Archive for settembre, 2012

17 ragazze di Delphine e Muriel coulin ( dvd )

In un piccolo centro della Bretagna, la liceale Camille Fourier, rimasta incinta, diventa in breve per le amiche di scuola un esempio e un modello. Intenzionate a fare a meno di chiunque, sia dei partner che dei genitori, diciassette ragazze dello stesso liceo decidono di avere un figlio e di crescerlo aiutandosi fra loro, possibilmente in modo assai differente da come sono state cresciute a loro volta. La gravidanza delle diciassette minorenni procede dunque contemporaneamente, lasciando interdetti la comunità e le autorità scolastiche, che non trovano ragioni né spiegazioni.
Le sorelle Delphine and Muriel Coulin portano in scena un fatto vero, accaduto nel 2008 nel Massachusetts, trasportandolo da questa parte dell’Atlantico, in un luogo dove il vento è ribelle e le spiagge sono sterminate, mentre le prospettive sociali lo sono molto meno. Cinematograficamente parlando, è un luogo dall’ “eau froide”, dove bellezza e freschezza rimano con un sano idealismo e con un’idea rock e comunitaria della vita, ma anche dove le precedenti incursioni nel documentario delle autrici si fanno riconoscere piacevolmente.
Qual è, dunque, l’elemento che sconvolge di più di questa vicenda, che ci spinge a strabuzzare gli occhi già sulla carta e che il film ha il merito di esplorare senza quasi divagare da quel centro? Semplice. Che in un’epoca in cui per una donna trovare “in coscienza” le condizioni ideali per avere un figlio è un’impresa sempre più titanica, che sposta l’età media della maternità sempre più avanti, non una ma diciassette ragazzine minorenni abbiano avuto sufficiente “incoscienza” per farlo.
Su questo miracolo (quale quello di una migrazione sconsiderata delle coccinelle verso la spiaggia, dove quasi sicuramente sono destinate a incontrare la morte) il film lavora e insiste, mostrando le protagoniste sempre con la sigaretta accesa o la bottiglia di alcolico alla bocca, mostrandole in perenne corsa, salto, sbattimento di quei loro corpi sui quali rivendicano possesso e consapevolezza. Eppure, pur esibendo appunto per tutto il tempo la mancanza di una reale consapevolezza, fino al punto di rendere la visione ansiogena e quasi disturbante, alla fine 17 filles ci conduce incredibilmente ad ammirare queste ragazze anziché commiserarle. Come eroine che hanno compiuto l’impresa. Poi il finale si premurerà di gettare una luce sul brusco risveglio dal sogno collettivo e sottolineerà volentieri la natura unica ed eccezionale della vicenda, ma la bellezza del film è proprio quella di contenere una storia più forte di ogni giudizio e una vitalità (tante vite in crescita) letteralmente incontenibile. « On peut rien contre une fille qui rêve », dice il film alla fine. E ha ragione.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

settembre 29, 2012 at 9:40 am Lascia un commento

Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana ( dvd e b-ray )

Milano, dicembre 1969. Giuseppe Pinelli è un ferroviere milanese. Marito, padre e anarchico anima e ispira il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa. Luigi Calabresi è vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano. Marito, padre e commissario segue e sorveglia le opinioni politiche della sinistra extraparlamentare. Impegnati con intelligenza e rigore su fronti opposti, si incontrano e scontrano tra un corteo e una convocazione. L’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, in cui muoiono diciassette persone e ne restano ferite ottantotto, provoca un collasso alla nazione e una tensione in quella ‘corrispondenza cordiale’. Convocato la sera dell’attentato e interrogato per tre giorni, Pinelli muore in circostanze misteriose, precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi. Assente al momento del tragico evento, il commissario finisce per diventarne responsabile e vittima. Perseguitato con implacabile risolutezza dagli esponenti di Lotta Continua, ‘implicato’ dalla Questura e abbandonato dai ‘dirigenti’, continuerà a indagare sulla strage, scoprendo il coinvolgimento della destra neofascista veneta e la responsabilità di apparati dello Stato. Una promozione e un trasferimento rifiutati confermeranno la sua integrità, determinandone il destino.
È un film secco e pudico quello di Marco Tullio Giordana che mette mano (e cuore) su una delle pagine più tragiche della nostra storia recente. Come e insieme a Pasolini, un delitto italiano, Romanzo di una strage è un film sulla morte, sulla morte al lavoro. Il regista milanese affronta una delle stragi più devastanti e destabilizzanti della nazione e vi cerca dentro il ‘senso’ della vita di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, assieme ai segni e alle tracce della nostra prematura morte civile. Perché in Piazza Fontana, sull’asfalto della questura di Milano e in Largo Cherubini non sono morti solo loro. In quella terra di nessuno della coscienza e della memoria sono caduti anche i sogni e le speranze degli anni Settanta.
Nella notte di Giordana, come in quella di Bellocchio, si muove la generazione che ha ucciso due padri e non è riuscita ad assumere e a fare propria la loro storia. Potenzialmente popolare, il cinema di Giordana prova ancora una volta a superare le rigidità ideologiche e a recuperare l’umanità del gesto, ricostruendo l’Italia di allora con scrupolo filologico (e giuridico) di grande rigore. Asciutto come un giallo ed essenziale come un courtroom drama, Romanzo di una strage dimostra con l’eloquenza dei fatti che non c’è stata giustizia e che la Legge dei tribunali si risolve troppo spesso in un’opera di rimozione.
Pronto a reinventare per il grande schermo paure e passioni, Giordana ribadisce la sua assoluta predilezione per il melodramma (lirico), di cui elude l’emotività iperbolica ma assume i ‘movimenti’ musicali. L’opera, che accompagna la narrazione ‘in atti’ e viene dichiarata ‘in scena’ da un burocrate, è l’ “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti. Come la regina inglese, consorte ripudiata e ‘spinta’ alla morte da Enrico VIII, Pinelli e Calabresi sono figure autenticamente tragiche, profondamente maltrattate, profondamente dolenti eppure sempre dignitose e nobili. Abile a scardinare l’omertà e a rompere pesanti silenzi, il regista ‘esplora’ la materia drammatica di una nazione, guidando lo spettatore con assoluta empatia nella sofferenza di due uomini ostinati e contrari.
Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi hanno rispettivamente il volto di Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea, sorprendenti nel sottrarsi al rischio corso da un attore chiamato a interpretare un personaggio reale. Nessuna mimesi o impudica spavalderia nelle loro performance, piuttosto frammenti, intuizioni, visioni parziali di quei corpi nel teatro di un delitto senza castigo. ‘Romanzato’ da Rulli e Petraglia e agito in pomeriggi declinanti e in interni da cui si esce in qualcosa che non sembra il mondo ma solo un altro interno, Romanzo di una strage semplifica, ‘interpreta’ e agevola (la comprensione di) una strage impunita.
Nell’assurda e crudele immodificabilità delle cose, a due mogli-madri (Licia Pinelli e Gemma Calabresi nell’interpretazione misurata e composta di Michela Cescon e Laura Chiatti) appartiene altrimenti lo smottamento di tenerezza, restituito con una sciarpa calda e una cravatta bianca.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

settembre 28, 2012 at 6:19 pm Lascia un commento

Hunger di Steve McQueen ( dvd )

Irlanda del Nord, 1981. Il Primo Ministro Margaret Thatcher ha abolito lo statuto speciale di prigioniero politico e considera ogni carcerato paramilitare della resistenza irlandese alla stregua di un criminale comune. I detenuti appartenenti all’IRA danno perciò il via, nella prigione di Maze, allo sciopero “della coperta” e a quello dell’igiene, cui segue una dura repressione da parte delle forze dell’ordine. Il primo marzo, Bobby Sands, leader del movimento, decreta allora l’inizio di uno sciopero totale della fame, che lo condurrà alla morte, insieme a nove compagni, all’età di 27 anni.
Il britannico Steve McQueen ha con l’immagine un rapporto estremamente fisico, che qui porta all’estremo, dal fisico al fisiologico, poiché le armi della contestazioni sono dapprima i rifiuti del corpo e poi il corpo stesso, ultima risorsa a disposizione e ultimo baluardo di libertà: quella di poter scegliere di disporre di sé, della propria vita e della sua fine. Ed è tutto attorno a questo percorso insostenibile del libero arbitrio del protagonista che si muove Hunger, con una struttura originale e studiata, cerebrale, ma che procede verso la nudità (la coltre di neve, poi la coperta poi il lenzuolo/sudario), anzi la scarnificazione, e cerca la provocazione utile, vitale, morale, non quella sterile dello shock immediato e presto dimenticato.
Regista dell’espressività, che dà spazio alla materia e lo toglie alla parola, mettendo il dialogo al centro dell’opera e lì soltanto, nel piano-sequenza di 20 minuti che spezza il silenzio del prima e anticipa quello del dopo, McQueen lascia che il faccia a faccia tra Michael Fassbender e Michael Cunningham dica tutto quello che si può dire sull’argomento: dopo di ché, ancora, la scelta è privata, personale, ma questa volta chiama in causa anche lo spettatore. Da artista della contemporaneità quale è, infatti, Mc Queen non si limita a dipingere sulla tela ma instaura una relazione interattiva con l’altro lato dello schermo. Non è certo un cinema della grande illusione, il suo, se mai è un cinema della ferita dolorante, come avverte una delle prime immagini, quella delle nocche distrutte della guardia carceraria.
Lo stile è tutto ed è posto in evidenza senza remore, perché al servizio di una causa, con la stessa esposizione all’ambiguità o all’incomprensione che affronta il protagonista in scena.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

settembre 26, 2012 at 3:58 pm Lascia un commento

Bill Fay – Life is people ( cd – lp )

Bill Fay ha atteso quasi trent’anni nell’oblio, un sussurro poetico che pian piano si è trasformato in un grido, la sua musica affidava canzoni raffinate e ricercate al tono oscuro della sua voce, evocando tutta la malinconia che Nick Drake ha saputo rendere eterna.
Due album nei primi anni 70 per la Deram (riapparsi nel panorama discografico nel 1998) hanno alimentato un culto che di solito arride solo ai defunti. Quarant’anni dopo, “Life Is People” giunge inatteso e brillante con una sequenza di canzoni che toglie il fiato.

Bill canta ancora la solitudine e l’emarginazione dell’anima con una spiritualità immacolata. L’ambizione e l’ardua inquietudine che corrodevano le sue opere giovanili sono ora una saggia indulgenza verso quella flebile speranza che ancora conforta il vivere comune.
Dodici brani che sono un racconto ciclico sulla vita e sulle sue amarezze, con il piano che raccoglie tutto il lirismo tralasciato da anni e anni di cantautorato auto-indulgente. Arrangiamenti imponenti ma privi di enfasi posticcia e un fluire armonico che toglie il respiro senza mai ricorrere a trucchi o vanità.
“Life Is People” è il capolavoro della maturità, non solo di Bill Fay, ma di tutti quelli che, come Leonard CohenNick Drake Bob Dylan, non hanno dovuto attendere l’avvento della senilità per essere consapevoli. Una prova di fede autentica in quella che è l’unica verità tangibile, ovvero l’uomo.
Sono dodici tratteggi lirici ammirevoli, quelli del nuovo album di Fay, una cascata senza fine di sentimenti di abbandono, di compassione, di paure ancestrali, ma anche di fiducia e redenzione, che il musicista affida a un cristo privo del dogmatismo clericale.

Suonava atipico e fuori epoca, il suo esordio per la Deram, un album che affidava ad arrangiamenti colti e raffinati fragili poesie dai contorni folk e country che gettavano un ponte tra l’America e la madre Albione.
Le ambizioni e le raffinate pagine sonore dei primi due album precorrevano suggestioni malinconiche che la generazione dark-gothic degli anni Ottanta e Novanta ha vissuto con un’intensità emotiva coinvolgente, una rabbia sorda e oscura che ha gettato i suoi semi nel cantautorato lo-fi e ora viene raccolta nell’energica ispirazione di “Life Is People”.

È un album vissuto intensamente da tutti i protagonisti: dal produttore Joshua Henry, che è cresciuto ascoltando la sua musica grazie a una copia in vinile nella discoteca paterna, a Jeff Tweedy, che ha sempre dichiarato la sua adorazione per Fay (come anche Nick Cave). Il musicista inglese recupera anche due vecchi amici dei tempi di “Time Of The Last Persecution”, ovvero Ray Russell e Alan Rushton.
La guerra, la cupidigia, l’inquinamento e le debolezze umane sono le linee di un discorso che Fay riconduce su fragili speranze di riscatto che affida alla sensibilità di ognuno di noi, dimostrandosi abile nel dialogare anche con le nuove generazioni.
“Life Is People” è un album che non chiede nulla all’ascoltatore: l’autore libera le sue emozioni e le sue riflessioni con un linguaggio semplice e universale che supera le barriere generazionali.

Poche note iniziali (quelle di “There Is A Valley”) e tutto diventa limpido e vivo: folk e country-blues creano una serie di landscape sonori familiari, sui quali Fay sparge come sangue fresco le memorie delle atrocità umane che sono le vere stimmate del messia. Qui e in ogni frammento la sua voce è sempre profonda, mentre il piano e le tastiere restano il background preferito delle sue ballate.
Spirituale ma non lezioso, Fay evoca la metafora di Cristo e mai della religione come dogma; le atmosfere solenni e sospese di “Big Painter” sono la cornice di un racconto che traccia piccole parabole sul quotidiano: c’è spazio per il perdono in “Be At Peace With Yourself” e per l’indignazione in “The Never Ending Happening”, mentre la musica scivola verso un romanticismo desueto che rimanda al primo Neil Diamond e ai Procol Harum.

Più ambiziose le atmosfere cosmic-blues alla Roy Buchanan della splendida “City Of Dream”, dove tra atmosfere grevi Bill racconta l’alienazione dei media e del progresso tecnologico. I toni si fanno più lievi nella commovente “The Healing Day”, in cui il blues incontra il gospel scivolando su organo e archi.
Jeff Tweedy provvede a dar corpo al brano più impetuoso dell’album, quella “This World” che rischiate di trovarvi a canticchiare di continuo. In verità ogni brano rischia di trascinarvi nel suo lirismo, come il crescendo ricco di pathos di “Cosmic Concerto (Life Is People)”, unica traccia che supera i sei minuti, baciata da una semplicità contagiosa.
L’intensità che Fay mette nella rilettura di “Jesus Etc.” dei Wilco è pari solo al favoloso assolo di Ray Russell nel sotterraneo e magico blues di “Empires”, uno dei momenti più coinvolgenti del disco.

La verità è che Bill Fay si dimostra credibile e suggestivo in ambiti sonori che non perdoneremmo a nessuno. “Thank You Lord” e “The Coast No Man Can Tell” suonano come mille altre canzoni che in altre mani apparirebbero false e inconsistenti, ma Bill conosce i segreti che rendono due note più ricche di un intero concerto, la sua voce è una delle più convincenti e appassionate e “Life Is People” è il disco del suo trionfo artistico.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

settembre 24, 2012 at 3:59 pm Lascia un commento

David Byrne & St.Vincent – Love this giant ( cd – lp )

Quante sono le possibilità che una nevrosi invecchi bene, piuttosto che scaraventare nel baratro del parlarsi addosso e del dire a vanvera? Come evolve il senso di un’alienazione metropolitana? E quali sono le coordinate di una dialettica inter-generazionale, che, fuori dalle dinamiche paternalistiche, produca qualcosa di realmente intrigante?
David Byrne
 non è un vecchio matusalemme, perso nella riproduzione goffa di un passato glorioso. Artista empatico, genio nevrotico, uomo curioso, canuto e tonico sessantenne, piuttosto che riciclare e restaurare i fasti della new-wave – nello specifico di quel seducente white funk degli anni che furono – studia, si guarda intorno, gira in bici, cerca nuovi sodali e sperimenta diverse combinazioni. Affascinato dalla world music, dispensatore di buoni consigli dal suo stuzzicante canale radio, nelle cui playlist è facile imbattersi in una giostra internazionale, che zigzaga tra Caetono Veloso, Bjork e L’orchestra di Piazza Vittorio, non si fa problemi a collaborare con le nuove e meno nuove, lucenti leve.
Dopo Fatboy Slim, è la volta di Annie Clark, aka Saint Vincent, bella, colta e intraprendente stellina pop conosciuta tre anni fa a New York, in occasione di un concerto benefico. La ragazza – già, a sua insaputa, notata in alcuni live – è rapita dal magnetismo byrneiano, patinata e competente, scanzonata e motivata quel che basta per fare da contraltare e rinfrescare il nuovo esperimento.

“The threat of natural disaster promises an emotional epiphany; urban apocalypse gives way to a garden party”, recano le note stampa, confermando la coerenza a sé di Byrne, che della nevrosi metropolitana, guardata da un punto di vista creativo, ha sempre fatto uno degli spunti più interessanti di molta sua produzione.
Le promesse vengono mantenute già da subito, con “Who”, singolo, che, sin dai fiati d’apertura, denuncia lo spirito ludicamente funk di tutto l’album. Incontro fortuito su una strada della provincia newyorkese – come nel divertente video promozionale, corredato da byrneiane ed esilaranti danze – il brano è, liricamente, un interrogarsi sulla possibile empatia di un incontro del tutto fortuito, in un riavvolgersi del nastro alle “Little Creatures” di oltre venticinque anni fa.

Le piccole creature, scaraventate nel presente, si adattano da subito, tirano a lucido le intenzioni e, con nuovi ammennicoli a immagine di sassofono, trombone e corno francese, continuano il discorso in “Dinner for Two”. Il gusto dello sperimentare qualsiasi tipo di sostanza sonora non lascia da parte nemmeno il gospel, come nell’intro di “I’m An Ape”, mentre, in un altro momento, non si rinuncia al gusto di una pop-wave moderatamente sincopata, come in “Lazarus”, altro episodio a due voci, tra i più riusciti dell’album. 
Nella fedeltà a sé, David Byrne non scorda d’essere amante devoto della world music, tanto da aver fondato la Luaka Bop, deliziosa etichetta di diverse latinerie; l’omaggio è reso nella iper-luminosa e lussureggiante “The One Who Broke Your Heart”, che, in un gioco provocatorio – assecondato dall’ospitata di AntibalasThe Dap Kings, direttamente da casa Daptone – sarebbe assolutamente credibile, tra le bonus track di un’edizione remastered di “Rei Momo”. 

La chiosa è un adorabile lieto fine romanticamente futurista, una ballata per solo David, che non esita a mostrare con orgoglio i segni di una splendida maturità, distante dall’antico nichilismo e dal vertiginoso amore per il cinismo (“Outside Of Space & Time”). Isolando, per un attimo, il contributo della fanciulla, e osservandolo nell’ottica non di un paragone, ma di una condivisione – pur avendo, la Clark, co-firmato le liriche e suonato diversi strumenti – la sua presenza non guasta, David le lascia il giusto spazio e la valorizza quel tanto che basta per venirne fuori dignitosamente. I riferimenti sono diversi e non pedissequamente ricalcati, ma semplicemente personalizzati; tra tutti, la Bjork più leggera (“Weekend In Dust”) e, nell’uso della voce, nei primi quaranta secondi di “Ice Age”, l’incarnato pallido ed elegante di Laurie Anderson.

Nell’ottica di uno sbilanciato, ma inevitabile paragone, naturalmente David Byrne, non soltanto per diritto anagrafico, resta il magnifico gigante da amare, continuando a brillare di luce propria, come polo magnetico e generoso di una deliziosa e interessante vestale.

Mimma Schirosi (www.ondarock.it)

settembre 22, 2012 at 10:03 am 1 commento

La sorgente dell’amore di Radu Mihaileanu

La vicenda si svolge ai giorni nostri in un piccolo villaggio situato da qualche parte tra Nord Africa e Medio Oriente. Tutti i giorni le donne debbono compiere un accidentato percorso in salita per andare a prendere l’acqua da una sorgente. Molte di loro hanno perso dei figli che portavano in ventre sottoponendosi a questo duro sforzo. Gli uomini stanno da sempre a guardare e nessuno di loro si è mai dato da fare per far sì che i soldi che arrivano dalle visite dei turisti vengano investiti nella realizzazione di un piccolo acquedotto. Un giorno Leila, giovane sposa venuta dal Sud, decide di non sopportare più questa situazione. Insieme a una delle donne più anziane del villaggio e opponendosi all’ostilità della suocera prova a convincere le donne ad attuare uno sciopero del sesso che dovrà protrarsi sino a quando gli uomini non porranno rimedio alla situazione.
Radu Mihailehanu dopo il treno dei possibili deportati in fuga (Train de vie), la vita non facile di un finto falascià in Israele (Vai e vivrai) e la polifonica irruzione a Parigi dei musicisti russi (Il concerto) affronta il tema dei rapporti uomo/donna nel mondo islamico. Lo fa ammantandolo con l’ottica del racconto di fantasia e partendo da uno spunto da commedia classica dell’antica Grecia: lo sciopero del sesso. Ma non aspettatevi i toni da commedia di almeno due dei film precedenti. Ci sono ma sono minoritari rispetto al bisogno di battersi (ancora una volta per il suo cinema) con senso dello spettacolo contro tutti gli integralismi.
Le sue donne non sono contro gli uomini in quanto tali ma combattono il loro essersi ridotti, per machismo, per vittimismo o per pigrizia mentale allo stereotipo negativo del maschio mediterraneo. La figura di Leila (che trova nell’anziana madre di un Imam tanto giovane quanto integralista una convinta e brillante alleata) emerge. È colei che viene da fuori, colei che la suocera contrasta perché ha il coraggio di gesti che la madre di suo marito non ha mai avuto il coraggio di compiere.
È un piccolo mondo quello che Mihaileanu ci racconta. Ma il suo cinema, che non punta al capolavoro quanto piuttosto a un solido rapporto con il pubblico, trova in sé la forza dell’apologo discreto che ricorda a tutti (non solo ai musulmani) che le Scritture predicano qualcosa di ben diverso dalla sottomissione della donna. Predicano l’amore e il rispetto reciproci.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

settembre 21, 2012 at 7:20 pm 1 commento

Dark Shadows di Tim Burton ( dvd e b-ray )

A metà del XIII° secolo, i coniugi Collins e il figlioletto Barnabas salpano dall’Inghilterra alla volta del Maine, dove avviano un impero commerciale e favoriscono la nascita di una cittadina che porta il loro nome: Collinsport. Anni dopo, Barnabas è un giovin signore ricco e di bell’aspetto, che s’innamora perdutamente della dolce Josette e infrange così il cuore di Angelique Bouchard, che lo aveva servito e adorato. Assetata di vendetta, Angelique, che è una potente strega, lo tramuta in vampiro e lo fa seppellire vivo. Al suo risveglio, nel 1972, Barnabas scopre che il suo maniero e la sua famiglia sono andati in rovina e che l’intera città vive nel mito dell’intraprendente Angie, imprenditrice di successo e vecchia conoscenza di Barnabas.
Basandosi su una sceneggiatura di Seth Grahame-Smith (l’autore di “Orgoglio e Pregiudizio e Zombie”) e sulla serie televisiva di Dan Curtis (1966-1971), Tim Burton realizza con Dark Shadows un film visivamente ricchissimo ma anche pieno di “spirito”. Se del regista si è soliti apprezzare la passione per l’inconsueto, questa incursione nel terreno dei vampiri, che dire di moda è dire poco, può lasciare esitanti, ma non solo Burton con questo lavoro torna “a casa”, ma dimostra ad ogni inquadratura di essere superiore alle mode, anzi, ad esser precisi, di trovarle curiose.
Mai come questa volta ci troviamo in un mondo popolato di creature simili tra loro, almeno apparentemente. Per ragioni diverse (l’età ingrata, il vizio dell’alcol, la capacità di vedere i fantasmi o la natura vampiresca) i Collins e i loro entourage sono tutti strani, chi più chi meno. Lo sono e basta, come i componenti della famiglia Addams. Ma all’interno di questo mondo e di quest’epoca in cui la bizzarria è quasi la normalità, Burton opera i distinguo che fanno battere il cuore al suo film: perché non tutti i mostri sono uguali e non tutti sono mostri allo stesso modo.
All’horror alla James Whale, al melodramma kitsch e soap-operistico, Burton aggiunge un ingrediente (estraneo all’originale televisivo) senza il quale questo film non sarebbe lo stesso, nemmeno lontanamente: un leggero e purissimo umorismo. Le unghie di Barnabas che testano l’asfalto, la sua brama per la lava rossa nella lampada, la sua perplessità per Scooby Doo, o gli hippies in brodo di giuggiole per Eric Segal, sono la testimonianza del divertimento che Burton ha sperimentato preparando e girando. E noi ci divertiamo con lui, assistendo alla resurrezione dalle tenebre del piacere dello spettacolo cinematografico, lo stesso piacere del ragazzino che gioca a rifare i film mettendoci del suo (e quando si parla di Tim Burton, il “suo” è tantissimo).
La sensazione è che, oltre questa summa barocca di generi, ispirazioni (pittoriche e cinematografiche, lontane e vicine), gusti e personaggi, Burton non potrà, forse, che ricominciare da qualcosa di davvero altro. Attendiamo con rinfrescato interesse.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

settembre 17, 2012 at 5:01 pm 1 commento

Articoli meno recenti


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
settembre: 2012
L M M G V S D
« Lug   Ott »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

Blog Stats

  • 135,171 hits

Commenti recenti