Archive for marzo, 2013

John Grant – Pale Green Ghosts ( cd – 2cd – 2lp )

Quando il punk si affacciò alla finestra della musica per spazzare via tutto il maleodorante dinosaur-rock ormai asfittico, portò via con sé anche l’easy listening che viveva ai margini delle classifiche del tempo. Meno pomposo del pop-rock Aor e più macho del twee-pop, il panorama della musica folk-pop appena tinta di jazz poteva comunque contare su un vasto seguito, e come avvenne per il più nobile rock progressivo, anch’esso finì per adattarsi alle nuove forme sonore, preferendo però la contaminazione con la disco-music e il soul.
E’ un percorso dai risvolti tutto sommato simili quello che ha visto protagonista John Grant, giunto con “Pale Green Ghosts” al suo secondo appuntamento solista.
E l’appuntamento, dall’annuncio avvenuto lo scorso dicembre, aveva già acquisito un po’ il sapore del piccolo evento, per un cantautore giunto alla consacrazione a seguito di un “Queen of Denmark”, che aveva ricevuto il plauso unanime di critica e pubblico. Indubbiamente, davanti all’ex-frontman dei Czars si poneva una sfida non da poco, nel dare un seguito a un lavoro dalla grande intensità lirica e forte di un così largo consenso. A scapito però di ogni possibile aspettativa, il nuovo disco dell’autore di Denver avverte la necessità di esprimersi con linguaggi diversi, quando non proprio spiazzanti, ed è alquanto probabile che i delusi a questo giro saranno davvero tanti.   

In questo suo sophomore Grant non esita infatti a gettare nuovi ponti verso quelle pulsioni che la Regina di Danimarca aveva soltanto lasciato intuire, ma che invece hanno rivestito un ruolo da comprimarie nella sua personale formazione, di musicista e non soltanto. In questo senso, la linea che si viene a tracciare rispetto alla sua precedente produzione solista calca con maggiore determinazione la dicotomia venutasi a creare tra l’accorata malinconia folk-rock dell’esperienza coi Midlake e l’indomita passione per il lato più sintetico della sua indole musicale, già lasciato esplodere nei brani aggiuntivi a chiusura dell’edizione deluxe del disco. In tal modo, quel succitato easy listening dell’era di transizione viene evocato con ancora maggiore incisività. Elton John
, i Bread, i Supertramp, gli Electric light orchestra, ma anche gli Eurhytmics fanno capolino nella scrittura di Grant, che non ha rinunciato al suo sagace lirismo; il lato malinconico della sua arte sorride a Kate Bush e ai Cocteau Twins, ora però veste i panni dell’elettronica degli Ultravox e dei Depeche Mode, passando anche, udite udite, dalle parti di Giorgio Moroder.
Un namedropping senz’altro poderoso, zeppo di personaggi che hanno fatto la storia della popular music nel corso dei decenni, e che bene o male finiscono per essere richiamati alla mente anche in quest’occasione: eppure, a ben ascoltare, non traspaiono mai debiti palesi nei confronti di questo o quello mostro sacro. Ad emergere semmai, è nuovamente la statura interpretativa del baritono dell’autore, la forte impronta che riesce a donare a ciascuno degli undici brani, con un trasporto e un’intensità che sanno far proprie le spigolose, quanto comunque fortemente caratterizzate, aperture elettriche del disco, frutto di un approccio consapevole ad un universo in cui la banalità sta in agguato dietro ogni angolo.
 
Nonostante la cangiante tavolozza sonora, che non manca di assecondare abbondantemente il versante ballabile e uptempo della ricca alchimia sonora, “Pale Green Ghosts” è un album che scaturisce dalla frustrazione e dalla paura: le attese create da ”Queen Of Denmark” e la scoperta di essere positivo al virus Hiv hanno scardinato tutte le poche certezze che John Grant aveva messo insieme grazie all’aiuto dei Midlake. Ricominciare e rimettere di nuovo in ordine la propria vita non è semplice, e per farlo il musicista solleva in aria angosce e passioni aggrappandosi alla fragilità della musica pop, trovando infine nei ghiacci d’Islanda la terra promessa in cui riscoprire quella tranquillità nuovamente perduta.
Ad accompagnarlo in questa nuova impresa vengono quindi in aiuto il tastierista Chris Pemberton (che ha seguito Grant nei suoi tour), il quale regge le fila del nuovo sound insieme a Birgir Þórarinsson dei Gus Gus (impossibile non riconoscere il marchio sonoro distintivo del gruppo, sin dalle minimali battute d’apertura), mentre tra gli ospiti spicca la presenza di Sinead O’Connor ai cori (che ha omaggiato il Nostro in un’interessante cover di “Queen Of Denmark” nella sua ultima fatica) e Óskar Gudjónsson al sassofono. E grazie anche alla parata di nomi, illustri o meno, che hanno dato il proprio contributo alla realizzazione del lavoro, Grant può ben dire di aggiungere al suo canzoniere un’altra manciata di brani densissimi e penetranti, con un po’ di fortuna futuri classici della sua produzione.

E’ quindi un’elettronica malsana, sovente dal tocco vintage, quella che si agita dietro alcune tracce dell’album, a volte concentrando anni di nichilismo (“Sensitive New Age Guy”), spesso invece giocando con i suoi stessi luoghi comuni, spostando la dinamica verso toni apocalittici da post-rave (“Blackbell”). Come novello Billy Mackenzie, John agita il suo intenso lirismo vocale in acque torbide: è così che da questa profonda cupezza esistenziale (non comunque scevra da una mordace ironia) scaturiscono le trame gelide della title track (quasi un rimando a Reykjavík, capitale d’Islanda dove è stato registrato l’album) e lo scabroso humour di “Ernest Borgnine” che affida al sax di Gudjónsson il dolore della sua scoperta di essere sieropositivo.
E di fatto sono anche i testi, lucidi e amari, a rappresentare un ulteriore elemento di forza della collezione. Se è senz’altro struggente il racconto del suicidio di un amico (la già menzionata “Sensitive New Age Guy”) è negli scenari di autodistruzione di “Gmf” che John, su una delle più agili melodie, tocca ulteriori apici d’ispirazione, cantando “sono il più grande figlio di puttana che potrai mai incontrare”. E come in quest’ultimo brano, sia in “Vietnam” che in “It Doesn’t Matter To Him” l’ex-Czars incontra nuovamente i Midlake e rinnova la magia di “Queen Of Denmark”; la rabbia è ancora però alle porte, tanto che suonano come una frusta su una pelle morbida e innocente il flusso elettronico che scuote “Why Don’t You Love Me Anymore” e il quasi perfetto ibrido electro-pop di “You Don’t Have To”, con gli inserti di sintetizzatori d’antan a tornare nuovamente protagonisti.

E quando cala il sipario con le note di “Glacier”, è come se si cancellassero i titoli di coda di un film che scorre verso un finale tragico; il pianoforte cerca di ripristinare una normalità che nasconde timori e incertezze, e solo il tempo potrà dirci se le risposte che John Grant tenta di darsi/ci siano quelle giuste. Per adesso, è il viaggio ciò che conta davvero, e messa da parte l’iniziale avversione per quello che potrebbe sembrare come il più scontato dei voltafaccia possibili, questo nuovo itinerario in undici tappe non mancherà di elargire frangenti di assoluta poesia.

Gianfranco Marmoro e Vassiolios Karagiannis (www.ondarock.it)

marzo 30, 2013 at 12:23 pm Lascia un commento

Suede – Bloodsports ( cd – lp )

It starts and ends with you. Per estensione, tutto inizia e finisce con… voi, ovvero, per dirla con una celebre e vagamente stucchevole torch song di un noto cantautore romano, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”: sono tanti, troppi gli indizi che ci portano a riassumere così gli ultimi dieci anni in musica del fascinoso Brett, frontman e leader dei Suede.
Tutto comincia, anzi finisce, in un nient’affatto bel mattino di novembre del 2003, allorché il gruppo – dopo aver dichiarato nell’aprile di quello stesso anno di essere al lavoro per un nuovo disco  – annuncia una pausa indeterminata e un ultimo tour a supporto dell’uscita della raccolta “Singles”.
La stanchezza per una convivenza forzata, la mal smaltita defezione di un acciaccato Neil Codling all’indomani di “Head Music” (1999), ma soprattutto la voragine creativa lasciata dal mediocre “A New Morning” (2002), lasciavano intendere che la cosa sarebbe comunque finita lì: che ognuno prendesse la sua strada. See you in the next life, cari Suede: firmato, Brett Anderson.

Dopo una simile scelta di vita, nella mente del giovane Signore del brit-pop deve aver cominciato sin da subito a vacillare qualche certezza, se è vero che, come prima mossa del nuovo corso, egli prende il telefono per chiamare l’amico rivale della prima epopea suediana, il caratteriale, virtuoso chitarrista e suo primo alter ego, Bernard Butler. Nuovo corso? Manco per niente: “Nostalgia canaglia – deve essersi detto il nostro – se proprio non posso tornare con l’amore di una vita (che figura ci farei, dopo che l’ho accompagnato con fermezza alla porta?) , combino una bella uscita con qualcuno che me lo possa ricordare da vicino”. Da qui comincia una  storia che farebbe la gioia di Freud, giacché il progetto viene battezzato The Tears. Lacrime di rimpianto, appunto, in cui  il gioco è quello di far finta di essere i Suede. Un bravo analista avrebbe avuto molto materiale di studio, partendo dal sound eufemisticamente retrò di “Here come the tears” e giungendo ai titoli delle canzoni che andavano da “rifugiati”, ad “amanti”, proseguendo con “due creature”  e finendo, manco a dirlo, con un emblematico “amore forte come la morte”, ma tant’è.

Risultato non disprezzabile, a essere indulgenti, ma a quanto pare non replicabile: tutto finito, come ogni nobile scappatella che si rispetti. E allora, ecco partire i tormenti del giovane Brett il quale, preso atto della sua solitudine, dal 2007 al 2009 ci propina un tris di onanistiche paturnie a forma di disco (per lo più acustiche e/o a vocalizzo dimesso: “Brett Anderson”, “Wilderness”, e “Slow Attack” ) e ad alto coefficiente di sbadiglio. Alla fine la noia sarà sembrata troppa pure per lui, e finalmente arriva la presa d’atto che la vita artistica, senza i Suede, non può essere davvero la stessa. Nel 2010 e per tutto l’anno seguente, ritroviamo i nostri eroi al gran completo sui palchi di mezzo mondo (con Richard Oakes alla chitarra e un resuscitato Neil Codling alle tastiere), “ma sarà solo un’esperienza dal vivo che non avrà nessun seguito”, ebbero a dire. Come no. Sarà un caso, ma la quarta puntata solista del bel cantante, datata 2011 (“Black Rainbows”), sciorina un piglio e un vigore che parevano definitivamente eclissati. Che i Suede stessero già tramando una clamorosa reunion anche in studio? Certo che sì, e del resto certi amori non finiscono mai, non è vero Brett?

Dopo aver composto un numero esagerato di brani (ah, come brucia la passione tenuta troppo a lungo a freno!), la seconda e decisiva mossa della nuova primavera è quella di richiamare Ed Buller, ovvero il produttore e grande alchimista del primi tre dischi del complesso. Un tipo davvero strano, il nostro Ed, un  caratteraccio, una specie di maniaco della sala d’incisione, con una  fama cresciuta assieme al suo background di forgiatore del brit-pop sound, se è vero che – oltre che della carriera dei primi Suede – è responsabile della seconda e folgorante epopea artistica dei Pulp, inauguratasi nel 1994 con “His’n Hers” con lui dietro al banco di regia. Per referenze meno lontane nel tempo, basti però menzionare l’eccitante debutto dei White Lies To lose my life”. Ad ogni modo, non deve essere facile lavorare con Buller: si racconta, infatti, che sono state tante le canzoni propostegli per questo lavoro e rispedite al mittente in quanto, a suo giudizio, non all’altezza. Ora, noi sappiamo molto bene quanto sia suscettibile Brett (a tal proposito, vi rimandiamo a una sintomatica intervista che ci concesse in occasione del suo debut album solista), che infatti ha subito dichiarato di non essersi trovato d’accordo con ogni scelta dell’esuberante producer ma, giudicandolo a posteriori, si è infine detto contento per il lavoro svolto. E anche noi, a dire il vero, perché “Bloodsports” è quanto di più lontano si possa immaginare dal cliché del disco buttato lì per giustificare la reunion di una band famosa. È il segno che, tra la scelta di riproporre acriticamente il sound dei bei giorni (come fu per i The Tears), e tentare in modo maldestro di inseguire le mode del momento (un esempio? Il recente “Brilliant” degli Ultravox), esiste una terza opzione, che qui passa attraverso la scelta oculata delle canzoni (dieci e non una di più, come in “Coming Up”), e lo sposare fino in fondo la propria natura, pur senza rinunciare a una rinnovata veste d’arrangiamento. Per voce dei suoi stessi membri, “Bloodsports” sarebbe stato il seguito ideale di “Coming Up”, qualora i Suede non avessero operato la rinnegata (da loro, ma non certo da chi vi scrive) svolta elettronica di “Head Music”: su questo punto non c’è granché da obiettare.

Nel disco è presente tutto il repertorio che è lecito attendersi, dai singoli epici che non ammettono repliche (“Barriers” e “It Starts And Ends With You”), ai lentacci strappalacrime (“What Are You Not Telling Me” e “Faultlines”) dai rock anthem (“Snowblind”, “Hit Me”) ai tesi crescendo dal sapore psichedelico (“Always”), dai midtempo densi di modernissimo turbamento (“Sabotage”) alle spaziose ballate romantiche e multicolori (“For The Strangers” e “Sometimes I Feel I’ll Float Away”) in cui a farla da padroni sono il pathos e la sensualità finalmente ritrovati di Brett, e l’incredibile fantasia di Richard Oakes, che non deterrà l’ostentazione di Bernard Butler, ma che lo batte sulla distanza quanto a creatività. Se ancora qualcuno ne stava bramando un folgorante ritorno, beh, sappia che i Suede sono tornati. Eccome se sono tornati.

Marco Bercella (www.ondarock.it)

marzo 29, 2013 at 1:19 pm Lascia un commento

Julia Kent – Character ( cd – lp )

Nei primi due capitoli della sua carriera solista, Julia Kent si era dedicata a trascrivere in musica le atmosfere, i rumori e le peculiarità di luoghi e paesaggi più o meno circoscritti. Nell’esordio“Delay” (2007) si trattava di aeroporti, nel successivo Green and Grey (2011) della natura e delle modifiche a essa apportate dall’uomo.
Un tema che la violoncellista di Montreal – ma ormai a tutti gli effetti newyorkese – continua a sviluppare anche nel terzo capitolo della serie (il primo da quando si è accasata presso la Leaf), seppure con una novità sostanziale. Già dal titolo, infatti, “Character” devia l’attenzione dall’ambiente circostante al protagonista della narrazione. Il viaggio, questa volta, è dentro se stessa. Uno spostamento di prospettiva dettato principalmente da due fattori: in primis, l’assoluta solitudine nella quale la Kent è solita immergersi in fase di composizione del suo repertorio solista; e poi, non meno importante, il bisogno di affermare come, in un’epoca come quella attuale – caratterizzata dal quotidiano bombardamento di inutili informazioni, nonché da un ventaglio di scelte che sembra infinito – sia fondamentale recuperare le proprie coordinate e ritrovare i veri interessi: ciò che la stessa artista definisce appropriatamente “mappa interiore”.

Sotto il profilo musicale, “Character” segue le orme dei due album che l’hanno preceduto, cercando semmai di affinarne la scrittura ed evidenziarne le peculiarità. Il sound risulta essenziale anche laddove gli elementi si stratificano: violoncello, field recording e soffusi accompagnamenti elettronici s’intrecciano, tracciando traiettorie in grado di abbracciare l’intero spettro emozionale, dalle aperture ariose ai passaggi cupi e introversi, perseguendo il fragile equilibrio tra sperimentazione e tensione espressiva. Obiettivo che “Character” raggiunge con apparente facilità, consacrando Julia Kent non solo come musicista di rango (Antony and the Johnsons), ma anche quale raffinata compositrice.

Il torpore diffuso circoscritto dal droning di “Ebb” si tramuta nell’elegante fraseggio di “Transportation”, brano capace di schiudersi un giro dopo l’altro. “Flicker”, a suo modo il pezzo più barocco dell’opera, apre la strada alla circolare sontuosità di “Tourbillon”, la stella più brillante nel firmamento privato della violoncellista canadese. La parte centrale di “Character” ne rappresenta il versante più oscuro, declinato prima nella monumentale lentezza di “Fall” e poi, quasi in un moto discendente, nell’asfittica inquietudine di “Kingdom”, con tanto di echi spettrali ad accompagnarne l’intera durata. La lenta nostalgia che ammanta “Only Child” lascia il posto all’estroversa “Intent”, nella quale compare, quasi di sottecchi, l’accompagnamento della drum machine.
“Salute”, ultimo crescendo tra ambient e classica, lascia a “Nina And Oscar” il compito di calare il sipario in un rassicurante stato tra sogno e realtà.

Fabio Guastalla (www.ondarock.it)

marzo 28, 2013 at 11:29 am Lascia un commento

Le 5 Leggende di Peter Ramsey ( dvd e b-ray )

Babbo Natale, la Fatina dei denti, il Coniglio di Pasqua e Sandman proteggono i bambini di tutto il mondo, offrendo loro non solo i doni materiali ma anche la capacità di meravigliarsi, di fantasticare, di sperare, di sognare. Li ha scelti tanto tempo fa l’Uomo nella Luna, il saggio osservatore delle vicende terrestri. Accade, però, che ora l’Uomo Nero (Pitch, da “pitch black”, buio pesto) sia deciso a scalzarli, seminando la paura nelle menti dei bambini e trasformando i loro sogni d’oro in incubi neri come la pece. Per tentare di fermarlo, l’Uomo nella Luna ha indicato alle quattro leggende l’aiuto di un quinto “guardiano”: lo scanzonato e dispettoso Jack Frost. Tuttavia Jack non si crede all’altezza del compito: i bambini nemmeno lo vedono, non hanno mai creduto in lui. Per capire davvero chi può diventare, allora, Jack deve prima capire chi è stato e risalire ai suoi ricordi d’infanzia, quando era ancora un bambino normale.
Il film DreamWorks di Natale quest’anno punta in alto e centra il bersaglio, mettendosi per la prima volta alla pari con l’ultimo Pixar, “Ribelle”, se proprio si vuol restare in tema di competizioni e di frecce all’arco. Ma il confronto più utile da fare è un altro e si gioca a livello di fabula. È alle recenti revisioni dei film di supereroi che guarda questo “Rise of the guardians” (fin dal titolo), ovvero alla riscrittura della mitologia dalle origini. Che il progetto sia ambizioso e destinato a porre i semi di una gittata di lungo corso, lo dimostra l’impegno in fase di scrittura, con William Joyce arruolato per lavorare contemporaneamente alla saga letteraria e al film (sceneggiato da D. Lindsay-Abaire), ma evitando la sovrapposizione immediata. Se la Aardman si era spinta a dare un’aggiustatina alla composizione famigliare di Babbo Natale, indovinando un terreno sempreverde con enormi spiragli d’inserimento, nonostante la longevità della tradizione, qui l’operazione è palesemente più massiccia e simile ad una ricolonizzazione in tutta regola. Sunny, Tooth, Sandy, Boogey e Manny appartengono alla cultura anglosassone, in alcuni casi, o a più antiche culture nordiche, e vanno importati in Europa e nel resto del mondo con la giusta strategia di comunicazione. Un po’ come la festa di Halloween, che non ha caso ha trovato proprio nel cinema l’autostrada della sua diffusione. Scegliendo di privilegiare la storia di Jack Frost, perché è quella che meglio si presta alla messa in discussione che fa gioco al film, Le 5 leggende di fatto riscrive anche gli altri personaggi e si prepara la pista per futuri sbarchi.
Al di là dell’operazione commercial-ideologica, il film di Peter Ramsey riesce, fortunatamente, anche sotto parecchi altri aspetti: ha ritmo, è inventivo, contiene il pericolo di straripamento retorico (per quanto possibile sotto Natale) e coniuga sapientemente mezzo e messaggio, ruotando, in fin dei conti, attorno ad una necessaria sospensione dell’incredulità.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

marzo 27, 2013 at 10:49 am Lascia un commento

Il matrimonio che vorrei di David Frankel ( dvd e b-ray )

Kay e Arnold sono sposati da più di trent’anni. Le loro abitudini di vita sono ben radicate, ma a dirla tutta soddisfano più lui che lei. Ora che i figli sono fuori di casa, Kay si sente più sola di prima, si scopre infelice e decide di prendere in mano la situazione. Venuta a sapere della settimana intensiva di terapia di coppia che il rinomato dottor Feld tiene ogni anno nel Maine, trascina là lo scettico Arnold, in cerca della miccia che possa riaccendere tra loro la scintilla che si è spenta con gli anni (o che potrebbe anche non esserci mai stata).
Meryl Streep ha tanti primati, ma il più importante è probabilmente quello di continuare a dimostrare alla sua stessa casa madre, vale a dire alle produzioni hollywoodiane, che di ruoli femminili per la sua età ce ne sono eccome, spesso migliori e più incisivi e memorabili di quelli di tante colleghe più giovani. Al punto che s’intravedono, in alcuni titoli della stagione appena passata e di quella futura che s’approssima, i segnali di un mutamento del mercato, che lascia sempre più spazio a film come questo, indirizzati appositamente ad un pubblico di “maggiori di”. In questo caso, poi, il merito raddoppia, perché, non solo la Streep si lascia invecchiare più del necessario, ma fa in tutto e per tutto coppia con Tommy Lee Jones. E non si sa più chi offra la prestazione migliore, alla fine dei conti, perché se è il personaggio di Kay il motore del film, la prima a rispondere ad ogni richiesta imbarazzante e a mettersi in gioco sfidando le sicurezze, è però il personaggio di Arnold quello che compie il percorso più lungo e difficile, data la forza delle sue resistenze.
Chi si aspetta la poesia del ritrovarsi, l’elogio della coppia sopravvissuta ai temporali e ai fulmini del trascorrere del tempo, è piuttosto fuori strada: siamo in America, terra di guru, di pragmatica e di manualistica. E per il film di Frankel questo non è affatto un difetto. Al contrario, è proprio la messa in scena della “prassi”, fino al punto da rendere alcune sequenze quasi scomode, a fare l’onestà del film. La narrazione, di per sé, è furbetta: vuol farci credere di entrare nel tinello di una coppia particolare, ma in realtà si tiene opportunisticamente sul generico, perché scatti un’identificazione il più possibile universale. Nella scrittura delle singole scene, però, la sceneggiatrice Vanessa Taylor (che è la vera autrice del film, essendo il regista venuto in un secondo momento, grazie ad una scelta sostanzialmente di comodo) non stacca mai la penna dal foglio prima del tempo, offrendo così allo spettatore –non proprio una seduta di terapia- ma una visita veritiera e documentata dentro il mondo che racconta.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

marzo 26, 2013 at 11:04 am Lascia un commento

Le migliori cose del mondo di Lais Bodanzky ( dvd )

Hermano ha quindici anni e una chitarra scordata. Fratello di Pedro, ventenne fragile e sensibile, Hermano deve affrontare la sua prima volta e il divorzio improvviso dei genitori. Lo accompagnano lungo i ‘corridoi’ della vita gli esuberanti amici e l’inseparabile Carol, adolescente impegnata e invaghita del giovane professore di fisica. Dopo aver scoperto l’omosessualità del padre e averne incontrato il nuovo partner, Hermano scivola in una profonda crisi da cui uscirà maturato e trasformato. Lezione dopo lezione accorderà la sua chitarra e suonerà finalmente la sua musica, stringendo tra le braccia la ragazza del cuore.
Romanzo di formazione per immagini, Le migliori cose del mondo racconta il quotidiano di un adolescente che incappa in un evento più grande di lui, uscendone profondamente e irreversibilmente cambiato. Facendo agire il suo protagonista nella realtà, il film è ispirato a una collana di libri per ragazzi ma soprattutto muove dai colloqui realizzati in diversi istituti di San Paolo, Laís Bodanzky fa di quella concretezza il motore della crescita e del cambiamento individuale. Pieno di slanci generosi, alla maniera di Hermano, Le migliori cose del mondo è un film soprattutto (ma non solo) per i ragazzi, che prova a tenersi lontano dagli stereotipi del genere e dal prodotto di puro intrattenimento. Senza essere pedantemente didattico o buonista, questa seconda opera brasiliana indaga e approfondisce lo sviluppo caratteriale ed emotivo dei ragazzi, le attese della giovinezza e la crescita della passione, per una compagna di scuola, per il teatro o per la musica. E proprio la musica svolge un ruolo predominante nella formazione del giovane Hermano, impegnato nello studio della chitarra classica e deciso a trovare una voce per cantare e dirsi. La sua voce over e ridondante, perché immerge in una finta lontananza una materia narrativa che necessitava forse di un trattamento più vivo e meno impagliato nei toni della rimembranza elegiaca, lo introduce e lo coglie in quell’età ingrata in cui si prova a ritagliarsi uno spazio nel mondo cercando credito (anche) fuori dalla famiglia. Tra le angherie di compagni che negli anni della crudeltà riescono a essere solo cattivi e canzonatori e le incomprensioni di un padre dimissionario e innamorato di un nuovo amore, Hermano sperimenta le cose del mondo, dubitando, rifiutando e coltivando attraverso il pop dei Beatles la propria fantasia e la propria peculiarità. Svolgendo la vita di Hermano, Mano per gli amici, la regista affronta in maniera trasversale il tema del bullismo, della discriminazione, dell’omofobia, dell’idiozia praticata congiuntamente da ragazzi e genitori. Equilibrato e prossimo per sensibilità all’imprevedibilità dell’esistenza, Le cose migliori del mondo è abitato nondimeno da adulti consapevoli e civili nell’affrontare la durezza di certe situazioni e la crescita dei propri figli, dentro famiglie unite nella separazione. Famiglie contro cui nulla possono paure che hanno la consistenza del sogno e di un’età già alle spalle.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

 

marzo 25, 2013 at 6:05 pm Lascia un commento

Ruby Sparks di Jonathan Dayton e Valerie Faris

Calvin Weir-Fields è un giovane scrittore che ha già assaporato il gusto del successo con il suo primo romanzo. Ora però gli anni sono passati ma la creatività sembra averlo abbandonato (complice anche una vita amorosa non gratificante). Fino a quando comincia a sognare di una ragazza che diviene la sua fonte di ispirazione. Le dà il nome Ruby è comincia a costruire una storia su di lei. Il blocco dello scrittore sembra brillantemente superato ma un giorno accade l’impensabile: Ruby si materializza in casa sua. Calvin se ne innamora e ha un vantaggio: può farle fare ciò che vuole.
La premiata coppia Dayton-Faris torna dietro la macchina da presa e lo fa alla sua maniera (perlomeno sul piano della preproduzione). Offre il ruolo da protagonista alla giovane attrice Zoe Kazan che però è anche colei che ha scritto la sceneggiatura. Co-protagonista è Paul Dano (già presente in Little Miss Sunshine che è compagno nella vita da molti anni proprio della Kazan. Dal lavoro di queste due coppie nasce un film meno originale nell’assunto rispetto al precedente ma con una sua sottotraccia particolarmente realistica pur nell’approccio di fantasia. Di rapporti tra il creatore è la creatura è ricca la letteratura più alta dal “Pigmalione” di George Bernard Shaw al “Frankenstein” di Mary Shelley.
Il cinema ha a sua volta affrontato il tema in più occasioni ma ciò che distingue Ruby Sparks dai predecessori è proprio quanto va oltre questo aspetto. Perché quello che il film indaga è in realtà il rapporto sbagliato che in tante occasioni si instaura tra uomo e donna. Uno dei due (in questo caso l’uomo) si sente in diritto (per differenza d’età, di cultura o quant’altro) di scegliere per l’altro. Questo inizialmente può anche funzionare ma alla lunga (quando la personalità del partner riesce ad emergere) fa sì che il rapporto si logori. Così Calvin, che ha idealizzato la ‘sua’ Ruby, può permettersi di controllarla attraverso la scrittura. Ma come potrebbe reagire se lei pretendesse di assumere in proprio le decisioni che la riguardano?
Dayton e Faris si trasferiscono dalla commedia amara di impianto sociale a un’apparente romantic comedy ma anche in questa occasione sanno come concentrarsi su una dinamica disfunzionale. Sicuramente più ‘privata’ ma non per questo meno interessante.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

marzo 23, 2013 at 11:33 am Lascia un commento

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