Giant Giant Sand – Tucson ( cd – 2lp )

giugno 23, 2012 at 11:30 am Lascia un commento

Una foresta di cactus comincia a danzare al ritmo di un valzer polveroso e nostalgico, stagliandosi contro la palla infuocata del sole. Si apre così “Tucson”, la “country rock opera” ideata da Howe Gelb per il ritorno dei Giant Sand. Anzi, dei Giant Giant Sand, perché la nuova ragione sociale coniata per l’occasione non è solo l’ennesimo vezzo dell’eccentrico Mr. Gelb ma l’emblema di una vocazione più che mai corale.
Accanto a Gelb, infatti, si schiera stavolta un’inedita formazione allargata: ai consueti membri dell’ultima incarnazione danese dei Giant Sand si unisce un gruppo di artisti tutti in qualche modo legati alla città di Tucson (primi fra tutti Brian Lopez, Gabriel Sullivan e Jon Villa), con l’aggiunta di una sezione d’archi e della pedal steel di Maggie Bjorklund. Così, Gelb e i suoi Giant Sand in formato gigante danno vita ad un western di frontiera dal respiro ambizioso: canzoni spazzate dal vento del deserto che, come in un unico piano sequenza, vanno a comporre il racconto di un lungo sogno canicolare.

Si dice che l’Arizona sia il luogo dove l’estate va a passare l’inverno e dove l’inferno va a passare l’estate. Attraverso i paesaggi di “Tucson”, il crooning riarso di Gelb si confonde con la voce stessa di quella terra, tra accenti tex-mex e riverberi twang. Tutto comincia con una fuga, un addio senza rimpianti che in “Forever And A Day” ruba il passo risoluto del vecchio Johnny Cash. “Good luck suckers, I’m on my way”, proclama il protagonista lasciandosi alle spalle una città in cui ha vissuto troppo a lungo. “Adiós loser”, gli replica beffarda la voce del suo passato, mentre l’aria si riempie di profumi mariachi.
È un lungometraggio dai toni volutamente classici, quello di “Tucson”, tra il country spiegazzato di “Lost Love” e le sgranature blues di “Mostly Wrong”. Più compiuto degli ultimi lavori targati Giant Sand (tanto “Blurry Blue Mountain” quanto “Provisions“), ma senza quelle decisive deviazioni dal tracciato che avevano reso memorabili dischi come “Chore Of Enchantment”. E quando il microfono passa ai co-protagonisti della scena, come in “Love Comes Over You” o in “The Sun Belongs To You”, rimane la sensazione di un connubio non perfettamente riuscito.

Il concept di “Tucson” ha a che vedere con l’idea stessa di frontiera: “Chi ha avuto questa ridicola idea di inventarsi delle linee di separazione?”, si chiede Gelb commentando la brulla “Detained” nelle liner notes dell’album. La storia si srotola inseguendo una trama di suggestioni: c’è una prigione sradicata dalla tempesta, c’è un saloon dove i destini sembrano incrociarsi. Ci sono personaggi dai tratti misteriosi, che sembrano sbucare da un film di Robert Rodriguez. E, ovviamente, c’è una donna.
La voce di Lonna Kelley accarezza come un miraggio le movenze jazzistiche di “Ready Or Not”, danzando con contrabbasso e pianoforte con la seduzione di Peggy Lee. La donna che il protagonista incontra nel suo viaggio ha lo stesso volto di quella che aveva abbandonato dietro di sé. “La stessa donna ancora e ancora, perché siamo lo stesso uomo ancora e ancora”. Il mondo è lo stesso al di qua e al di là della linea del confine.

Il marchio della Sun Records spicca inconfondibile sul juke-box di “Thing Like That”, mentre in “Slag Heap” torna a materializzarsi l’ombra dei vecchi compagni di viaggio Calexico. Nella città oltre la frontiera la gente si raduna per le strade. Lentamente la folla si trasforma in una banda, pronta per allestire una cumbia latinoamericana sulle note di “Carinito”. È il battito di un unico cuore, è un fiume che viene da lontano. Con il suo scorrere può rinnovare persino il deserto: “You’re so much like the river/ Beautiful, twisted and blue/ You appear to be here forever/ But really are just passing through/ The river here is ancient/ But the waters are always new”.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

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