Archive for maggio, 2012

Albert Nobbs di Rodrigo Garcia ( dvd e b-ray )

Siamo nell’Irlanda del diciottesimo secolo. Albert Nobbs è migliore dei camerieri che lavorano in un albergo di Dublino. La sua vita è totalmente dedicata a svolgere la sua professione il meglio possibile, in modo da poter guadagnare il denaro necessario per aprire in futuro una sua attività commerciale. Albert Nobbs ha però un segreto: è una donna. Quando nell’albergo arriva un pittore che deve imbiancare gli interni la sua copertura vacilla. Proprio nel momento di massima difficoltà però Nobbs scopre una persona in grado di capire il suo segreto e di aiutarla a sopportare la frustrazione e il dolore di una condizione così disperata. Rinfrancata da questa nuova amicizia la donna può dedicarsi più serena a costruire il proprio futuro. Dopo averlo interpretato a teatro nel 1982 Glenn Close è finalmente riuscita, superati quasi trent’anni di ripetuti tentativi andati a vuoto, a portare al cinema questa figura controversa e drammatica. Lo ha fatto grazie al suo amico e regista fidato Rodrigo García, con cui negli ultimi anni aveva girato due lungometraggi. Rispetto ai precedenti lavori non si è puntato all’intimismo stilizzato e all’introspezione psicologica, quanto piuttosto alla ricostruzione storica precisa e alla messa in scena elegante. Già di per sé il soggetto di partenza conteneva elementi drammatici e insieme più leggeri in grado di funzionare a dovere. E così infatti succede nella prima parte di Albert Nobbs, retto dalla bella atmosfera e da una Glenn Close che nel costruire la mimica e la vita interiore del personaggio principale è sontuosa. A livello di lavoro sul corpo, sui gesti, sulla sottrazione dovuta alla ricerca di compostezza, la sua prova è degna di essere paragonata a quella del dolente maggiordomo Anthony Hopkins in un film per certi aspetti molto simile a questo, Quel che resta del giorno di James Ivory. Raffinato, gentile, pieno di trovate di fine umorismo, il film si sviluppa nella definizione della storia in maniera molto precisa. Accanto alla Close un gruppo di attori affiatatissimo, su cui spiccano la grintosa Janet McTeer, un raffinato Brendan Gleeson e la stella ormai consolidata di Mia Wasikowska. L’unico a non convincere pienamente nel ruolo del giovane aitante ma truffaldino è Aaron Johnson. Finché si tratta di raccontare la drammatica vicenda di una donna costretta a fingersi uomo per sopravvivere, Albert Nobbs funziona a meraviglia. Quando però la sceneggiatura cambia direzione e comincia ad inscenare i piani della protagonista per costruirsi un futuro migliore, ecco che i meccanismi narrativi si inceppano e la narrazione diventa meno credibile. L’ostinazione con cui Nobbs ad esempio decide di sposare la dolce e sfortunata cameriera non ha una giustificazione logica abbastanza forte da convincere gli spettatori. Il film rimane comunque guardabile in virtù delle prove d’attore sempre altissime, ma nella seconda metà diventa sicuramente meno avvincente rispetto a quanto settato nella prima. Accurato nella messa in scena, il lungometraggio di Rodrigo García rimane un’opera fondamentalmente incompiuta soprattutto a causa di una sceneggiatura che, basandosi su un soggetto molto difficile da strutturare, non riesce del tutto a equilibrare storie e situazioni di difficilissima gestione. Albert Nobbs merita però la visione per la bellissima e misurata prova d’attrice di Glenn Close, finalmente tornata a regalarci la sua enorme bravura anche sul grande schermo.

Adriano Ercolani ( www.mymovies.it)

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maggio 31, 2012 at 11:06 am Lascia un commento

War Horse di Steven Spielberg ( dvd e b-ray )

Chi meglio di Spielberg ha saputo, nell’arco di una lunga e prolifica carriera cinematografica, semplificare gli orrori della storia riportandoli a un piano di sentimenti personali, e dunque facilmente avvicinabili. Storie intime e di rara umanità attraverso le quali Spielberg ci ha parlato, senza salire in cattedra ma scendendo sempre ad altezza uomo o più in basso (magari ad altezza E.T.), della Seconda Guerra Mondiale (sperando di salvare il soldato Ryan) o della Shoah (misurando l’inumano tramite le gesta umane dell’uomo Schindler) facendo sempre leva sull’assolutezza di sentimenti capaci di travalicare la cupezza estemporanea di terribili momenti storici e ritrovare invece la solidarietà di certe azioni che, già da sole, hanno il potere di riconciliare alla vita. Con War Horse Spielberg riprende e rielabora due dei temi a lui più cari: la scure della guerra e la luce dei buoni sentimenti (amicizia, solidarietà, fiducia nel prossimo). Due elementi che per la prima volta convergono nel tono favolistico di un racconto che pone l’evento (la Grande Guerra) in secondo piano rispetto al sentimento di lealtà maturato tra un ragazzo e un cavallo che il destino ha messo sulla stessa strada. Tratto dal bestseller per ragazzi di Michael Morpurgo e poi adattato in uno spettacolo teatrale di grande successo prima di diventare anche film, War Horse narra infatti la storia di Joey (che non a caso si legge come joy, gioia), cavallo dalla grande indole che si spenderà nel corso della (sua) vita (e della prima guerra mondiale) per salvare o impreziosire le vite degli esseri umani che il fato metterà sul suo cammino, persone invaghitesi della lucentezza del suo manto o della potenza dei suoi zoccoli. Da questa parabola a episodi che corre al galoppo seguendo le tracce di un equino speciale, Spielberg trae lo spunto per osservare la morte e la disperazione di una guerra, fatta di ragazzi che cadono a grappoli nella solitudine delle trincee, sfruttando il distacco e la neutralità di un essere innocente spinto solo dall’istinto di sopravvivenza e dal desiderio di ricongiungersi al proprio padroncino. L’orrore scorre dunque sullo sfondo mentre in primo piano, al galoppo tra gli idilliaci paesaggi del Devon e nel grigiore dei campi di guerra, la corsa di Joey è un chiudere gli occhi e lanciarsi nell’abisso, con la speranza di risvegliarsi nel calore della propria stalla e nell’abbraccio di una persona cara. Home sweet home.

Elena Pedoto (www.everyeye.it)

maggio 30, 2012 at 5:26 pm Lascia un commento

Patrick Watson – Adventures in your own backyard ( cd – lp )

Le ambiziose creazioni che in “Wooden Arms” e “Closing to Paradise” avevano indispettito i mediocri non sono volate via: anche se le pagine di “Adventures In Your Own Backyard” non ostentano la stessa irruenza e complessità, tutto è ancora imponente nella musica dei Patrick Watson.
Mishka Stein (basso), Simon Angell (chitarra) e Robbie Kuster (batteria), insieme al tasterista e cantante autorevole depositario del nome della band, hanno intrapreso la perigliosa strada della maturità minimalista.
 
Il folk dalle tinte pastello e il classicheggiante incedere delle soluzioni strumentali conoscono tutti i segreti del jazz e della psichedelica anni 70; il melange sonoro costruito in dieci anni di carriera è una delle realtà più originali della musica di questi anni. L’amicizia con la Cinematic Orchestra e i concerti con Andrew Bird hanno placato l’ego, istruendo un uso di timbri e colori più delicato e disciplinato.
La virtude ha incontrato  la quiete senza perdere forza, non c’è più bisogno di un orchestra per evocare la magniloquenza, e così in “The Quiet Crowd” il piano prende in mano il lirismo con un suono cameristico e assaggi di Debussy. Tra graziose incursioni di voce e violini prende vita una nuova forma di musica ambient, che flirta col folk e la natura più antica della pop music senza perdere il tono aulico.
 
Mai cosi fisico e diretto, il suono dei Patrick Watson indugia in unte tracce di blues nel brano più distratto e disordinato della loro carriera, “Morning Sheets”, e carezza suggestioni infantili e bucoliche nel delizioso finger-picking di “Words In The Fire”, che sembra rubato ai sogni di Simon & Garfunkel.
“Adventures In Your Own Backyard” non perde di vista le visionarie costruzioni dei capitoli precedenti, in “Lighthouse” l’atmosfera tenue e fiabesca del sognante minuetto si apre a tentazioni orchestrali con trombe spagnoleggianti e un romanticismo decadente ed evocativo, che rumori e ritmi sordi trascinano in un imponente finale.
 
La scrittura dei brani è frutto di una maturità e di una consapevolezza seducenti, la magia viene evocata con pochi elementi che sottolineano la costruzione sempre forbita e colta delle dodici tracce. La title track veste il suo spirito folk di suoni gitani, neoclassicismo e lirica con guizzi di melodramma e virtuosismi da commediante, e la virata quasi brusca verso il nonsense di “Strange Crooked Road” confonde le carte solo per rimettere in gioco illusione e virtù di un disco straordinario. L’incantesimo di “Step Out For A While” è irresistibile, con il suo ritmo circense e i suoni alieni di oggetti-strumento che tra incursioni noise di chitarra; i suoi cambi repentini di soluzioni ritmiche fanno scivolare in un valzer dal sapore country-folk.
La grande rivoluzione nella musica dei Patrick Watson avviene con delicate incursioni in meandri oscuri, che hanno il profumo di una tragedia teatrale in “The Things You Do” o la leggiadria grottesca della musica popolare in “Blackwind”.

La semplificazione stilistica è perfettamente riuscita in “Adventures In Your Own Backyard”, il fascino retrò dello splendido pop-folk di “Into Giants” ha anticipato al pubblico tutto il fascino dell’opera, un insieme di armonie irresistibili e ricche di magia che non perdono neanche un briciolo di originalità ad ogni ascolto.
Il fascino surreale della musica dei Patrick Watson è intatto, le suggestioni folk, psichedeliche e neoclassiche sono ancora più intense, ma tutto è più comprensibile e diretto, il sound raffinato e personale non conosce ancora la routine e vola alto con una leggerezza incantevole.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

maggio 28, 2012 at 9:44 am Lascia un commento

Beach House – Bloom ( cd – 2lp )

Forti del successo riscosso con l’ottimo “Teen Dream“, Alex Scally e Victoria Legrand procedono spediti nell’addobbare la loro bella casetta sulla spiaggia, tra organetti vintage tirati a lucido e colori pastello a tingere le pareti. Accantonati poi i primi vagiti lo-fi esposti nei primi due album, con “Bloom” (quarto disco prodotto in sei anni) i due Beach House paiono essersi allegramente adagiati verso una brillante e talvolta minuziosa formula dream-pop. Ecco quindi subentrare una maggiore cura di ogni singola rifinitura. Mentre le melodie, rese ancor più fatate e leggiadre, sottolineano ancora una volta l’elevata capacità dei due americani di intrattenere l’ascoltatore mediante un neoromanticismo pop florido e ardente di passione.

Così, l’arpeggio introduttivo di “Myth” riprende là dove “Zebra” dava vita a nuove ascensioni armoniche, con la dolce Victoria ancor più sicura delle proprie capacità canore e ben ferma sugli acuti. Del resto, ai due piccioncini bastano pochi accordi per sedurre. E nonostante la presenza di un’apparente “ripetitività” di fondo, ogni canzone vira con garbo a una fluorescenza melodica puntualmente trepidante. Parimenti, in più di un’occasione salta fuori la sensazione di trovarsi a un’intima festa, dove ogni stanza è accuratamente adornata di fiori e palloncini da far esplodere allegramente al proprio passaggio, tra giochi di luce e sorrisi smaglianti. Le atmosfere celestiali assumono dunque una centralità ancor più assoluta e a ogni flemmatica partenza segue un’esplosione di gioia in cui poter cullare i propri sogni (“Wishes”, “Lazuli”), con il buon Scally sempre più a suo agio nelle vesti dell’arrangiatore travestito da timido giullare. E anche quando pare subentrare un’insolita malinconia, è la consueta trasognata sospensione vocale della Legrand ad alleggerire lievemente gli umori (“Troublemaker”). Mentre la ninna nanna di “On The Sea” e la cullante “Irene” avvisano in coda che le celebrazioni stanno per concludersi ed è quindi giunta l’ora di aprire gli occhi, tornare alla realtà e alla vita di tutti i giorni, in un sublime incastro di velati gemiti, morbide spirali acustiche e calde effusioni ritmiche.

Se “Teen Dream” poneva le basi per un “nuovo” celeste cammino, “Bloom” ricalca a meraviglia una formula dream-pop mai così perfettamente riconoscibile, confermando appieno la bontà e le preziose doti compositive del duo di Baltimora.

Giuliano Delli Paoli (www.ondarock.it)

maggio 26, 2012 at 9:29 am 1 commento

L’arte di vincere di Bennett Miller ( dvd e b-ray )

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che però non può competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Quando al termine di una buona stagione il general manager Billy Beane si vede portar via i suoi tre migliori giocatori, la loro sostituzione diventa impossibile, soprattutto con i pochissimi soldi a disposizione. A questo punto però Beane incontra Peter Brand, giovane laureato in economia che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti. Beane abbraccia la filosofia del ragazzo e rifonda la squadra con nomi sconosciuti o apparenti scarti, lasciando basiti tutti i collaboratori degli Oakland Athletics, compreso l’allenatore Art Howe. All’inizio le cose non sembrano funzionare, ma pian piano il “sistema” messo in piedi da Beane Brand comincia a dare frutti insperati…
L’idea giusta nell’uomo sbagliato. Così potremmo sintetizzare l’idea portante de L’arte di vincere, seconda regia di Bennett Miller presentata al Toronto Film Festival. Questa è la bellezza intrinseca del personaggio principale, Billy Beane, interpretato alla perfezione da Brad Pitt: un uomo che è stato sconfitto come giocatore dal sistema vigente nel mondo del baseball e che da dirigente tenta con ogni mezzo di cambiarlo quando ne vede la reale opportunità. Una figura tutt’altro che eroica quella tratteggiata dalla penna di Steven Zaillian e Aaron Sorkin e per questo molto interessante: Beane è ossessionato dal suo lavoro, anche nel successo continua inconsciamente a sentirsi uno “sconfitto” – non guarda mai le partite allo stadio, sente dentro di sé di non portare fortuna alla squadra – e lo spirito di rivalsa che lo attanaglia non è ben chiaro neppure a lui. La star, colonna portante del film, gli regala carisma e anche una certa dose di ambigua rabbia repressa, che ad esempio viene sfogata dal costante assaggiare ogni cosa che gli capita a tiro. Accanto a Pitt un efficacissimo Jonah Hill, dopo Cyrus nuovamente alle prese con un ruolo soltanto incidentalmente comico. Utilizzato con poca sapienza invece Philip Seymour Hoffman, eccessivamente sacrificato nella parte dell’allenatore Howe.
L’idea di fondo de L’arte di vincere è molto forte, oseremmo dire “politica” nel senso inteso più ampio del termine, così come lo concepisce Aaron Sorkin: un sistema correttamente eseguito e basato sull’interazione di un gruppo di individui può essere più valido del singolo che eccelle. Miller mette in scena questo messaggio e gli uomini che tentano di renderlo verità con ottima professionalità, aiutato dalla fotografia elegante di Wally Pfister.
L’arte di vincere non deve essere confuso per un semplice film sportivo, quando invece è una storia basata su chi resta nelle retrovie e vede lo sport come comunità, spinta etica, ideale raggiungimento dell’eccellenza. La visione del baseball che il film ci propone è molto interessante, per niente scontata, e dietro di essa ovviamente c’è l’America come ognuno vorrebbe che fosse. Magari anche ferita e rabbiosa, ma sempre disposta a credere nel miglioramento collettivo.

Adriano Ercolani (www.mymovies.it)

maggio 24, 2012 at 12:19 pm Lascia un commento

The Artist di Michel Hazanavicius ( dvd e b-ray )

Hollywood 1927. George Valentin è un notissimo attore del cinema muto. I suoi film avventurosi e romantici attraggono le platee. Un giorno, all’uscita da una prima, una giovane aspirante attrice lo avvicina e si fa fotografare sulla prima pagina di Variety abbracciata a lui. Di lì a poco se la troverà sul set di un film come ballerina. È l’inizio di una carriera tutta in ascesa con il nome di Peppy Miller. Carriera che sarà oggetto di una ulteriore svolta quando il sonoro prenderà il sopravvento e George Valentin verrà rapidamente dimenticato.
Anno Domini 2011, era del 3D che invade con qualche perla e tante scorie gli schermi di tutto il mondo. Michel Hazanavicius porta sullo schermo, con una coproduzione di rilievo, un film non sul cinema muto (che sarebbe già stato di per sé un bel rischio) ma addirittura un film ‘muto’. Cioé un film con musica e cartelli su cui scrivere (neanche tanto spesso) le battute dei personaggi. Si potrebbe subito pensare a un’operazione da filologi cinefili da far circuitare nei cinema d’essai. Non è così. La filologia c’è ed è così accurata da far perdonare l’errore veniale dei titoli di testa scritti con una grafica e su uno sfondo che all’epoa erano appannaggio dei film noir. Hazanavicius conosce in profondità il cinema degli Anni Venti ma questa sua competenza non lo ha raggelato in una riesumazione cinetecaria. Si ride, ci si diverte, magari qualcuno si commuove anche in un film che utilizza tutte le strategie del cinema che fu per raccontare una storia in cui la scommessa più ardua (ma vincente perlomeno al festival di Cannes) è quella di di-mostrare che fondamentalmente le esigenze di un pubblico distante anni luce da quei tempi sono in sostanza le stesse. Al grande schermo si chiede di raccontare una storia in cui degli attori all’altezza si trovino davanti una sceneggiatura e un sistema di riprese che consentano loro di ‘giocare’ con i ruoli che gli sono stati affidati. Se poi il film può essere letto linguisticamente anche a un livello più alto (come accade in questa occasione in particolare con l’uso della colonna sonora di musica e rumori) il risultato può dirsi completo. Per una volta poi si può anche parlare con soddisfazione di un attore ‘cane’. Vedere per credere.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 23, 2012 at 5:50 pm Lascia un commento

Le Idi di Marzo di George Clooney ( dvd e b-ray )

Stephen Meyers è il giovane guru della comunicazione nella campagna per le primarie presidenziali del Partito Democratico negli Stati Uniti di un molto prossimo futuro. Il candidato che sostiene, sotto la supervisione del più anziano Paul Zara, è il governatore Mike Morris. Morris parte svantaggiato ma ha dalla sua l’appeal di un richiamo ai più profondi valori della Costituzione americana visti sotto una luce contemporanea e accattivante. Stephen avrà modo di scoprire progressivamente che Morris, che pensava fosse sufficientemente coerente con gli ideali professati, ha un lato oscuro.
Viviamo davvero in tempi poco raccomandabili se anche George Clooney, progressista doc, lancia l’allarme nei confronti dei meccanismi di una democrazia che procedono grazie all’olio della corruzione e del ricatto. È un romanzo di formazione quello che ci viene proposto sotto le spoglie del thriller politico (dei cui sviluppi è bene sapere il meno possibile prima della visione) e quella formazione coincide con il degrado. Il fatto che Clooney, ispirandosi a un testo teatrale di Beau Willimon, si muova all’interno del campo democratico mostra come sia animato dal desiderio della messa in guardia. Non è una novità per il cinema americano scoperchiare le malefatte del potere, ovunque esso eserciti il suo perverso fascino. Che però questo avvenga in piena era Obama deve preoccuparci ancor più direttamente. Clooney non è diventato un qualunquista di basso livello pronto ad affermare “i politici sono tutti uguali”. Si muove su un piano più elevato e perciò molto più significativo. Attraverso il mutamento (anche di espressioni) dell’efficace Ryan Gosling sembra volerci ricordare come la democrazia stia sempre più trasformandosi in una parola che si è svuotata del significato originario per includere invece opportunismi e compromessi da cui nessuno è esente. I rapporti tra esseri umani finiscono con il dissolversi facendo sì che le parole stesse perdano totalmente il loro valore.
Clooney non risparmia neanche il mondo dei media, grazie al personaggio affidato a una Marisa Tomei in grado di mostrare come il ruolo della giornalista che si occupa di politica sia al contempo quello di cacciatore e preda. I pugnali delle Idi di marzo possono anche uccidere ma, soprattutto, sono in grado di infliggere ferite che sembrano apparentemente rimarginarsi mentre in realtà danno inizio a un processo di putrefazione delle coscienze che rischia di coinvolgerci tutti.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 22, 2012 at 4:27 pm Lascia un commento

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