Archive for aprile 23, 2011

Unthanks – Last ( cd )

Non c’è simbolismo nel titolo del quarto album delle sorelle Unthank: “Last” è una espressione che evoca un suono, un punto di arrivo che apre nuove prospettive al folk revival.
Se gran parte della scena musicale si adorna del termine folk per dare spessore a incerti matrimoni stilistici, per le Unthanks è invece solo il punto partenza per abbattere i limiti del genere esplorando nuove possibilità, comunque intrinseche, ma raramente elaborate in tal guisa.
Avant-garde, classica e jazz creano il tappeto sonoro sul quale il gruppo distende la cultura popolare inglese estraendo nuove soluzioni armoniche, come Marvin Gaye in “What’s going on“, gli United States of America in “U.S.A.” o Miles Davis in “Tutu” e “Bitches Brew“, la formazione del Northumberland reinventa il linguaggio di un genere con una nitidezza impressionante.
Dopo aver suonato con Damon Albarn e Charles Hazlewood e dopo aver incluso in repertorio brani di Anne Briggs, Nic Jones, Robert Wyatt Bonnie Prince Billy, il gruppo ripropone la sua tradizione musicale rielaborando con maggior potenza e intensità la magia dolente della sua terra, ma senza ignorare i poeti della musica contemporanea.
Tom WaitsKing Crimson e Jon Redfern sono gli autori oggetto della loro rilettura malinconica e solenne, un raffinato wall of sound pieno di chiaroscuri e toni sfumati, che sottolinea ogni spazio emotivo con la stessa intensità e poesia.

Le prime note di “Gun To The Kye” elevano il minimalismo a poesia, un incedere ipnotico che allinea le note come gocce di rugiada che cullano paure ancestrali: è il primo dei tre traditional a cui il gruppo affida la propria voce.
Le sonorità ricche di suggestioni, ma prive di enfasi, sottolineano al meglio la voce eterea e soffusa di Becky in “The Gallowgate Lad”, nonché le tonalità acide e psichedeliche di Rachel in “Queen Of Hearts”, due ballate che confermano la grande abilità di riscrittura del gruppo.
L’oscurità e le sue ombre sono protagoniste anche delle preziose cover dell’album, che recano ancora tracce di progressive nel percorso sonoro della band: dopo Robert Wyatt, tocca ai King Crimson contribuire con “Starless”, la cui depressione e grigia malinconia sono accarezzate con una dolcezza che sembra mancare all’originale (sensazione, in verità, che viene per fortuna smentita con l’ascolto). L’audace rilettura licenzia la chitarra di Robert Fripp per affidare alla tromba la forza elegiaca del brano (in questo riproponendo le atmosfere della precedente rilettura di Craig Armstrong) e annulla la forza dirompente del basso di John Wetton sfumandone il pulsare imponente verso suoni brumosi.
 
Non è un caso che il brano di Tom Waits scelto dall’album “Alice” sia la delicata ballad “No One Knows I’m Gone”, nonostante le atmosfere oscure di “Poor Edward” avessero qualche possibilità in più di adattarsi alle atmosfere decadenti di “Last”; più intensa la rilettura di “Give Away Your Heart”, tratta dal misconosciuto capolavoro di Jon Redfern “May Be Some Time”, della quale le voci estraggono tutta la poesia e l’amarezza di un disperato inno contro la guerra in Iraq, adesso riproposto con attualità e spessore che lo arricchiscono di un fascino nuovo, essiccando ogni eccesso emotivo, mentre la terra diventa polvere, la malinconia si affievolisce verso una sorda disperazione e il canto diventa un grido senza voce.

Spetta agli altri due brani tradizionali porre nuovamente il folk al centro della musica di “Last”, prima con le atmosfere più giocose di “Canny Hobbie Elliot” – nella quale è il violino a fare da protagonista – e poi nella più austera “My Laddie Sits Ower Late Up”.
Molto suggestiva la title track scritta dal pianista e produttore Adrian McNally e la ballad “Last”, che sembra uscire dalle pagine più romantiche di Antony & The Johnsons (gli ultimi due concerti del gruppo all’Union Chapel di Londra avevano in lista solo brani di Antony e Robert Wyatt), con le sue carezze di leggiadra brezza di felicità, che instillano un breve attimo di serenità in un album dal tono, invece, solenne.
Non sembri casuale aver affidato il finale alla classicheggiante “Close The Coalhouse Door”: il prepared piano alla Satie e il minimalismo orchestrale sono predisposti a indicare nuove ambizioni e nuove sonorità, che il gruppo semina tra le pagine di questo ennesimo grande album, per farle fiorire in tutto il loro splendore in un futuro prossimo. Ancora una volta l’incanto si ripete e noi non possiamo che gioirne e raccontarlo con devozione.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

Annunci

aprile 23, 2011 at 10:02 am Lascia un commento


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
aprile: 2011
L M M G V S D
« Mar   Mag »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

Blog Stats

  • 139,525 hits

Commenti recenti