Archive for dicembre, 2018

Ciao Pino

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Qui ad Alphaville era semplicemente “il nostro super Pino” ed era ormai da molti anni, come si dice, “uno di famiglia”.

Splendido settantenne, mantenuto giovane e in forma da una passione insaziabile per il cinema e la lirica, faceva visita ad Alphaville quasi quotidianamente  – pioggia, neve, gelo o nebbia non lo fermavano mai.

Era sempre sorridente e di buon umore, e scherzava con noi come un ragazzino. 

Ci ha lasciato improvvisamente la vigilia di Natale.

Ci mancherà tantissimo, ma sarà sempre con noi.

dicembre 27, 2018 at 1:56 pm Lascia un commento

COLD WAR di Paweł Pawlikowski recensione di Carlo Confalonieri

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COLD WAR – Come nello stupefacente IDA ,Pawel Pawlikowski apre il suo nuovo film con la stessa tematica. La terra e il cielo, il corpo e l’anima, lo spirito e la materia.

Una chiesa col tetto sventratro, la volta circolare che si apre sull’ immenso circoscritto da una prospettiva architettonica. Questo è il cinema di un autore che sceglie ancora il formato quadrato e il bianco e nero vintage (Lukas Zal in excelsis) come per contenere l’incontenibile, fissare ciò che non si può afferrare.

La religiosità ferita di IDA stavolta diventa l’ardore della passione, ma sempre di spiritualità si tratta. Forse persino più dichiarata di quella celata dalle tonache religiose del film precedente.

Wiktor e Zula alto moro musicista terribilmente maschio lui, biondissima (GLI AMORI DI UNA BIONDA di Milos Forman) formosa quintessenza della femminilità lei,con un delitto oscuro alle spalle. Nella Polonia comunista post bellica lui la sceglie per i cori e i balli nazionalpopolari da portare in tournée.

È Amour Fou. Berlino est Mosca la fuga di lui a Parigi, lei non ha il coraggio di seguirlo. Ma si reincontreranno ripetutamente.

Come in Fassbinder il melo diventa Storia. La Guerra Fredda, la Francia degli esistenzialisti e del jazz (lui pianista a L’ECLIPSE di Antonioniana memoria) dove ritrova Zula e il fuoco diventa incendio.

Altre fughe altre partenze altri ritorni nuove vite matrimoni prigionie, ma l’amore puro spirito e pura carne fra i due resta.

Che dopo vent’anni concentrati storicamente negli 80 minuti più densi di memoria del cinema (omaggio al nostro Riccardo Freda, alla passione politicamente contrastata fra Lara e Zivago anche se con un procedimento di sintesi opposta al pur grande David Lean ma soprattutto alla devastante pallosa serialità netflix o comunque televisiva) si ritroveranno sotto il cielo della chiesa di apertura. Ed è CINEMA AL CUBO con i canti e le danze popolari ripresi come musical hollywoodiani, la dipendenza del cuore e dei sensi incanalata nei percorsi perturbanti fiammeggianti romanticamente patologici del Truffaut di LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE e LA SIGNORA DELLA PORTA ACCANTO.

A Pawlikowski basta un’inquadratura per comprimere all interno di essa un tempo un luogo il desiderio e già il loro ricordo. E questo sublime procedimento si chiama Cinema, il prima il dopo e il fuori da esso- da quel riquadro perfetto – non ci interessano più.

IN PROGRAMMAZIONE AL CINEMA JOLLY DI SAN NICOLO’ A PARTIRE DA GIOVEDI’ 20 DICEMBRE.

dicembre 20, 2018 at 2:42 pm Lascia un commento

Widows – Eredità criminale di Steve McQueen recensione di Stefania De Zorzi

WIDOWS

Il primo piano di un bacio appassionato con la lingua fra Viola Davis/Veronica Rawlins e il marito Liam Neeson/Harry  si alterna con la fuga rocambolesca dello stesso Harry e dei suoi complici nel corso di una rapina: è l’inizio fulminante di “Widows – Eredità criminale”, il nuovo film diretto da Steve McQueen.
Oltre ad elaborare il lutto per la morte improvvisa dell’amato compagno nel corso di un’impresa criminale finita male, Veronica deve fronteggiare le minacce di Brian Tyree Henry/Jamal Manning, a cui il defunto marito della donna ha sottratto due milioni di dollari. Veronica decide di reclutare le vedove degli altri complici per tentare di portare a termine il colpo architettato da Harry, così da ripagare il debito e assicurare un futuro a sé e alle altre.
Nei suoi momenti migliori McQueen è autore di un cinema spiazzante per forme e contenuti: i suoi personaggi esprimono una fisicità prorompente, dal gioco quasi pornografico di lingue della sequenza iniziale, alla forza bruta con cui i fratelli Manning (Daniel Kaluuya interpreta in modo magnifico lo spietato Jatemme) irrompono a spallate sia metaforiche che letterali nella vita delle loro vittime. Nel primo tempo sequenze tesissime esplodono come fucilate in uno svolgimento volutamente dilatato, in cui si dà ampio spazio all’approfondimento psicologico dei personaggi e all’accumulo degli elementi su cui si fonda la complessa architettura della trama; nella seconda parte del film McQueen accelera il ritmo, seguendo i canoni più classici del noir in una storia costruita come un congegno a orologeria.
I suoi personaggi afro-americani escono finalmente dai confini del ghetto popolare e vittimista a cui li ha condannati tanto cinema black di buone intenzioni, recente e passato: esemplare è la scena del rap, così come il dialogo cinico fra Manning e il predicatore, di contro all’estrazione colta e alto-borghese di Veronica. La cifra stilistica di Gillian Flynn (l’autrice di “L’amore bugiardo”), che firma la sceneggiatura insieme a McQueen, è evidente nella dicotomia fra pubblico e privato, apparenza e sostanza, sia nella gara elettorale senza esclusione di colpi fra Colin Farrell/Jack Mulligan e Manning, sia sul piano dei rapporti intimi fra i protagonisti. Nel cast, oltre agli interpreti citati finora, si fanno notare anche Elizabeth Debicki/Alice, donna-bambola in cerca di riscatto, e l’androgina Cinthia Erivo/Belle.
Film assolutamente da vedere, girato con un talento, un’attenzione ai dettagli (ottima la colonna sonora, presente senza invadenza nei momenti giusti) e una personalità che ricordano sotto certi aspetti Quentin Tarantino; l’unico limite è una trama labirintica in cui alcuni passaggi rischiano di rimanere un po’ oscuri.

dicembre 1, 2018 at 10:45 am Lascia un commento


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