Archive for aprile, 2015

Black Sea di -Kevin Macdonald-

Black sea

E’ un Mar Nero di nome e di fatto, quello in cui si svolge la trama
dell’ultimo film diretto da Kevin Macdonald, “Black Sea”:
Robinson/Jude Law, ex capitano di sottomarini, licenziato senza troppi
complimenti dalla società per cui ha lavorato undici anni, convince un
ambiguo uomo d’affari a finanziare il recupero del favoloso carico
d’oro di un U-Boot nazista, affondato nel Mar Nero durante la Seconda
Guerra Mondiale. Dopo aver radunato un equipaggio eterogeneo, composto
in parte da inglesi e in parte da russi, Robinson si mette alla guida
di un decrepito sottomarino; durante la missione di recupero la
convivenza dei membri della ciurma così rapidamente improvvisata si
rivela però impossibile, scatenando un gioco al massacro, in cui di
volta in volta mutano vittime e carnefici. Macdonald dirige un solido
dramma d’azione tutto al maschile quanto a interpreti e a sentimenti
in gioco, in cui il sottomarino diventa lo scenario di conflitti di
varia natura: da quello etnico-linguistico fra inglesi e russi, alla
lotta di classe fra il “banchiere” Daniels ed il resto
dell’equipaggio, per finire con il contrasto fra Robinson, accecato
dalla prospettiva dell’oro e di un riscatto individuale altrimenti
impossibile, e i propri uomini, desiderosi solo di sopravvivere. Il
dramma è condizionato da una forte critica sociale, che vede quasi
tutti i membri dell’equipaggio, pur con le loro ossessioni e
debolezze, vittime di un sistema che li ha sfruttati e stritolati. Ex
capitani di sottomarini, sommozzatori di profondità, esperti di sonar,
si ritrovano, fuori dall’ambiente militare in cui hanno brillato per
coraggio e competenza, ad arrabattarsi con impieghi di fortuna,
privati di colpo della propria dignità professionale ed umana.
MacDonald non è così ingenuo da mostrarli come totalmente innocenti,
in quanto ognuno di essi ha un lato d’ombra sufficiente a provocare la
rovina propria e altrui, innescando così anche le numerose svolte
della trama. Il film è teso e avvincente dall’inizio alla fine, in un
crescendo esponenziale di ansia claustrofobica negli ambienti
ristretti e nei cunicoli oscuri del vecchio sottomarino, che lascia lo
spettatore letteralmente boccheggiante, a desiderare l’emersione dagli
abissi tanto quanto lo sfortunato equipaggio. I dolci ricordi
familiari di Robinson risultano a tratti appiccicati, e la critica
sistematica al mondo dei ricchi un po’ didascalica; tuttavia il film è
ben diretto ed interpretato, con una trama priva di fronzoli ma
attenta ai dettagli.

Stefania De Zorzi

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aprile 28, 2015 at 12:50 pm 1 commento

Sufjan Stevens -Carrie & Lowell- il nuovo album recensito da Paolo Ligutti

sufian

Era il 2010 quando dalla magmatica creatività del più audace songwriter americano degli anni Duemila, spesso incline ad abbandonare le battutissime strade del cantautorato folk per improvvise deviazioni (e tentazioni) sperimentali, uscì quello stravagante e visionario “The Age of Adz” che, nel suo tentativo di ripensare e stravolgere l’idea stessa di musica pop, sembrava suonare (suggerì qualcuno) come il “Paul Simon più sfarzoso, alla cui chitarra acustica sia stata sostituita la colonna sonora di Fantasia remixata da Aphex Twin”.

Oggi, a distanza di un lustro, Sufjan Stevens, con uno di quegli improbabili détour a cui ha ormai abituato il suo pubblico, è tornato con un album che più lontano non potrebbe essere dal precedente. Un album “confessionale”, in cui l’urgenza espressiva sembra avere preso il sopravvento su qualsiasi tentativo di articolare una visione più elaborata del suo percorso di musicista inquieto ed eclettico. E quei versi sussurrati nel brano di apertura (“Death With Dignity”) ne sono la più evidente conferma: “Somewhere in the desert there’s a forest/ And an acre before us/ But I don’t know where to begin / I don’t know where to begin”. Il reiterato “I don’t know where to begin” suona infatti come una sorta di dichiarazione della propria manifesta impotenza ad avvicinare il dolore e lo spaesamento che sono al cuore di questi suoi nuovi undici componimenti. Un’impotenza insolita per un artista come Stevens, polistrumentista perfezionista con la smisurata ambizione di mettere la poesia al servizio del racconto corale (si pensi al suo folle progetto di un album per ogni Stato americano, fermo a “Michigan” del 2003 e allo splendido “Illinois” del 2005). Uno, insomma, che normalmente “sa da dove iniziare”. Ma “Carrie & Lowell” non è un semplice tassello di un percorso meditato. “Carrie & Lowell” risponde a un’altra esigenza, quella di dare forma a un addio sofferto e al tempo stesso non immediatamente decifrabile. “I forgive you, mother, I can hear you / And I long to be near you”. Con queste parole, nella parte finale della prima canzone, Stevens svela il motivo attorno al quale ruota la propria esigenza espressiva. La morte della madre Carrie, nel 2012, lo ha infatti costretto a ritornare su un passato con il quale non aveva mai completamente fatto i conti. La vicenda umana di Carrie inizia a prendere forma attraverso i vari capitoli dell’album. Ed è così che apprendiamo del suo improvviso e definitivo distacco dalla famiglia quando il piccolo Sufjan ha da poco compiuto un anno, del suo trasferimento a Eugene, in Oregon, dell’incontro con Lowell Brams (il quale, nel tempo, maturerà il desiderio di avvicinarsi alla famiglia della moglie, in particolare proprio a Sufjan, instillandogli l’amore per la musica), della tormentata lotta con la schizofrenia, la depressione, l’abuso di alcol e droghe.

Della madre è raccontata l’assenza attraverso l’evocazione di momenti del passato in cui la sua unica apparizione è vissuta come quella di un fantasma (“When I was three, and free to explore / I saw her face on the back of the door” canta Stevens in “Should Have Known Better”). E sono numerosi (e minuziosi) i dettagli dell’infanzia che emergono da questo tour de force memoriale, come nella struggente “Eugene”, dove “la luce isterica” del passato circonfonde la domanda finale di senso: “What’s the point of singing songs / if they’ll never even hear you?” o nella brutale title track, dove il ricordo assume i contorni sinistri di una testa in una pozza di sangue sul pavimento e Carrie si trasforma in Erebo (divinità delle tenebre) e, poi, più prosaicamente in una “Thorazine’s friend”.

Nell’immaginario dialogo tra madre e figlio di “Fourth of July”, forse il momento più intenso dell’intero racconto, si spalanca invece l’abisso di un funesto legame che unisce i due destini in una vertiginosa caduta nella dipendenza e dell’autodistruzione, mentre un lontano, residuo bagliore di “The Age of Adz” si diffonde nella forma di un magnifico tappeto di tastiere che ruba la scena alla serie di arpeggi. Ma, anche sotto il profilo squisitamente musicale “Carrie & Lowell” è un’opera a sé, dove alla nuda confessione delle canzoni viene fornita la minima struttura indispensabile, come la fiammata elettrica della elliottsmithiana “The Only Thing” o il ricamo di synth in “All of Me Wants All of You” e nel finale di “Drawn to the Blood”. Il resto, è, appunto, nuda e cruda confessione, senza crescendo e arrangiamenti orchestrali, solo qualche evanescente coro con la propria voce sovraincisa, qualche battito sintetico, magari un’insistita nota di piano, il drone spettrale con il quale si chiude “Blue Bucket of Gold”, a sottolineare il flusso di irrisolta incertezza al cuore del suo rapporto con la madre e il passato: “Raise your right hand / Tell me you want me in your life / Or raise your red flag / Just when I want you in my life”.

aprile 11, 2015 at 9:44 am Lascia un commento


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