The Pains of being pure at heart – Belong ( cd – lp )

aprile 11, 2011 at 5:18 pm Lascia un commento

La breve parabola dei newyorkesi The pains of being pure at heart può considerarsi paradigmatica di come l’immarcescibile germe del pop torni periodicamente ad attecchire a livelli di popolarità niente affatto trascurabili, con buona pace di intellettualismi, avanguardismi e pure di quei fenomeni costruiti a tavolino nell’aria viziata di qualche ufficio marketing.
Forse non lo avrebbero detto nemmeno loro che, nel volgere di appena quattro anni dal loro primo Ep autoprodotto (in parte ripreso in un mini-cd dalla benemerita Cloudberry), sarebbero stati ben distanti dalla dimensione di culto, riservato agli inguaribili appassionati dell’indie-pop, e che la loro seconda prova sulla lunga distanza avrebbe assunto le vesti di uno degli eventi più attesi dell’anno nell’indie-mondo.

La transizione di “livello” del quartetto guidato dal cantante Kip Berman e dalla simpatica tastierista dai tratti orientali Peggy Wang, viaggia di pari passo con la graduale trasformazione di suono e attitudine che fa di “Belong”, un album più ricercato e curato in fase di produzione e mixaggio – rispettivamente ad opera di Flood e Alan Moulder – ma anche dal gusto più abboccato per le papille dell’attuale pubblico midstream rispetto alla genuina attitudine twee del primo album omonimo e dalla manciata di singoli che l’avevano preceduto.
Non che il cocktail noise-pop dal sapore eighties, a base di feedback e sognanti melodie post-adolescenziali, abbia subito chissà quali stravolgimenti, tuttavia buona parte delle dieci canzoni di “Belong” accentuano da un lato l’enfasi sul ruolo delle tastiere e dall’altro denotano un significativo ispessimento delle parti chitarristiche, adesso più di sovente abrasive e sferraglianti che non languide e brillanti.

Del resto, lo si sospettava già a partire dalla title track – singolo che ha anticipato di qualche settimana la pubblicazione dell’album – che con i suoi giri di chitarra da college-rock alternativo americano dei primi 90 sembra spostare in maniera significativa la barra dei mille possibili accostamenti già suscitati in passato dai Pains Of Being Pure At Heart. Singolo un po’ leccato e, in verità, tra i più deboli pubblicati finora dalla band (peccato, ad esempio, non aver recuperato nell’album “Say No To Love”), “Belong” apre un disco che vive essenzialmente sui diversi dosaggi delle stratificazioni di tastiere e chitarre, ora corpose e tangibili, ora gioiosamente malinconiche, come nella migliore tradizione indie-pop.
L’incipit dell’album propende decisamente nel primo senso, inanellando il sogno ad alta velocità “Heaven’s Gonna Happen Now” e gli scanzonati calembour di “Heart In Your Heartbreak”. E fin qui, poco è dato reperire delle molteplici suggestioni british anni 80-90 che una miriade di riferimenti hanno fatto sprecare ai tempi del debutto; a “rimediare” provvede la parte centrale del disco, che ne segna altresì quella più riflessiva, con la soffice malinconia made in Sarah Records della decadente “Anne With An E” e le brillanti tastierine, in odor dei Cure più pop, che avvolgono “The Body” in un abbraccio grondante desiderio (“tell me again what the body is for/ I lost mine and I need yours”).

Pur non eccellendo quanto a vere e proprie melodie-killer, il pop più incontaminato affiora ancora nell’accoppiata “Even In Dreams”-“My Terribile Friend” (tra i pezzi meglio riusciti dal punto di vista della scrittura), mentre il finale è lasciato tutto alle residue patine dreamy delle languide cascate di feedback di “Too Tough” e “Strange”. In questo segmento del disco, oltre che nella citata “Anne With An E”, tornano ad affacciarsi umori da grigio sobborgo industriale britannico e immagini di giovani musicisti con i capelli sugli occhi, materializzate anche dal tono delicatamente trasognato delle interpretazioni di Kip Berman, di tutta evidenza più appropriate a questi registri eterei che non quando i ritmi si fanno più incalzanti e chitarre e tastiere un po’ troppo roboanti.

E, con ogni probabilità, proprio l’eccesso di sovrastrutture produttive – tuttavia perfette per venire incontro al gusto prevalente del momento – rappresenta il prezzo che il quartetto newyorkese deve pagare in termini di spontaneità espressiva alle aspettative riposte in questa sua seconda prova da parte dei trendsetter indipendenti. Eppure, non si tratta necessariamente di un male, almeno in presenza di quel sacro fuoco del pop e della qualità di scrittura che accompagna gran parte delle canzoni di “Belong”, che attestano con pieno merito The Pains Of Being Pure At Heart quali punta dell’iceberg dell’indie-pop-rock attuale, ben al di là di qualsiasi ozioso gioco delle somiglianze.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

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