Archive for aprile, 2011

Amiina – Puzzle ( cd – lp )

Si dovrebbe finalmente smettere di citare i Sigur Ros ogniqualvolta si parla delle Amiina: è pur vero che la collaborazione con la band di Jonsi Birgisson è stata fondamentale per far conoscere al mondo quello che in origine era soltanto un quartetto d’archi tutto al femminile, ma il permanere di quel riferimento sarebbe ormai fuorviante, oltre che sostanzialmente errato, per un gruppo che adesso conta sei componenti (due dei quali di sesso maschile) e si è ormai di fatto affrancato dal cono d’ombra dei più celebri connazionali, per camminare saldo e deciso sulle proprie gambe.

La prima è più evidente novità risultante da “Puzzle” riguarda appunto la formazione delle (anzi, sarebbe forse più corretto dire degli) Amiina, ampliatasi non solo in termini numerici ma soprattutto sotto il profilo della dotazione strumentale, adesso comprensiva di una più sensibile parte elettronica e – novità assoluta – della batteria. Di conseguenza, l’altra novità risiede nella varietà delle tessere di questo “Puzzle” sonoro, che si presenta ben più vivace e articolato rispetto a quanto espresso nel disco d’esordio “Kurr“.
Registrato sotto la guida di Birgir Jón Birgisson (già produttore del recente “A Chorus of Storytellers” di The Album Leaf) e pubblicato dalla nuova etichetta creata dalla stessa band, l’album ne svela la transizione da un romanticismo etereo ma un po’ piatto, incentrato su archi e liquidi suoi acustici e analogici, e un più ampio ventaglio sonoro e stilistico che, oltre ad abbracciare l’elettronica, recupera sfumature prossime a certo post-rock cameristico e non disdegna tentativi melodici sotto forma di alcune vere e proprie canzoni, con tanto di parti vocali, ora esili ora più decise.

Se infatti nel substrato del lavoro ricorre inalterata l’accurata delicatezza di tessiture acustiche, liquide, romantiche, che rimandano inevitabilmente a un immaginario nordico dai colori adesso più vivaci, ancorché velato di immancabile malinconia, sull’ambience creata da gentili trame di archi, xilofono e strumenti-giocattolo si innestano ampie aperture armoniche e soluzioni strumentali che dischiudono nuovi scenari alle quattro musiciste islandesi. Le Amiina si mostrano qui molto meno timide rispetto a quanto offerto nel loro album di debutto, traducendo i cullanti accenni vocali, già presenti in “Kurr”, in melodie più decise e canzoni che non disdegnano spunti corali (“Over And Again” e il delizioso singolo “What Are We Waiting For?”), completati da scorci di minimalismo orchestrale e da insistite ritmiche dalle cadenze “post-“, che caratterizzano fortemente la danza di “Ásinn” e assumono persino sorde tonalità dai tempi dispari nello scatenato finale di “Sicsak”.

Più decisa ed estroversa, la musica della Amiina non smarrisce tuttavia i propri caratteri distintivi di meccanismo perfetto, che si muove con la lenta precisione di un ingranaggio nel quale gli strumenti si incastrano alla perfezione, dando nuovamente luogo ad atmosfere di grazia sospesa (“Púsl”), che non disdegnano di far affiorare limpide reminiscenze folk (“In The Sun”) e nel corso dell’album si alternano variamente con archi circolari, giochi elettroacustici prossimi a quelli dei primi Mum e aperture in crescendo mai così pronunciate. Tutti segnali incoraggianti, che attestano il processo di crescita di una band che, di tutta evidenza, non si accontenta più di vivere di sola luce riflessa, ma sta procedendo nell’elaborazione di una propria formula espressiva, che contempera i consueti florilegi cameristici con retaggi folk, elettronica e una grana strumentale finora mai così densa. Le quattro fanciulle dimostrano di essere cresciute e di non volersi certo fermare qui.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

aprile 30, 2011 at 3:55 pm Lascia un commento

Unthanks – Last ( cd )

Non c’è simbolismo nel titolo del quarto album delle sorelle Unthank: “Last” è una espressione che evoca un suono, un punto di arrivo che apre nuove prospettive al folk revival.
Se gran parte della scena musicale si adorna del termine folk per dare spessore a incerti matrimoni stilistici, per le Unthanks è invece solo il punto partenza per abbattere i limiti del genere esplorando nuove possibilità, comunque intrinseche, ma raramente elaborate in tal guisa.
Avant-garde, classica e jazz creano il tappeto sonoro sul quale il gruppo distende la cultura popolare inglese estraendo nuove soluzioni armoniche, come Marvin Gaye in “What’s going on“, gli United States of America in “U.S.A.” o Miles Davis in “Tutu” e “Bitches Brew“, la formazione del Northumberland reinventa il linguaggio di un genere con una nitidezza impressionante.
Dopo aver suonato con Damon Albarn e Charles Hazlewood e dopo aver incluso in repertorio brani di Anne Briggs, Nic Jones, Robert Wyatt Bonnie Prince Billy, il gruppo ripropone la sua tradizione musicale rielaborando con maggior potenza e intensità la magia dolente della sua terra, ma senza ignorare i poeti della musica contemporanea.
Tom WaitsKing Crimson e Jon Redfern sono gli autori oggetto della loro rilettura malinconica e solenne, un raffinato wall of sound pieno di chiaroscuri e toni sfumati, che sottolinea ogni spazio emotivo con la stessa intensità e poesia.

Le prime note di “Gun To The Kye” elevano il minimalismo a poesia, un incedere ipnotico che allinea le note come gocce di rugiada che cullano paure ancestrali: è il primo dei tre traditional a cui il gruppo affida la propria voce.
Le sonorità ricche di suggestioni, ma prive di enfasi, sottolineano al meglio la voce eterea e soffusa di Becky in “The Gallowgate Lad”, nonché le tonalità acide e psichedeliche di Rachel in “Queen Of Hearts”, due ballate che confermano la grande abilità di riscrittura del gruppo.
L’oscurità e le sue ombre sono protagoniste anche delle preziose cover dell’album, che recano ancora tracce di progressive nel percorso sonoro della band: dopo Robert Wyatt, tocca ai King Crimson contribuire con “Starless”, la cui depressione e grigia malinconia sono accarezzate con una dolcezza che sembra mancare all’originale (sensazione, in verità, che viene per fortuna smentita con l’ascolto). L’audace rilettura licenzia la chitarra di Robert Fripp per affidare alla tromba la forza elegiaca del brano (in questo riproponendo le atmosfere della precedente rilettura di Craig Armstrong) e annulla la forza dirompente del basso di John Wetton sfumandone il pulsare imponente verso suoni brumosi.
 
Non è un caso che il brano di Tom Waits scelto dall’album “Alice” sia la delicata ballad “No One Knows I’m Gone”, nonostante le atmosfere oscure di “Poor Edward” avessero qualche possibilità in più di adattarsi alle atmosfere decadenti di “Last”; più intensa la rilettura di “Give Away Your Heart”, tratta dal misconosciuto capolavoro di Jon Redfern “May Be Some Time”, della quale le voci estraggono tutta la poesia e l’amarezza di un disperato inno contro la guerra in Iraq, adesso riproposto con attualità e spessore che lo arricchiscono di un fascino nuovo, essiccando ogni eccesso emotivo, mentre la terra diventa polvere, la malinconia si affievolisce verso una sorda disperazione e il canto diventa un grido senza voce.

Spetta agli altri due brani tradizionali porre nuovamente il folk al centro della musica di “Last”, prima con le atmosfere più giocose di “Canny Hobbie Elliot” – nella quale è il violino a fare da protagonista – e poi nella più austera “My Laddie Sits Ower Late Up”.
Molto suggestiva la title track scritta dal pianista e produttore Adrian McNally e la ballad “Last”, che sembra uscire dalle pagine più romantiche di Antony & The Johnsons (gli ultimi due concerti del gruppo all’Union Chapel di Londra avevano in lista solo brani di Antony e Robert Wyatt), con le sue carezze di leggiadra brezza di felicità, che instillano un breve attimo di serenità in un album dal tono, invece, solenne.
Non sembri casuale aver affidato il finale alla classicheggiante “Close The Coalhouse Door”: il prepared piano alla Satie e il minimalismo orchestrale sono predisposti a indicare nuove ambizioni e nuove sonorità, che il gruppo semina tra le pagine di questo ennesimo grande album, per farle fiorire in tutto il loro splendore in un futuro prossimo. Ancora una volta l’incanto si ripete e noi non possiamo che gioirne e raccontarlo con devozione.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

aprile 23, 2011 at 10:02 am Lascia un commento

Explosions in the sky – Take care, take care, take care ( cd – 2lp )

Gli Explosions In The Sky, forse sconosciuti ai più, sono una band post-rock sulla falsariga di band più celebri quali i Mogwai ed i Godspeed You! Black Emperor. Nati, musicalmente parlando, nel 1999 ad Austin, Texas, si fanno notare subito con il loro album di debutto, How Strange Innocence, raccogliendo i favori di buona parte della critica (Pitchfork 7.9/10, giudizio positivo anche per Rolling Stones).

Tuttavia è probabilmente con The Earth Is Not A Cold Dead Place (anno 2003) che gli Explosions raggiungono il successo internazionale. Your Hand In Mine è sicuramente la traccia must-have del gruppo texano, un’autentica pietra miliare del post-rock, senza nulla togliere a First Breath After Coma, prima traccia dello stesso album.

Arrivando ai giorni nostri, gli EITS presentano questo nuovo Take Care, Take Care, Take Care, a distanza di 4 anni dal loro precedente lavoro, ed in previsione di un tour che li porterà anche in grandi palcoscenici europei quali il Roundhouse a Londra, il Postbahnhof a Berlino ed il prestigioso Primavera Sound Festival a Barcellona. Con rammarico, nessuna data è prevista in Italia.

Take Care, Take Care, Take Care si presenta con le classiche sonorità degli EITS, a dispetto di quanto dichiarato dagli stessi Explosions in fase di presentazione del disco.

Last Known Sorroundings come Human Qualities sono entrambe tracce da oltre 8 minuti di durata, vanno ascoltate e riascoltate per poterle assimilare e comprendere. Sembra, tuttavia, che la band texana voglia dare un tocco meno malinconico del solito in questi due brani.

Gli EITS, a distanza di 11 anni dal loro primo lavoro, continuano a sperimentare angoli sconosciuti del post-rock. La prova ne è Trembling Hands, 3 minuti che faranno storcere il naso ai fans più tradizionalisti, ma che aprono decisamente nuovi ed interessantissimi orizzonti, soprattutto grazie agli accenni vocali che si “intravedono” per i primi 80 secondi. Questa traccia è sicuramente l’innovazione a cui faceva riferimento la band nelle dichiarazioni pre-lancio.

Per ottenere il meglio da Take Care, Take Care, Take Care bisogna “guardare” fino in fondo. Postcard From 1952 è un crescendo di emozioni. Chiudendo gli occhi e facendosi trasportare dalle immagini che questo brano può scatenare, ne usciremmo certamente estasiati. Un’incantevole traccia a corredo del lavoro della band americana.

Altro brano di primo piano è la traccia conclusiva dell’album, Let Me Back In. Sensazioni profonde e toccanti quelle che arrivano dopo un classico inizio “lento” all’EITS. 10 minuti da ascoltare in rispettoso silenzio per contemplare le chitarre e le sonorità di Munaf Rayani e soci.

Certamente, non un ascolto per tutte le orecchie, ma gli Explosions, ancora una volta, riescono a rendere il tutto tremendamente più semplice.
In conclusione, Take Care, Take Care, Take Care è una stupenda gemma da affiancare alla nostra collezione post-rock e da custodire gelosamente.

aprile 22, 2011 at 4:00 pm Lascia un commento

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni di woody allen ( dvd e b-ray )

Alfie ha lasciato la moglie Helena perchè, colto da improvvisa paura della propria senilità, ha deciso di cambiare vita. Ha iniziato così una relazione (divenuta matrimonio) con una call girl piuttosto vistosa, Charmaine. Helena ha cercato di porre rimedio alla propria improvvisa disperata solitudine cercando prima consiglio da uno psicologo e poi affidandosi completamente alle ‘cure’ di una sedicente maga capace di predire il futuro. La loro figlia Sally intanto deve affrontare un matrimonio che non funziona più visto che il marito Roy, dopo aver scritto un romanzo di successo, non è più riuscito ad ottenere un esito che lo soddisfi. Sally ora lavora a stretto contatto con un gallerista, Greg, che comincia a piacerle non solo sul piano professionale…
Woody ha preso nuovamente l’aereo ed è tornato in Gran Bretagna dopo che era tornato a respirare aria di Manhattan con Basta che funzioni. Nonostante l’aspetto sempre più fragile, Allen ha ormai le spalle più che larghe per sopportare l’ennesima, ripetitiva reprimenda critica: “Racconta sempre le stesse cose”. È vero: Woody non si inventa novità senili per stupire il pubblico. Anzi qui, fingendo di appellarsi allo Shakespeare del “Macbeth” in realtà si riallaccia al finale di uno dei suoi film più ispirati, Ombre e nebbia, che si chiudeva con la frase: “L’uomo ha bisogno di illusioni come dell’aria che respira”. Sono trascorsi quasi vent’anni da allora e, in materia, Allen sembra essersi ormai arreso all’evidenza: è proprio (e sempre di più) così.
Come in Tutti dicono I love you (ma con l’esclusione dell’adolescenza) le diverse età si confrontano con un bisogno di qualcosa che esemplificano con la parola ‘amore’ ma di cui, se richiesti, non saprebbero dire il significato. Non potendo sfuggire a questa esigenza ognuno cerca di trovare delle soluzioni che finiscono con il rivelarsi aleatorie e provvisorie anche se ognuno, in cuor suo, vorrebbe che fossero ‘per sempre’. Ma il ‘per sempre’ non esiste nell’universo alleniano. Ognuno cerca di porre rimedio alla propria solitudine come può e come sa e non ha neppure bisogno di essere perdonato per questo.
L’umanità non può comportarsi altrimenti. Ciò che invece va duramente punito è il furto intellettuale, l’appropriarsi di idee altrui spacciandole per proprie, perseguire il successo a spese degli altri. In questo caso Woody diventa un giudice implacabile. Sarà anche vero che ritorna su propri temi. Ma sono ‘suoi’ per stile, qualità, leggerezza e profondità.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 20, 2011 at 5:26 pm 1 commento

In un mondo migliore di susanne Bier ( dvd e b-ray )

Christian non ride e non perdona mai. Rimasto orfano si trasferisce in Danimarca con il padre, nella nuova scuola incontra Elias, timido, pestato dai bulli d’ordinanza, genitori perfetti sul lavoro e meno nella coppia. I due scolaretti cominceranno insieme un cammino verso il male sotto gli occhi impotenti dei pur coscienziosi genitori.
Candidato danese per la corsa agli Oscar 2011, In un mondo migliore è l’ultimo film di Susanne Bier, una delle registe scandinave più famose. Come in Dopo il matrimonio, la Bier imposta un racconto spola tra famiglia e diverse realtà: povertà e ricchezza.
In un mondo migliore quindi è un viaggio a colpi di montaggio alternato tra l’Africa dei medici da campo e la Danimarca opulenta dei borghesi. Allieva di Lars Vons Trier, la regista ha qualche lascito del dogma: le zoomate improvvise nei momenti cruciali, ma più che forma porta in dote quel contenuto raggelante e intenso, bollino di qualità dei film danesi.
“C’è del marcio in Danimarca” e ovunque. Non esiste primo o terzo mondo: con una regia di minimalismo deciso l’autrice danese evita i sociologismi e suggerisce, con tensione costante e perfetta, che la violenza nasce in qualsiasi luogo e condizione sociale, non c’è contesto o spiegazione socioculturale che tenga. La civiltà e il progresso sociale sono bei vestiti da indossare ma si rovinano quando c’è lutto, morte, sofferenza: tre bestie divoratrici dell’evoluzione simbolo del Nord Europa. I genitori, vessilli della buona educazione, sono la parte più debole e soccombono all’ira dei figli che non riescono pure sforzandosi a guidare, perché l’istinto ha una marcia in più, come le interpretazioni degli adulti di questo film: Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm e Ulrich Thomsen, entrambi già visti nel capolavoro Festen.
In questo gioco al massacro dei buoni sentimenti, in questa cattiveria malcelata sembra di essere davanti a un grande film. Ma anche i vetri più robusti hanno il proprio punto debole e il martello distruttore è un finale così buonista e urticante che non giustifica una pellicola così validamente nera.

Luca Marra (www.mymovies.it)

aprile 19, 2011 at 6:58 pm 1 commento

Alexi Murdoch – Towards the sun ( cd – lp )

La storia artistica di Murdoch già era stata raccontata sulle pagine di Mescalina. A ragione tra l’altro ne veniva sottolineato il tratto più evidente della sua poetica, un lato che forse appare nel proseguo della carriera sempre meno pregevole: la marcata somiglianza a Drake. E’ ovvio che somigliare anche lontanamente a un genio può salvare anche il peggior cantautore, però a mio parere nel facile parallelo con Rice, che spesso è stato fatto ed in cui Murdoch ne usciva perdente, bisogna rivedere le cose dette.
Se entrambi sono emersi nel mercato mondiale con una evidenza immediata e tutto sommato sorprendete, a lungo termine forse l’estetica e la ricerca di Murdoch stanno avendo ragione sull’incapacità di Rice di ripescare una vena melodica e lirica così tanto geniale come in “0”.
Vero è, e rimane tale, che Murdoch non solo si porta in spalla ancora l’ombra di Drake ma sembra ormai sempre più deciso a diventarne l’erede. Questa volta con accezione non solo di copia. L’ep appena uscito dal titolo “Towards the sun” si compone di sette brani caratterizzati dal timbro vocale molto caldo di Murdoch e dal modo di suonare la chitarra, un fingerpicking che molto ha a che fare con quello di Drake, soprattutto nell’utilizzo dei bassi. Se il primo brano, “Towards the sun”, lascia l’impressione del già sentito, della vicinanza al ragazzo di Canterbury, il secondo, “At your door”, ne concede la certezza per costruzione della canzone, arpeggio e pause sui bassi e voce.
E’ così che però, in modo estremamente graduale, Murdoch comincia a inserire elementi propri all’interno del disco tanto da personalizzare i brani successivi. A cominciare da una banalità, le durate dei brani tutte sopra i cinque minuti di chitarra e voce. Questo, in pezzi musicalmente allegri come “Some day soon” oppure trascinati come “Slow revolution”, segna un elemento di novità e di personalità che stimola all’ascolto di Murdoch senza troppi paragoni, fin troppo facili. Si scopre insomma a fine disco di volerlo ascoltare di nuovo abbandonando sempre più l’associazione mentale con Drake e dando fiducia a questo cantautore che si muove da anni alla ricerca di una propria (spero…) via. Ci sorprenderà un giorno?

Simone Broglia (www.mescalina.it)

aprile 18, 2011 at 5:21 pm 1 commento

The killer inside me di Michael Winterbottom ( dvd )

Texas, primi anni ’50. Lou Ford è il giovane sceriffo di una sperduta contea e, nonostante il salario basso e la prospettiva di una carriera non esaltante davanti a sé, non si risparmia in favori per la sua comunità. Quando su esplicita richiesta del più importante affarista della zona, Chester Conway, viene incaricato di sfrattare Joyce Lakeland, una prostituta che si intrattiene con il figlio del magnate, Lou si reca a casa della ragazza. Gli schiaffi e gli insulti con cui Joyce accoglie l’ingresso dello sceriffo, risvegliano in lui un’indole aggressiva da tempo sopita che lo porta a percuoterla e possederla brutalmente. Da quel momento, i due intraprendono una relazione a base di sesso e violenza sadomaso, finché Joyce non propone a Lou di ricattare il figlio di Conway. Ma Lou decide di modificare il progetto a suo piacimento.
Il vero American psycho non è uno yuppie dei rampanti anni Ottanta che abita in un attico dell’Upper East Side, ma uno sceriffo che amministra la legge nel profondo Texas dei prosperosi Fifties. Come Patrick Bateman, Lou Ford è una scheggia impazzita nella voluttà dei suoi tempi, che reagisce alla noia e alla frustrazione con la violenza più estrema e le più turpi perversioni. La somiglianza tra i due termina qui, perché se il romanzo di Bret Easton Ellis tende a dare una visione mostruosa ed esasperata della superficialità e del vacuo narcisismo dei nuovi ricchi, nel racconto originale “The Killer Inside Me” scritto da Jim Thompson nel 1952 (quindi antecedente di ben quarant’anni il romanzo di Easton Ellis) non c’è alcuna traccia di possibile speculazione pseudo-sociologica. È puro pulp. Come puramente pulp è anche la trasposizione di Michael Winterbottom, che, dopo essere divenuto uno dei registi più quotati nei festival internazionali con un cinema di denuncia sociale, fatto di una cruda ricerca del realismo, nella sua prima incursione americana mette da parte ogni presupposto ideologico e si concentra realmente sulla “polpa”, sulla matericità della sua matrice letteraria.
Dal reale all’iperreale, il regista britannico si conferma un metteur en scène eclettico, ma anche cinico e talentuoso quanto basta per dare al suo film la patina vivida e i colori saturi della grafica dei Fifties. Il suo approccio alla sorgente letteraria è talmente filologico, che il suo film diviene una perfetta sintesi per immagini del romanzo di Jim Thompson, con tanto di titoli di testa fumettistici e colonna sonora a base di pezzi country-jazz. Si immerge talmente tanto nella mente contorta del suo protagonista, da costruire scene di violenza spietata e dirompente, tanto più insostenibili perché perpetrate sul corpo perfetto di Jessica Alba e su quello morbido e dolce di Kate Hudson. The Killer Inside Me non si propone né come un nuovo capitolo del pulp citazionista e “tarantinato”, né come una cavalcata nel neo-noir colto dei Coen. Winterbottom costruisce un universo letterario dove conta solo il piacere del racconto, e dove la violenza, non più finalizzata ad un progetto di ricerca sulle iniquità sociali o le violazioni dei diritti umani, viene utilizzata, piaccia o non piaccia, come forma e contenuto della cultura popolare. E la sua personale “operazione Grindhouse” affascina, turba e coinvolge come solo i grandi racconti sanno fare.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

aprile 16, 2011 at 9:38 am Lascia un commento

American Life di Sam Mendes ( dvd )

Burt e Verona sono una coppia non sposata di trentenni in attesa di una bambina. Sono convinti che dopo la nascita i genitori di lui (quelli di lei sono morti) saranno lieti di partecipare alla loro felicità nel veder crescere la piccola giorno dopo giorno. Quando scoprono che invece i due hanno deciso di partire per il Belgio (meta che sognavano da anni) restano profondamente sconcertati. Con Verona ormai al sesto mese vanno in cerca di amicizie del passato o di parenti con cui poter condividere la gioia della nascita intraprendendo così un viaggio da Miami al Canada. Gli incontri che faranno saranno occasione di riflessione.
Frank e April Wheeler (i protagonisti del suo capolavoro Revolutionary Road) sono ancora vivi per Sam Mendes. Solo che questa volta non sono i protagonisti ma i comprimari di una storia che sembra girata da un regista indipendente e non dal regista di un film vincitore di cinque Oscar (American Beauty). Attenzione: quanto sopra è detto come constatazione di un pregio e non di un difetto. Mendes si rimette in gioco con una coppia positiva (e questo ha dato fastidio a più d’uno di quei critici che al cinema amano vedere solo storie in cui ‘tutto’ si rivela negativo). Burt e Verona si sentono fortemente legati. Sono una ‘coppia’ nel senso più positivo della parola (anche se lei non ritiene necessaria la formalizzazione del matrimonio) con gli slanci e le difficoltà di ogni coppia. Vorrebbero per chi sta per nascere l’ambiente migliore e lo vanno a cercare (Away We Go è il titolo originale da noi come al solito stravolto), convinti come sono che ci sia chi ha vissuto e vive la genitorialità in maniera positiva.
Purtroppo incontrano varie versioni attualizzate dei Wheeler. C’è chi ferisce in continuazione i propri figli nell’intimo pretendendo che non se ne accorgano. C’è chi è abbarbicato a teorie new age tanto superficiali quanto soddisfacenti per degli ego smisurati. C’è chi vive con estrema insicurezza la propria vita di madre. In questo on the road in cui per la prossima generazione sembra non esserci speranza i due protagonisti approderanno infine a un porto che non sappiamo quanto sarà sicuro.
A noi spettatori viene lasciata però la certezza che si possa cercare, nonostante tutto, di restare una coppia nel senso pieno del termine e di divenire, passo dopo passo, due esseri umani che apprendono il difficile mestiere di essere genitori. Sbagliando anche, ma con la consapevolezza che i figli non sono una proprietà ma un’opportunità. Da non perdere.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 15, 2011 at 5:57 pm Lascia un commento

Paul Simon – So beautiful or so what ( cd – lp – cd+dvd )

Con tutto il rispetto, e nonostante il suo status di “leggenda”, Paul simon non è Bob Dylan e neanche Mick Jagger. E forse non ce lo saremmo immaginato ancora capace di sfornare acute e fragranti canzoni pop a quasi settant’anni (li compie il 13 ottobre prossimo). Invece, tra alti e bassi e con qualche giustificabile diserzione, ha conservato la sua arte e persino la stessa voce di sempre: sottile, carezzevole, sussurrata, con quella cadenza e quell’accento da intellettuale ebreo-newyorkese. Miracoli del geronto-rock e dei suoi senatori, sospesi in un universo parallelo di eterna giovinezza che ha stravolto le regole del gioco nel music business poco dopo l’illusorio punto e a capo propugnato dal movimento punk. Così capita persino (lo hanno già scritto in molti) che all’età della pensione mr. Simon metta in circolazione uno dei suoi dischi migliori da molto tempo a questa parte (anche perché, diciamocelo francamente, le sue ultime prove erano state alquanto pallide e sbiadite), richiamando accanto a sé in sede di regia quella vecchia volpe di Phil Ramone come ai bei tempi di “Still crazy after all these years” (1975). Insieme, i due hanno confezionato un bell’album di sintesi, dosando una riuscita miscela tra le passioni doo wop e rock’n’roll dell’adolescenza di Paul, i suoi inizi da folk singer e la multicolore anima “world” esplorata da “Graceland” in poi. Alla sua non trascurabile età, qui Simon si interroga spesso sulla morte e sulla vita ultraterrena, stilando bilanci esistenziali e ponendo agli angeli e a Dio domande destinate a restare senza risposta. Lo fa, però, con humour, leggerezza e uno stato d’animo incline a una giocosa serenità: tanto che nelle primissime battute di “Getting ready for Christmas day” si ha come l’impressione di piombare in un party in pieno svolgimento, dove tutti ballano e la gradazione alcolica è già elevata. Non fosse che sullo sfondo scorrono i toni apocalittici del reverendo (e leggendario cantante gospel) J.M. Gates, campionati da un sermone autentico del 1941 cucito a regola d’arte nel tessuto della canzone. Succede, insomma, che a dispetto di un ritmo vivace e saltellante, questa non sia la solita canzone natalizia edulcorata e consolatoria. C’è una guerra incombente, e il cantante pensa a un nipote richiamato per la terza volta in Iraq, costretto a consumare il tradizionale tacchino in qualche angolo sperduto del Pakistan. Simon ricorda bene anche un’altra guerra, quella del Vietnam, e un reduce un po’ fulminato che lavora in un autolavaggio è il protagonista di “Rewrite”, afrobeat scandito dalle tonalità squillanti della kora maliana: metafora di chi, disilluso dalla propria esistenza, cerca di riscriverla assicurandosi un happy ending. Spiritualità e leggerezza, appunto. Prendete “The afterlife”, dove persino gli uomini importanti sono costretti a fare la fila ai cancelli del cielo, richiesti di compilare un modulo prima di potervi fare ingresso; mentre in “Question for the angels”, il testo più poetico e toccante della raccolta, l’autore segue il pellegrinaggio e le riflessioni esistenziali di un barbone dalle parti del ponte di Brooklyn. E’ questo atteggiamento pensoso ma non grave, riflessivo ma non ossessivo, la chiave del successo del disco. Insieme, ovviamente, alle sue accurate e intelligenti scelte musicali. Stavolta Simon è tornato all’antico, concependo le canzoni alla chitarra come ai tempi del suo apprendistato nei folk club londinesi dei primi anni Sessanta a fianco di Davy Graham e di Bert Jansch; ma poi vi ha infuso la sua matura sapienza, tanto che anche un breve frammento acustico come “Amulet” assume uno stile indefinibile e tutto suo. Accanto al leader, il trio di base include il batterista Jim Oblon e il chitarrista Vincent Nguini (niente basso, per lasciare più aria alla musica e agli strumenti). Ma lasciano impronte indelebili gli ospiti reali e virtuali di cui il disco è disseminato: il jazzista Gil Goldstein, autore di un fantastico arrangiamento d’archi in “Love and hard times”, ballata elegante, jazzata e cristallina con un pizzico di McCartney; musicisti indiani e un combo bluegrass americano in “Dazzling blue”, fluida e luminosa macchia d’azzurro dal ritmo irresistibile e un ritornello innocente come una filastrocca; l’armonicista blues Sonny Terry “catturato” in una registrazione vintage per “Love is eternal sacred light”; le tonanti voci gospel del Golden Gate Jubilee Quartet di “Love and blessings” (un altro sample audio recuperato dagli archivi storici, Paul fa uso in questo disco per la prima volta della tecnica del campionamento). Nel suo esemplare e originale sincretismo musicale, Simon mescola “Be bop a lula” e l’immagine di Jay-Z su un cartellone pubblicitario, il rockabilly della Sun Records (la chitarra elettrica di “Love is eternal sacred light”), l’autoharp appalachiano di “Questions for the angels”, il ritmo e gli umori delle township sudafricane (il riff di “Dazzling blue” e della title track, aperta da una cassa in quattro). Magari non ti scalda il cuore e non ti eccita i muscoli, non è mai stato il suo forte. Magari la sua musica è anche troppo eterea, a volte fin quasi al punto da evaporare. Ma nel suo home studio del Connecticut il settuagenario Simon stavolta ha fatto le cose per bene. “Mi piace ancora scrivere canzoni. E ancora di più mi piace registrare e fare dischi”, ha confessato recentemente all’Huffington Post. “So beautiful or so what” ne è una prova lampante e convincente.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

aprile 15, 2011 at 5:46 pm Lascia un commento

The Pains of being pure at heart – Belong ( cd – lp )

La breve parabola dei newyorkesi The pains of being pure at heart può considerarsi paradigmatica di come l’immarcescibile germe del pop torni periodicamente ad attecchire a livelli di popolarità niente affatto trascurabili, con buona pace di intellettualismi, avanguardismi e pure di quei fenomeni costruiti a tavolino nell’aria viziata di qualche ufficio marketing.
Forse non lo avrebbero detto nemmeno loro che, nel volgere di appena quattro anni dal loro primo Ep autoprodotto (in parte ripreso in un mini-cd dalla benemerita Cloudberry), sarebbero stati ben distanti dalla dimensione di culto, riservato agli inguaribili appassionati dell’indie-pop, e che la loro seconda prova sulla lunga distanza avrebbe assunto le vesti di uno degli eventi più attesi dell’anno nell’indie-mondo.

La transizione di “livello” del quartetto guidato dal cantante Kip Berman e dalla simpatica tastierista dai tratti orientali Peggy Wang, viaggia di pari passo con la graduale trasformazione di suono e attitudine che fa di “Belong”, un album più ricercato e curato in fase di produzione e mixaggio – rispettivamente ad opera di Flood e Alan Moulder – ma anche dal gusto più abboccato per le papille dell’attuale pubblico midstream rispetto alla genuina attitudine twee del primo album omonimo e dalla manciata di singoli che l’avevano preceduto.
Non che il cocktail noise-pop dal sapore eighties, a base di feedback e sognanti melodie post-adolescenziali, abbia subito chissà quali stravolgimenti, tuttavia buona parte delle dieci canzoni di “Belong” accentuano da un lato l’enfasi sul ruolo delle tastiere e dall’altro denotano un significativo ispessimento delle parti chitarristiche, adesso più di sovente abrasive e sferraglianti che non languide e brillanti.

Del resto, lo si sospettava già a partire dalla title track – singolo che ha anticipato di qualche settimana la pubblicazione dell’album – che con i suoi giri di chitarra da college-rock alternativo americano dei primi 90 sembra spostare in maniera significativa la barra dei mille possibili accostamenti già suscitati in passato dai Pains Of Being Pure At Heart. Singolo un po’ leccato e, in verità, tra i più deboli pubblicati finora dalla band (peccato, ad esempio, non aver recuperato nell’album “Say No To Love”), “Belong” apre un disco che vive essenzialmente sui diversi dosaggi delle stratificazioni di tastiere e chitarre, ora corpose e tangibili, ora gioiosamente malinconiche, come nella migliore tradizione indie-pop.
L’incipit dell’album propende decisamente nel primo senso, inanellando il sogno ad alta velocità “Heaven’s Gonna Happen Now” e gli scanzonati calembour di “Heart In Your Heartbreak”. E fin qui, poco è dato reperire delle molteplici suggestioni british anni 80-90 che una miriade di riferimenti hanno fatto sprecare ai tempi del debutto; a “rimediare” provvede la parte centrale del disco, che ne segna altresì quella più riflessiva, con la soffice malinconia made in Sarah Records della decadente “Anne With An E” e le brillanti tastierine, in odor dei Cure più pop, che avvolgono “The Body” in un abbraccio grondante desiderio (“tell me again what the body is for/ I lost mine and I need yours”).

Pur non eccellendo quanto a vere e proprie melodie-killer, il pop più incontaminato affiora ancora nell’accoppiata “Even In Dreams”-“My Terribile Friend” (tra i pezzi meglio riusciti dal punto di vista della scrittura), mentre il finale è lasciato tutto alle residue patine dreamy delle languide cascate di feedback di “Too Tough” e “Strange”. In questo segmento del disco, oltre che nella citata “Anne With An E”, tornano ad affacciarsi umori da grigio sobborgo industriale britannico e immagini di giovani musicisti con i capelli sugli occhi, materializzate anche dal tono delicatamente trasognato delle interpretazioni di Kip Berman, di tutta evidenza più appropriate a questi registri eterei che non quando i ritmi si fanno più incalzanti e chitarre e tastiere un po’ troppo roboanti.

E, con ogni probabilità, proprio l’eccesso di sovrastrutture produttive – tuttavia perfette per venire incontro al gusto prevalente del momento – rappresenta il prezzo che il quartetto newyorkese deve pagare in termini di spontaneità espressiva alle aspettative riposte in questa sua seconda prova da parte dei trendsetter indipendenti. Eppure, non si tratta necessariamente di un male, almeno in presenza di quel sacro fuoco del pop e della qualità di scrittura che accompagna gran parte delle canzoni di “Belong”, che attestano con pieno merito The Pains Of Being Pure At Heart quali punta dell’iceberg dell’indie-pop-rock attuale, ben al di là di qualsiasi ozioso gioco delle somiglianze.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

aprile 11, 2011 at 5:18 pm Lascia un commento

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