Archive for febbraio, 2011

Figli delle stelle di Lucio Pellegrini ( dvd )

La morte sul lavoro di un giovane portuale di Marghera convince il collega e amico Toni a partecipare a una trasmissione televisiva e a confrontarsi con l’impopolare ministro Gerardi. Il pudore e la naturale timidezza impediscono al ragazzo di ribattere e di rivendicare il proprio diritto alla sicurezza. Fuggito e inseguito da Marilù, una giornalista sensibile e disponibile a dare voce ai perdenti, Toni incontra fortuitamente Pepe, istruttore Isef precario col sogno della supplenza, e Ramon, scarcerato disilluso a un passo dall’infarto. Grandi sognatori, votati a un più modesto destino, decidono di sequestrare Gerardi e di risarcire coi soldi del riscatto il dolore della vedova di Marghera. Ma niente andrà secondo i piani stabiliti: rapito l’uomo sbagliato, un onesto e incolpevole sottosegretario, fuggiranno sulle montagne sopra Aosta e ripiegheranno dentro un vecchio appartamento. Tra dischi e canzoni vintage diventeranno eroi di un sogno.
Da molto, troppo tempo, non si vedeva sui nostri schermi una commedia attenta alla concretezza e al dettaglio della realtà contemporanea, una commedia, ancora, che contiene l’idea di stare insieme e di capire che in questo c’è qualcosa di positivo, c’è un progetto e la consapevolezza che il fare serve. Figli delle stelle, che segna il ritorno di Lucio Pellegrini al cinema dopo liceali “seriali” e famiglie disfunzionali, è un’avventura esistenziale dinamica e inconsueta, in cui una banda improbabile di persone che hanno perso il treno e che non hanno compreso bene cosa sia successo decide di fare qualcosa al di sopra e oltre le loro possibilità, qualcosa di inatteso che ha il carattere del destino. Il rapimento dell’onorevole Stella di Tirabassi non diventerà tuttavia strumento di riscatto per gli (anti)eroicomici di Pellegrini, che ancora una volta offre ai suoi personaggi lo sguardo benevolo di chi soffre insieme.
Come nelle sue opere precedenti, E allora Mambo o Tandem, la struttura narrativa procede per giri sempre più stretti, stringendo la banda Brancaleone in una morsa senza via di uscita e dentro un appartamento vintage. Ma se il sequestro naïf di un gruppo che ha tutta l’aria di appartenere a un’altra epoca (gli anni Ottanta) non porterà alla conquista del paradiso, è pur vero che illumina un disagio e dichiara che serve un gesto di volontà per cambiare la propria vita e quella degli altri. Pellegrini, come i suoi figli delle stelle, procede maldestro lungo una serie di prove e di imprese senza il coraggio di azzardare il sorpasso, sciogliendo la tensione e la neve e preferendo una riconciliazione davanti al mare.
Figli delle stelle, vitale e imperfetto, è un’opera che si apprezza comunque per il suo progetto, perché cerca una forma che sappia parlare al pubblico, perché non teme di sbagliare tono o di cadere nel banale pur di tenere gli occhi sul presente dai contorni poco piacevoli, perché scopre una ricchezza umana non prevista, come spesso nella vita. Comico e dolente, si allontana dalla commedia di genere, prendendo soluzioni inaspettate e saltando su un piano surreale (forse la parte più riuscita). Intorno agli sghembi protagonisti che vogliono cambiare il corso della loro vita, il regista coglie i segni inquietanti del paesaggio che ci circonda e i sogni davvero modesti degli italiani di oggi, poeti e calciatori.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

febbraio 26, 2011 at 11:42 am Lascia un commento

P.J. Harvey – Let England shake – ( cd – lp )

PJ Harvey è un’artista. Un’artista vera, mica in senso lato. La parola non è, nel suo caso, usata a sproposito come spesso avviene per quelli che fanno qualche album e si sentono (e si comportano come) dei geni.
PJ Harvey è un’artista, è una che potrebbe campare di rendita e invece propone sempre qualcosa di nuovo, di diverso. “Let England shake” è il suo primo disco da “White chalk” del 2007 (anche se in mezzo c’era stato il lavoro a due con John Parish). E riporta la nostra ai suoi livelli migliori. “White chalk” era un disco ostico, cupo e intellettuale, più bello in teoria – con il suo minimalismo – che nella pratica. “Let England shake” non è meno pensieroso, ma ha quella sorta di magia che riesce solo ai grandi artisti, e neanche sempre, ovvero quella di saper coniugare le idee con la piacevolezza della fruizione.
Come lascia intuire il titolo, “Let England shake” è un album a tema sulla propria terra. PJ Harvey torna a raccontare e a cantare, come nel suo capolavoro “Stories from the city, stories from the sea”? Le prime cose lasciate trapelare in rete, su tutte “The last english rose”, lasciavano supporre che la strada fosse quella. In parte è così: perché in questo album, PJ Harvey ritrova il gusto della canzone-canzone, delle chitarre. Però gioca sempre a spiazzare, anche se in un modo più sottile rispetto a “White chalk”, per esempio inserendo una tromba da battaglia (la guerra è uno dei temi dominanti del disco), che entra quasi fuori tempo su “The glorious land”, e la prima volta ti chiedi se non arrivi da qualche altra parte, se sul computer c’è qualche applicazione che disturba la riproduzione. Un giochino ripetuto diverse volte nel disco, quello di inserire suoni dissonanti nelle canzoni, che conta anche un campionamento reggae su “Written on the forehead”.
Let England shake” è tutto sommato un disco abbastanza diretto, per come può esserlo PJ Harvey. un disco in cui Polly sfoggia tutto il suo campionario, e anche qualcosa di più: dal rock scuro di “The world that maketh murder” (a là Nick Cave, fin dal titolo), al minimalismo “Hanging in the wire”.
Forse, quando abbiamo ascoltato il rock diretto di “Stories”, abbiamo pensato che quella potesse essere l’evoluzione di Polly Jean, da “Dry” ad un rock dritto, davvero una nuova incarnazione moderna di Patti Smith. Con il senno di poi, quella è stata una (bellissima) deviazione di un percorso che era e rimane decisamente più articolato. “Let England shake” ci riporta una PJ Harvey non meno concettuale ma decisamente meno involuta, in grande forma, con uno dei suoi dischi più vari, completi e migliori.

Gianni Sibilla (www.rockol.it)

febbraio 25, 2011 at 7:36 pm 6 commenti

Seefeel – Seefeel ( cd – lp )

Marcare la distanza di quindici anni in un’ora. Non una missione, ma una vera e propria prova di forza. Un impeto che si cela dietro una proposta astratta, evanescente, ma che rivela tutta la sua maestosa portata nel susseguirsi di episodi che poco hanno a che vedere col passato.
I Seefeel non inventano nulla, rielaborano, plasmano, formano. Alla stregua dei Portishead di “Third“,  tornano dopo quindici anni di silenzio assordante e lo fanno sferzando e sorprendendo. Invero l’Ep rilasciato lo scorso autunno non faceva presagire nulla di buono. E invece questo self-titled sorprende per trovate e impatto. E’ una elettronica cruda e primordiale, che recupera dub e glitch, li eleva a colonne portanti, intrecciandoli con gelidi bollori metropolitani, trip-hop a tratti e una sensazione di freschezza che accerchia e colpisce.

Le distorsioni di “Dead Guitars” forgiano un singolo frantumato e frastagliato, che trova nella voce sognante di Sarah Peacock il contraltare che determina il filo conduttore. Tra reminescenze dreamy incastonate a diamanti grezzi (“Faults”) e Autechre che riappaiono nella loro forma più basica (“Gzaug”), si giocano le carte di una partita che si indirizza sui binari dell’inaspettato.
Crudezze elettroniche cui fanno da contraltare ora soffici rivoli ambientali in un sottofondo molto lontano, ora tiepidi canti di sirene in evanescenza.

Ma la partita si gioca a carte scoperte e capita allora che “Rip-run” riaccenda d’un tratto Aphex Twin e Boards of Canada, giocando di riampiattino tra trip-hop che via via si addolcisce e scie analogiche in dispersione. E oltre che fini musicisti i Seefeel si dimostrano anche aggiornati sulle mode e ne danno una lettura particolarissima: “Making” recupera i primitivismi chillwave, ricalcandone i tratti salienti, ma immergendo le dolci nenie targate Washed Out nell’acido. Il beat di di Bristol in chiusura fa il resto.
Le schegge ordinate di “Airless”, giocata su onde e glitch, cui fa da contraltare un canto compassato e filtrato, i romantici droni di “Aug30” costituiscono il preludio alla finale “Sway”, ideale conclusione per effetti, chitarre sfasate e sovrapposizione di voci idilliache.

Non c’è spazio per sentimentalismi di sorta. Questo album è un raga metallico che dipinge un quadro di crudezze e ambienti gelidi, mai però dimenticando di sottolinearne l’esistenza dell’opposto, di un calore forse nascosto ma pur sempre presente. Anche questo è amore.

Alberto Asquini (www.ondarock.it)

febbraio 25, 2011 at 6:34 pm Lascia un commento

Dischi che hanno fatto la storia: King Crimson – In the court of Crimson King

Sembra quasi di sentirlo, l’urlo dell’uomo schizoide, guardando l’immagine trasfigurata della copertina di questo capolavoro assoluto del progressive rock britannico. Barry Godber riesce, attraverso la sua grottesca raffigurazione, a creare il vortice inesorabile che, partendo dalla cavità orale del “profetico mostro”, giunge all’orecchio dell’ascoltatore.

In The Court of the Crimson King” è la prima fatica dei King Crimson, un’opera che rimarrà inevitabilmente un microcosmo a sé stante, nonostante gli impeccabili lavori realizzati in seguito dalla band di Robert Fripp. Atmosfere surreali e incantate, lunghe suite romantiche e complesse architetture sonore segnano un album che, a distanza di tanti anni, riesce ancora ad apparire moderno.

E’ 1969, un periodo in cui sulla scena britannica sono già sbocciate imponenti formazioni del calibro di GenesisSoft Machine, Yes. Siamo in piena era progressiva, influenzata da più generi musicali quali il jazz, la musica classica e la musica atonale contemporanea. Il genio di Robert Fripp unito alla sua prima formazione, guidata dall’eccellente paroliere Peter Sinfield, plasmano con cura queste cinque tracce, magistralmente incatenate tra di loro, nel tentativo di generare un nuovo ordine musicale.

La voce distorta di Greg Lake, futuro leader degli Emerson, Lake & Palmer, apre il primo atto della rappresentazione: “21th Century Schizoid Man“. Un inizio a dir poco spiazzante, composizione frenetica, rumorista, ma allo stesso tempo melodica, che si incastra alla perfezione con la seconda traccia dell’album: “I Talk To The Wind“. Il flauto di Ian McDonald si unisce alla lucida tranquillità della voce di Lake, in una quiete irreale, che fa presagire la tristezza contenuta della traccia successiva, la dolente “Epitaph“. Il mellotron fa sentire la sua voce, il mostro urla di dolore: è un epitaffio (“Confusion will be my epitaph”) che riguarda l’intera umanità; “But I fear tomorrow I’ll be crying” profetizza Lake alla fine del pezzo.

Si chiude il primo atto e si torna nell’illusione onirica e nella quiete stagnante di “Moonchild“. La voce di Lake diventa sempre più flebile fino a lasciare spazio all’agonia dissonante degli strumenti degli altri musicisti, per una pura gemma free-form. Fervono i preparativi, i componenti della band, al seguito di Fripp, stanno per entrare alla corte del Re Cremisi. E’ l’ultimo atto: “The Court of the Crimson King“. Il suono del mellotron si fa sempre più incalzante e Lake conclude la sua parte seguito dai compagni che ribattono con un tono corale ossessivo e lancinante. Magnifico, in particolare, l’assolo al flauto di Ian McDonald. Sembra la fine, ma dando un’occhiata all’interno della copertina, ci accoglie il sorriso grottesco eppur rassicurante di un volto decisamente più umano. Sembra quasi elogiare la follia già annunciata secoli prima da Erasmo e perseguita con coraggio da Fripp e compagni.

Si chiude così il primo capitolo dei King Crimson. Le formazioni cambieranno numerose volte nell’arco di trent’anni gravitando attorno alla sagoma imperiosa di Fripp, che cambierà marcia passando dal progressive più genuino dei primi tempi a successive elucubrazioni a volte apprezzabili, a volte forse un po’ troppo pretenziose. I tempi cambiano e, ascoltando gli ultimi lavori del gruppo, risulta ormai difficile sentire l’urlo dell’Uomo Schizoide del Ventunesimo Secolo, ma resta pur sempre il suo sguardo allucinato che custodisce i suoni di un’opera che resta tuttora unica nel suo genere.

Rosario Leotta (www.ondarock.it)

febbraio 23, 2011 at 8:02 pm Lascia un commento

Wall Street Il denaro non dorme mai di Oliver Stone ( dvd e b-ray )

2001. Gordon Gekko esce dal carcere dopo aver scontato la pena per le frodi attuate a Wall Street. Nessuno lo attende al di là del cancello. 2008. Gekko ha pubblicato le sue memorie e considerazioni sul passato e sul presente della finanza mondiale e le ha intitolate “L’avidita è buona?”. Intanto sua figlia, che si è rifiutata di fargli visita dopo la morte del fratello di cui lo accusa, ha una relazione con Jake Moore. Il giovane opera in Borsa sotto le ali dell’anziano Louis Zabel e crede nella possibilità di investire in un progetto finalizzato alla creazione di energia pulita. Zabel viene però messo in gravi difficoltà dalla diffusione di voci finalizzate alla sua eliminazione dal mercato e – non reggendo la pressione – si suicida. Da quel momento Jake si avvicina a Gekko il quale vorrebbe poter tornare ad avere un dialogo con sua figlia.
“Gekko è vivo e truffa (forse) insieme a noi” si potrebbe affermare parafrasando uno slogan del ’68. Per la prima volta Oliver Stone torna sui suoi passi rivisitando un proprio personaggio. In questi casi si tratta sempre di operazioni rischiose ma l’operazione è riuscita. Non poteva essere diversamente, vista la materia offerta dalla recente crisi finanziaria di cui ancora a lungo pagheremo le conseguenze. Il finanziere d’assalto del film datato 1987, che veniva incarcerato pei suoi crimini, 23 anni dopo sembra un agnellino rispetto a chi gli è succeduto. La speculazione è un cancro pervasivo che ha invaso il mondo e l’alea morale (quella peculiarità per la quale i risparmiatori mettono il loro denaro nelle mani di qualcuno che non si assumerà alcuna responsabilità per l’uso che ne farà) domina il mercato. 
Stone lancia ancora una volta un pesante j’accuse adempiendo al compito (che si è dato da sempre) di ‘volgarizzare’, nel senso di rendere comprensibili, le dinamiche del potere, sia esso politico o economico. Come sempre, però, torna a rivisitare le proprie ossessioni narrative e visive. Perché in lui permane sin dalla gioventù un conflitto mai risolto con la figura paterna che traspare in molte sue opere. Non è un caso che la dinamica ‘privata’ del film si dipani su due filoni legati alla paternità: Gekko vuole riallacciare un legame spezzato con la figlia, e Jake, avendo perso Zabel, è alla ricerca di una nuova figura ‘paterna’ di riferimento. Stone vive costantemente il conflitto tra autorità e libertà, lo associa politicamente al conflitto tra Stato e Mercato e lo traduce nella drammatica scena della crisi in cui uno dei presenti, dinanzi alla necessità dell’intervento dello Stato americano per salvare le banche, afferma: “Questo è socialismo!”.
Ma il regista crede anche profondamente nell’opera di Satana nel mondo (ricordiamo quante riscritture dovette subire l’originale sceneggiatura di Tarantino per Natural born killers per introdurvi la presenza del Demonio). Ecco allora il quadro dominante lo studio del ‘cattivo’ di turno in cui il Diavolo mangia un corpo umano. Da anarchico di destra bisognoso di certezze Stone va alla ricerca del Male. Lo denuncia spietatamente sperando così che le forze degli inferi non prevalgano.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

febbraio 22, 2011 at 5:35 pm 1 commento

The town di Ben Affleck ( dvd e b-ray )

Boston, quartiere di Charlestown. La carriera sportiva di Doug si interrompe presto. Amicizie sbagliate e l’eredità di un padre criminale impongono al giovane la strada della malavita. A capo di una banda di ladri, deruba i caveau delle banche più prestigiose della città. Tutto va liscio fino a quando, durante una rapina, il suo vecchio amico Jem decide di prendere in ostaggio, per poco tempo, Claire, la direttrice dell’istituto. Dopo la liberazione della ragazza, Doug la insegue per capire le sue abitudini. Appuntamenti fintamente casuali e incontri fugaci creeranno le fondamenta di un’imprevedibile storia d’amore. Almeno fino a quando le bugie non verranno svelate.
La città come luogo di scontri tra legalità e delinquenza è un topos del cinema americano. L’attore Ben Affleck, qui alla seconda prova come regista, sfrutta la tradizione e aderisce ai codici del genere senza andare alla ricerca di un’ostentata originalità. È il pregio del film: una storia abbastanza classica che indaga nelle contraddizioni di un ‘cattivo’ dall’animo buono, coraggioso quanto basta per conquistarsi il favore del pubblico a caccia di romanticismo, muscoloso abbastanza da entusiasmare le spettatrici femminili.
L’operazione è apprezzabile perché gestire una galleria di personaggi molto diversi tra loro, senza forzarli a interagire, con il rischio di creare un meccanismo ad incastri che sfiori l’estrema perfezione matematica del cinema di Iñárritu, non è da tutti. Affleck riesce a imporre il suo sguardo sul mondo attraverso dialoghi nervosi e promesse sentimentali. L’impossibilità di un’alternativa al marcio della società occupa buona parte del film; fare i conti con i padri e il quartiere rappresenta una scelta dalla quale non si torna più indietro. Così almeno fino a quando uno del gruppo si ribella e fa comparire una piccola luce di speranza. Una fuga dai luoghi, non dagli affetti.

Nicoletta dose (www.mymovies.it

febbraio 21, 2011 at 6:37 pm Lascia un commento

Norman Palm – Shore to shore ( cd )

L’esordio di Norman Palm del 2008, “Songs”, metteva in evidenza la sua bravura come artista grafico nel libro di 200 pagine che accompagnava l’album, nel frattempo le sue canzoni pop agrodolci rendevano omaggio alla poesia di Elliott Smith, Bon Iver e degli Okkervil River con una serie di canzoni delicate e ricche di umori.

La curiosità intellettuale di Norman Palm arricchisce questa nuova opera con un ricco parterre sonoro che combina loop elettronici, ritmi in bilico tra il calore dell’Africa e la solarità dei caraibi, mentre ukulele e suoni elettroacustici sintetizzano un geniale ibrido sonoro che rimanda a Beck, Badly Drawn BoySophia Kings of Convenience.
Ispirato e non privo di tocchi geniali, “Shore To Shore” è una piacevole sorpresa in un anno sonnacchioso e indolente, con i suoi testi mai banali su amicizia, amore e solitudine, raccolti in suoni vivaci e rilassanti, che lasciano filtrare una sottile malinconia che ha il sapore del conforto e dell’empatia. “Shore To Shore” è un album che raggiunge il cuore dell’ascoltatore e convince anche i non avvezzi alla canzone indie-pop, la sua forza persuasiva è frutto della sincerità e della grazia che accompagna ogni canzone.

Dal suono monocorde e piacevole di “Songs”, Norman Palm passa a un’architettura più complessa che non perde di vista la forza comunicativa della semplicità, una semplicità fatta di soluzioni armoniche evolute che non smarriscono fascino al riascolto.
Elettro-pop acustico in stato di grazia che in dieci brani soddisfa tutte le pretese di un ascoltatore smaliziato e godereccio.
Il beat ossessivo di “Images” è poesia, che prende forza grazie a sonorità disparate che si inseriscono sulle frange ritmiche, senza corroderne l’energia, anzi aggiungendo uno strano profumo esotico, che incanta e seduce. “Easy” è ipnosi pop allo stato puro, un tormentone armonico che se fosse targato Depeche Mode o Kings Of Convenience balzerebbe nella top five. “Start/Stop” crea originali commistioni ritmiche molto easy che si contaminano di rock, jazz e soul senza alterare la accattivante euforia melodica.

Anche le canzoni più delicate contengono impulsi ricchi di brio, le contrazioni elettroniche sottese alla ballad “$20” gravano su note malinconiche e minimali come neve sulle nuvole, la breve linea melodica si aggrega in un maestoso organismo sonoro, con risultati intensi.
Altra ballad degna di nota “Phantom Lover”, una delicata canzoncina che ritmi afro-sintetic rendono mesmerica e leggermente elettro-gothic.
Ma è tutto l’album a essere pervaso dalla verve artistica, “WDYD?” è una filastrocca solo apparentemente ingenua, “Smile” sgretola rock e pop acustico con ironia, “Landslide“ è un allegro folk da pub inglese, “Sleeper” scivola verso la banalità senza bagnarsi nel limbo della mediocrità e infine “Go To Sleep” infonde soavi noti nel tentativo riuscito di lasciare un sapore gustoso all’ascoltatore, che rende “Shore To Shore” un album rimarchevole e stuzzicante. 
Cantautore originale e trasversale, Norman Palm, possiede tutte le carte in regola per essere uno degli outsider nelle calssifiche dei migliroi album del 2010. Da ascoltare.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

febbraio 20, 2011 at 4:06 pm Lascia un commento

Mogwai – Hardcore will never die, but you will ( 2cd – 2lp )

Al settimo album, e con alle spalle quasi tre lustri di onorata carriera, dai Mogwai si sa ormai abbastanza bene cosa attendersi in occasione di ogni loro nuovo lavoro.
Eppure, lungi da una prevedibile ripetizione di se stessa, disco dopo disco la band scozzese continua a offrire prodotti dagli standard qualitativi elevati, introducendo nel contempo piccoli elementi di variazione su un suono il cui stabile consolidamento non fa rima con stereotipi troppo facilmente invalsi nel calderone musicale al quale è stato ascritto nel corso degli anni, più o meno a ragione.

Ritrovare i Mogwai nel 2011, e con un album che nel titolo (geniale!) reca il termine hardcore, non può infatti che rafforzare gli interrogativi già balenati in un recente passato circa l’adeguatezza dell’etichetta post-rock per un intero percorso artistico invero contrassegnato da ascendenze e sviluppi alquanto originali e autonomi. In maniera non dissimile dal precedente “The hawk is howling“, anche nel nuovo “Hardcore Will Never Die, But You Will” non mancano i momenti di sferragliante ispessimento dell’impatto chitarristico (“Rano Pano” potrebbe essere la naturale evoluzione di “Batcat”), così come rapide incursioni nel passato della band, attraverso echi che, di volta in volta, evocano i ricordi di “Happy songs for happy people“, del capolavoro “Come On Die Young” o persino delle torsioni giovanili di “Ten Rapid” (a proposito, dietro il mixer è tornato proprio un certo Paul Savage…).
Sta tuttavia di fatto che, in quest’ultima fatica dei cresciuti ragazzi di Glasgow, ben poco si riscontra di quelle scontate dinamiche soft/loud in nome delle quali un orecchio distratto (o peggio prevenuto) potrebbe frettolosamente liquidare un disco per il solo fatto di essere pubblicato a nome Mogwai.

“Hardcore Will Never Die, But You Will” non si può infatti classificare come “post-” e nemmeno come… hardcore; piuttosto, è un lavoro nel quale la band scozzese passa in rassegna varie sfaccettature della propria declinazione di un rock in un certo senso “classico”, ancorché ampiamente innestato di elementi caratteristici del proprio suono, dalle saturazioni di feedback alle pulsazioni elettroniche, dalle cadenze cinematiche alle incandescenti fughe psichedeliche.
Semplificando al massimo, lungo i cinquantatré minuti del disco, possono riscontrarsi tre direttrici principali, costituite dalla ricerca di un impatto sonoro granitico, da un’acidità electro-punk di sapore decisamente vintage e dalla persistente costruzione di un descrittivismo romantico, ancora una volta affidato ad arrangiamenti morbidi e al pianoforte di Barry Burns. La prima si percepisce da subito nel battito incalzante e nelle chitarre abrasive di “White Noise”, così come nelle linee ritmiche nervose di “San Pedro” e soprattutto nella lunga sbornia elettrica della conclusiva “You’re Lionel Richie”; la seconda introduce una sorta di psichedelia di poche note e un motorikautostradale” su “Mexican Grand Prix” e sulla densissima “George Square Thatcher Death Party”, entrambe contrassegnate da filtraggi vocali che le speziano di un vago gusto anni 80. Ma è nella terza linea portante dell’album che, al di là delle succitate graduali variazioni sul tema, riaffiorano modalità più abituali, ma non per questo affatto scontate, poiché i Mogwai mostrano per l’ennesima volta di sapere il fatto loro anche nel confezionare attraverso rotonde propulsioni ad alta velocità un brano tutto sommato “canonico” come “Death Rays” o nell’abbandonarsi ai languori pianistici di “Letters To The Metro” e alla solenne intensità emotiva di “Too Raging To Cheers”.

Benché dunque nel corso del disco un impatto quasi sfrontato continui ad alternarsi con momenti relativamente più placidi, il sound risulta sempre molto corposo e avanza secondo un andamento fluido, che supera di slancio la necessità di strappi repentini, impressionando piuttosto per densità e sobrietà compositiva. Insomma, come spesso capita per band dallo stile fortemente caratterizzato, anche “Hardcore Will Never Die, But You Will” potrà essere scambiato per il “solito album dei Mogwai” ma, appena al di sotto della superficie, un ascolto approfondito rivelerà il perdurante stato di salute di una band che, se non altro, dimostra di avviarsi verso un ottimo invecchiamento.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

febbraio 19, 2011 at 11:58 am Lascia un commento

The Decemberists – The King is dead ( cd – lp – cd+dvd+lp+book )

Dopo circa cinque anni e almeno un paio d’album trascorsi a inseguire – con risultati alterni e talora discutibili – una declinazione delle loro letterarie narrazioni folk secondo una grandiosità rock dal sapore vintage, anche per i Decemberists è giunto il momento di guardarsi allo specchio e di tornare, parzialmente, sui passi che li avevano condotti dallo status di moderni troubadours in grado di cantare una comédie humaine con una chitarra, una fisarmonica e poco più a sofisticati autori di una magniloquente rock-opera dagli incongrui accenti heavy-progressive. È lo stesso Colin Meloy, carismatico leader della band, a esprimere il bisogno di semplicità nella scrittura e negli arrangiamenti, confermando al contempo la pacifica verità, che troppi continuano a (far finta di) ignorare, ovvero che non è affatto meno difficile creare canzoni schiette e disadorne che una complessa epica musicale: “per quanto gli ultimi dischi siano stati complicati, questo è stato il più difficile da realizzare; fare musica semplice è una vera sfida e questo disco rappresenta un vero e proprio esercizio di moderazione”.Forse anche per mettere in pratica questa sfida e per riscoprire un’ispirazione incontaminata, la band ha deciso di registrare il disco in un contesto più spartano ed essenziale; si è pertanto allontanata di un centinaio di chilometri dalla sua Portland, per recarsi ai piedi del monte Hood, in quello che una volta era un vecchio granaio, dove, in stato di isolamento creativo e al contatto con la natura, ha plasmato le dieci canzoni oggi racchiuse nel suo sesto album, “The King Is Dead”. 

Il lavoro che ne è risultato non solo è privo delle sovrastrutture che avevano caratterizzato “The Crane Wife” e, soprattutto, “The Hazards of love“, ma alla sua impostazione musicalmente più scarna corrisponde anche una ritrovata immediatezza espressiva, che attraverso la tematica della ciclicità del tempo e della natura, torna a delineare ballate dal passo svelto e più placide storie da focolare. Non sembra dunque un caso che il brano di apertura dell’album esordisca con le parole “here we come to another turning of the season”, emblematiche della volontà della band di voltare pagina, tanto quanto il dialogo tra armonica e batteria, l’interludio d’archi e la conclusiva fanfara sulla quale Meloy riveste i congeniali panni di menestrello stralunato e romantico. Le sue stesse interpretazioni risultano ulteriormente migliorate, assumendo estensioni più ampie rispetto alla consueta tonalità nasale, senza tuttavia abbandonare quell’andamento gradevolmente sbilenco, che così bene torna ad adattarsi alla riacquisita leggiadria dell’orchestrina-Decemberists; smessi i preziosi ma ingombranti abiti da musical degli ultimi dischi, la band torna infatti a divertirsi con i piedi ben saldi per terra, sporcandosi piacevolmente con la polvere di tradizioni gitane (basti vedere la danzante “Rox In The Box”) o con quella di battaglie e trincee, nuovamente narrate in “This Is Why We Fight” con il piglio elegiaco dei tempi di “Her Majesty“. 

Benché tratto saliente di “The King Is Dead” permanga il nuovo abbraccio da parte dei Decemberists a un folk che sa essere scatenato ma anche lieve e floreale (come nei quadretti stagionali “January Hymn” e “June Hymn”), la band di Portland continua a ricondurre con successo il folk nell’alveo dell’indie-rock contemporaneo, rendendo un palese omaggio a band quali Camper Van BeethovenByrds e Rem. E davvero non è necessario scoprire tra le note di copertina la partecipazione a tre dei brani da parte di Peter Buck per individuare un collegamento con la band di Athens nello spensierato ossimoro di “Calamity Song” e, soprattutto, nella trascinante limpidezza di “Down By The Water”, canzone che non sarebbe stata fuori posto in “Out Of Time”. A quest’ultima aggiunge poi caldo spessore la voce dell’altra ospite, la stella del country Gillian Welch, la cui partecipazione ad ampi passi del disco conferma il rinnovato interesse di Colin Meloy e soci per la definizione di un proprio equilibrio tra tradizione narrativa e acutezza tale da assicurare un’agevole e diffusa fruibilità al consolidato gusto “indie” attuale. Insomma, un vero e proprio ritorno al (meglio del) suo passato per una band che dopo alcune prove opache si temeva ormai persa e che invece vede coronata da successo la sua difficile sfida alla semplicità… bentornati, Decemberists!

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

febbraio 15, 2011 at 8:27 pm Lascia un commento

Anna Calvi – Anna Calvi ( cd + lp )

Non è mica detto che l’entusiasmo sia mal riposto a prescindere. Né, del resto, un plauso generale e subitaneo è sistematicamente nemico del vero talento. Qualcuno cattura l’attenzione anche, se non soprattutto, perché se lo merita davvero. Accade spesso (troppo spesso? Dipende dai punti di vista) nel mondo della musica pop ed è accaduto anche stavolta, puntualmente, con Anna Calvi, giovane cantautrice britannica di evidenti origini italiane.
Figlia di due terapisti specializzati in ipnosi curativa, la ragazza inizia giovanissima a strimpellare la chitarra (che sostiene di suonare come un pianoforte) con qualche amico nel 2006, fulminata sul sentiero di Django Reinhardt e dei padri rurali della chiesa blues. Viene notata per caso a Manchester (di spalla a Johnny Flynn) dal chitarrista occhiolungo dei Coral Bill Rider-Jones, che mette subito in preallarme le vedette sempre all’erta della Domino e il gioco è praticamente fatto. Si vola in Francia, nei Black Box Studio, dove la ragazza può finalmente divertirsi a scalpellare il suo suono sfruttando attrezzature analogiche ancora pregne di pulviscoli anni Sessanta. Brian Eno non resiste e la invita a pranzo per cercare di spiegarle questo invisibile filamento di emozioni purissime che la lega in maniera pressoché indissolubile alla prima Patti Smith. Infine, come chiudendo l’ultimo cerchio simbolico, arriva a coprodurre un pigmalione come Rob Ellis (da qui, forse, l’ossessionante similitudine con PJ Harvey che tutti non dimenticano mai di mettere bene in evidenza, trascurando il fatto che il nostro ha collaborato anche con Scott Walker e Marianne Faithfull, fra gli altri, e non certo per caso).

Anna Calvi” è un disco che si fatica a non considerare perfetto. All’interno delle sue dieci canzoni, la musicista è riuscita a travasare il disordine virtuoso delle sue idiosincratiche predilezioni, senza mai perderne il controllo. Con una voce turgida come una lastra di ghiaccio stretta attorno a un grumo di sangue bollente, Anna Calvi estrae e volteggia la spada romantica di un flamenco senza fine, marcando il terreno di un duello erotico che non ammette esclusione di colpi. Questa spadaccina e odalisca può sfidare anche il diavolo, più volte invocato, come accade in “The Devil”, sorta di scat tumultuoso o rosario intonato a occhi chiusi sopra le fiamme pungenti di una chitarra che barbaglia e si contorce nella danza espiatoria del peccato.

Lo stesso accade in “Morning Light”, nella quale a schiudersi è la rosa canina di un canto operistico che si tende tra la Callas ed Edith Piaf (recuperate la sua versione di “Jezebel”), sospeso sull’abisso della tentazione e già sfiorato dalla luce limpida del sublime. E se l’iniziale “Rider To The Sea” lucida il velluto blu e i damascati metafisici di certe desolazioni lynchiane, in canzoni di fattura pregevolissima come “Blackout”, “I’ll Be Your Man”, “Desire” e “Suzanne And I” (da brividi), la nostra, schioccando la frusta di quel demone amoroso che Lorca chiamava duende (parlando soprattutto di corride e di poesia, o della poesia delle corride), annoda l’estro modernista di compositori amati e studiati con passione sincera come Debussy, Ravel e Messiaen alle forme sfuggenti di un blues-rock solenne e liturgico, in odore di Nick Cave (il quale, non per niente, ha subito adottato la fanciulla sotto l’ala protettiva dei Grinderman), così come di certi canti di sirene trascritti con inchiostro di stelle dall’ulisside Tim Buckley. Fino al congedo di “Love Won’t Be Leaving”, che dal capriccio di un burlesque demoniaco si spalanca poi al canto di ventura di un cavaliere già scivolato verso il richiamo di nuove guerre e nuovi amori.

Sulla scia di un filone noir che, in forme diverse, sta caratterizzando le migliori espressioni al femminile di certo pop obliquo (Zola Jesus, Soap & Skin, a tratti anche Florence + The Machine), anche il debutto di Anna Calvi si segnala come uno degli astri più fulgidi di un nuovo firmamento sonoro in espansione. Forse non durerà. Forse leggiamo troppe riviste (sbagliate). Ma, come dicono i proverbi, chi ama Dio non è contento e chi ama il diavolo è disperato. E, ascoltando le canzoni di Anna Calvi, il diavolo e la sua disperazione non sono mai stati così seducenti.

Francesco Giordani (www.ondarock.it)

febbraio 14, 2011 at 5:03 pm 1 commento

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