Archive for maggio, 2012

Albert Nobbs di Rodrigo Garcia ( dvd e b-ray )

Siamo nell’Irlanda del diciottesimo secolo. Albert Nobbs è migliore dei camerieri che lavorano in un albergo di Dublino. La sua vita è totalmente dedicata a svolgere la sua professione il meglio possibile, in modo da poter guadagnare il denaro necessario per aprire in futuro una sua attività commerciale. Albert Nobbs ha però un segreto: è una donna. Quando nell’albergo arriva un pittore che deve imbiancare gli interni la sua copertura vacilla. Proprio nel momento di massima difficoltà però Nobbs scopre una persona in grado di capire il suo segreto e di aiutarla a sopportare la frustrazione e il dolore di una condizione così disperata. Rinfrancata da questa nuova amicizia la donna può dedicarsi più serena a costruire il proprio futuro. Dopo averlo interpretato a teatro nel 1982 Glenn Close è finalmente riuscita, superati quasi trent’anni di ripetuti tentativi andati a vuoto, a portare al cinema questa figura controversa e drammatica. Lo ha fatto grazie al suo amico e regista fidato Rodrigo García, con cui negli ultimi anni aveva girato due lungometraggi. Rispetto ai precedenti lavori non si è puntato all’intimismo stilizzato e all’introspezione psicologica, quanto piuttosto alla ricostruzione storica precisa e alla messa in scena elegante. Già di per sé il soggetto di partenza conteneva elementi drammatici e insieme più leggeri in grado di funzionare a dovere. E così infatti succede nella prima parte di Albert Nobbs, retto dalla bella atmosfera e da una Glenn Close che nel costruire la mimica e la vita interiore del personaggio principale è sontuosa. A livello di lavoro sul corpo, sui gesti, sulla sottrazione dovuta alla ricerca di compostezza, la sua prova è degna di essere paragonata a quella del dolente maggiordomo Anthony Hopkins in un film per certi aspetti molto simile a questo, Quel che resta del giorno di James Ivory. Raffinato, gentile, pieno di trovate di fine umorismo, il film si sviluppa nella definizione della storia in maniera molto precisa. Accanto alla Close un gruppo di attori affiatatissimo, su cui spiccano la grintosa Janet McTeer, un raffinato Brendan Gleeson e la stella ormai consolidata di Mia Wasikowska. L’unico a non convincere pienamente nel ruolo del giovane aitante ma truffaldino è Aaron Johnson. Finché si tratta di raccontare la drammatica vicenda di una donna costretta a fingersi uomo per sopravvivere, Albert Nobbs funziona a meraviglia. Quando però la sceneggiatura cambia direzione e comincia ad inscenare i piani della protagonista per costruirsi un futuro migliore, ecco che i meccanismi narrativi si inceppano e la narrazione diventa meno credibile. L’ostinazione con cui Nobbs ad esempio decide di sposare la dolce e sfortunata cameriera non ha una giustificazione logica abbastanza forte da convincere gli spettatori. Il film rimane comunque guardabile in virtù delle prove d’attore sempre altissime, ma nella seconda metà diventa sicuramente meno avvincente rispetto a quanto settato nella prima. Accurato nella messa in scena, il lungometraggio di Rodrigo García rimane un’opera fondamentalmente incompiuta soprattutto a causa di una sceneggiatura che, basandosi su un soggetto molto difficile da strutturare, non riesce del tutto a equilibrare storie e situazioni di difficilissima gestione. Albert Nobbs merita però la visione per la bellissima e misurata prova d’attrice di Glenn Close, finalmente tornata a regalarci la sua enorme bravura anche sul grande schermo.

Adriano Ercolani ( www.mymovies.it)

maggio 31, 2012 at 11:06 am Lascia un commento

War Horse di Steven Spielberg ( dvd e b-ray )

Chi meglio di Spielberg ha saputo, nell’arco di una lunga e prolifica carriera cinematografica, semplificare gli orrori della storia riportandoli a un piano di sentimenti personali, e dunque facilmente avvicinabili. Storie intime e di rara umanità attraverso le quali Spielberg ci ha parlato, senza salire in cattedra ma scendendo sempre ad altezza uomo o più in basso (magari ad altezza E.T.), della Seconda Guerra Mondiale (sperando di salvare il soldato Ryan) o della Shoah (misurando l’inumano tramite le gesta umane dell’uomo Schindler) facendo sempre leva sull’assolutezza di sentimenti capaci di travalicare la cupezza estemporanea di terribili momenti storici e ritrovare invece la solidarietà di certe azioni che, già da sole, hanno il potere di riconciliare alla vita. Con War Horse Spielberg riprende e rielabora due dei temi a lui più cari: la scure della guerra e la luce dei buoni sentimenti (amicizia, solidarietà, fiducia nel prossimo). Due elementi che per la prima volta convergono nel tono favolistico di un racconto che pone l’evento (la Grande Guerra) in secondo piano rispetto al sentimento di lealtà maturato tra un ragazzo e un cavallo che il destino ha messo sulla stessa strada. Tratto dal bestseller per ragazzi di Michael Morpurgo e poi adattato in uno spettacolo teatrale di grande successo prima di diventare anche film, War Horse narra infatti la storia di Joey (che non a caso si legge come joy, gioia), cavallo dalla grande indole che si spenderà nel corso della (sua) vita (e della prima guerra mondiale) per salvare o impreziosire le vite degli esseri umani che il fato metterà sul suo cammino, persone invaghitesi della lucentezza del suo manto o della potenza dei suoi zoccoli. Da questa parabola a episodi che corre al galoppo seguendo le tracce di un equino speciale, Spielberg trae lo spunto per osservare la morte e la disperazione di una guerra, fatta di ragazzi che cadono a grappoli nella solitudine delle trincee, sfruttando il distacco e la neutralità di un essere innocente spinto solo dall’istinto di sopravvivenza e dal desiderio di ricongiungersi al proprio padroncino. L’orrore scorre dunque sullo sfondo mentre in primo piano, al galoppo tra gli idilliaci paesaggi del Devon e nel grigiore dei campi di guerra, la corsa di Joey è un chiudere gli occhi e lanciarsi nell’abisso, con la speranza di risvegliarsi nel calore della propria stalla e nell’abbraccio di una persona cara. Home sweet home.

Elena Pedoto (www.everyeye.it)

maggio 30, 2012 at 5:26 pm Lascia un commento

Patrick Watson – Adventures in your own backyard ( cd – lp )

Le ambiziose creazioni che in “Wooden Arms” e “Closing to Paradise” avevano indispettito i mediocri non sono volate via: anche se le pagine di “Adventures In Your Own Backyard” non ostentano la stessa irruenza e complessità, tutto è ancora imponente nella musica dei Patrick Watson.
Mishka Stein (basso), Simon Angell (chitarra) e Robbie Kuster (batteria), insieme al tasterista e cantante autorevole depositario del nome della band, hanno intrapreso la perigliosa strada della maturità minimalista.
 
Il folk dalle tinte pastello e il classicheggiante incedere delle soluzioni strumentali conoscono tutti i segreti del jazz e della psichedelica anni 70; il melange sonoro costruito in dieci anni di carriera è una delle realtà più originali della musica di questi anni. L’amicizia con la Cinematic Orchestra e i concerti con Andrew Bird hanno placato l’ego, istruendo un uso di timbri e colori più delicato e disciplinato.
La virtude ha incontrato  la quiete senza perdere forza, non c’è più bisogno di un orchestra per evocare la magniloquenza, e così in “The Quiet Crowd” il piano prende in mano il lirismo con un suono cameristico e assaggi di Debussy. Tra graziose incursioni di voce e violini prende vita una nuova forma di musica ambient, che flirta col folk e la natura più antica della pop music senza perdere il tono aulico.
 
Mai cosi fisico e diretto, il suono dei Patrick Watson indugia in unte tracce di blues nel brano più distratto e disordinato della loro carriera, “Morning Sheets”, e carezza suggestioni infantili e bucoliche nel delizioso finger-picking di “Words In The Fire”, che sembra rubato ai sogni di Simon & Garfunkel.
“Adventures In Your Own Backyard” non perde di vista le visionarie costruzioni dei capitoli precedenti, in “Lighthouse” l’atmosfera tenue e fiabesca del sognante minuetto si apre a tentazioni orchestrali con trombe spagnoleggianti e un romanticismo decadente ed evocativo, che rumori e ritmi sordi trascinano in un imponente finale.
 
La scrittura dei brani è frutto di una maturità e di una consapevolezza seducenti, la magia viene evocata con pochi elementi che sottolineano la costruzione sempre forbita e colta delle dodici tracce. La title track veste il suo spirito folk di suoni gitani, neoclassicismo e lirica con guizzi di melodramma e virtuosismi da commediante, e la virata quasi brusca verso il nonsense di “Strange Crooked Road” confonde le carte solo per rimettere in gioco illusione e virtù di un disco straordinario. L’incantesimo di “Step Out For A While” è irresistibile, con il suo ritmo circense e i suoni alieni di oggetti-strumento che tra incursioni noise di chitarra; i suoi cambi repentini di soluzioni ritmiche fanno scivolare in un valzer dal sapore country-folk.
La grande rivoluzione nella musica dei Patrick Watson avviene con delicate incursioni in meandri oscuri, che hanno il profumo di una tragedia teatrale in “The Things You Do” o la leggiadria grottesca della musica popolare in “Blackwind”.

La semplificazione stilistica è perfettamente riuscita in “Adventures In Your Own Backyard”, il fascino retrò dello splendido pop-folk di “Into Giants” ha anticipato al pubblico tutto il fascino dell’opera, un insieme di armonie irresistibili e ricche di magia che non perdono neanche un briciolo di originalità ad ogni ascolto.
Il fascino surreale della musica dei Patrick Watson è intatto, le suggestioni folk, psichedeliche e neoclassiche sono ancora più intense, ma tutto è più comprensibile e diretto, il sound raffinato e personale non conosce ancora la routine e vola alto con una leggerezza incantevole.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

maggio 28, 2012 at 9:44 am Lascia un commento

Beach House – Bloom ( cd – 2lp )

Forti del successo riscosso con l’ottimo “Teen Dream“, Alex Scally e Victoria Legrand procedono spediti nell’addobbare la loro bella casetta sulla spiaggia, tra organetti vintage tirati a lucido e colori pastello a tingere le pareti. Accantonati poi i primi vagiti lo-fi esposti nei primi due album, con “Bloom” (quarto disco prodotto in sei anni) i due Beach House paiono essersi allegramente adagiati verso una brillante e talvolta minuziosa formula dream-pop. Ecco quindi subentrare una maggiore cura di ogni singola rifinitura. Mentre le melodie, rese ancor più fatate e leggiadre, sottolineano ancora una volta l’elevata capacità dei due americani di intrattenere l’ascoltatore mediante un neoromanticismo pop florido e ardente di passione.

Così, l’arpeggio introduttivo di “Myth” riprende là dove “Zebra” dava vita a nuove ascensioni armoniche, con la dolce Victoria ancor più sicura delle proprie capacità canore e ben ferma sugli acuti. Del resto, ai due piccioncini bastano pochi accordi per sedurre. E nonostante la presenza di un’apparente “ripetitività” di fondo, ogni canzone vira con garbo a una fluorescenza melodica puntualmente trepidante. Parimenti, in più di un’occasione salta fuori la sensazione di trovarsi a un’intima festa, dove ogni stanza è accuratamente adornata di fiori e palloncini da far esplodere allegramente al proprio passaggio, tra giochi di luce e sorrisi smaglianti. Le atmosfere celestiali assumono dunque una centralità ancor più assoluta e a ogni flemmatica partenza segue un’esplosione di gioia in cui poter cullare i propri sogni (“Wishes”, “Lazuli”), con il buon Scally sempre più a suo agio nelle vesti dell’arrangiatore travestito da timido giullare. E anche quando pare subentrare un’insolita malinconia, è la consueta trasognata sospensione vocale della Legrand ad alleggerire lievemente gli umori (“Troublemaker”). Mentre la ninna nanna di “On The Sea” e la cullante “Irene” avvisano in coda che le celebrazioni stanno per concludersi ed è quindi giunta l’ora di aprire gli occhi, tornare alla realtà e alla vita di tutti i giorni, in un sublime incastro di velati gemiti, morbide spirali acustiche e calde effusioni ritmiche.

Se “Teen Dream” poneva le basi per un “nuovo” celeste cammino, “Bloom” ricalca a meraviglia una formula dream-pop mai così perfettamente riconoscibile, confermando appieno la bontà e le preziose doti compositive del duo di Baltimora.

Giuliano Delli Paoli (www.ondarock.it)

maggio 26, 2012 at 9:29 am 1 commento

L’arte di vincere di Bennett Miller ( dvd e b-ray )

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che però non può competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Quando al termine di una buona stagione il general manager Billy Beane si vede portar via i suoi tre migliori giocatori, la loro sostituzione diventa impossibile, soprattutto con i pochissimi soldi a disposizione. A questo punto però Beane incontra Peter Brand, giovane laureato in economia che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti. Beane abbraccia la filosofia del ragazzo e rifonda la squadra con nomi sconosciuti o apparenti scarti, lasciando basiti tutti i collaboratori degli Oakland Athletics, compreso l’allenatore Art Howe. All’inizio le cose non sembrano funzionare, ma pian piano il “sistema” messo in piedi da Beane Brand comincia a dare frutti insperati…
L’idea giusta nell’uomo sbagliato. Così potremmo sintetizzare l’idea portante de L’arte di vincere, seconda regia di Bennett Miller presentata al Toronto Film Festival. Questa è la bellezza intrinseca del personaggio principale, Billy Beane, interpretato alla perfezione da Brad Pitt: un uomo che è stato sconfitto come giocatore dal sistema vigente nel mondo del baseball e che da dirigente tenta con ogni mezzo di cambiarlo quando ne vede la reale opportunità. Una figura tutt’altro che eroica quella tratteggiata dalla penna di Steven Zaillian e Aaron Sorkin e per questo molto interessante: Beane è ossessionato dal suo lavoro, anche nel successo continua inconsciamente a sentirsi uno “sconfitto” – non guarda mai le partite allo stadio, sente dentro di sé di non portare fortuna alla squadra – e lo spirito di rivalsa che lo attanaglia non è ben chiaro neppure a lui. La star, colonna portante del film, gli regala carisma e anche una certa dose di ambigua rabbia repressa, che ad esempio viene sfogata dal costante assaggiare ogni cosa che gli capita a tiro. Accanto a Pitt un efficacissimo Jonah Hill, dopo Cyrus nuovamente alle prese con un ruolo soltanto incidentalmente comico. Utilizzato con poca sapienza invece Philip Seymour Hoffman, eccessivamente sacrificato nella parte dell’allenatore Howe.
L’idea di fondo de L’arte di vincere è molto forte, oseremmo dire “politica” nel senso inteso più ampio del termine, così come lo concepisce Aaron Sorkin: un sistema correttamente eseguito e basato sull’interazione di un gruppo di individui può essere più valido del singolo che eccelle. Miller mette in scena questo messaggio e gli uomini che tentano di renderlo verità con ottima professionalità, aiutato dalla fotografia elegante di Wally Pfister.
L’arte di vincere non deve essere confuso per un semplice film sportivo, quando invece è una storia basata su chi resta nelle retrovie e vede lo sport come comunità, spinta etica, ideale raggiungimento dell’eccellenza. La visione del baseball che il film ci propone è molto interessante, per niente scontata, e dietro di essa ovviamente c’è l’America come ognuno vorrebbe che fosse. Magari anche ferita e rabbiosa, ma sempre disposta a credere nel miglioramento collettivo.

Adriano Ercolani (www.mymovies.it)

maggio 24, 2012 at 12:19 pm Lascia un commento

The Artist di Michel Hazanavicius ( dvd e b-ray )

Hollywood 1927. George Valentin è un notissimo attore del cinema muto. I suoi film avventurosi e romantici attraggono le platee. Un giorno, all’uscita da una prima, una giovane aspirante attrice lo avvicina e si fa fotografare sulla prima pagina di Variety abbracciata a lui. Di lì a poco se la troverà sul set di un film come ballerina. È l’inizio di una carriera tutta in ascesa con il nome di Peppy Miller. Carriera che sarà oggetto di una ulteriore svolta quando il sonoro prenderà il sopravvento e George Valentin verrà rapidamente dimenticato.
Anno Domini 2011, era del 3D che invade con qualche perla e tante scorie gli schermi di tutto il mondo. Michel Hazanavicius porta sullo schermo, con una coproduzione di rilievo, un film non sul cinema muto (che sarebbe già stato di per sé un bel rischio) ma addirittura un film ‘muto’. Cioé un film con musica e cartelli su cui scrivere (neanche tanto spesso) le battute dei personaggi. Si potrebbe subito pensare a un’operazione da filologi cinefili da far circuitare nei cinema d’essai. Non è così. La filologia c’è ed è così accurata da far perdonare l’errore veniale dei titoli di testa scritti con una grafica e su uno sfondo che all’epoa erano appannaggio dei film noir. Hazanavicius conosce in profondità il cinema degli Anni Venti ma questa sua competenza non lo ha raggelato in una riesumazione cinetecaria. Si ride, ci si diverte, magari qualcuno si commuove anche in un film che utilizza tutte le strategie del cinema che fu per raccontare una storia in cui la scommessa più ardua (ma vincente perlomeno al festival di Cannes) è quella di di-mostrare che fondamentalmente le esigenze di un pubblico distante anni luce da quei tempi sono in sostanza le stesse. Al grande schermo si chiede di raccontare una storia in cui degli attori all’altezza si trovino davanti una sceneggiatura e un sistema di riprese che consentano loro di ‘giocare’ con i ruoli che gli sono stati affidati. Se poi il film può essere letto linguisticamente anche a un livello più alto (come accade in questa occasione in particolare con l’uso della colonna sonora di musica e rumori) il risultato può dirsi completo. Per una volta poi si può anche parlare con soddisfazione di un attore ‘cane’. Vedere per credere.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 23, 2012 at 5:50 pm Lascia un commento

Le Idi di Marzo di George Clooney ( dvd e b-ray )

Stephen Meyers è il giovane guru della comunicazione nella campagna per le primarie presidenziali del Partito Democratico negli Stati Uniti di un molto prossimo futuro. Il candidato che sostiene, sotto la supervisione del più anziano Paul Zara, è il governatore Mike Morris. Morris parte svantaggiato ma ha dalla sua l’appeal di un richiamo ai più profondi valori della Costituzione americana visti sotto una luce contemporanea e accattivante. Stephen avrà modo di scoprire progressivamente che Morris, che pensava fosse sufficientemente coerente con gli ideali professati, ha un lato oscuro.
Viviamo davvero in tempi poco raccomandabili se anche George Clooney, progressista doc, lancia l’allarme nei confronti dei meccanismi di una democrazia che procedono grazie all’olio della corruzione e del ricatto. È un romanzo di formazione quello che ci viene proposto sotto le spoglie del thriller politico (dei cui sviluppi è bene sapere il meno possibile prima della visione) e quella formazione coincide con il degrado. Il fatto che Clooney, ispirandosi a un testo teatrale di Beau Willimon, si muova all’interno del campo democratico mostra come sia animato dal desiderio della messa in guardia. Non è una novità per il cinema americano scoperchiare le malefatte del potere, ovunque esso eserciti il suo perverso fascino. Che però questo avvenga in piena era Obama deve preoccuparci ancor più direttamente. Clooney non è diventato un qualunquista di basso livello pronto ad affermare “i politici sono tutti uguali”. Si muove su un piano più elevato e perciò molto più significativo. Attraverso il mutamento (anche di espressioni) dell’efficace Ryan Gosling sembra volerci ricordare come la democrazia stia sempre più trasformandosi in una parola che si è svuotata del significato originario per includere invece opportunismi e compromessi da cui nessuno è esente. I rapporti tra esseri umani finiscono con il dissolversi facendo sì che le parole stesse perdano totalmente il loro valore.
Clooney non risparmia neanche il mondo dei media, grazie al personaggio affidato a una Marisa Tomei in grado di mostrare come il ruolo della giornalista che si occupa di politica sia al contempo quello di cacciatore e preda. I pugnali delle Idi di marzo possono anche uccidere ma, soprattutto, sono in grado di infliggere ferite che sembrano apparentemente rimarginarsi mentre in realtà danno inizio a un processo di putrefazione delle coscienze che rischia di coinvolgerci tutti.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 22, 2012 at 4:27 pm Lascia un commento

Carnage di Roman Polanski ( dvd e b-ray )

 

In un misurato appartamento di Brooklyn due coppie provano a risolvere uno smisurato accidente. Zachary e Ethan, i loro figli adolescenti, si sono confrontati incivilmente nel parco. Due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi. Ricevuti con le migliori intenzioni dai coniugi Longstreet, genitori della parte lesa, i Cowan, legale col vizio del BlackBerry lui, broker finanziario debole di stomaco lei, corrispondono proponimenti e gentilezza. Almeno fino a quando la nausea della signora Cowan non viene rigettata sui preziosi libri d’arte della signora Longstreet, scrittrice di un solo libro, attivista politica di troppe cause e consorte imbarazzata di un grossista di maniglie e sciacquoni. L’imprevisto ‘dare di stomaco’ sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un’esilarante carneficina dialettica.
Non è la prima volta che Roman Polanski ‘costringe’ e isola i suoi protagonisti a bordo di una barca, dentro un castello, oltre il ghetto di Cracovia, sopra un’isola (in)accessibile. Da sempre nella filmografia del regista polacco la separazione è necessaria per mettere ordine e avviare un’ ‘inchiesta’. Accomodati tre premi Oscar (Kate Winslet, Jodie Foster, Christoph Waltz) e un candidato eterno non protagonista (John C. Reilly) in un appartamento di Brooklyn, ambientazione dichiarata dalla prima inquadratura e trattenuta da due alberi che dietro le fronde rivelano lo skyline ‘alterato’ di Manhattan, Polanski denuncia ancora una volta il riferimento al (suo) maestro inglese. In particolare un capolavoro di Hitchcock palpita sotto la superficie, un omaggio che dopo molte risate lascia un ‘nodo alla gola’. Trattenuto in un’unica location e svolto in tempo reale, Carnage è ‘scenograficamente’ prossimo al Rope hitchcockiano che, girato a Los Angeles, apriva le finestre del suo appartamento su una Manhattan in scala, ricreata attraverso un ciclorama di quattrocento metri quadrati e illuminato da un’abbondanza di lampadine e insegne al neon. Il richiamo non si limita allo spazio esterno, ma ancora e di più a quella maniera unica di tradurre un’idea in un movimento, in movimenti invisibili quanto mirabili di macchina. Versione cinematografica della piéce teatrale di Yasmina Reza, co-sceneggiatrice con Polanski, Carnage coniuga il piacere della forma al valore della storia, una storia che ancora una volta suggerisce l’illusione della trasparenza. La maschera linda dei quattro protagonisti insinua presto un malessere sordo, un orrore che c’è e si vede. Così progressivamente le tempeste dialettiche restituiscono alla superficie i ‘corpi’ nascosti nei bauli dalla stessa vanità e gratuità degli studenti hitchcockiani.
Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l’inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell’ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell’appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l’impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia’. Città immaginaria e ferocemente reale, New York apre e chiude il dramma da camera di Polanski, che spacca e fruga, ‘percorrendo’ con lo sguardo personaggi già ipocriti e corrotti, strumenti di ferocia intrappolati in un cul de sac. In barba al politicamente corretto, l’irriducibile e non riconciliato Polanski ha cominciato a saldare i conti con l’American Dream. Un sogno che non c’è più e forse è solo la più grande menzogna mai tramandata.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 21, 2012 at 10:12 am Lascia un commento

Spain – The soul of Spain ( cd – lp )

Josh Haden è un “figlio di”, un predestinato (il padre Charlie, a lungo alter ego di Ornette Coleman, è un gigante del contrabbasso jazz: dunque una figura ingombrante). Gli è servito per farsi notare, quando lui e i suoi Spain esordirono sul mercato discografico diciassette anni fa con “The blue moods of Spain”, un disco intrigante e speciale che procurò loro un quarto d’ora warholiano di celebrità e l’attenzione di gente importante (da Wim Wenders, che li volle nella colonna sonora di “End of violence”, a Johnny Cash che incluse “Spiritual” nell’album “Unchained”, secondo capitolo delle sue American Recordings per Rick Rubin). E’ rimasto un piccolo classico per pochi, quell’LP, un album di culto al punto che il gruppo lo riproporrà per intero nel tour che tra qualche settimana farà tappa anche in Italia.
Unica concessione alle mode del momento, perché a dispetto degli undici anni di silenzio discografico, un suicidio commerciale per chi bada a queste cose, Haden e gli Spain (che sono la stessa cosa) non sono cambiati granché, fedeli a un progetto estetico che non viene meno neppure se nel frattempo della vecchia line-up è rimasto in pista solo lui. Sì, gli arrangiamenti sono più rotondi e corposi, forse, e in un paio di occasioni il timbro immacolato della chitarra elettrica di Daniel Brummel si sporca con un po’ di fuzz e qualche timida distorsione. Ma nella sua essenza la trama musicale degli Spain continua a dipanarsi come se niente nel frattempo fosse accaduto, seguendo un filo narrativo che riprende già dall’immagine di copertina, ultimo capitolo di una bella galleria di ritratti femminili.
“Tutto quel che posso darti è una canzone/quando canto non commetto errori”, declama Josh con la sua voce fosca e malinconica in “All I can give”, ed è un modo onesto per presentare la sua musica: un flusso limpido, lineare e superficialmente placido di suoni che racconta di rapimento amoroso e di abbandoni, di smarrimento ed estasi; che descrive deliri di onnipotenza e poi invita a chinare umilmente la testa per lasciare che sia lo spirito ad elevarsi. Senza impennate, senza cadute di tono: lo chiama(va)no slowcore, nel caso degli Spain è un cocktail elegante ed equilibrato di blues, country, jazz, rock (più il soul del titolo) in cui gli ingredienti diventano tra loro indistinguibili: tra i Velvet Underground e i Cowboy Junkies , se proprio bisogna trovare qualche termine di paragone, con un gusto raro per la melodia e un’abilità speciale nella costruzione del mood, dell’atmosfera.
Se il buongiorno si vede dal mattino “Only one” – lenta, morbida, avvolgente – è un biglietto da visita perfetto, una ballad impeccabile dal suono caldo e profondo aperta dalle note del basso del leader; le bastano pochi suoni selezionati con cura, una chitarra liquida e un tocco di piano elettrico, per scolpirsi nella mente. E’ un minimalismo niente affatto povero, quello di Haden, che oggi frequenta poco il lo-fi e continua a reiterare nei testi frasi e parole senza farsi mai tentare dalla voglia di strafare. La semplicità di linguaggio, una semplicità ricca e musicale, è la sua arma segreta.
Procede così per quasi tutto il disco, a passi lunghi e ben distesi, la musica degli Spain. L’Hammond e gli arpeggi chitarristici di “I’m still free” evocano gli anni Sessanta, il pianoforte di “Without a sound” accenna un ritmo di valzer, l’assolo elettrico di “I love you” (di nuovo aperta dalle quattro corde di Haden) vola alto con lirismo e precisione, e quello di “Miracle man” sfiora la psichedelia e l’Oriente nel pezzo più blues e più hard del nuovo repertorio. Si colgono, una volta ancora, un senso di mistero, un’introspezione e un alone mistico che spingono le canzoni su un piano trascendente. Non solo in “All I can give”, che nel ritornello snocciola il più celebre dei mantra buddhisti. Ma anche in “Walked on the water”, jazzata, notturna, punteggiata dal violino di Petra e dal violoncello di Tanya Haden (gli Spain sono un affare di famiglia, ai cori c’è anche la terza gemella Rachel). O in “Hang your head down low”, un inno ipnotico e intimista che chiude la scaletta col tono di una invocazione religiosa o di una parabola moraleggiante.
Lì e altrove, come sempre sottovoce, Haden ci sussurra suadente che “The soul of Spain” è uno dei migliori dischi di questo primo spicchio di 2012.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

maggio 19, 2012 at 9:55 am Lascia un commento

The Help di Tate Taylor ( dvd e b-ray )

Jackson, Mississippi. Inizio degli Anni Sessanta. Skeeter si è appena laureata e il primo impiego che ottiene è presso un giornale locale in cui deve rispondere alla posta delle casalinghe. Le viene però un’idea migliore. Circondata com’è da un razzismo tanto ipocrita quanto esibito e consapevole del fatto che l’educazione dei piccoli, come lo è stata la sua, è nelle mani delle domestiche di colore, decide di raccontare la vita dei bianchi osservata dal punto di vista delle collaboratrici familiari ‘negre’ (come allora venivano dispregiativamente chiamate). Inizialmente trova delle ovvie resistenze ma, in concomitanza con la campagna che una delle ‘ladies’ lancia affinché nelle abitazioni dei bianchi ci sia un gabinetto riservato alle cameriere, qualche bocca inizia ad aprirsi. La prima a parlare è Aibileen seguita poi da Minny. Il libro di Skeeter comincia a prendere forma e, al contempo, a non essere più ‘suo’ ma delle donne che le confidano le umiliazioni patite. Va detto innanzitutto che è stato meritato il riconoscimento andato ai Golden Globe a Octavia Spencer per il ruolo di Minny e che il film ne meriterebbe molti altri, soprattutto sul piano delle interpretazioni. Film corale al femminile (gli uomini hanno ruoli del tutto secondari) ispirato al romanzo omonimo di Kathryn Stockett (grande successo negli Stati Uniti) The Help ha il pregio di costituire un’efficace ossimoro. È tanto attuale quanto old style. Perché vedendolo la memoria va a film come La lunga strada verso casa, 1990, che vedeva Sissy Spacek (presente anche qui) al fianco di Whoopi Goldberg. La ricostruzione filologicamente correttissima di abiti, ambienti e comportamenti potrebbe rischiare di mangiargli l’anima traducendolo nell’ennesima rivisitazione dei tempi in cui Martin Luther King aveva un sogno e John Fitzgerald Kennedy se lo vedeva stroncare a Dallas. Ma proprio in quella che potrebbe essere la sua apparente debolezza sta la forza di un film che riproponendoci un passato apparentemente così lontano ci fa ‘sentire’ (potremmo dire quasi ‘fisicamente’) che la sottile, insidiosa linea rossa (per dirla alla Malickvisto che qui la Chastain offre un’ulteriore prova del suo eccellente trasformismo recitativo) che separa l’integrazione razziale dal rifiuto non ha interrotto il suo percorso. Mentre osserviamo le vicende dell’ “ieri” ci viene da chiederci se quei problemi siano stati risolti una volta per tutte e non solo negli States. La risposta è purtroppo negativa. Una sensazione di rabbia impotente promana dallo schermo quando si assiste a soprusi mascherati dal bon ton così come all’emarginazione di chi, dalla parte di chi ha la pelle meno scura, osa ‘disturbare’ un quieto vivere che per conservarsi tale ‘deve’ ignorare i diritti di persone dal cui lavoro dipende il proprio benessere. È un film privo di raffinatezze linguistiche quello di Taylor e quindi forse per questo destinato a piacere poco alla critica ‘impegnata’ (anche se ovviamente speriamo di essere smentiti). Tra i vari pregi ha però anche quello di ricordarci che la parola (detta e scritta) ha sempre avuto un valore di riscatto. Prima di rischiare di disperdersi nei talk show.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it9

maggio 17, 2012 at 11:31 am Lascia un commento

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