Archive for maggio, 2009

Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman ( dvd )

Il bambino con il pigiama a righe, adattamento del romanzo omonimo del giovane scrittore irlandese John Boyne, si inserisce pienamente in questo filone “infantile”, senza tuttavia rinunciare a una rappresentazione lucida e realistica dell’orrore, lontana da qualunque edulcorazione o trasfigurazione fantastica sullo stile de La vita è bella. Al centro di questa storia c’è, infatti, l’incredibile amicizia tra due bambini: Bruno e Shmuel, l’uno figlio di un gerarca nazista promosso alla direzione di un campo di concentramento, e l’altro un indifeso ragazzino ebreo, internato assieme al padre proprio in quel campo. Bruno, bambino fantasioso e vivace, che adora gli aeroplani e le storie d’avventure, si trasferisce, assieme a tutta la famiglia, in una spettrale e solitaria casa nei pressi del campo di sterminio sotto la supervisione del padre. Mentre la sorella, di qualche anno più grande, si fa plasmare dall’ideologia nazionalsocialista propugnata dal padre e da un severo istitutore, Bruno riesce a fronteggiare il male, ergendo a schermo la propria innocenza e fantasia. E proprio la sua sete d’avventure, contrapposta ai freddi e razionalisti volumi di storia impostigli dal maestro, lo spingono a esplorare la campagna circostante l’abitazione, fino ad imbattersi nel campo di concentramento. Attraverso il filo spinato, Bruno vede un altro bambino, Shmuel, affamato, affaticato e vestito con una divisa a righe, con cui fa subito amicizia. L’innocenza di Bruno non gli consente immaginare neanche lontanamente la malvagità degli adulti. Si costruisce così una propria spiegazione, del tutto infantile e ingenua, ma di certo meno folle dell’abominio concepito dai nazisti: il campo non è altro che una fattoria, le divise a righe sono semplicemente dei pigiami, e i numeri di matricola con cui sono contrassegnati gli internati fanno solo parte di un gioco. Ma sarà Shmuel ad aprire pian piano gli occhi di Bruno, fino a fargli mettere in dubbio anche le azioni del padre, nei riguardi del quale aveva sempre riposto una completa fiducia. Purtroppo, entrambi i ragazzi saranno letteralmente travolti dall’orribile verità in cui hanno avuto la sfortuna di imbattersi.

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maggio 30, 2009 at 10:56 am Lascia un commento

Eric Clapton and Steve Winwood – Live from Madison Square Garden ( 2cd – 2dvd )

Eric Clapton è stato il mio chitarrista preferito. “Dio” con i Bluesbreakers di John Mayall ai tempi della Swinging London, mito con i Cream, Derek con i Dominos,  l’amico di George Harrison, Duane Allman, Bob Dylan e Pete Townshend, Slowhand in un poker di sussurrati album da solista. Il suo morbido tocco di chitarra è imbattibile, per quanto riguarda i miei gusti. Da anni bollito e fuori gioco, vestito d’Armani ha raschiato il fondo del barile con qualche live, compreso un ritorno sul palco con i Cream di cui praticamente nessuno si è accorto. Gli ultimi anni lo hanno visto cercare l’ispirazione in coppia con BB King e con JJ Cale.
Naturalmente è stato anche partner di Steve Winwood nella breve ma significativa avventura dei Blind Faith.
Steve Winwood è l’autore del mio disco preferito in assoluto, John Barleycorn Must Die dei Traffic, anno di grazia 1970. Bimbo prodigio con lo Spencer Davis Group (I’m A Man, Gimme Some Lovin), grande cantante e tastierista con i Traffic, sia quelli psichedelici di Mr. Fantasy che quelli R&B e forse un po’ World di On The Road. Da solista ha virato presto verso l’entertainment e non ha praticamente più dato modo di essere notato fino al bel disco indipendente del 2003, About Time, dove chitarra e voce rauca hanno rievocato il fascino dell’uomo – giusto per essere smentito nel più recente noioso Nine Lives per la Sony, in cui fra l’altro secondo le note di copertina suonerebbe anche Clapton, se riuscite a sentirlo.
Anche Winwood è reduce dalla pubblicazione (2005) di un album dal vivo dei Traffic, tanto bello quanto mal distribuito, Last Great Traffic Jam, ma si riferiva alla reunion della band del 1994.
Oggi Clapton & Winwood sono in tour assieme, dopo tre serate a febbraio al Madison Square Garden. Il repertorio è di tutto rispetto, e comprende la maggior parte delle ciliegine dei due mostri sacri del rock.
Il risultato qual è? Uno show di “c’era-una-volta”, un’operazione populistica alla “tre-tenori”, oppure una sana voglia di suonare, still crazy after all these years? 
Parte due: la recensione.
Lo confesso, non avevo realmente fiducia in questo disco. Saranno le spompate performances degli ultimi anni dei due “ex”, sarà la copertina in didascalico stile Haight Ashbury figli-dei-fiori, sarà il repertorio definitivamente datato. E invece…
Intendiamoci: Live From Madison Square Garden è un disco vintage, come una Triumph Bonneville, come una Honda 750 Four, come una Harley Davidson Sportster… un disco che avrebbe potuto uscire pari pari alla prima metà degli anni settanta. 
Un repertorio tratto dai Blind Faith (la “band di un solo disco” di Eric & Steve), dei primi Traffic, di Clapton, di Hendrix. Ma non c’è nulla nello show che sappia di una esibizione di ever-green per un pubblico di nostalgici. La nota dominante dei ventun pezzi è la chitarra di Eric Clapton. Una chitarra indiavolata. Elegante, morbida, di fine cesello ma soprattutto indiavolata. Pura energia del “crossroad”. Niente a che fare, per intenderci, con quel Gilmour che nei recenti show non capivi se suonava o si era addormentato. 
Su questo doppio c’è la miglior chitarra di Eric Clapton; trattandosi della miglior chitarra della storia del rock, direi che non è poco. In seconda posizione l’Hammond caldo e liquido di Winwood, che fa da fondo perfetto alle acrobazie della Fender di slowhand. Poi le voci e infine il repertorio, pezzi da novanta. Il risultato è decisamente eccitante: provate ad metterlo in auto!
Già dal quinto pezzo, il blues acustico di Sleeping In The Ground, alzerete le orecchie: non c’è routine qui, ma uno tsunami di energia che si abbatte sull’ascoltatore. Glad, da John Barleycorn, è uno dei più bei pezzi di tutti i tempi, in una versione di sette minuti dove la parte lenta viene rimpiazzata dalla chitarra elettrica. Double Trouble è semplicemente emozionante. Warren Haynes, ma chi sei?
Pearly Queen è eseguita al suo meglio, come gli altri pezzi dei Traffic psichedelici; Clapton fa la differenza. Basti dire che una Dear Mr. Fantasy così non l’avevo mai sentita. Ramblin’ On My Mind, Can’t Find My Way Home non fanno che prolungare il lungo, inatteso climax. Poi ci sono i venti minuti e passa dedicati a Mr. Jimi Hendrix. Little Wing è un lento molto amato da Clapton e non solo. Voodoo Child è resa come un inedito blues,  e se può apparire un ossimoro per un pezzo che nel 1967 rappresentava una pagina musicale totalmente nuova, diventa comunque irresistibile nell’infinito rincorrersi degli assolo della fender e dell’hammond.
Chiude il doppio disco (ma non il concerto originale) Cocaine, ad uso dei fan, in una versione che non entusiasma; ma è normale per un brano che non fa parte dello stesso repertorio di tutto il resto dello show.
Se come me credete che il rock sia un affare di chitarre elettriche, questo disco da oggi sarà una delle gemme della vostra discoteca.
☆☆☆☆☆   (ottimissimo)
Genere: ROCK
2009
in breve: rock di classe a tutto vapore, sostenuto da una chitarra in perenne assolo.
Blue Bottazzi

maggio 29, 2009 at 4:51 pm 7 commenti

Download e nuovi barbari

“I negozi di musica mantengono ancora vivi i contatti sociali e questo permette alle persone di incontrarsi. Senza questi luoghi che lavorano in modo indipendente, la società rischia di polverizzarsi in una miriade di singoli seduti davanti al computer” 

Queste parole di Ziggy Marley forse vanno dritte al cuore del problema.

Ed è bene ricordarsene non solo il 19 aprile – che per chi non lo sapesse è la “Giornata Mondiale in aiuto dei Negozi di Dischi” – ma soprattutto in tutti gli altri giorni dell’anno. Dietro al banco di un negozio di dischi è facile accorgersi di come stia cambiando il mondo. Accade sempre più spesso di incrociare giovani che vagano come fantasmi, le cuffiette dell’i-pod ben salde sulle orecchie, assorti nell’ascolto della musica che hanno appena scaricato. E se per caso acquistano un cd – evento a dire il vero piuttosto raro – non tolgono gli auricolari nemmeno al momento di pagare. Di “ciao, buongiorno, buonasera” neanche a parlarne. Ma sarebbe il meno. La cosa triste è che spesso non abbozzano neppure un sorriso. Nel giro di pochi anni la tecnologia ha perfezionato quel processo di isolamento che sta trasformando il mondo in un luogo popolato da esseri “autistici”, incapaci di relazionarsi, segregati nel proprio piccolo mondo. Isolamento, solitudine, separazione. E comunicazione (solo) virtuale. Puoi aver rubato in rete migliaia di dischi e averli imbottigliati nel tuo i-pod – ma se poi non hai qualcuno con cui parlarne e condividere l’emozione di un ascolto, che gusto c’è? Allo stesso modo puoi avere 400 amici su Facebook e sentirti solo come un cane. O andare in uno di quegli orrendi centri commerciali che dicono essere i “nuovi centri di aggregazione” e, nella folla anonima e massificata, sentirti un nulla, uno zero, più solo che in mezzo al deserto. La sensazione è che la maggior parte delle persone non colgano le conseguenze dei propri comportamenti. Ad esempio, il download. C’è chi lo pratica in modo selvaggio e un po’ idiota, scaricando 24 ore al giorno cose che non avrà mai il tempo di ascoltare (o vedere). Giusto per il piacere dell’accumulo, per poter dire “ce l’ho” proprio come da bambini con le figurine. Musica e cinema in qualità spesso molto scadente – ma che importa? Tanto è gratis… (le statistiche dicono che il 96% di chi scarica lo fa illegalmente). Peccato che chi scarica a tempo pieno e sostiene a spada tratta il DIRITTO a non dover scucire un euro per il ristoro di occhi e orecchie, non si accorga che non solo ne svilisce il valore, ma da il suo piccolo, decisivo contributo alla morte della “vera” musica e del cinema d’autore. Perché non c’è nulla di male a scaricare l’ultimo (spesso inutile) disco della rockstar multimiliardaria – quasi sempre musica finta, di plastica, che non merita si metta mano al portafogli per acquistarla. Ma quando per caso in rete scopri qualcosa di autentico – si tratti dello sconosciuto songwriter al disco d’esordio o del regista indipendente che in modo quasi miracoloso è riuscito a mettere insieme il suo primo film – se invece di sostenerli e “premiarli” acquistando il loro cd/dvd li scarichi senza pietà, questi talenti non avranno di che vivere e anziché fare il secondo disco/film forse si butteranno sotto un treno. E’ in questo senso che esiste – deve esistere – un modo per così dire “etico” di scaricare. Così come esiste – senza dubbio – un modo “etico” di acquistare. Perché è vero che negli “orrendi centri commerciali” di cui si diceva prima – in cui tutto è solo merce e solo le parole ‘sconto’ e ‘offerta’ sembrano avere un senso – quando acquisti cd o dvd risparmi qualche euro. Per forza: spesso vendono sottocosto, e se lo possono permettere perché sottopagano i dipendenti, se vanno in rosso è lo stato a ripianare i loro bilanci, e non di rado – è stato dimostrato – hanno solidi legami con la malavita organizzata. Perciò è bene pensare che ogni volta che entri in uno di questi luoghi senz’anima, non solo assesti un colpo mortale al piccolo negozio indipendente, ma alimenti una catena spesso vergognosa.  

“Ho visto quei negozi indipendenti evaporare in tutta l’America e l’Europa. Ecco perché entro in tutti quelli che vedo e compro dischi appena è possibile. Se li perdiamo, saremo molto più poveri. Ogni volta che acquistate un disco in uno di questi posti è un soffio contro l’Impero” (Henry Rollins) 

E’ notizia di questi giorni che  Nannucci, “storico pilastro della vendita di cd e lp, il negozio di dischi più vecchio non solo di Bologna ma anche d’Italia”, chiude. E’ l’ultimo di una serie di “lutti” – solo nell’ultimo anno il 25% dei negozi di musica ha cessato l’attività nel nostro paese. Certo, le case discografiche hanno una grande parte di responsabilità in tutto questo. Per anni hanno agito in maniera quasi criminale, cercando il massimo profitto, tenendo prezzi insensati, impoverendo il loro catalogo buttando fuori stampa titoli importantissimi, invadendo i negozi con inutili edizioni speciali create al solo scopo di spennare i fans. Ma se oggi con 8 euro ti porti a casa un Nick Drake – e per un Syd Barrett d’annata te la cavi con 5 o 6 euro – il problema non è forse più il caro-dischi, ma quello di attribuire a qualcosa il VALORE (anche affettivo ed emotivo) che ha. E’ il piacere di conquistarsi qualcosa, di sudarselo. Pagare un cd, un lp o un dvd (il giusto prezzo, naturalmente) ha il senso di aver scelto qualcosa che si desidera, di avere espresso una preferenza, di premiare un autore che dice qualcosa che per noi è importante e ci emoziona. Anche perché se puoi avere gratis qualsiasi cosa in qualsiasi momento, dopo l’iniziale euforia, il desiderio muore. Completamente. E tutto si appiattisce, tutto diventa dello stesso colore. Oltre alla tristezza di trovarsi soli di fronte allo schermo muto di un computer.  

“E’ più facile scaricare musica e anche meno caro.. Il risparmio però può costarti un po’ di amici, il gusto musicale e forse anche l’anima. I negozi di musica non possono salvarvi la vita, ma possono sempre darvene una migliore”                                                                                                              Nick Hornby

maggio 6, 2009 at 10:50 am 3 commenti


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