Swans – Seer ( 2cd – 3lp )

ottobre 13, 2012 at 10:28 am Lascia un commento

Michael Gira presenta “The Seer” (a due anni quasi esatti da “My father will guide me up a rope to the sky“) in pompa magna, persino specificando che non si tratta della loro opera conclusiva o del loro canto del cigno. Nondimeno, i dubbi sono fugati: siamo entrati ufficialmente nella quarta era Swans. Il respiro stavolta è imponente, persino intimorente, quasi nulla imparentato con l’album precedente che, in confronto, suona come una prova generale. È un po’ il “Soundtracks For The Blind” del caso, un enorme calderone d’idee sviluppate, elaborate e rielaborate negli anni, che impressiona più per l’insieme che per le singole componenti. Più che le geniali, creative frammentazioni di quel disco, “The Seer” è però piuttosto proteso a brani di durate fiume e a lunghe progressioni pantagrueliche.
Soprattutto, il disco vive di accostamenti grotteschi, appunto nelle durate ma anche nell’organico (dal soliloquio spettrale di un minuto a un tutti apocalittico di mezz’ora), finanche nello stile, dalla ballata folk al torrente wagneriano. I testi rinunciano alla verbosità del predecessore e come un tempo si riducono a formule magiche ripetute ad libitum. Come da suo modus operandi, Michael Gira ha dapprima preparato i pezzi a mo’ di demo acustico e poi ha speso anni nell’arrangiarli (anche se non è dato sapere come sia riuscito a concepire questi grandi poemi con la sola chitarra non amplificata).

La title track (trentadue minuti), strutturata come una sorta di toccata e fuga, si apre infatti su di un bailamme che evoca allucinazioni di cornamuse, percussioni, mandolini alla rinfusa, come se Krzysztof Penderecki o Glen Branca avessero dato una versione apocrifa delle loro orchestre, o – di contro – i Red Crayola avessero preso ad atteggiarsi a compositori classici. La “fuga” comincia con un duetto tra un banjo lontano e una pressa industriale, chiamando a sé droni elettronici, batterie aggiuntive, chitarre blues in sospensione, vocals vaganti, accordi di archi. È il brano più massificato di Gira, il suo record di presenze, che nel climax raggiunge un trepestio colossale. Quando muore, lascia dapprima una lunga agonia di colpi e rimbombi cavernosi, che “accelera” in senso doom, e poi produce un vuoto blues di echi scuri, armonica, slide, musique concrete. L’appendice, non così essenziale, è un baccanale dissoluto, un Tom Waits che fronteggia i Velvet Underground.

La stessa morbosità innerva i diciannove minuti di “A Piece Of The Sky”: un’intro elettroacustica, pioggia concreta e pioggia elettronica, quindi un diluvio di droni vocali Meredith Monk-iani, con un rombo sonico che si fa sempre più cosmico, fino ad agganciarsi a una mareggiata di strumenti a corda e tremoli suggestivi. Improvvisamente tutto si traduce in normale pièce post-rock, fino a recuperare persino il canto in un’ultima serenata sudista, memore del periodo Band di Bob Dylan, e l’armonia torna a regnare. Per metà, il brano resta comunque in un incontaminato limbo non-rock di pura soundscape. “The Apostate”, ventuno minuti, è un altro fulgido esempio di paesaggio sonoro epico, fatto di vibrazioni tonanti, elettricità, scosse, e infine una marcia percussiva e una danza tropicale che accendono la miccia della cacofonia di massa. La ripetizione maniacale di pattern freddamente costruiti dei primi dischi non esiste più, c’è piuttosto una febbrile dispersione di masse acustiche.

Al di fuori dei numeri spettacolosi, il complesso suona innamorato di una forma di minimalismo ansiogeno, come in “Mother Of The World” (dieci minuti), in cui il canto è ridotto al puro respiro, e la sezione ritmica dà una personale idea di “phasing” incontrollato, fino a quando non diventa psichedelia elettronica e baccanale di boccacce blues, a spegnersi in senso acustico e a trovare una fisionomia-canzone (o meglio un ritornello malefico). La formula si ripete in “Avatar”: frustate minimaliste, sciacquio elettronico, recupero della forma-canzone e perdita d’intensità (per poi ritrovarla nella chiusa di boogie demoniaco).

Le oasi acustiche si dischiudono tra un colosso e l’altro, o immediatamente dopo il momento più irrazionale dell’opera (“93 Ave Blues”, un pastiche di strumenti strillanti, ondate di voci e percussioni casuali che culmina in una tempesta sonica), come l’adagio dark-folk di “The Daughter Brings The Water”, o quando Karen O intona il lamento country-pop di “Song For A Warrior”, che fiorisce in un commovente caleidoscopio elettronico. Esattamente a metà via tra ambizione e adeguamento sta il raga leggermente atonale di “Lunacy”, una litania in coro che diventa sovrapposizione di timbri metallici fino ad abbassare il volume in un umore sconsolato.

Non è il capolavoro totale degli Swans o – come dice lui stesso con perizia promozionale – di qualsiasi cosa mai registrata, ma un punto terminale col fascino dell’astrazione. Undici composizioni, di cui una è una reprise, album doppio (il quarto della loro carriera senza contare doppi live, doppie antologie, doppie ristampe), due ore straripanti di contraddizioni, visioni, indizi, ripetizioni, iperboli, molli contrasti, tensioni allungate, tsunami sonici che sfociano in altri tsunami sonici. Anche la copertina (dipinto di Simon Henwood) con i denti di Gira in una maschera di volpe-lupo, gli stessi denti che campeggiavano digrignanti nell’artwork di “Filth” (1983) trasmette senza indugio una nuova apologia metafisica. Il compositore l’ha completato, dice, in trent’anni, e non è ancora finito, disco da farsi più che da sentire; vi partecipa uno stuolo impressionante di ospiti, dalla citata Karen O ai Low, da Ben Frost ai fidi Angels of light e Akron/Family, soprattutto la rediviva compagna di avventure Jarboe, a completare l’aura mitica dell’operazione, ma anche il turgido cello di Jane Scarpantoni. All’ascoltatore il compito di trarre le conclusioni su una musica che ha perso i connotati del codice e ha acquisito quelli del dubbio. Anticipato dal live “We Rose From Your Bed With The Sun In Our Head”, con cui ha finanziato gli alti costi di lavorazione. “The Seer” (“il veggente”) è un cortocircuito dello spaziotempo rock.

Michele Saran (www.ondarock.it)

Annunci

Entry filed under: News Musica, Recensioni Musica.

Piccole bugie tra amici di Guillaume Canet ( dvd e b-ray ) Cave of forgotten dreams di Werner Herzog ( dvd e b-ray )

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
ottobre: 2012
L M M G V S D
« Set   Nov »
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Blog Stats

  • 134,445 hits

Commenti recenti


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: