Archive for marzo, 2016

ROOM di Lenny Abrahamson – recensione di Silvia Galli –

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I due mondi di Jack: quello dentro a Stanza e quello dall’altra parte del lucernario, un mondo che immagina, che a tratti non esiste e ad altri è bidimensionale e colorato come si vede in tv. Nove metri quadrati di Stanza, con oggetti che assumono valori umani ed un topo che ogni tanto viene a fare visita. Ci sono armadio, lampada, tazza, letto e l’amore assoluto e traboccante tra madre e figlio, tra Ma e Jack. E c’è Old Nick, l’aguzzino, che ha il potere di portare gli oggetti da Cosmo a dentro Stanza e che Jack intravede solo la sera, dalla fessura delle ante dell’armadio-letto.
Quando compie cinque anni Ma gli racconta una storia, la sua storia, una storia che parla “oltre” il lucernario. Adesso Jack è grande abbastanza e può capire.
Poi c’è la scena del tappeto, difficile rendere a parole l’escamotage adottato per catapultare Jack nel mondo reale, arrotolato in un tappeto, dopo prove su prove in cui lei, con estrema fermezza, gli dice cosa deve fare. E poi Jack è nel cassone di un pick up, dal tappeto solo le mani e gli occhi: la prima, per lui, percezione del movimento, della luce diretta, del vento, dello sguardo che si può estendere oltre quei tre metri di parete.
Con un balzo impacciato inizia la vita, in cui, per fortuna gli esempi di “buoni” circondano la quotidianità di Jack accompagnandolo nella scoperta del mondo reale con l’innocente stupore e la meraviglia tipica del fanciullino. È un bambino che deve rinascere, che deve conoscere il gioco, imparare a scendere le scale perché le sue capacità motorie sono poco sviluppate.
Nella sua semplicità e linearità di trama si interseca un complesso groviglio di emozioni e rapporti familiari in cui mantenere l’equilibrio in un mix di amore, rabbia, dolore, pazienza, affetto è un’impresa degna della bontà più vera.
Si torna nella stanza, alla fine, e vederla dall’esterno risulta così squallida, piccola, spoglia. Jack saluta tutti gli oggetti, per l’ultima volta, come nella prima scena.
Un cerchio perfetto.
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marzo 30, 2016 at 1:08 pm Lascia un commento

IGGY POP – “POST POP DEPRESSION” – recensione di Paolo Rosati –

POP

Evidentemente James Osterberg ha la necessità di avere vicino a sè un partner, un musicista capace di evocare dalla sua creatività il meglio che la sua immaginazione artistica riesce a materializzare in album di altissimo livello.
Il rock durissimo, spesso primigenio e distorto, ha avuto la sua ragione di essere attraverso quelle canzoni a cui un gruppo così bistrattato, eppure unico e inarrivabile, come gli Stooges, aveva dato vita attraverso album incredibili e disperati che avevano scavalcato il solco del confine fra gli anni sessanta e settanta con la forza e la violenza di una scarica elettrica ad altissimo voltaggio, accompagnata da show selvaggi, in cui Iggy scatenava tutta la sua innata carica vitalistica, nichilista ed eversiva.
Il primo incontro con David Bowie, nel 1973, aveva portato alla realizzazione di un lavoro finale come “Raw Power”, bello, ma non così determinante da riuscire ad imporre il gruppo in maniera definitiva presso un pubblico “glam” che impazziva per un sound più sofisticato e raffinato, “viziato” in tal senso dai dischi di alfieri del genere quali i T.Rex di Marc Bolan, i Roxy Music ancora imperniati sul magico tandem Bryan Ferry – Brian Eno, e gli stessi album di Bowie con gli Spiders From Mars.
Avremmo dovuto aspettare gli anni formidabili di Berlino, trascorsi assieme al genio mutante di David Bowie, capace di rilanciare contemporaneamente su due tavoli ben distinti, sperimentando e innovando in maniera rivoluzionaria il linguaggio musicale della propria carriera, attraverso opere definitive che avrebbe segnato uno spartiacque fra un “prima” e un “dopo”, e giocando di riflesso con la sicurezza dell’alchimista, iniziato al compimento di un “opus magnum”, che trovava terreno fertile nel rilancio dell’amico Iggy Pop.
Tutto questo determinò l’inizio formidabile di una carriera solista che godette del favore di due album letteralmente regalati dal genio di Bowie che beveva ogni giorno alla sorgente dell’ispirazione più pura e limpida.
Iggy Pop mise la firma a due album memorabili, quali “The Idiot” e “Lust For Life”.
Furono il duplice biglietto da visita che riportarono il rocker americano nel giro giusto, permettendogli nel tempo, fra alti e bassi, di arrivare fino a questo suo ultimo capolavoro, datato 2016, “Post Pop Depression”.
Non c’è più la mano sapiente di Bowie a disegnare gli orizzonti sonori in cui la voce di Iggy si cimentava a cantare le sue storie di vita, ma il suo posto è stato preso dallo statuario demiurgo del rock, Joshua Homme, che ben conoscono gli appassionati cultori di un gruppo come i “Queens Of The Stone Age”, ammagliati in passato dalla fulminante bellezza di album come “Rated R” e “Songs For The Deaf”.
Il risultato è sorprendente: questo album si impone fra le cose migliori di tutta la discografia dell’Iguana, con richiami quasi faustiani al periodo berlinese, attraverso il passaggio fra i solchi del disco di un fantasma che sembra materializzarsi minuto dopo minuto, apparendo e scomparendo, rievocato da alcune canzoni del disco che richiamano in maniera struggente l’indirizzo di Hauptstrasse 155.
Intendiamoci: questo album non è il terzo capitolo di una ipotetica trilogia rimasta incompiuta, iniziata nel 1977 con Bowie e portata a termine con Homme.
Ma questo disco è formidabile quasi quanto quelli.
Si respira il profumo di un fascino antico, che permea, come il ricordo ammaliante di una stagione irripetibile e lontana, ogni canzone dell’album.
Ascoltate l’iniziale “Break Into Your Heart”, la successiva “Gardenia”, e, per favore, non indulgete nel resistere alla tentazione di risentirle.
Sì, è proprio “quel” suono, quella musica, quella danza ipnotica che ci prendeva per mano fra la primavera e l’autunno di quell’incredibile 1977.
La successiva “American Valhalla” vi mette in lista d’attesa ancora una volta, nel senso che i minuti scorrono piacevolmente dall’inizio alla fine, e viene spontaneo di metterci anche noi a fare il coretto insieme a Iggy. Pare che “qualcuno” stia suggerendo da molto lontano la dinamica di una canzone così particolare e dal ritmo sincopato e, oserei dire, tremendamente noto a tanti.
L’assolo di una chitarra, quasi accennato ci introduce alla litania metropolitana di “In The Lobby”, che si evolve a strappi, fra i dosati interventi della chitarra elettrica che si intervallano con la voce di Iggy.
Il ritmo cadenzato di una batteria dal drumming soffice, ma preciso e deciso nel suo incedere, ci proiettano verso “Sunday”, e ci troviamo magicamente già a metà dell’album, quasi senza essercene accorti. Iggy canta e recita, come un crooner di assoluto talento. La sua voce conserva la freschezza dei tempi migliori, insieme ad una maturità vocale che ci regala in questo brano una perfetta immagine del suo stato di grazia.
La chitarra interviene in sottofondo, duettando col basso e la batteria, evocando i cori che impreziosiscono la canzone, rendendola una gemma che risplende di luce propria. Il finale è cantato in dissolvenza da una voce femminile dolcissima che stempera le sue parole sulle note di una musica d’archi raffinatissima, che chiude con un sipario antico una canzone così tremendamente attuale, giocando su un contrasto semplicemente geniale e perfetto.
“Vulture” ci regala una ballata semplice e immediata, in cui la bocca di Iggy sputa in maniera cinica e sprezzante le parole della canzone, terminandola con un urlo che finisce in un singhiozzo. “German Days” regola il conto con quel fantasma di cui parlavamo in precedenza, la cui presenza si fa inquietante. Il clima del brano è segnato dalla tensione, una melodia scarna che si apre a metà in una sorta di visione. “ Glittering champagne on ice,…gemullich home, German Ways, German Days….” Chissà chi abita oggi in Hauptstrasse, verrebbe da chiedersi. Varrebbe la pena di fare un viaggio fino a Berlino per toglierci la semplice soddisfazione di sentire chi risponde a quel citofono…
Il pianoforte di “Chocolate Drops” ci richiama d’un tratto. Un controcanto spettrale si accompagna alla voce di Iggy. Una canzone facile facile. Tastiere, basso e batteria, una melodia che ti entra nel cuore a poco a poco, dolcemente, spinta dagli interventi di una chitarra elettrica splendida nella sua semplicità. “When your love of life is an empty beach don’t cry…” Le infinite solitudini dell’esistenza di un uomo raccontate con la purezza di un bambino.
Quasi non ti accorgi che è iniziata “Paraguay”, con quel blues vocale che mette i brividi, seguito dalla chitarra elettrica e dalla voce di Iggy, che intona l’ultima canzone di un disco che ti ritrovi a voler riascoltare subito dall’inizio.
Questo album è magico.
Semplice, diretto, struggente, splendido.
Se non avessi trascorso all’inizio dell’anno quel weekend così bello, strappatomi via da quel fuckin’ Monday dell’11 gennaio, direi che potrebbe diventare il disco dell’anno.
Invece sarà solo il secondo.
Ma fa lo stesso.
Grazie Iggy.
Grazie davvero….”

marzo 29, 2016 at 5:23 pm Lascia un commento

AVE, CESARE! di – Ethan Coen, Joel Coen – recensione di Stefania De Zorzi

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Il cinema come fabbrica di sogni, commerciale e seducente: i fratelli
Joel e Ethan Coen scelgono la Hollywood dei primi anni Cinquanta per
rappresentarlo nei suoi fasti e nelle sue meschinità, nell’ultimo
film, “”Ave, Cesare!”, di cui sono registi e sceneggiatori. Eddie
Mannix/Josh Brolin è il “physical producer” della Capitol Pictures,
impegnato, oltre che a garantire lo svolgimento dele produzioni nei
tempi previsti, a salvaguardare l’immagine delle sue star anche a suon
di sberle, e a tirarle fuori, senza limiti di orario, dai guai in cui
si cacciano più o meno volontariamente. Fra le missioni da compiere,
il pagamento del riscatto per Baird Whitlock/George Clooney,
protagonista del kolossal biblico che dà il titolo al film, rapito da
un gruppo di bonari sceneggiatori comunisti. La trama è un pretesto
per tessere un arazzo che passa in rassegna i vari generi del cinema
dell’epoca, accostando scene ricostruite con virtuosismo coreografico
e varianti ironiche: dalla commedia sofisticata con l’attore bello ma
totalmente incapace di recitare (Hobie Doyle/Alden Ehrenreich), al
musical con sfumature omosessuali di cui è protagonista il bravo Burt
Gurney/Channing Tatum, passando attraverso le creazioni visive dei
film acquatici stile Esther Williams, e naturalmente il western
acrobatico e il peplum. Alcune sequenze ricordano, per i dialoghi
intelligenti e raffinati, il miglior cinema dei Coen: fra le più
riuscite la disputa teologica, così come il “mesto sogghigno”
suggerito dall’esasperato regista Laurence Laurenz/Ralph Fiennes al
suo terribile protagonista. La critica al puritanesimo del tempo è
accennata con un’ironia lieve, nelle confessioni frequenti e censurate
del protagonista, o nell’idealismo radical-chic degli sceneggiatori
che combattono il capitale dagli agi della splendida villa di Malibù.
Tutto è molto leggero, forse troppo: a tratti si avverte
l’inconsistenza dei dialoghi e l’assenza dello spirito surreale e
graffiante, punto forte di capolavori precedenti dei Coen. Il cast è
affiatato, la regia elegante (notevoli le inquadrature del cinema nel
cinema), ma lo sbadiglio è dietro l’angolo nella giustapposizione di
“tableaux” ben curati legati fra loro da un filo sottile, con
situazioni e personaggi privi di empatiAVE

marzo 26, 2016 at 11:01 am Lascia un commento

L’ATTESA di Piero Messina – recensione di Annalisa Bendelli –

attesa

Realismo allucinato e visionario, credo possa definirsi la cifra stilistica ed espressiva di questo ‘Stabat mater’ cinematografico che reinterpreta e trasforma in immagini forti e atmosfere sospese il dramma pirandelliano “La vita che ti diedi” ( e quella madre “sta” davvero, si pianta e resiste, più che può, in piedi, su quei tacchi piedistallo come la madre del lavoro teatrale a monte, incrollabile, mai inginocchiata, mai rassegnata alla morte del figlio, tanto da non nominarla mai, in un’attesa dell’impossibile ritorno, una veglia, cocciuta e irriducibie, ultimo, ma inesausto, strenuo, presidio alla vita che gli diede ).

L’interpretazione magistrale, per precisione, sobrietà, intensità, di una matura Juliette Binoche, coagula, domina e fa da perno a questa originale versione laica di sacra rappresentazione: una moderna e insieme antichissima mater dolorosa, che campeggia, come una furia raggelata nella sua immobilità atterrita e dolente, il bel volto segnato dal tempo, dolce e altero, pietrificato o stravolto, per lo più colto con intensità chiaroscurale, talora sovraesposto e abbagliato, la figura ieraticamente luttuosa, il corpo elegante, nerovestito, adagiato a tratti, nell’estenuazione fisica, sul letto della grande casa solitaria, immersa nell’assolata e meravigliosamente scabra campagna siciliana.

Riedizione della “villa solitaria della campagna toscana di grigia pietra”, “dalle stanze nude e fredde” di cui dicono le scarne didascalie della drammaturgia pirandelliana, di suggestione metafisica e metatemporale, la bellissima dimora avita, con il suo contesto naturale, sfondo e materia del dramma nel senso pieno, più che banale ambientazione.

E pure materiale e pretesto delle impennate visionarie potenti, talora essenziali, oppure lussureggianti, di una regia giocata sull’alternanza e mescolanza, tra interni ed esterni, del racconto naturalistico, del dramma che si fa vero e proprio thriller psicologico, del quasi documentarismo che riprende, testimonia e trasfigura tanto gli elementi della natura e dell’architettura intorno quanto i rituali retropopolari, e ancora della raffigurazione icasticamente simbolica e allusiva incuneata nei momenti salienti (il gabbiano- Cristo in croce ripreso da aeree e improbabili angolature, a introdurre il funerale iniziale, la fantasmatica visitazione del figlio, pittoricamente atteggiata e composta, nella parte centrale, la processione folklorico-religiosa, di potenza arcaica e arcana nel finale).

Ci sarà forse del compiacimento e del manierismo in questa opera prima dell’operatore di Sorrentino, è la querelle più dibattuta nelle tribune dei critici deputati e no… mi pare comunque una bella cosa questo ritorno di un cinema di immagini che restano impresse, nella fattispecie a tradurre, con potenza almeno pari, la forza delle parole folgoranti, visionarie, nella loro precisione causidica, della drammaturgia pirandelliana.

Credo ci sia autentica ispirazione all’origine e dentro questa amalgama di atmosfere bloccate, di dramma, di vedute e visioni, di epifanie e visioni pop, a rendere il mistero doloroso della madre, la sofferenza stranita e inquieta, anzi irrequieta, della ragazza – approdata alla villa nel bel mezzo delle esequie al fidanzato defunto dove nessuno le dice niente e lei continuerà ad attenderlo ignara – la Sicilia barocca  e il suo folklore religioso, la dismisura atemporale – perché di tutti i tempi, prima, ora, poi – di un dramma umano insondabile e terribile, non sopportabile e nemmeno dicibile.

marzo 21, 2016 at 1:09 pm Lascia un commento

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEL BIMESTRE GENNAIO-FEBBRAIO

1 L’ATTESA Piero Messina

attesa

2 EX-MACHINA Alex Garland

EX MACHINA

3 INSIDE OUT Pete Docter, Ronnie del Carmen

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4 SHAUN -VITA DA PECORA- Mark Burton, Richard Starzak

SHAUN

5 INTERSTELLAR Christopher Nolan

INETRSTELLAR

6 THE MARTIAN Ridley Scott

martian

7 SICARIO Denis Villeneuve

sicario

8 PREDESTINATION Peter Spierig, Michael Spierig

 

PREDESTI

9 YOUTH -LA GIOVINEZZA- Paolo Sorrentino

YOUTH

10 RUTH & ALEX Richard Loncraine

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marzo 19, 2016 at 11:34 am Lascia un commento

Lo chiamavano Jeeg Robot di -Gabriele Mainetti- recensione di Stefania De Zorzi

JEEG

Il cinema italiano può permettersi di mettere in scena supereoi
invulnerabili che vivono avventure fantastiche in patria, o la nostra
cronica povertà di mezzi ci condanna a non varcare i confini del
realismo? Gabriele Mainetti ci prova, e ambienta “Lo chiamavano Jeeg
Robot” a Tor Bella Monaca, alla periferia di Roma: Enzo/Claudio
Santamaria, ladruncolo inseguito dalla polizia per il furto di un
orologio, sprofonda in un barile di sostanze velenose celato nelle
acque del Tevere, e acquisisce una forza sovrumana, che cerca di
mettere a frutto in attività criminali. Sulla sua strada incontra
Alessia/Ilenia Pastorelli, figlia ritardata di un malvivente, e lo
Zingaro/Luca Marinelli, feroce criminale a capo di una piccola banda,
che traffica droga con la camorra, e sogna gloria e visibilità
mediatica. Mainetti riprende i modelli americani e giapponesi,
rimaneggiandoli con la stessa potenza grezza che usa il protagonista
nel curvare un termosifone: Santamaria interpreta un (anti)eroe
imbolsito e disadattato, affamato in maniera compulsiva di dessert
alla vaniglia e di video porno, che indossa una felpa col cappuccio al
posto di un costume sgargiante. La pulzella in pericolo contrappone la
psiche di una bambina vittima di abusi ad una sensualità ingenua e
prorompente: è lei a creare l’eroe, in tutti i sensi, perché Jeeg
Robot, divenuto nella sua fantasia l’unica via di fuga da una realtà
degradata a livelli intollerabili, diventa tutt’uno con l’animalesco
Enzo, e ne provoca l’evoluzione. Non sarebbe un buon film di supereroi
se non ci fosse anche un super cattivo degno di questo nome: Marinelli
non delude, con il suo Zingaro sadico e folle, bramoso più di fama e
di visualizzazioni che di potere criminale. Gli effetti speciali sono
limitati ma credibili (con l’eccezione del duello finale fra i due
protagonisti, un po’ artificiale), in un film che alterna crudezza e
poesia (il primo rapporto simile a uno stupro nel camerino,
contrapposto alla dolcezza della scena nel luna-park). L’unica
perplessità è nei dialoghi in stretto dialetto romanesco, non sempre
comprensibile: ma lo si può pensare come il linguaggio di un altro
pianeta, in un film vagamente alieno nel panorama cinematografico
italiano. Particolarmente bella la scena finale, con l’eroe che
indossa la maschera fatta all’uncinetto dall’amata; emozionante la
“cover” della sigla di Jeeg, cantata con voce roca da Santamaria nei
titoli di coda.

marzo 16, 2016 at 10:38 am Lascia un commento

PERFETTI SCONOSCIUTI di Paolo Genovese recensione di Stefania De Zorzi

perf

Un’eclissi lunare, e improvvisamente la luce diventa tenebra: nel
nuovo fllm di Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti”, l’evento
astronomico scandisce e simboleggia il progressivo svelarsi del lato
in ombra di un gruppo di amici di lunga data, riuniti a cena nella
casa del chirurgo estetico Rocco/Marco Giallini e della bella moglie
Eva/Kasia Smutniak. Partecipano Cosimo/Edoardo Leo, accompagnato dalla
giovane Bianca/Alba Rohrwacher, Peppe/Giuseppe Battiston, e
Carlotta/Anna Foglietta con il marito Lele/Valerio Mastrandrea. Per
gioco i commensali accettano di deporre i telefonini sul tavolo, e di
condividere messaggi e telefonate ricevuti nel corso della serata,
scoprendo così tradimenti virtuali e concreti, identità nascoste e
pregiudizi feroci. Genovese è bravo nel dosare la scoperta dei segreti
inconfessati dei suoi personaggi, con brevi accenni concessi
all’inizio solo allo spettatore, o ad una parte dei protagonisti, e
frequenti ribaltamenti nelle informazioni. I dialoghi migliori partono
dal significato profondo di brevi frasi del linguaggio quotidiano,
così che un semplice “Come stai?” e un “Qui tutto bene, sono a casa di
amici”, sono foriere di scoperte scioccanti. La verità, cui plaudono
soprattutto le protagoniste femminili all’inizio del film, ha una
forza liberatoria, ma anche dirompente e distruttiva, da cui i
personaggi vengono completamente travolti. Il cast di attori è
eccellente nell’impersonare un gruppo di caratteri complessi, dove
nessuno è completamente innocente, e tutti sono “frangibili” nelle
loro colpe, custodite nel moderno vaso di Pandora del telefonino,
scrigno tecnologico dell’anima. La tensione emotiva e drammatica
rimane alta per tutta la durata del film, che osserva l’antico
precetto teatrale dell’unità di tempo, luogo e azione; il finale a
sorpresa è arguto e spiazzante, e lascia lo spettatore in pieno
dilemma morale. Film originale, divertente e drammatico, così ben
fatto da ricordare certe belle commedie agro-dolci del cinema italiano
del passato, o di quello francese un po’ più recente.

marzo 13, 2016 at 6:15 pm Lascia un commento

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