Archive for luglio, 2010

Shutter Island di Martin Scorsese ( dvd e b-ray )

E’ il rumore di una matita che violenta un foglio bianco: meno di un sibilo, molto più di uno schiaffo. E’ quel rumore lì, insostenibile, quel gesto ossessivo e senza pace: un ghigno feroce e sdentato, un trapano che urla nel cervello. E’ questo «Shutter island», più di ogni altra cosa: una pagina vuota che si lacera prima che un’altra venga scritta. Nel mistero della mente che si incrina, il doppio sogno di una ferita che genera mostri: non ci sono vincitori – ma solo vinti -, nel grande complotto del senso di colpa che ti fotte la testa. E’ di cenere e di fumo, gonfio di pioggia e livido di brutti presentimenti, il nuovo film di Martin Scorsese: che dopo l’Oscar per «The departed» continua a rileggere alla sua maniera (con nerbo e personalità) i generi disseminando di trabocchetti gotici un thriller psicanalitico, incubo a occhi aperti che affascina e respinge, apologo ispirato e attuale (nonostante la chiara ambientazione anni ’50), ma a tratti anche confuso, sulla rimozione, peccato capitale di un’umanità in perenne fuga da ciò che ha fatto.La storia labirintica di Teddy Daniels, agente dell’Fbi «cresciuto dai lupi» inviato su un’isola che ospita un manicomio criminale: una paziente – che ha ucciso, annegandoli, i tre figli – è scappata. Sparita nel nulla, come evaporata dalla sua cella, svanita da un luogo da cui sembra impossibile fuggire: a Teddy e al suo collega il compito di ritrovarla. Anche se il bersaglio, in realtà, è più grosso: l’agente, infatti, sospetta che i medici del manicomio conducano atroci esperimenti per annullare la volontà umana…E’ bello (anche molto, nella sua magistrale ricerca estetica) ma non spacca, «Shutter island», thriller onirico-paranoico ottimo e tesissimo per tutta la prima parte, poi via via meno suggestivo e «moderno» nel suo dipanarsi verso l’inevitabile resa dei conti. Impermeabili e fucili, grate e reticolati, filo spinato e brutte cravatte: fatti suoi alcuni stilemi ultra-classici (il faro, la tempesta, la scogliera, le scale a chiocciola, il manicomio, lo scienziato pazzo…), Scorsese approda sull’isola che (non) c’è dei freaks e dei reietti per aprire le celle dei fantasmi della mente: là dove il tono horror è una pennellata d’artista nella riflessione crudele e magari ridondante, ma per nulla banale ed estemporanea, sulla memoria negata. Ma, tra reminiscenze dell’olocausto e guerra fredda, il regista di «Taxi driver» si esalta in particolar modo, complice la splendida fotografia antinaturalistica di Robert Richardson (due Oscar sulla mensola e varie nomination nel cassetto), nella rappresentazione potente di un cinema-cinema sottolineato dai colori polarizzati e dai bianchi accecanti, là dove la citazione delle atmosfere di schermi che furono si trasforma in segno ed espressione grazie a carrellate magnifiche e a dolly sontuosi.Campione di incasso negli Stati Uniti, ispirato a un romanzo cupo e giallissimo di Dennis Lehane (l’autore di «Mystic river»), «Shutter island», interpretato da un Leo DiCaprio sufficientemente smarrito (anche se chi davvero resta sono i protagonisti di contorno: Michelle Williams, Max von Sydow, Patricia Clarkson), rende un po’ troppo «telefonato», il primo colpo di scena finale, prendendo però il pubblico in contropiede col secondo, che rimescola ancora le carte: scelta estrema e volontaria di chi non ha paura della morte perché all’inferno c’è già stato.
Filiberto Molossi, Gazzetta di Parma

luglio 27, 2010 at 5:04 pm 1 commento

I gatti persiani di Bahman Ghobadi ( dvd )

Un ragazzo e una ragazza che hanno già avuto dei guai con la giustizia iraniana decidono, una volta usciiti di prigione, di formare una band rock. Si tratta di un’attività proibita dal regime e i due debbono cercare gli altri componenti cercando di non farsi scoprire. Al contempo iniziano a pianificare la fuga dal Paese che li opprime attraverso l’acquisto di passaporti falsi. Questo consentirebbe loro di avere anche la speranza di poter suonare in Europa. Ma i documenti costano cari e il rischio che la polizia interrompa brutalmente la loro attività si fa sempre più forte.
Ci sono film che hanno un valore di denuncia che va al di là della loro qualità artistica. Ci sono film poi che invece conservano un loro stile al di là del messaggio che intendono veicolare. Quello di Barman Ghobadi si colloca nella seconda categoria. Chi ha in mente il cinema iraniano fatto di lande desolate, scene ripetitive, tempi morti sul piano narrativo (fatti salvi i capolavori di pochi maestri come Abbas Kiarostami) qui ha l’occasione per respirare un’aria nuova. Con grande coraggio e rischiando personalmente Ghobadi ha girato un film senza autorizzazione, è riuscito a realizzare riprese in esterni talvolta corrompendo agenti con l’offerta di dvd ‘proibiti’ (compresi quelli dei suoi film precedenti) ed ha così potuto offrirci il ritratto di un Teheran nascosta in cui i giovani cercano di resistere come possono a un regime teocratico in cui il divieto di qualsiasi forma di espressione non allineata viene represso. Non è un caso che alla sceneggiatura abbia partecipato la compagna del regista, la giornalista di origine americana Roxana Saberi.
Costei, arrestata con il pretesto di un’accusa di spionaggio, è stata liberata esattamente due giorni prima della proiezione del film a Cannes. Il regime ha capito che, in caso contrario, la cassa di risonanza mediatica sarebbe stata troppo forte e che gli echi sarebbero stati colti da quella ‘pericolosa opposizione’ costituita dai giovani che vogliono esprimersi anche con la musica. Perché i gatti persiani possono essere costretti ad apparire come animali da salotto. Ma non bisogna dimenticare che possono (e un giorno lo faranno) sfoderare le unghie. Nel frattempo Ghobadi ha dovuto autoesiliarsi.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

luglio 26, 2010 at 3:45 pm Lascia un commento

Danger Mouse & Sparklehorse – Dark night of the soul ( cd – 2lp – box 2cd/2lp)

Una storia strana, quella di “Dark Night Of The Soul“, l’ambizioso progetto del musicista e produttore statunitense Brian Burton (aka Danger Mouse) che annovera tra i suoi contributori alcuni fra i più prestigiosi nomi della scena musicale indipendente. Una storia strana, fatta di giochi di potere e colpi di scena, e sulla quale ancora oggi aleggia l’ombra di un grande punto interrogativo.
Ma andiamo con ordine.

Marzo 2009. Al South By Southwest Music Festival di Austin appare un misterioso manifesto che titola: “Danger Mouse & Sparklehorse present: Dark Night Of The Soul”. A seguire, l’elenco dei partecipanti a quello che sin dalle premesse sembrerebbe essere il progetto musicale dell’anno: Black Francis, Julian Casablancas, Vic Chesnutt, Flaming Lips, David Lynch, Jason Lytle, James Mercer, Nina Persson, Iggy Pop, Gruff Rhys, Suzanne Vega.  Un mese dopo su YouTube inizia a circolare un brevissimo e criptico video firmato dall’inconfondibile regia di David Lynch: pochi fotogrammi che contribuiscono ad accrescere la curiosità e il mistero attorno al nome “Dark Night Of The Soul“.

A maggio tutti i brani del progetto, ribattezzato brevemente “DNOTS”, vengono resi disponibili in streaming gratuito sul blog della Crysalis (casa di produzione con la quale Danger Mouse collabora da lungo tempo) e nel giro di poco gli mp3 sono disponibili in rete. Inizia dunque un download selvaggio. Contemporaneamente si rende noto che i brani saranno pubblicati in uno speciale cofanetto, in uscita ad agosto, che oltre al materiale audio prevede la presenza di speciali contenuti multimediali e di un booklet con un centinaio di fotografie firmate da David Lynch.
A questo punto… a questo punto ci sarebbe il vero colpo di scena. Ma il cappello introduttivo è durato già troppo, e deve necessariamente cedere il passo alla descrizione dell’album. I lettori sappiano, però, che la storia del progetto “DNOTS” non è finita qui.

“Dark Night Of The Soul” nasce dalla collaborazione tra Danger Mouse e Mr. Sparklehorse Mark Linkous. I due in realtà avevano già avuto modo di interagire ai tempi di “Dreamt for light years in the belly of a mountain ” (Danger Mouse aveva partecipato alla realizzazione dell’album), e dopo quel frangente avevano iniziato a lavorare su alcune tracce incompiute scritte da Linkous. Alla fine avevano messo insieme una serie di pezzi strumentali e li avevano inviati ad alcuni vocalist invitandoli a scriverne i testi. A operazione conclusa, Danger Mouse aveva delegato a David Lynch la creazione di immagini che potessero accompagnare le varie canzoni. Così aveva avuto origine il progetto “DNOTS”.

I brani di “Dark Night Of The Soul” riflettono in maniera piuttosto evidente le rispettive personalità dei due ideatori: da un lato l’impronta stilistica di Linkous, con melodie imbellettate da un etereo surrealismo indie-tronico (tanto che sembra a volte di essere di fronte a un album-tributo agli Sparklehorse) e dall’altro la produzione “tirata a lucido” di Danger Mouse, rifinitissima e ruffiana (più di) quanto basta. Su queste “fondamenta” si inseriscono gli ospiti, una manciata di voci di sicuro richiamo cui si aggiunge un insospettabile David Lynch, che, oltre a curare la grafica del progetto nella sua interezza, fa capolino in veste di vocalist in un paio di brani (suoi i lamenti vaporizzati sulla struggente “Star Eyes (I Can’t Catch It)” e sue le inquietanti incursioni vocali nella spettrale title track).

Alle ambiziose premesse, tuttavia, non fanno sempre seguito i risultati sperati. Danger Mouse e Linkous si ingegnano in ogni modo per mantenersi sempre “al di sopra delle aspettative”, ma non è tutto oro quello che luccica sotto le loro dita: i vocalist in “DNOTS” sono talora messi in ombra dai brani stessi, mentre la sostanza di questi ultimi tende a perdersi tra le sperimentazioni sonore (“Insane Lullaby”, “Grim Augury”). Tutto sommato, però, Danger Mouse e Linkous riescono a creare una certa coralità d’insieme, che sarebbe del tutto convincente se a un certo punto Iggy Pop e Black Francis non irrompessero sulla scena cimentandosi in un paio di performance rock claudicanti e fuori contesto (“Pain” e “Angel’s Harp”, rispettivamente).

Ma “DNOTS” ha anche diversi passaggi felici, che, oltre ai due già citati brani di Lynch, comprendono l’ouverture dell’album “Revenge”, nella quale Wayne Coyne si cimenta con i demoni della vendetta tra i fuochi di uno struggente crescendo strumentale; la candida “Daddy’s Gone”, una ballata pop in cui alla voce di Linkous si affiancano i sognanti backing vocals di Nina Persson; l’avvolgente “Just War”, un brano sulla guerra che tra arcobaleni strumentali e stratificazioni elettriche ritrova un (finalmente) ispirato Gruff Rhys.
Volendolo giudicare solo da un punto di vista musicale, dunque, un album come “Dark Night Of The Soul”, se non fosse per i nomi coinvolti, non susciterebbe particolari clamori.

La musica, tuttavia, non è il solo aspetto di questa storia.
Pochi giorni dopo la divulgazione dei brani di “DNOTS” sul blog della Crysalis, un ospite a sorpresa sopraggiunge a rovinare la festa in casa Danger Mouse-Sparklehorse: si tratta della Emi, che fa ritirare da YouTube il video di Lynch e vieta a Danger Mouse la pubblicazione dei brani di “Dark Night Of The Soul”, minacciando di citarlo in giudizio in caso non rispetti questa sua richiesta. A un primo impatto questa della Emi sembrerebbe solo una capricciosa presa di posizione, dovuta al legame di Linkous con la casa discografica inglese. Ma scavando un po’ saltano fuori interessanti retroscena, e più precisamente una brutta storia di violazione di copyright che nel 2004 aveva accompagnato il self-release di “The Grey Album“, un mix-up tra il “Black Album” di Jay-Z e il “White Album” dei Beatles che Danger Mouse aveva pubblicato ignorando bellamente i diritti della Emi sui brani dei Fab-Four. Forse dopo quell’incidente la major inglese aveva aggiunto Danger Mouse sul suo temibile libro nero e ha dunque approfittato della prima occasione utile (le royalties sulla produzione a firma Sparklehorse) per assaporare con comodo la sua fredda vendetta.

A seguito della manovra della Emi, sembrava quindi che il progetto di Danger Mouse fosse giunto al capolinea e che la pubblicazione del tanto atteso cofanetto non fosse più possibile. Ma poiché la necessità aguzza l’ingegno, il brillante Danger Mouse pianifica un elegante escamotage per bypassare il veto e farsi anche un po’ beffa della potente label. Il cofanetto viene dunque pubblicato, senza però includere in esso alcun brano, e il materiale multimediale e quello cartaceo vengono accompagnati da un cd-r emblematicamente vuoto. Su ciascuna delle copie (una tiratura limitata di 5000 esemplari, venduti a 50 dollari l’uno), vengono riportate queste parole: “For legal reasons, enclosed cd-r contains no music. Use it as you will.” Inutile dirlo, “Dark Night Of The Soul” è sold-out in pochissime settimane.
Una lezione da tenere bene a mente, questa, soprattutto per chi pensa ancora che i download illegali rappresentino la morte del mercato discografico.

Alessandra Reale (www.ondarock.it)

luglio 24, 2010 at 4:26 pm 2 commenti

Io sono l’amore di Luca Guadagnino ( dvd )

Emma è la moglie “straniera” e composta di Tancredi Recchi, influente esponente dell’alta borghesia industriale lombarda. Sposati senza amore, Emma e Tancredi vivono tra agi e ipocrisie in una grande villa nel cuore di Milano insieme ai loro tre figli: Elisabetta, Edoardo e Gianluca. Prossimo al padre per cinismo e concretezza, Gianluca si distingue dai suoi fratelli, sensibili e idealisti come Emma, che veglia amorevole sulla loro felicità precaria. Edoardo, orgoglio della madre, delude invece le aspettative del padre ripiegando sulla gestione di un ristorante bucolico in società con Antonio, un giovane chef di talento e di bassa estrazione sociale. L’ingresso in scena di Antonio sovvertirà equilibri e destini con la forza e la “portata” dell’amore.
L’orrore di molto cinema italiano sta nel mettere frequentemente in scena la borghesia come unica depositaria dell’umano: middle class compiaciuta e paga di sé. Correva questo rischio Io sono l’amore di Luca Guadagnino, invece, pur partendo da quell’angolo limitato di osservazione e attraverso le vicende umane e professionali di una famiglia di industriali milanesi, racconta la borghesia senza assolverla.
Con “cento colpi di spazzola” e con la regalità diafana di Tilda Swinton, il regista palermitano licenzia adolescenti pruriginosi e prove di immaturità, muovendosi con proprietà estetica ed eleganza formale nella Milano decadente degli dei caduti di Visconti. Peccando di intenzionale manierismo, Guadagnino guarda all’universo truccato delle classi privilegiate e segue le vicende umane di un gruppo di famiglia in un interno milanese, “raffreddato” dalla neve e dalle ipocrisie affettive che governano i Recchi e riempiono le loro stanze sovraccariche e opulenti.
Dentro una villa che congela e impedisce sentimenti e movimenti del cuore, entra impetuosamente colui che “è l’amore”, colui che porta con sé, per nascita e per vocazione, il principio di natura, la fiamma e gli ingredienti in grado di recuperarli all’emozione. Soltanto Edoardo e l’esotica ed estraniata padrona di casa risponderanno a quel richiamo, spostandosi emotivamente e fisicamente lontano da Milano. Su una piana ligure sopra il mare di Sanremo, Edoardo sperimenta l’amicizia ed Emma il vero amore, riacquistando la sua identità nazionale svenduta per una nuova e innaturale posizione sociale.
Tilda Swinton, abbagliante e (co)stretta negli abiti borghesi, è ancora una volta musa sensibile dell’autore che, con un preciso sezionamento del corpo, scompone la sua bellezza in dettagli, lasciando intatta la resa unitaria della figura altera e intera e cogliendo particolari significanti (accessori e novakiane acconciature a spirale) di un personaggio ridestato all’amore.
Un film che apre e chiude esibendo beffardo la menzogna della rappresentazione e della natura umana.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

luglio 14, 2010 at 6:35 pm Lascia un commento

Keith Jarrett / Charlie Haden – Jasmine ( cd )

Non sono molti gli artisti di cui si può essere certi che non deluderanno: Keith Jarrett appartiene a questa strettissima cerchia e la conferma viene dal suo ultimo album ,”Jasmine”, registrato in duo con Charlie Haden al contrabbasso nel marzo del 2007. In realtà il pianista di Allentown dal vivo ha accusato qualche raro passaggio a vuoto: ricordo ,ad esempio, poco tempo fa un recital all’Auditorium di Roma in cui per tutto il primo tempo Jarrett si dilungò in una sorta di lunghissimo monologo senza soluzione di continuità francamente non esaltante. Viceversa su disco mai ha sbagliato un colpo a cominciare da quel “Don Jacoby – Swinging Big Sound (Decca DL 4241)” in cui appare un Jarrett ancora diciassettenne, fino ai nostri giorni, a questo “Jasmine” che a mio avviso è un vero gioiellino. Lo si ascolta tutto d’un fiato e poi si ha voglia di risentirlo una volta … e ancora una volta, per tornare a gustare quel passaggio, per approfondire quel fraseggio, quella sfumatura, quell’invenzione tematica. Il fatto è che l’album si impernia su due grandissimi musicisti che non solo rappresentano il meglio nel rispettivo ambito ma evidenziano anche il piacere di suonare assieme in una sorta di rappresentazione sonora della “gioia musicale”. In realtà i due non si conoscono certo da ieri: nei primi anni ’70 ebbero modo di collaborare a lungo in quello che fu definito il quartetto americano di Jarrett che incise anche parecchi album di straordinaria fattura come “Fort Yawuh” del ’73. Poi nel ’76 il gruppo si sciolse e per oltre 30 anni i due non ebbero più modo di collaborare. L’occasione si ripresenta nel ’77: il regista Reto Caduff ha girato un film documentario “Rambling Boy” sulla vita e la carriera di Charlie Haden. Jarrett viene invitato a partecipare al filmato e qualche mese dopo, nel marzo 2007, invita Charlie nella sua abitazione nel New Jersey. Nel corso di quattro giorni i due suonano nello studio di registrazione di Keith e “Jasmine” ne è il risultato. Probabilmente rilassati anche dall’ambiente “domestico” i due suonano in tutta scioltezza , nulla dovendo dimostrare e si lasciano andare alla propria ispirazione evidenziando una delicatezza ed una levità difficilmente riscontrabile nei precedenti album. Il gusto per la melodia è quanto meno evidente anche se non mancano approfondite esplorazioni delle possibili variazioni armoniche; il pianismo di Jarrett è in questa occasione solare anche se mai banale mentre il contrabbasso di Haden evidenzia quel suono pieno, robusto che tutti gli appassionati amano tanto. Così i due duettano, scambiandosi il ruolo di prima voce, mentre la musica scorre fluida e convincente. Alla luce di queste considerazioni si spiega anche il repertorio basato su ballads, alcune delle quali molto conosciute come “Body and soul” o “Don’t ever leave me” mentre “One Day I’ll Fly Away” è tratta dal repertorio pop essendo stata portata al successo da Randy Crawford.

Gerlando Gatto (www.online-jazz.net)

luglio 2, 2010 at 4:35 pm Lascia un commento


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