Archive for giugno, 2018

“madre!” di Darren Aronofsky (ri) visto e maltrattato per noi da Francesca M. Fontana

Madre

Una giovane donna vive segregata in campagna, in una villa che, da fuori sembra una torta, mentre dentro sposa uno stile shabby chic al limite della decenza. Lei la sta ristrutturando con pazienza, tipo muratore ma sempre impeccabile, truccata e con acconciature pazzesche. Il suo compagno non fa altro che dire che la ama e nel frattempo si fa servire senza ritegno: fino a qui non hai detto nulla di nuovo Aronofsky. Lui è uno scrittore con il blocco dello scrittore, cliché che non fa venire in mente nulla nella cinematografia precedente. Lei è implacabile ..Tra un lavoro di stucco e un’aggiustatina agli impianti, due lavatrici e un’avvitatina ai bulloni, questa donna cucina pure l’impossibile. La tranquillità di questa prigione domestica è messa a repentaglio dall’arrivo di ospiti scrocconi, di base sconosciuti, che non fanno che sporcare il parchet immacolato (sconsiglio sempre di lasciarlo al naturale) fumare in casa, vomitare, perdere sangue e, nel caso uccidersi tra loro. Un ragazzo perde la vita nel salotto, non prima di aver comunque polverizzato 4 vasi e due sedie. Lei comunque mantiene un applomb eccezionale. Pulisce tutto (compreso un pavimento che sanguina in autonomia) congeda i guastafeste e riporta tutto all’ordine. Ah, resta anche incinta sull’onda dell’emozione di aver assistito ad un omicidio. Per nove mesi regna la calma. Poi, dall’oggi al domani in vero stile Polanski, lo scrittore ritrova il successo, e proprio quando lei ha preparato un vero pranzo del Ringraziamento ad uso e consumo di due soli commensali, arriva un’orda barbarica ad assediare la casa. Nulla si salva, a partire dalla torta di carote. Nonostante la demolizione abbia inizio e lo scrittore si faccia bello al suo pubblico, lei impiega almeno 10 minuti di riprese prima di scomporsi. Alla decima strattonata, dopo essersi fatta quasi calpestare sente come la voglia di partorire. E qui mi fermo. Da questo capolavoro della settima arte posso affermare che: Ed Harris se vuole riesce ad essere del tutto insostenibile, Michelle Pfeiffer (come dice mio padre) è bella ma bisognerebbe vederla appena alzata, Jennifer Lawrence fa uso prematuro di Botox, Javier Bardem può dare il minimo sindacale e Darren Aronofsky dovrebbe smettere di leggere la Bibbia.

giugno 16, 2018 at 9:56 am Lascia un commento

La Truffa Dei Logan – La rivincita di una famiglia di emarginati. Regia: Steven Soderbergh recensione di Marco Zanini

truffa

Dopo aver visto La Truffa Dei Logan mi è venuto in mente un bell’articolo letto recentemente su Film Tv che parlava de Il Grande Lebowski. Perchè il ritorno di Soderbergh alla regia ha il sapore di quegli anni ’90 dove al cinema la delinquenza e la bassezza venivano portati ad un livello impensabile, quello dell’empatia; vedasi appunto il film dei fratelli Coen, Le Iene e Pulp Fiction di Tarantino, Fight Club di Fincher e Lock & Stock – Pazzi Scatenati, Snatch – Lo Strappo, RocknRolla di Guy Ritchie. Ma d’altronde Steven ci era già entrato in questa nicchia, con gli Ocean’s vari di Clooney e Brad Pitt.

La sua ultima prova quindi sa un po’ di “vecchio”. Aspettate un momento: ho virgolettato la parola vecchio perchè è lungi da me considerare una pellicola degli anni ’90 vecchia (nonostante sia ben frequente la stupida usanza di definire passata una cosa realizzata già due anni fa). Chiarite le percezioni temporali e modaiole bisogna comunque ammettere che era già da qualche anno che non si vedevano film così, e questo è un vero peccato! Perchè prendere in esame il mondo criminale e parlarne con questo tono sarcastico, ironico e appositamente caricaturale funziona sempre e La Truffa Dei Logan ne è la riprova. Soderbergh decide di non ripetersi e mescola le carte. E’ sempre di rapine e truffe che stiamo parlando ma ora via gli abiti eleganti, via il retaggio 007 un po’ fighetto, un po’ marpione e dentro con strafottenza e attitudine da veri emarginati della società. I nuovi personaggi sono quegli ingranaggi fondamentali dell’America repubblicana che riconosciamo bene oggi nelle mani di Trump, ma nonostante questo vengono rigettati e maltrattati dal sistema (assicurazioni, assistenza sanitaria). Perciò quello che cercano è vendetta, per riappropriarsi del diritto alla vita che gli è stato tolto, e a questo punto il fine giustifica i mezzi. Non si può certo dire che La Truffa Dei Logan, dal momento in cui accetta di inscriversi perfettamente in un genere, brilli per originalità (specie se si fa’ caso a trama e dialoghi, che sono comunque ben orchestrati).

Tralasciando poi la sceneggiatura, colma di buchi, è il tratto politico che Soderbergh da’ alla situazione dei Logan a convincere di più, quella necessità di immortalare l’americano medio , ed esaltarlo al di là di ogni possibile contraddizione. Inutile dire che tutto ciò risponde al termine “americanata”, però perdonatemi se la scena della gara di canto della figlia di Jimmy Logan (Channing Tatum), che intona Take Me Home, Country Roads di John Denver, farebbe venire la pelle d’oca a chiunque. Troppo tenera ed emozionante per essere ridotta ad una mera celebrazione dell’americanità. Tutto il film sa essere tenero grazie anche alla simpatia che ci mettono gli attori, nei botta e risposta e nelle battutine divertenti. Jim e Clyde (Adam Driver), con un ginocchio malconcio il primo e senza un braccio il secondo, decidono di dare una svolta alle loro vite tentando il grande colpo ad una celebre gara automobilistica, la Speedway. Jimmy ha tra l’altro appena perso il lavoro proprio per via delle sue condizioni fisiche non dichiarate, ma il suo impiego era proprio come operaio nei sotterranei della Charlotte Motor Speedway. A favore dei fratelli Logan gioca il fatto che al di sotto del circuito, proprio vicino al cantiere, durante i lavori si è aperto un passaggio verso i tubi pneumatici che trasportano il denaro. Il piano sembra studiato nei minimi dettagli e questo comprende far evadere di prigione il noto rapinatore Joe Bang (un grande ed inedito Daniel Craig) per avere un valido aiuto nell’eseguire il colpo. Naturalmente però di questo non dovrà accorgersene nessuno e al termine della rapina Joe dovrà tornare in galera come se niente fosse successo. Ce la faranno gli emarginati discriminati per i loro handicap fisici, fottuti dal sistema, fratelli Logan? Intanto sono sicuro di aver visto un film che rende giustizia ai personaggi e a quell’umorismo tagliente che rappresenta un cinema capace di mettere tutti d’accordo.

Zanini Marco

giugno 9, 2018 at 4:54 pm Lascia un commento

Solo: A Star Wars Story di Ron Howard recensione di Stefania De zorzi

solo

In “Solo:a Star Wars Story”, ultimo spin-off della saga di Guerre Stellari dedicato all’omonimo personaggio agli esordi della sua carriera di mercenario, il regista Ron Howard si cimenta con un’impresa facile e difficile allo stesso tempo: facile per l’affetto di vecchia data dei fan nei confronti di un (anti)-eroe ormai leggendario, e difficile per il confronto tra il poco conosciuto Alden Ehrenreich e lo splendente Harrison Ford degli anni Settanta – Ottanta.
Il giovane Han (Solo si scopre essere un nomen omen), in fuga dal pianeta Corellia, è costretto a separarsi suo malgrado dall’amata Qi’ra/Emilia Clarke: divenuto pilota spaziale e poi declassato a fante, dopo tre anni entra a far parte della banda capeggiata dall’avventuriero Tobias Beckett/Woody Harrelson. Dopo una rapina andata male, il protagonista ritrova Qi’ra al fianco del violento Dryden Vos/Paul Bettany, capo del sindacato criminale Alba Cremisi, per conto del quale sia lui che Beckett devono rubare il coassio, un prezioso iper-carburante. Nel corso di varie peripezie Han cerca di riconquistare l’ex-fidanzata sottraendola alle grinfie di Vos, e diventa pilota del Millennium Falcon.
Ron Howard gioca con i generi, incerto all’inizio fra toni ironici e drammatici: in una stazione spaziale squallida e popolata di clandestini inserisce richiami alla condizione odierna dei migranti oppressi e fuggitivi; subito dopo lo scenario diventa bellico, in una guerra che ricorda il primo conflitto mondiale, con trincee fangose e soldati massacrati in nome di una causa ingiusta. Finalmente Han incontra (o meglio si scontra) con Chewbecca, e da qui il film decolla, in un crescendo avventuroso che rilegge in chiave fantascientifica la classica rapina al treno, così come l’atmosfera glamour di certi film noir anni Quaranta (la scena nella lussuosa astronave di Vos, con Qi’ra diventata una sorta di pupa del gangster). La composizione narrativa è articolata ma coerente, col contorno di una simpatica droide-suffragetta, dello spregiudicato Lando Carlissian/Donald Glover, e di un titanico kraken spaziale, fino alle radici della ribellione contro l’Impero.
Non mancano alcune sbavature: Emilia Clarke difetta del fascino tenebroso che ci si aspetterebbe dal suo personaggio, mentre ad ogni scena romantica scatta un accompagnamento musicale melenso (quasi parodistica la scena nella cabina armadio del Millennium Falcon) . A parte questi peccati (veniali), Howard confeziona un film godibile, sostenuto da un ritmo forsennato e da una sceneggiatura solida, firmata da Jon e Lawrence Kasdan. Soprattutto il protagonista è azzeccato nell’aspetto, nei modi e nel ruolo: in un paio di momenti di grazia mostra perfino la smorfia sexy, irresistibile marchio di fabbrica di Ford.
Ritrovare Solo giovane e pimpante è una gioia, dopo averlo perso ormai vecchio e disilluso in maniera drammatica nel penultimo episodio della saga: in aggiunta l’eroe qui ha un candore scanzonato scevro da cinismo, è un po’cialtrone ma non troppo, e dà allo spettatore nostalgico l’illusione che tutta la grande avventura possa cominciare da capo, riattualizzando con brio una storia altrimenti già nota. Da vedere, prossimi al piacere ludico dell’ultimo Star Wars più che alle vette tragiche di “Rogue-One”.

giugno 1, 2018 at 3:48 pm Lascia un commento


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