Archive for gennaio, 2012

Leonardo Cohen – Old ideas ( cd – lp )

Old kettles, old bottles, and a broken can,
Old iron, old bones, old rags, that raving slut
Who keeps the till. Now that my ladder’s gone
I must lie down where all ladders start
In the foul rag-and-bone shop of the heart

(W. B. Yeats, “The Circus Animals’ Desertion”)

 

“Straccivendolo del cuore”, si definisce Leonard Cohen. Gli occhi nascosti dall’immancabile Borsalino, prende in prestito i versi di Yeats per schermirsi dalle lusinghe. Non è una posa, la sua proverbiale umiltà: è il sentimento di chi sa bene che tutta la grandezza dell’uomo, in fondo, non è che un granello di sabbia. Non c’è da stupirsi, allora, che ai suoi occhi il primo disco di inediti da otto anni a questa parte sia solo un pugno di “vecchie idee”. Parco di enfasi come i titoli dei suoi album: per questo può ancora lasciarsi commuovere sino alle lacrime dalla devozione di un pubblico ritrovato dopo anni di lontananza dalle scene.
Proprio l’esperienza del ritorno sul palco sembra essere la chiave di volta di “Old Ideas”: complice l’affiatamento con i musicisti chiamati ad accompagnarlo in tour, Cohen riporta le sue canzoni all’essenza, spogliandole di quella patina leziosa che le aveva offuscate nei precedenti “Ten New Songs” e “Dear Heather”. “Old Ideas” ritrova così quell’equilibrio che da almeno un ventennio mancava alla musica del songwriter canadese. Perché i suoi versi non hanno mai avuto bisogno di scenografie posticce: chiedono solo lo spazio per lasciar riecheggiare la propria voce.

Il crooning di Cohen è un sussurro in cui il peso del tempo palpita di fumo e desiderio. In “Going Home” si lascia sfiorare solo da un’aura di archi e tastiere, insieme alla carezza di un controcanto femminile. Il territorio in cui si addentra, faccia a faccia con lo spettro della mortalità, è lo stesso delle “American Recordings” di Johnny Cash, lo stesso del Dylan di “Time Out Of Mind”. E più dylaniane che mai sono le tinte blues che avvolgono “Darkness” tra volute di hammond, interrogandosi nella penombra del crepuscolo sul tempo che rimane.
“Vecchie idee”, le chiama Cohen. “Ho un’idea alla volta”, spiega. “E su quella posso lavorare un’eternità”. In effetti, “Darkness” e “Lullaby” erano già apparse dal vivo nel corso dell’ultimo tour, mentre “Crazy To Love You” era stata interpretata nel 2006 da Anjani Thomas, attuale compagna del songwriter canadese, nel suo album “Blue Alert”: Cohen ne offre una versione spoglia e solitaria, tessendo un madrigale acustico che sembra volerlo riportare alle origini.

Tra un baluginare di tromba e i ricami gitani del violino, “Amen” è la parola che risuona nel deserto, parlando d’amore alle orecchie degli assetati. Il pensiero corre alle atmosfere di “Recent Songs”, che non a caso uno resta dei lavori musicalmente più riusciti della discografia di Cohen.
“Old Ideas” è un dipanarsi di sfumature, che dal gospel dimesso di “Come Healing”, guidato dal coro delle Webb Sisters, vanno a trascolorare nel country meditativo di “Banjo”. Non manca qualche momento di stanchezza, soprattutto nella seconda parte dell’album. Ma, a differenza del passato più recente (l’irrisolto “Dear Heather” in primis), nell’architettura complessiva del disco nulla suona giustapposto.

Alla soglia degli ottant’anni, non c’è rassegnazione nello sguardo di Cohen. L’affastellarsi dei giorni non spegne lo slancio del cuore: semmai lo rende ancora più acuto e penetrante. La differenza sta nel fatto che quel destino che si pensava di avere in pugno diventa piuttosto una strada su cui lasciarsi condurre: “Show me the place where you want your slave to go”, mormora Cohen con il tono di una preghiera, accompagnato dal pianoforte di “Show Me The Place”. Lo sguardo amaro di “The Future” è lontano, ma le domande non suonano meno impellenti: “Show me the place where the word became a man”.
Dio stesso lo guarda dall’alto, scrutando la sua anima come un volto di cui si conosce a memoria ogni ruga: “I love to speak with Leonard/ He’s a sportsman and a shepherd/ He’s a lazy bastard living in a suit”. Sono i versi iniziali di “Going Home”, in cui Cohen tratteggia con l’inconfondibile eleganza del suo humour un autoritratto da trovatore inquieto, sempre alla ricerca di una canzone d’amore capace di insegnare a convivere con la disillusione. Ma quello che conta è la certezza di essere sulla strada verso casa: “Going home without my burden/ Going home behind the curtain”. Il vecchio poeta prende tra le mani il suo Borsalino e china il capo con un cenno di gratitudine. “Going home without the costume that I wore”.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

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gennaio 30, 2012 at 5:24 pm Lascia un commento

Liz Green – O, devotion! ( cd – lp )

Cosa c’entra una mezzanotte di sogno parigina con un campo di grano in Alabama? Almeno tanto quanto una ragazza del Northwest dell’Inghilterra di ventisei anni può avere a che fare con Ella Fitzgerald. Messo così, il tutto pare un po’ confuso, è vero, ma “O, Devotion” di Liz Green è uno di quei dischi in cui l’esperienza musicale di una vita si condensa in qualcosa di estremamente personale.
Da anni promessa della scena inglese, fino alla consacrazione dell’invito di John Cale a suonare al concerto di tributo a Nico, Liz Green tira fuori un disco dalla spiccata teatralità, che le ha già attirato paragoni con “Hadestown” di Anais Mitchell.

Rispetto all’opera – in tutti i sensi – dell’autrice americana, “O’ Devotion” funge da piedistallo, in una grottesca serata di cowboy e damerini del primo Novecento, alla vocalità tepida della Nostra, interessante per quella vaga componente nasale, che la rende avvolgente come le spirali di fumo che aleggiano sulla musica del disco. Sono forse queste a causare il fruscio di sottofondo dovuto alla registrazione avvenuta presso i Toe Rag Studios, famosi per le registrazioni analogiche: francamente più fastidioso che altro. A parte questo, gli arrangiamenti sono centellinati: minimali arpeggi di acustica, e qualche incursione, un po’ gitana un po’ cabarettistica, di fiati, e il più è fatto.
Pur nelle tentazioni sudiste, blueseggianti della scrittura della Green (“Bad Medicine”), il prodotto ha una fisionomia del tutto particolare e del tutto aliena alle riproduzioni “sradicate” di altre giovani artiste inglesi. Non solo per lo spiccato accento della Nostra, “O’ Devotion” è un disco in tutto e per tutto britannico, pieno di arguzia e carisma; anche musicalmente qualcuno potrebbe ravvisare, a volte, l’algida severità della tradizione più albionica (“Hey Joe”, “Gallows”).

Manca, pur nell’eleganza e nella suggestione di tutti i brani di questo lavoro (il profumo di fiori di “French Singer”, gli scheletri danzanti di “Rag & Bone”, la gelida alba di “Ostrich Song”), un sussulto emotivo, che porti in dote qualcosa in più della rappresentazione pur convincente di “O’ Devotion”. Unica eccezione è, forse, “The Quiet”, la più umana delle canzoni del disco.
Con questo album, comunque, Liz Green mette il primo tassello di una carriera promettente, ma che deve ancora sbocciare.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

gennaio 28, 2012 at 12:33 pm Lascia un commento

L’alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt ( dvd e b-ray )

Nei laboratori di un’azienda farmaceutica di San Francisco, il giovane ricercatore Will Rodman sperimenta su degli scimpanzé gli effetti di un virus in grado di potenziare i ricettori neuronali e di fornire una possibile cura per l’Alzheimer. Una di queste cavie mostra lo sviluppo di un’intelligenza superiore alla media, ma viene abbattuta assieme alle altre dichiarando fallito l’esperimento quando risponde con aggressività ai tentativi dei medici di sottoporla a nuovi test. Lascia tuttavia nei laboratori un piccolo cucciolo, che Will decide di risparmiare alla soppressione e di accogliere in casa propria. Il tempo passa e dopo qualche anno lo scimpanzé, soprannominato Cesare, dimostra delle straordinarie capacità cognitive, imparando in fretta il linguaggio dei segni e raddoppiando il proprio quoziente intellettivo anno dopo anno. Ma con il suo cervello, cresce anche il bisogno di relazionarsi con un ambiente libero e con una specie all’altezza che non lo tratti da bestia o da mostro.
“L’evoluzione diviene rivoluzione” recita la tagline americana del film. Aforisma perfetto per raccontare questo prequel-reboot espiantato direttamente dal lontano Pianeta delle scimmie datato 1968 per dimenticare l’esperimento dark-autoriale del remake di Tim Burton. Perché il film di Rupert Wyatt – regista britannico con alle spalle un solo, eccellente prison movie (The Escapist) – si racconta esattamente attraverso questi due movimenti. Una prima parte in cui si descrive l’Evoluzione della scimmia e si riscrive Frankenstein attraverso un moderno Prometeo alla ricerca di una cura per l’Alzheimer; e una seconda parte in cui la diversità e la sindrome del mostro vissute dalla Creatura-Scimpanzé creano i presupposti per un’insurrezione degna di Spartacus e una tensione a metà fra Gli uccelli di Hitchcock e i film di Shyamalan.
È all’interno di questi due momenti narrativi che si modella anche il progetto di questo nuovo capitolo: una dialettica schiavo-padrone in cui il film gioca a far finta di essere “schiavo” della saga originale e dei cliché del cinema di genere per poi mostrarsi perfettamente padrone degli eventi e della messa in scena. Wyatt punta fin dall’inizio a una pura esaltazione dell’occhio, a un’accensione della pupilla simile a quella che colpisce i primati-cavie del film realizzata con tutti i mezzi a disposizione dell’estetica contemporanea: soggettive della scimmia, movimenti immersivi, performance capture d’avanguardia, contaminazioni fra generi diversi.
Continui omaggi, rimandi e citazioni alla serie originale che tuttavia non costituiscono mai nostalgiche strizzatine d’occhio, quanto agganci per stupire e muoversi verso altre direzioni. Da questa ibridazione fra tragedia classica e romanzo gotico, fantascienza anni Settanta e horror da drive-in, il regista britannico dà vita a un dinamismo visivo che gli permette di muoversi in sintonia più con l’agilità di una scimmia ribelle che con quella di un giovane scienziato con troppi sogni. Tanto che è esattamente nel passaggio fra i due atti che si realizza la svolta del film: una “rivoluzione” del punto di vista che rovescia il posto dei buoni e dei cattivi rispetto alla saga originale. Grazie alle libertà di movimento e di antropomorfismo concesse dalla cultura digitale, L’alba abbandona presto i problemi scientifico-familiari del personaggio di James Franco per accentrarsi totalmente sull’insurrezione “animata” dal Cesare di Andy Serkis.
Si capisce ben presto che è lui il vero protagonista del film. Quello con cui simpatizzare, quello con cui entrare in empatia, il vero divo che merita un’indimenticabile posa da duro rimanendo in piedi sul tetto di un filobus di fronte alla Baia di San Francisco.
In questo rovesciamento, sia ben chiaro, non c’è da leggere un progetto politico, una militanza animalista o un messaggio tecnofobico. Non è un caso che i primati si fermino sempre un attimo prima di colpire gli umani e di far schizzare il sangue sulla macchina da presa. Perché quel che è in palio non è la critica sociale ma il mondo del blockbuster: l’idea stessa di poter raccontare le origini, i cominciamenti, i vari “begins” e le differenti albe delle varie saghe guardando indietro ma puntando al presente. Può sembrare poco, ma dietro ogni piccola rivoluzione del blockbuster da sabato sera c’è una grande evoluzione.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

 

gennaio 27, 2012 at 7:11 pm Lascia un commento

Super 8 di J.J. Abrams ( dvd e b-ray )

Ohio, estate del 1979. Un gruppo di giovani amici trascorre le giornate concentrandosi sulle riprese del loro primo film, forti di una piccola telecamera in Super 8 ed una strampalata “sceneggiatura” a base di zombie.

Nel tentativo di girare una sequenza ambientata tra i binari della stazione della loro cittadina, i ragazzi diventano testimoni involontari di un disastro ferroviario di proporzioni gigantesche, scampando incredibilmente alle lamiere dei vagoni impazziti. Superato lo spavento, i giovani cinefili iniziano a sospettare che l’episodio non si sia trattato, in realtà, di un incidente e che per le strade si stia aggirando una presenza inquietante: quando una serie di sparizioni (di oggetti, di animali) ed eventi insoliti iniziano a colpire la comunità, mettendo a dura prova l’operato del vice sceriffo Jackson Lamb (Kyle Chandler), i registi in erba si troveranno ad affrontare una dura quanto sconvolgente realtà, che va ben al di là di quanto raccontato dal Colonnello Nelec (Noah Emmerich) e dal suo esercito, che progressivamente sta invadendo le strade della città per fare luce sull’accaduto. Alla fine starà proprio ai ragazzi riuscire a mettere insieme i tasselli di una storia dalla quale dovranno uscire vivi compiendo un percorso di maturazione che li cambierà per sempre.

Giunto al terzo film, J.J. Abrams gira la sua opera più complicata, partendo dall’idea di aderire agli stilemi e all’estetica (come i ragazzi, le biciclette, la provincia, la fine degli anni ‘70, i problemi generazionali, il candore della fanciullezza ma anche il coraggio e l’incoscienza di quest’ultima) di certo cinema griffato Spielberg, produttore della pellicola: il regista, specializzato in action movie, mangia a piene ganasce frammenti di E.T.-L’extraterrestre e Stand by me e costruisce un meccanismo cinematografico che non è altro che un grande gioco di citazionismo e nostalgica rievocazione del cinema figlio degli anni ’80 attraverso la lente di quello odierno: Super 8 non deve essere considerato come imitazione o come riproposizione di un cinema old style, ma un omaggio divertito che consiste nella messa in scena del cinema del citato Spielberg – nella sua più totale ed avvolgente concezione – visto dagli occhi attenti, veloci e dinamici di Abrams. Il cinema torna, dunque, a parlare di sé con una vicenda su se stesso: il tema del film nel film solletica lo spettatore scherzando con l’ignoto e l’alieno e con lo stratagemma del mistero invisibile, ossia di un’entità che c’è ma quasi non si vede, e capace – proprio per questo – di catturare completamente l’attenzione dello spettatore facendo in modo, tuttavia, che il fantastico che viene dallo spazio non scavalchi mai la potenza narrativa di eventi e tematiche assolutamente terrene come la morte e l’elaborazione del lutto, la difficoltà di comunicazione tra padre e figlio, il potere magico delle amicizie pre-adolescenziali e la scoperta del pathos amoroso. Abrams, insomma, riesce a confezionare un prodotto fresco e gustoso, in grado di dipingere in modo commovente e divertente allo stesso momento i tratti salienti della gioventù.

                                                                                     Manuel Monteverdi

gennaio 26, 2012 at 6:31 pm Lascia un commento

Le regole della truffa di Rob Minkoff ( dvd e b-ray )

Un uomo arriva allo sportello di una banca per farsi cambiare dei soldi in taglio piccolo, piccolissimo. Mentre un’avvenente cassiera lo sta servendo, il locale è messo sotto assedio da due diverse bande di rapinatori giustamente sorprese della reciproca presenza. Messi in chiaro i propri campi d’azione, il gruppo di hacker dotato di sofisticate tecnologie che mira al caveau e la coppia di scalcinati delinquenti con l’intenzione di scassinare il bancomat dovranno vedersela con il singolare personale bancario bloccato all’interno, ma soprattutto con l’agitato cliente rimasto senza medicine… Sceneggiatori del successo Una notte da leoni, Jon Lucas e Scott Moore calano gli umori della commedia nella struttura di un tipico racconto di rapina con tanto di flashback in bianco e nero di ciò che allo spettatore non è stato permesso vedere. Già dal buon inizio in medias res dimostrano di conoscere le regole del genere cui appartiene il loro script e i meccanismi di risate legate a differenti ispirazioni: registro brillante (le schermaglie tra i due protagonisti), farsesco (i gag dei disastrosi rapinatori Burro & Marmellata) e nero (la leggerezza nel “liquidare” alcuni personaggi) hanno ognuno il loro spazio fino a quando non c’è una somma da tirare e un finale ad effetto da preparare. Proprio la ricerca di un colpevole, dell’eminenza grigia dietro alla paradossale situazione, mette in binario un film che nella prima parte tende a girare a vuoto, tutto affidato al disegno di personaggi spesso vicini all’effetto cliché e non sempre serviti dal talento di una coppia naturalmente comica come quella di Tim Blake Nelson e Pruitt Taylor Vince. La mano di Rob Minkoff, regista del disneyano Il re leone e di Stuart Little – Un topolino in gamba, pur mancando di fermezza – troppi gli attori a briglia sciolta – così come di brio – poche le invenzioni di messa in scena – tenta di seguire il flusso di una storia divisa in compartimenti stagni, dapprima troppo “aperta” e poi troppo “chiusa”. Anche produttore, Patrick Dempsey interpreta il suo Tripp Kennedy, fobico e iperattivo a corto di farmaci, con convincente partecipazione, cesellando un personaggio più che piacevole nella sua eccentricità: la mania di contare ogni cosa, gli scatti improvvisi e il trasporto amoroso verso la cassiera della posata Ashley Judd rendono bene l’idea di una mente dentro alla quale si affollano insieme mille pensieri.      

Marco Chiani (www.mymovies.it)         

gennaio 24, 2012 at 9:12 am Lascia un commento

La pelle che abito di Pedro Almodovar ( dvd )

Il chirurgo estetico Robert Ledgard ha perso la moglie in un incidente d’auto che l’ha completamente carbonizzata. Da allora, ha messo tutto il suo impegno di scienziato per costruire una pelle sostitutiva, leggermente più resistente di quella umana e perfettamente compatibile. Perfezionata l’invenzione, Robert ha avuto bisogno di una cavia e non ha esitato a sequestrare il ragazzo che ha tentato di stuprargli la figlia, a privarlo dell’organo più esteso del suo corpo e ad obbligarlo a (soprav)vivere in un’altra pelle, che non gli appartiene.
Quando il film si apre su una bella ragazza con un’attillatissima tutina color carne, che fa yoga come fosse una ballerina di Pina Bausch e crea sculture ispirate a quelle di Louise Bourgeois, ci appare immediatamente chiaro dove ci troviamo: di fronte ad un Pedro Almodovar al cento per cento, tutt’altro che transgenico, piuttosto ormai manierista. Il resto del film si occuperà di confermare senza sosta questa prima impressione.
La scrittura, come in quasi tutti gli ultimi titoli del regista, è anche qui un meccanismo perfetto, rotondo, nel quale i dialoghi servono spesso ad alleggerire una trama ritagliata con chirurgica perizia, come fosse fatta di pezzi di un puzzle (Gli abbracci spezzati) o di lembi di pelle da far combaciare senza che si noti la cicatrice. Battute come “Mi chiamo Vera. Vera Cruz”, solleticano la risata in pubblici diversi e stratificati, strizzando l’occhio tanto ad un’epoca (gli anni Cinquanta) e ad un cinema di genere fatto di continui colpi di scena, quanto, fuori dallo schermo, alla rinuncia dell’attrice feticcio di Almodovar, Penelope, che era stata pensata per il ruolo finito poi in sorte a Elena Anaya (e la mancanza della Cruz qui non si sente, poiché la sua “seconda pelle” se la cava benissimo). A livello estetico, accade esattamente la stessa cosa: dentro un impianto visivo algido ed elegante, irrompe -volutamente grottesco- un uomo vestito da tigre. Almodovar, dunque, rifà se stesso: insieme kitsch e affascinante, artista matur(at)o ed énfant prodige birichino. E poi telecamere nascoste, primi piani congelanti, scambi di sesso ma non di identità, madri con segreti mai confessati, figli/fratelli ignari l’uno dell’altro.
Il mito di Frankenstein -espressione da sempre della paura nei confronti dei progressi della tecnologia e della scienza, e mito gotico per eccellenza-, più che oggetto di un’indagine o di una riflessione sembra servire ad Almodovar come un semplice contenitore, un involucro funzionale e intonato nel colore, resistente e compatibile con la celebrazione di sé e del proprio gusto.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

gennaio 23, 2012 at 5:00 pm Lascia un commento

First aid kit – The lion’s roar ( cd – lp )

I’ll be your Emmylou and
I’ll be your June if
You’ll be my Gram and my
Johnny too

da “Emmylou”

È facile inciampare nei cliché che introducono “The Lion’s Roar”: un duo di giovanissime sorelle svedesi, famose per la loro cover di “Tiger Mountain Peasant Song” dei Fleet Foxes almeno quanto per il loro disco d’esordio, “The Big Black And The Blue“, una cartella stampa che gronda di endorsement importanti (di Jack White, uno non proprio parco al riguardo, e di Patti Smith, che ha pianto, a quanto pare, dopo aver sentito la loro versione di “Dancing Barefoot”) e di collaborazioni già avviate coi miti d’infanzia, in particolare Conor Oberst, il quale presta il proprio deus ex machina, Mike Mogis, alla produzione di questo “The Lion’s Roar”.
Tutti pregiudizi, che quest’ultimo sa scrollarsi di dosso senza grandi indugi. Arriva una canzone come “Emmylou”, che mostra ed esemplifica la poetica del duo, devota a un passato mitico, quello di Gram (Parsons), di Emmylou (Harris), di Johnny (Cash) e June (Carter Cash), e con essa rivive, in una riproduzione sfocata dai ricordi d’infanzia – nei quali la madre spiegava al femminismo alle due, appena in età scolare – un periodo di grandi rivolgimenti o, perlomeno, un periodo in cui questi sembravano possibili.

Che qualcosa sia cambiato davvero o meno, anche e soprattutto nel mondo della musica (“Nessuno direbbe mai: ‘Robin Pecknold sembra proprio un elfo'” dicono, ricordando invece quanto fiocchino gli epiteti per Joanna Newsom), è difficile dire; sicuramente non sono cambiati gli ingredienti fondamentali di un buon disco. In questo senso le due allungano il passo rispetto all’esordio, così come era preventivabile, mantenendo però la freschezza di due ragazze che scartabellano tra i dischi di mamma, sognando di scrivere anche loro una canzone che muova gli animi, che scuota le coscienze.
Non è, naturalmente, negli obiettivi e nelle corde di “The Lion’s Roar” scrivere qualcosa di epocale, ma è sicuramente promettente il passo felpato col quale le due si affacciano al mondo cantautorale, statunitense in particolare, senza i proclami più o meno impliciti di altre giovani interpreti (Laura Marling). Come nel caso, in un parallelo connazionale al maschile, di The Tallest Man On Earth, è la freschezza pop del disco a ringiovanire il volto della tradizione, troppo spesso calligraficamente rappresentato in diverse altre uscite.

Le buone doti vocali di Johanna e Klara Söderberg illuminano il passo della lieve festosità di “King Of The World”, numero che ricorda gli Okkervil River più disimpegnati (o il Beirut più americano) e che ospita il contributo vocale di Oberst; gli stessi citati tornano nella marcia elegantemente scolpita su un motivo di flauto della title track. Scelte d’arrangiamento che, giustamente, sono frutto della produzione più ambiziosa e concertata di questo disco, ma che non nascondono certo la sostanza assai limpida del songwriting della coppia: lineare e pulito, onestamente “dichiarato” in ogni traccia, ma mai affondato in sterili riproposizioni.
Anzi, è pieno e brillante lo spirito giovanile, alla Leisure Society, di pezzi come “Blue”, inusuale escursione pop per un disco che solo apparentemente può sembrare dimessamente tributario di un tempo, vero o immaginario. Lo dimostra anche il maturo gusto melodico dell’ottima ballata “To A Poet”, dai toni ancora quasi cameristici, con i suoi inserti di archi e fiati.

Ciò che convince pienamente delle First Aid Kit e del loro “The Lion’s Roar” è anche la personalità che mostrano nel misurarsi con costruzioni più classicamente alla Neil Young, come il brano migliore del disco, “In The Hearts Of Men”, in cui le sorelle Söderberg manovrano il canovaccio con pieno senso lirico – stupendo il cambio in coda alla canzone, con il flauto a contemplare il tutto.
Ma tutto “The Lion’s Roar” si rivela un’opera di grande gusto: impossibile non citare il delicato, struggente trasporto di “I Found A Way”. Un album insomma che si intrufola gentilmente e, prima che si immagini, si scopre non più dispensabile, come un amico che sai leggere come un libro aperto, e viceversa.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

 

gennaio 21, 2012 at 4:24 pm 2 commenti

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