Archive for settembre, 2008

Mogwai – Hawk is howling ( cd + dvd – 2lp )

Riconoscibilissimo fin dai titoli delle tracce (“I’m Jim Morrison, I’m dead”, “I love you, i’m going to blow up your school”, giusto per gradire). Ad ogni nuova uscita dei cinque di Glasgow, la critica ripete la stessa filastrocca: “Eccoli, sono finalmente tornati ai fasti del passato, questo è l’album del ritorno in grande stile …”. Quasi non si accettasse l’idea che questi ragazzi scozzesi debbano ormai dividere il palcoscenico del post-rock strumentale con altre band. Nessuno potrà mai negare che i Mogwai siano arrivati per primi (o tra i primi), ma ormai il genere è pieno di ottime band che lo hanno portato al successo. Forse sarebbe meglio ammettere che i Mogwai suonano sempre e solo la loro musica. E in questo sono imbattibili. Mai un colpo a vuoto, dal 1997 ad oggi. Nessuno li avvicina nel loro territorio, che è il post-rock strumentale puro e semplice. La retorica reiterazione di pieno e vuoto, quiete e tempesta, mazzata e carezza. Non si può cercare l’effetto sorpresa del capolavoro “Young Team” (1997, appena ristampato in doppio cd deluxe), né tantomeno le morbide litanie barocche del suo splendido successore “Come and die young”(1999). Però c’è tutto il mondo dei Mogwai: i pattern fluidi sospesi sul velluto che imparammo a conoscere in “Ten Rapid”, vero esordio della band (“I’m Jim Morrison, I’m dead”, “Daphne & the brain”), le chitarre sature oltre misura (il singolo “Batcat”, che sembra uscito da “Welcome to Sky Valley” dei Kyuss), le melodie sapientemente condotte da xilofoni e campanelli (“Local Authority”), i richiami velati alle sonorità metal (“Scotland’s Shame”) e le lunghe divagazioni basso-pianoforte (“Thank you space expert”). Poi ci sono momenti durante i quali il 1997 sembra ieri. Il ritmo quadrato e il ritornello “easy-listening” di “The Sun Smells Too Loud” (si potrebbe quasi canticchiare e, perché no, ballare) e quella capacità inimitabile di stratificare il suono arrivando ai confini del caos senza caderci dentro (“The Precipice”, chi ha detto “Mogwai fear Satan”?).

settembre 27, 2008 at 4:53 pm Lascia un commento

Little Feat – Join the Band ( cd )

Mi accosto sempre con un po’ di scetticismo a queste celebrazioni un po’ Hollywoodiane con ospiti e lustrini, ma devo ammettere che qualche volta in passato hanno funzionato: mi viene in mente per esempio John Lee Hooker. O Santana. E poi i Little Feat un po’ di celebrazione se la meritano. Ma partiamo dall’inizio. Chi siano i Little Feat lo sanno tutti, perché anche se non hanno mai goduto del successo che si sarebbero meritati, sono da ormai trentasette anni una banda di culto, nell’Olimpo del gotha delle band americane di stirpe, come The Band, Grateful Dead, Allman Brothers BandLos Lobos forse.

Come tutte queste band di lunga storia, hanno attraversato periodi diversi. Negli anni settanta gli anni classici, quelli con il mai abbastanza rimpianto grande grande grande Lowell George. Californiani, provenienti dall’humus dell’avanguardia del Free Rock di Los Angeles (Frank Zappa & The Mothers e Captain Beefheart), dimostrano da subito una voglia di rileggere le radici del rock del mid-west americano, quello che viaggia da nord a sud lungo la direttiva che dal blues di Chicago passa per il R&R di St.Louis, al Country di Nashville, al Rithm & Blues di Memphis fino ad approdare al boogie di New Orleans. Cugini in questo cammino musicale si possono considerare i NRBQ, il primo Robert Palmer e la inarrivabile Bonnie Raitt del periodo “di mezzo”.
Gli album dal 1972 al 1977 propongono tutti i frizzanti pezzi forti della band, ricapitolati in modo sublime dal doppio Live Waiting For Columbus, un pezzo obbligatorio nella discoteca di ogni appassionato di Rock.

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settembre 25, 2008 at 11:20 am 2 commenti

Leucocyte – Esbjorn Svensson Trio ( cd )

La forma più classica del piano trio, la sua evoluzione post millennio, l’abbattimento di barriere stilistiche e l’apertura ad un vasto pubblico, cosa insolita per un trio che, comunque, sarà di base sempre un jazz trio.
Non ci sarà più tutto questo, o almeno non sarà più il trio E.S.T.
Esbjörn Svensson è mancato lo scorso Giugno all’età di 44 anni, annegato mentre faceva diving nell’arcipelago di Stoccolma; con lui finisce l’avventura del trio E.S.T., una formazione che aveva portato linfa ad un genere imbolsito ormai anche dallo stesso “dio” Jarrett, una concezione molto libera del trio pianistico, moderna, pop, giovane; in Svezia questo gruppo riempiva stadi di giovani ad ascoltare le sue composizioni, furono additati come eccessivamente pop, intanto però, i giovani a digiuno di jazz dopo i loro concerti andavano a casa ad ascoltare Monk, Evans e Davis.
Questo loro ultimo disco fa male, fa male perché intravedere la strada che stavano prendendo ci fa sentire ancora più orfani, chissà dove sarebbero andati dopo questo Leucocyte, un disco ermetico di un trio intimista, elettronico, melodico e con quel mood tipicamente nord europeo che ricorda tanto il Bugge Wesseltoft meno sperimentale, o il Nils Petter Molvaer più lirico.
Non resta che lasciar correre il disco, e andare a ripescare i loro gradevolissimi dischi, qualcuno storcerà il naso, dirà che non è jazz, che non è modale, che non è nero, ma voi ascoltate, questa è solo grande musica.

Esbjörn Svensson: piano
Dan Berglkund: bass
Magnu Öström: drums

Alessandro Mastroianni

settembre 24, 2008 at 5:02 pm 1 commento

Southside Johnny – Grapefruit moon ( cd )

settembre 24, 2008 at 4:54 pm 1 commento

Dopo mezzanotte di Davide Ferrario ( dvd )

Questo film, intimo e gentile, è un tragicomico meta-film, una favola raccontata e musicata mirabilmente, una storia affabulata dalla calda voce di Silvio Orlando che ci racconta di tempi andati, quando il cinema era un invenzione senza futuro (lo diceva Antoine Lumière, padre del Cinema come mezzo tecnico e poetico) e tutto quello che vedevi erano paesaggi.
Questo film è un atto d’amore al Cinema, girato in alta definizione con pochi soldi; però qui non abbiamo solo paesaggi, ma anche personaggi.
In questo film ne abbiamo ben tre, di personaggi: Martino, muto e goffo custode del Museo del Cinema di Torino; Amanda, piccola donna innamorata nonché lavoratrice precaria in un fast-food; l’Angelo, fidanzato di Amanda e ladro d’auto/latin lover a tempo perso. Amanda, per un giro di arabeschi del signor Destino, si trova ad essere amata, appunto, dai due suddetti, insieme, Martino e l’Angelo. Si va al cinema per sentire qualcuno che ci racconti una storia – si vuole tornare al tempo mitico in cui non esisteva questa maledetta televisione: in questa grigia realtà si sente il bisogno di storie fantastiche fatte di gente che cade dal cielo, gente che s’innamora e prova a vivere una vita in cui sorridere non sia solo un lusso,  storie minime e piccole che vanno e vengono, storie fatte di una polvere che si perde in un fascio di luce che illumina una notte fatta di ombre che si illuminano … una polvere preziosa e fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni: la polvere da cui nasce il Cinema più grande insomma.

settembre 23, 2008 at 6:32 pm Lascia un commento

La regola del gioco di Jean Renoir ( dvd )

Durante una festa nel castello di un ricco barone si intrecciano diverse storie di amore. Il nobile decide di lasciare la moglie corteggiata sia da un suo amico che da un famoso aviatore e i giochi amorosi dei nobili si intrecciano con quelli dei domestici. Il film si conclude con evento luttuoso che il padrone di casa nasconde ai suoi ospiti. Renoir realizza un film incentrato sulle relazioni dei personaggi mettendo in luce il disgregamento dell’aristocrazia. Il cineasta francese firma il suo capolavoro scrutando le regole che governano il gioco della vita con sguardo disinvolto. Una commedia tinteggiata di nero specchio dell’alta società. Il tocco di Renoir è perfetto e disarmante, un vero esempio di arte cinematografica ripercorsa negli anni da decine di cineasti. Ed è Renoir stesso che, per bocca di uno dei protagonisti del film, afferma: “il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni”. Per molti anni introvabile, il film è stato finalmente pubblicato in dvd ed è ora reperibile in una eccellente edizione e a medio prezzo.

settembre 23, 2008 at 6:08 pm Lascia un commento

Io sono un autarchico di Nanni Moretti ( dvd )

Più volte annunciato e rinviato, esce finalmente in dvd il fulminante esordio di Nanni Moretti.

«Il comico si annida nelle cerniere della storia come una ruggine corrosiva. Esso nasce infatti da cambiamenti radicali nella scala dei valori, per cui ciò che era reale e dunque sacro ieri, diventa irreale e dunque dissacrato oggi.» Così Alberto Moravia raccontò su L’Espresso il suo stupore per il film che fece conoscere Nanni Moretti. Da mesi, era il 1977, Io sono un autarchico riscuoteva un successo straordinario in un cineclub romano, il Film-studio. Da mesi non si parlava d’altro, in quel mondo di simpatici chiacchieroni che era, ed è, la sinistra romana. Per Lotta Continua il film di Moretti era una pericolosa concessione alla restaurazione della goliardia. Io sono un autarchico appendeva al ridicolo la grande confusione mentale, l’immensa generosità, le certezze di cristallo che dominavano la nostra vita di militanti della sinistra storica e no. Era una seduta di ironica autocoscienza, uno specchio divertito e infastidito delle cose più orrende che «il movimento» portava dentro. Prima tra tutte l’assenza di consapevolezza critica di sé, un certo tetro fondamentalismo, una ostilità al dubbio. Il film di Moretti segnò un passaggio importante nella coscienza di sé che quella generazione aveva.
Da Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994

settembre 23, 2008 at 5:09 pm Lascia un commento

Giorni e nuvole di Silvio Soldini ( dvd )

Elsa e Michele stanno insieme da vent’anni. Hanno una figlia, una bella casa, una barca e un’esotica vacanza in calendario. Lei, che ha smesso di lavorare per riprendere gli studi, si è appena laureata in storia dell’arte. poi all’improvviso questa vita perfetta va in pezzi. Lui perde il lavoro, e addio alla casa, alla barca, alla vacanza. Elsa è sotto shock e più diminuiscono i soldi in banca, più aumenta la distanza tra marito e moglie. Dopo due commedie corali dai toni surreali (Pane e tulipani e Agata e la tempesta) Silvio Soldini cambia rotta e si dirige sulla via dei realismo, affidandosi a due soli personaggi. Tra lunghi piani sequenza e dialoghi serrati, eloquenti silenzi e rabbie esplosive, sullo sfondo di una Genova livida e inconsueta, il regista trova la “giusta distanza” per osservare una crisi di coppia tra dramma e leggerezza, al ritmo della vita, conducendo lo spettatore verso uno struggente finale che vanta la più bella inquadratura di tutto il cinema soldiniano.

settembre 22, 2008 at 6:44 pm 1 commento

Fargo di Ethan e Joel Coen ( dvd )

Del cinema dei fratelli Coen si può dire tutto, tranne che sia convenzionale: in ogni pellicola che hanno diretto, sia che si trattasse di un giallo o di una commedia, un dramma o un’avventura picaresca, hanno sempre saputo mettere la loro chiara e riconoscibile impronta, basata su una trama spesso banale nelle linee generali ma originalissima nel suo svolgersi passo passo. ‘Fargo’, quello che, con due Oscar e cinque nomination, è in assoluto il loro film più apprezzato dal grande pubblico, presenta infatti tutte queste caratteristiche: lo spunto di partenza è dato da un banale fatto di cronaca, che i fratelli Coen ripresentano sullo schermo senza alcun fronzolo, senza gli artifici propri del cinema hollywoodiano, fedeli alla banalità non solo del crimine ma di tutto l’agire umano. In scena non ci sono un delitto perfetto o un criminale che elabora un piano ben circostanziato, ma semplicemente l’avidità che spinge un inetto ad assumere altri due inetti per far rapire la propria moglie e chiedere il riscatto al di lei padre, ricco ma tirchio; una trama, quindi, che si svolge non tanto sulle invenzioni e sull’acutezza dei suoi protagonisti, rinunciando al classico schema della ‘sfida di intelligenza tra criminale e poliziotto’ a cui troppo spesso siamo stati abituati, a favore di una più verosimile sfida a chi fa meno errori. ‘Fargo’ è, insomma, il giallo delle persone comuni, anzi, meglio ancora, di un retroterra culturale proprio di quell’America di provincia tanto cara ai fratelli Coen, inondata dalla neve e percorsa da incapaci. Potremmo dire, a ragion veduta, che in fondo il cinema dei fratelli Coen è proprio il cinema degli incapaci, di chi non riesce mai a portare a termine il proprio compito: a volte ci si ride sopra, come in ‘Fratello, dove sei?’ , altre volte gli esiti sono drammatici, come qui o in “L’uomo che non c’era”.

settembre 22, 2008 at 6:35 pm 1 commento

Fleet Foxes – Fleet Foxes ( 2cd – 2lp )

Il quintetto dei Fleet Foxes proviene da Seattle, ed è composto da Robert Pecknold (prima chitarra e voce, vera anima della band), Skyler Skjelset (seconda chitarra), Bryn Lumsden (basso), Nicholas Peterson (batteria) e Casey Wescott (il cui contributo alle tastiere è fondamentale nel definire il sound della formazione).
Il disco è un aggiornamento appassionato e ben confezionato dello psychedelic folk e ricorda il sound dei cantautori classici come Bob Dylan e Crosby, Stills, & Nash (e Neil Young) alle armonie vocali raffinate e barocche dei The Beach Boys di Pet Sounds, ma contaminando il tutto con sfumature psichedeliche alla The Moody Blues e Holy Modal Rounders.
A fare la differenza con molte band del revival psychedelic-folk contemporaneo sono tuttavia la voce melodica potente e senza sbavature di Pecknold, le multi-armonie (non solo vocali) che spesso rendono molto particolari pezzi altrimenti costruiti su idee banali e l’utilizzo del pianoforte di Wescott.
L’iniziale Sun It Rises è perfettamente rappresentativa: vocalizzi multi-armonici e psichedelici, chitarra che si concede anche variazioni blues-rock a due terzi della traccia, struttura non conforme al formato-canzone radio-friendly.
White Winter Hymnal, con apertura e chiusura a cappella, prosegue sullo stesso binario, stavolta enfatizzando le sfumature più country; Ragged Wood velocizza ed enfatizza le ritmiche, iniziando come una frizzante cavalcata folk-rock, per poi ripartire da ritmi rallentati e arrangiati con tastiere psichedeliche; Tiger Mountain Peasant Song e Oliver James sono guidate interamente da voce e chitarra di Pecknold, in un’atmosfera intimista che rimanda direttamente a cantautori acustici; He Doesn’t Know Why è condotta da alcune delle melodie vocali e pianistiche più coinvolgenti del disco; in Your Protector sembra di ascoltare gli ultimi Coldplay  con un innesto massimizzato di chitarre folk, percussioni e background vocali.
Un’uscita imperdibile per i cultori del genere, e sicuramente degna di un ascolto da parte di tutti gli altri.

settembre 22, 2008 at 5:52 pm 2 commenti

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