Erik Wollo – Airborne ( cd )

ottobre 27, 2012 at 9:46 am Lascia un commento

Erik Wøllo è uno dei nomi più originali e meno noti della scena ambientale “classica”. Dopo diciassette anni di attività fra colonne sonore, teatro, musica da camera e carriera solista da studio-artist, il norvegese può vantare una miriade di lavori in studio di qualità elevatissima e collaborazioni con nomi quali Ian Boddy Steve Roach, ma non certo la notorietà del californiano o di un Dirk Serries – spesso costretto a vivere nell’oblio di una proposta ibrida e mai abbastanza “canonica” per scendere sotto la definizione di pura ambient.
Elettronica, impianti rock, soundscape languidi, melodia e riff di chitarra elettrica: ecco descritta la ricetta del musicista, riuscito a conquistarsi una posizione di rilievo solo due anni orsono, grazie all’approdo presso la Projekt e alla pubblicazione del capolavoro “Gateway”, uno dei più ispirati manifesti di modernità nel mondo dell’ambient odierna.

“Airborne” è il seguito di quell’exploit, intermezzato l’anno scorso dall’interlocutorio “Silent Currents”, e si caratterizza per la sua natura di vero e proprio trait d’union fra i due predecessori. Seguendo la struttura a variazioni e temi portanti introdotta da Steve Roach nel suo “The Magnificent Void”, l’album svaria tra relax e ipnosi, passando indistintamente in mezzo a ritmi esotici, venature rock e radici eteree.
Si viaggia così tra solidi soundwork ambientali – memorie di Kevin Braheny nel preludio di “Spring Equinox”, di Mychael Danna in “Lost And Found” e del maestro Roach in “North Of The Mountains” – a duetti chitarra-tastiere limpidi e pacati (“Red Earth”), intrisi in acque dark (le tre parti della title track) o intimi e melancolici (“Circle Lake”), senza farsi mancare passaggi acustici (la sonata piano-chitarra “The Longest Day”), avvicinamenti neanche troppo nascosti alla new age (“Time River”) o ammiccamenti a una trance-drone intrisa di rock e di sicura presa (“The Drift”, “The Magic Spot”).
Il comun denominatore del tutto è il già emerso talento nel musicare paesaggi diversi e originali, parti integranti di uno stesso affresco, conditi da melodie fresche e seducenti.

“Airborne” non bissa sicuramente il miracolo di suggestione che fu proprio di “Gateway”, ma conferma con forza il nome di Wøllo all’interno di un genere apparentemente sempre più privo di significativi sviluppi, ma spesso in grado di trovare – per mano di artigiani abilissimi e ispirati – una via per guardare al “nuovo”.
La formula del norvegese è ormai assodata, ma ha dalla sua l’intrinseca caratteristica di interpretare i cliché tipici del genere mantenendosi lontana da definizioni e luoghi comuni, oltre che forte di un’immediatezza e una freschezza tali da rendere la sua musica accessibile anche ai non-appassionati. Da godersi lasciando da parte i luoghi comuni.

Matteo Meda (www.ondarock.it)

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