David Byrne & St.Vincent – Love this giant ( cd – lp )

settembre 22, 2012 at 10:03 am 1 commento

Quante sono le possibilità che una nevrosi invecchi bene, piuttosto che scaraventare nel baratro del parlarsi addosso e del dire a vanvera? Come evolve il senso di un’alienazione metropolitana? E quali sono le coordinate di una dialettica inter-generazionale, che, fuori dalle dinamiche paternalistiche, produca qualcosa di realmente intrigante?
David Byrne
 non è un vecchio matusalemme, perso nella riproduzione goffa di un passato glorioso. Artista empatico, genio nevrotico, uomo curioso, canuto e tonico sessantenne, piuttosto che riciclare e restaurare i fasti della new-wave – nello specifico di quel seducente white funk degli anni che furono – studia, si guarda intorno, gira in bici, cerca nuovi sodali e sperimenta diverse combinazioni. Affascinato dalla world music, dispensatore di buoni consigli dal suo stuzzicante canale radio, nelle cui playlist è facile imbattersi in una giostra internazionale, che zigzaga tra Caetono Veloso, Bjork e L’orchestra di Piazza Vittorio, non si fa problemi a collaborare con le nuove e meno nuove, lucenti leve.
Dopo Fatboy Slim, è la volta di Annie Clark, aka Saint Vincent, bella, colta e intraprendente stellina pop conosciuta tre anni fa a New York, in occasione di un concerto benefico. La ragazza – già, a sua insaputa, notata in alcuni live – è rapita dal magnetismo byrneiano, patinata e competente, scanzonata e motivata quel che basta per fare da contraltare e rinfrescare il nuovo esperimento.

“The threat of natural disaster promises an emotional epiphany; urban apocalypse gives way to a garden party”, recano le note stampa, confermando la coerenza a sé di Byrne, che della nevrosi metropolitana, guardata da un punto di vista creativo, ha sempre fatto uno degli spunti più interessanti di molta sua produzione.
Le promesse vengono mantenute già da subito, con “Who”, singolo, che, sin dai fiati d’apertura, denuncia lo spirito ludicamente funk di tutto l’album. Incontro fortuito su una strada della provincia newyorkese – come nel divertente video promozionale, corredato da byrneiane ed esilaranti danze – il brano è, liricamente, un interrogarsi sulla possibile empatia di un incontro del tutto fortuito, in un riavvolgersi del nastro alle “Little Creatures” di oltre venticinque anni fa.

Le piccole creature, scaraventate nel presente, si adattano da subito, tirano a lucido le intenzioni e, con nuovi ammennicoli a immagine di sassofono, trombone e corno francese, continuano il discorso in “Dinner for Two”. Il gusto dello sperimentare qualsiasi tipo di sostanza sonora non lascia da parte nemmeno il gospel, come nell’intro di “I’m An Ape”, mentre, in un altro momento, non si rinuncia al gusto di una pop-wave moderatamente sincopata, come in “Lazarus”, altro episodio a due voci, tra i più riusciti dell’album. 
Nella fedeltà a sé, David Byrne non scorda d’essere amante devoto della world music, tanto da aver fondato la Luaka Bop, deliziosa etichetta di diverse latinerie; l’omaggio è reso nella iper-luminosa e lussureggiante “The One Who Broke Your Heart”, che, in un gioco provocatorio – assecondato dall’ospitata di AntibalasThe Dap Kings, direttamente da casa Daptone – sarebbe assolutamente credibile, tra le bonus track di un’edizione remastered di “Rei Momo”. 

La chiosa è un adorabile lieto fine romanticamente futurista, una ballata per solo David, che non esita a mostrare con orgoglio i segni di una splendida maturità, distante dall’antico nichilismo e dal vertiginoso amore per il cinismo (“Outside Of Space & Time”). Isolando, per un attimo, il contributo della fanciulla, e osservandolo nell’ottica non di un paragone, ma di una condivisione – pur avendo, la Clark, co-firmato le liriche e suonato diversi strumenti – la sua presenza non guasta, David le lascia il giusto spazio e la valorizza quel tanto che basta per venirne fuori dignitosamente. I riferimenti sono diversi e non pedissequamente ricalcati, ma semplicemente personalizzati; tra tutti, la Bjork più leggera (“Weekend In Dust”) e, nell’uso della voce, nei primi quaranta secondi di “Ice Age”, l’incarnato pallido ed elegante di Laurie Anderson.

Nell’ottica di uno sbilanciato, ma inevitabile paragone, naturalmente David Byrne, non soltanto per diritto anagrafico, resta il magnifico gigante da amare, continuando a brillare di luce propria, come polo magnetico e generoso di una deliziosa e interessante vestale.

Mimma Schirosi (www.ondarock.it)

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1 commento Add your own

  • 1. gianni  |  ottobre 19, 2012 alle 1:00 pm

    credo, cke il lavoro svolto con la nuova e brava, stellina americana sia stato x david 1 semplice e puro divertimento..sempre alla moda e sempre attento a tutto…sono suo fan da quando scoprii x caso lo storico album 77..e dali ho capito, sin da subito, con cki avessi a che fare..mode hit neanche a parlarne..invece david appena tocca qualcosa diventa oro e purtroppo anche hit psyco killer no to now—lazy..once in a liftaime..ma si la clarck è bravina..ma il lavoro la direzione il suono le liriche..anche se sciritte insieme sono il marckio di fabbrica di DAVID…ora mo aspetto un true stories…in versione moderna anni duemila..cosa cke la clarck ai tempi neanche era nata…ciao da gianni—

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