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1917 regia di Sam Mendes – recensione di Stefania De Zorzi

1917

Sam Mendes è un regista relativamente poco prolifico, da cui tuttavia lo spettatore può attendersi un’interpretazione sempre originale dei canoni di genere: in 1917  non tradisce le aspettative, e confeziona un film tanto straordinario dal punto di vista formale, quanto essenziale fino alla scarnificazione nella trama e nei dialoghi.
Due caporali dell’esercito inglese, William Schofield/George MacKay e Tom Blake/Dean-Charles Chapman, di stanza in Francia nel 1917, ricevono dal generale Erinmore/Colin Firth l’ingrato compito di consegnare al colonnello MacKenzie/Benedict Cumberbatch il dispaccio contenente l’ordine di sospendere un attacco in forze contro i tedeschi, che si rivelerebbe una trappola mortale per 1600 uomini. Per portare a termine la loro missione, i due soldati devono attraversare nell’arco di poche ore una “terra di nessuno” irta di insidie.
Mendes gira tutto il film dando la parvenza di un piano sequenza ininterrotto, in cui la macchina da presa non cessa (quasi) mai di seguire i suoi protagonisti, con un unico stacco poco oltre la metà: in realtà, come dichiarato dal regista,  ci sono dei raccordi fra alcune inquadrature, che rimangono però invisibili agli occhi del pubblico. La tecnica è volta a creare diversi effetti: l’immersione totalizzante dello spettatore nella vicenda è quello forse più evidente, anche se non è da meno il gioco emotivo fra l’intensità dei primi piani sui volti dei personaggi, e l’allontanamento progressivo usando campi medi e lunghi che svelano il mondo attorno a loro, in una prospettiva che muta continuamente dal soggettivo all’oggettivo e ritorno.
Il risultato finale è quello di un videogioco estremamente sofisticato in cui i personaggi devono affrontare vari livelli, dall’Inferno dantesco delle trincee abbandonate, da cui spuntano i volti e gli arti dei cadaveri semi-sepolti nel fango, al cascinale dall’aria sinistra, al paese in fiamme, e così via fino all’ultimo, sospirato traguardo rappresentato dal raggiungimento del battaglione Devon al di là della foresta.
Luci e colori, in una commistione di richiami pittorici e tecnologici, esasperano gli effetti drammatici e un senso complessivo di irrealtà, fra il verde saturo dei campi, il bianco accecante della sabbia, il chiaroscuro denso di pericoli mortali della città invasa dai tedeschi.
Si rimane ammirati dal virtuosismo con cui Mendes dirige questa sorta di sparatutto, in cui la macchina da presa ruota attorno ai protagonisti per leggerne le emozioni o invece per focalizzarsi su un potenziale pericolo, così da dare la sensazione allo spettatore di indossare un visore tridimensionale di realtà virtuale. Al tempo stesso l’estrema semplificazione della storia e della sceneggiatura può dare adito a qualche perplessità.
Seppure il tema e la tecnica immersiva lo accomunino a Nolan, Mendes è più dalle parti di Mad Max: Fury Road, che di Dunkirk: privilegia in modo netto la forma rispetto alla sostanza, forse perché sulle due guerre mondiali è già stato detto tanto, che nel 2020 non è importante ciò che si dice sull’argomento, quanto il modo in cui lo si fa.
Il cast  annovera protagonisti bravi ma semi-sconosciuti, per scelta registica, così da non influenzare le aspettative del pubblico rispetto al carico evocativo di nomi molto noti, mentre gli attori famosi rimangono come contorno di lusso.
Alcuni momenti spiccano sopra agli altri: l’interminabile attraversamento iniziale della trincea claustrofobica e serpeggiante, affollata di uomini ammassati gli uni sugli altri (qui il precedente di Birdman è evidente), così come la malinconica, emozionante ballata cantata nella foresta: perché se la trama è scarna, il pathos e la partecipazione agli eventi narrati non mancano affatto.
Film da vedere, assolutamente al cinema.

 

gennaio 29, 2020 at 10:52 am Lascia un commento


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