Bill Fay – Life is people ( cd – lp )

settembre 24, 2012 at 3:59 pm Lascia un commento

Bill Fay ha atteso quasi trent’anni nell’oblio, un sussurro poetico che pian piano si è trasformato in un grido, la sua musica affidava canzoni raffinate e ricercate al tono oscuro della sua voce, evocando tutta la malinconia che Nick Drake ha saputo rendere eterna.
Due album nei primi anni 70 per la Deram (riapparsi nel panorama discografico nel 1998) hanno alimentato un culto che di solito arride solo ai defunti. Quarant’anni dopo, “Life Is People” giunge inatteso e brillante con una sequenza di canzoni che toglie il fiato.

Bill canta ancora la solitudine e l’emarginazione dell’anima con una spiritualità immacolata. L’ambizione e l’ardua inquietudine che corrodevano le sue opere giovanili sono ora una saggia indulgenza verso quella flebile speranza che ancora conforta il vivere comune.
Dodici brani che sono un racconto ciclico sulla vita e sulle sue amarezze, con il piano che raccoglie tutto il lirismo tralasciato da anni e anni di cantautorato auto-indulgente. Arrangiamenti imponenti ma privi di enfasi posticcia e un fluire armonico che toglie il respiro senza mai ricorrere a trucchi o vanità.
“Life Is People” è il capolavoro della maturità, non solo di Bill Fay, ma di tutti quelli che, come Leonard CohenNick Drake Bob Dylan, non hanno dovuto attendere l’avvento della senilità per essere consapevoli. Una prova di fede autentica in quella che è l’unica verità tangibile, ovvero l’uomo.
Sono dodici tratteggi lirici ammirevoli, quelli del nuovo album di Fay, una cascata senza fine di sentimenti di abbandono, di compassione, di paure ancestrali, ma anche di fiducia e redenzione, che il musicista affida a un cristo privo del dogmatismo clericale.

Suonava atipico e fuori epoca, il suo esordio per la Deram, un album che affidava ad arrangiamenti colti e raffinati fragili poesie dai contorni folk e country che gettavano un ponte tra l’America e la madre Albione.
Le ambizioni e le raffinate pagine sonore dei primi due album precorrevano suggestioni malinconiche che la generazione dark-gothic degli anni Ottanta e Novanta ha vissuto con un’intensità emotiva coinvolgente, una rabbia sorda e oscura che ha gettato i suoi semi nel cantautorato lo-fi e ora viene raccolta nell’energica ispirazione di “Life Is People”.

È un album vissuto intensamente da tutti i protagonisti: dal produttore Joshua Henry, che è cresciuto ascoltando la sua musica grazie a una copia in vinile nella discoteca paterna, a Jeff Tweedy, che ha sempre dichiarato la sua adorazione per Fay (come anche Nick Cave). Il musicista inglese recupera anche due vecchi amici dei tempi di “Time Of The Last Persecution”, ovvero Ray Russell e Alan Rushton.
La guerra, la cupidigia, l’inquinamento e le debolezze umane sono le linee di un discorso che Fay riconduce su fragili speranze di riscatto che affida alla sensibilità di ognuno di noi, dimostrandosi abile nel dialogare anche con le nuove generazioni.
“Life Is People” è un album che non chiede nulla all’ascoltatore: l’autore libera le sue emozioni e le sue riflessioni con un linguaggio semplice e universale che supera le barriere generazionali.

Poche note iniziali (quelle di “There Is A Valley”) e tutto diventa limpido e vivo: folk e country-blues creano una serie di landscape sonori familiari, sui quali Fay sparge come sangue fresco le memorie delle atrocità umane che sono le vere stimmate del messia. Qui e in ogni frammento la sua voce è sempre profonda, mentre il piano e le tastiere restano il background preferito delle sue ballate.
Spirituale ma non lezioso, Fay evoca la metafora di Cristo e mai della religione come dogma; le atmosfere solenni e sospese di “Big Painter” sono la cornice di un racconto che traccia piccole parabole sul quotidiano: c’è spazio per il perdono in “Be At Peace With Yourself” e per l’indignazione in “The Never Ending Happening”, mentre la musica scivola verso un romanticismo desueto che rimanda al primo Neil Diamond e ai Procol Harum.

Più ambiziose le atmosfere cosmic-blues alla Roy Buchanan della splendida “City Of Dream”, dove tra atmosfere grevi Bill racconta l’alienazione dei media e del progresso tecnologico. I toni si fanno più lievi nella commovente “The Healing Day”, in cui il blues incontra il gospel scivolando su organo e archi.
Jeff Tweedy provvede a dar corpo al brano più impetuoso dell’album, quella “This World” che rischiate di trovarvi a canticchiare di continuo. In verità ogni brano rischia di trascinarvi nel suo lirismo, come il crescendo ricco di pathos di “Cosmic Concerto (Life Is People)”, unica traccia che supera i sei minuti, baciata da una semplicità contagiosa.
L’intensità che Fay mette nella rilettura di “Jesus Etc.” dei Wilco è pari solo al favoloso assolo di Ray Russell nel sotterraneo e magico blues di “Empires”, uno dei momenti più coinvolgenti del disco.

La verità è che Bill Fay si dimostra credibile e suggestivo in ambiti sonori che non perdoneremmo a nessuno. “Thank You Lord” e “The Coast No Man Can Tell” suonano come mille altre canzoni che in altre mani apparirebbero false e inconsistenti, ma Bill conosce i segreti che rendono due note più ricche di un intero concerto, la sua voce è una delle più convincenti e appassionate e “Life Is People” è il disco del suo trionfo artistico.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

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