The Unknown Known, di Erroll Morris

gennaio 29, 2014 at 10:57 am Lascia un commento

unknown

Un consiglio spassionato da avventore a avventori: se leggete che in un cinema vicino programmano questo film, fiondatevi alla cassa; oppure, se vi va di aspettare, ordinate il DVD da Antonio, tanto è questione di settimane, ormai.

 

Lo so che, a questo punto, della voga dei documentari potreste anche averne piene le scatole e può anche darsi che un lungo monologo dell’ex segretario di stato Donald Rumsfeld non sia esattamente ciò che pensate vi possa appassionare al cinema. Però per questo film vale la pena di fare un’eccezione. Provo a spiegarvi il perchè.

 

Dunque, in primo luogo ci sarebbe il fatto, di per sé non trascurabile, che il regista Erroll Morris è forse uno dei più grandi documentaristi in attività – e anche fra i non attivi, bisogna aggiungere, si ritaglierà di sicuro un posto non trascurabile. Ha fatto un bel po’ di cose, di vario rilievo e budget, ma forse il titolo suo più noto qui da noi è quel Mr. Death che, una quindicina di anni fa, raccontava la resistibile ascesa di Fred A. Leuchter jr., da oscuro manutentore di sedie elettriche a titolare di una folle expertise su Auschwitz di ispirazione negazionista.

 

Un altro titolo che si è almeno sentito da queste parti è Thin Blue Line, di un decennio più giovane, che è invece una serrata detection sui casi di Randall Dale Adams, un ergastolano statunitense protagonista di una storia giudiziaria quantomeno controversa.

 

Come vedete, al Nostro piacciono i sapori forti ma la cosa interessante è che Morris, di suo, è il cineasta meno flamboyant che uno si possa immaginare. Non troverete qui– per intenderci – le smargiassate dei pamphlet di Michael Moore o il vitalismo sovraeccitato e un po’ ubermensch di certo Herzog; non aspettatevi nemmeno lo stile pensosamente illustrativo o lirico che, per lunga tradizione, da noi si associa talvolta al termine “documentario”. Niente di tutto questo; Erroll Morris è perlopiù un pedinatore di caratteri (First Person è il titolo di una serie di suoi lavori televisivi, in cui vari soggetti si raccontano alla macchina da presa), un po’ nella nobile tradizione del nostro Zavattini, se si vuole, ma appunto tutto votato alla resa del profilo caratteriale dei suoi protagonisti; alla minuziosa ricostruzione, attraverso l’accumulo di una vasta fenomenologia, della loro biografia intellettuale, puntando a renderne – per così dire – la quintessenza, il “midollo del leone”.

 

E qui vengo rapidamente al secondo motivo per cui sarebbe bene non perdersi The Unknown Known, che – come forse avrete intuito – ha a che fare con il suo protagonista. Quando un minuzioso indagatore di uomini e donne; un freddo, scrupoloso entomologo di fisime e personalità come Morris incontra un peso massimo del calibro di Donald Rumsfeld – ex segretario di stato di Bush figlio, ex mandarino di due o tre amministrazioni americane nonché massimo teorico dell’esportazione della democrazia in Medioriente, massime in Iraq – il potere (scrivetelo con la “p” maiuscola o minuscola, come vi pare), insomma quella cosa per cui, di tanto in tanto, magari presagite che qualcuno, da qualche parte, ha preso qualche decisione che impegna il vostro presente e futuro, si racconta nella sua incarnazione personale più razionale, utilitaristica e terribilmente media friendly. Non c’è decisione, formula, concetto perfino, che Rumsfeld non sappia tradurre in uno slogan da copywriter; non ci sono omissis che non sappia dissimulare con mimica e crackers da consumato comedian; soprattutto non ci sono dilemmi, per quanto di inaudita delicatezza, di cui non ci restituisca la secca, brutale, icastica (almeno dal suo punto di vista) oggettività. E allora, se vi state chiedendo cosa dice la coscienza di Rumsfeld, o almeno la sua self-esteem, di fronte alle introvabili armi di distruzioni di massa di Saddam, la risposta è più semplice, e insieme tanto più complessa, di quanto lo spettatore e il cittadino medio sarebbero tentati di formulare: “Subject: The Unknown Knows, that is to say: things that you think you know, that it turns out you did not”.

 

 

 

Recensione di  Luigi BolediGEGE2

 

 

 

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