi), bisognava affrontare complicatissime ricostruzioni; la notazione musicale, gli strumenti, le tecniche esecutive, le location. Insomma, un mondo musicale celato nelle profondità della storia e degli archivi, ormai dimenticato da tutti.

Savall, coadiuvato da musicisti di eccezionale talento (tra cui la compagna di una vita, Monserrat Figueras, una delle voci più belle del secolo scorso), intraprese quest’opera di riscoperta di repertori dimenticati e cercò di divulgarli. Una strada lunga, che nell’arco di qualche decennio l’ha portato a veder riconosciuti i tanti sforzi – di fatto, Savall è oggi forse il massimo musicista vivente – tanto da fondare una sua etichetta, dedita esclusivamente alla musica antica, caratterizzata da un suono sfavillante, affascinante come fu quello dell’ECM di Eicher nel jazz alla fine degli anni 60.
Arianna Savall, figlia di Jordi e della Figueras, nasce nel 1972 a Basilea e il suo percorso di vita e quello artistico sono praticamente segnati da subito, come accadrà al fratello Ferran che diventerà violinista e chitarrista.

La giovane Arianna inizia presto a studiare l’arpa e il canto; dopo vari apprendistati, tra il ’96 e il 2000 si diploma in entrambe le classi. Due anni dopo è in Francia al Conservatorio di Tolosa a studiare col chitarrista Rolf Lislevand; poi in Inghilterra a studiare l’arpa antica con uno dei maggiori esperti di tale strumento, Andrew Lawrence-King, già arpista per Hesperion XX, e di nuovo a Basilea con la Rosenzweig. Intanto, papà Jordi la fa cantare in qualche disco dell’Alia Vox, avendo così la possibilità di perfezionare anche il canto, grazie alla guida di mamma Monserrat. Purtroppo, la Figueras poco dopo si ammala di cancro e nel 2011 la malattia la porta via per sempre; il dolore di Arianna è enorme.

Fortunatamente il maggior insegnamento che ha appreso dalla madre è l’amore incondizionato per la musica, la capacità salvifica di quest’arte millenaria che, attraverso tecniche sempre più raffinate, nel corso della sua storia a volte è sembrata davvero vicina, prossima alla voce di Dio.
Proprio Manfred Eicher della ECM, che sul fiuto non ha rivali, riesce a convincere Arianna a registrare un disco per la “new series” della sua etichetta. La prima proposta è quella di partecipare alle registrazioni di Nuove Musiche, un cd del maestro norvegese Rolf Lislevand con musiche italiane, spagnole e tedesche del XVI-XVII secolo (ispirate alla Camerata de’ Bardi del 1573), interpretate però senza alcun riserbo filologico (cosa che lasciò perplesso più di un critico) ma dal risultato molto affascinante.
La seconda proposta di Eicher per la Savall fu partecipare a Lijnen, un disco del NYYD Ensemble dell’estone Olari Elts, con musiche originali della compositrice Helena Tulve; qui la Savall è chiamata a cantare e i risultati sono stupefacenti, tanto che il (relativo) successo del disco è principalmente dovuto alle sue interpretazioni vocali.

Nel 2011 Eicher decide quindi che la giovane può mettere in campo un’operazione tutta sua; sarà affiancata da Petter Udland Johansen, mandolinista e chitarrista col quale aveva già lavorato nei dischi precedenti della “new series”.
Nasce il progetto Hirundo Maris. La direzione seguita dal duo Savall-Johansen è diversa da quella precedente; se da un lato si tenta di recuperare i canti dell’antica tradizione mediterranea e nordica attraverso una strumentazione antica, dall’altro lo si fa interpretandoli con una moderna sensibilità artistica. Così alla Savall (arpa celtica, tripla arpa italiana, voce) e a Johansen (mandolino, fiddle norvegese, voce) si aggiungono Sveinung Lilleheier, chitarre e dobro, Miquel Àngel Cordero, double-bass, e David Mayoral, percussioni; il tutto a formare un insolito quintetto folk-medioevale. I risultati, in termini di stile e di sound, sono sorprendenti e gli antichi canti rivivono di una nuova luce.

Con le eccezioni di un brano inedito della Savall (“Le Chant des étoiles”) e uno di Johansen (“Penselstrøk”), i brani appartengono tutti, come anticipato, alla tradizione folkloristica europea: si va dai canti tradizionali catalani (“El Mestre” e “El Mariner” tra i meglio riusciti del disco) a quelli norvegesi (“Ormen lange”, “Om Kvelden” e “Bendik og Årolilja”, questo un vero capolavoro di esecuzione), dalla tradizione sefardica (“Buenas Noches”, “Ya Salió de la Mar”, “Morena Me Llaman”, “Yo M’Enamori d’un Aire”, musiche portoghesi-spagnole di origine ebraica), a quella scozzese (“The Water Is Wide”, sorta di inno negli anni ’60, interpretato da Pete Seeger, Bob Dylan, James Taylor, Joan Baez, Eva Cassidy, Neil Young con testo riadattato in “Mother Earth”, ma anche più recentemente dal chitarrista Mark Knopfler e dal jazzista Charles Lloyd), più altre composizioni (il barocco della “Tarantela” di Ruiz de Ribayaz e il folk contemporaneo di “Trollmors Vuggesang” dello scomparso Holmberg) e due canti natalizi (“Josep i Maria” e “El Noi de la Mare”).
“Ci interessava proporre un viaggio musicale che collegasse il mar Mediterraneo al mare del Nord. – afferma Johnansen nelle liner notes – Hirundo Maris è il nome scientifico per la ‘rondine di mare’ e, proprio come fa questo strano mollusco dalla forma di un uccello, il quintetto si lascia trasportare dalle correnti musicali che corrono dalla Norvegia alla Catalogna, aggiunge il suo canto seguendo il movimento delle ali e si tuffa giù nelle profondità marine”.

Il set di diciassette canzoni, suonate con la delicatezza delle creature marine e lo slancio di quelle che vivono in volo nei cieli, ci narra del filo conduttore che tiene insieme le canzoni del mondo, dalle calde spiagge della Costa del Sol ai ghiacci del Sognefjord; un tutto tenuto insieme dalla scintillante arpa e dal canto delicato e armonico di Arianna Savall e dai droni del fiddle di Johansen.
La carriera di questa giovane arpista non poteva iniziare sotto auspici migliori.

 
Gaetano La Montagna (www.ondarock.it)

ottobre 12, 2012 at 4:25 pm Lascia un commento

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