Lady Macbeth di William Oldroyd recensione di Stefania De Zorzi

luglio 4, 2017 at 9:34 am Lascia un commento

lady

Vi sono gentildonne che tramano letali congiure ai danni di un buon re, come nel “Macbeth” shakespeariano; e ve ne sono di altrettanto passionali, spietate e temerarie, che in epoche più recenti e in ambienti meno gloriosi sovvertono la morale comune, generando morte e distruzione. E’ questo il caso della protagonista di “Lady Macbeth”, ispirato ad un racconto lungo dello scrittore russo Nikolaj Leskov, diretto da William Oldroyd. In Inghilterra, nella seconda metà dell’Ottocento, la giovane Catherine/Florence Pugh sposa Alexander/Paul Hilton, signorotto di campagna che la obbliga alla clausura domestica e le infligge quotidiane umiliazioni. Durante un’assenza prolungata del marito e del suocero Boris/Christopher Fairbanks, Catherine intreccia una torbida relazione con lo stalliere Sebastian/Cosmo Jarvis, rendendosi autrice in breve tempo di una serie di crimini sempre più efferati. La prima parte del film è sorprendente, nel descrivere la meschinità e la violenza delle relazioni familiari in un’epoca in cui il matrimonio era spesso suggellato non dall’amore fra i coniugi, ma dalla convenienza e dalla necessità di riprodursi per continuare il casato. Per il marito e per il suocero Catherine è un mero oggetto fra le suppellettili di casa: la macchina da presa la inquadra mentre diventa tutt’uno col salotto, preda del torpore, in una casa fredda e spoglia come l’animo dei suoi abitanti. Non c’è lo stupro della vergine, ma il rifiuto, il disprezzo, l’indifferenza; Catherine si ribella, sfida le convenzioni di un mondo sterile, e si dà con passione al rozzo Sebastian. Il trasporto fra i due ha connotazioni più animalesche che romantiche, in un microcosmo in cui (quasi) nessun personaggio sfugge al suo lato ombra. Oldroyd gioca sulle emozioni represse che trapelano dagli sguardi e dai movimenti di personaggi che riempiono la scena con la loro robusta fisicità: è bravo nell’alternare primi piani e inquadrature a figura intera, con un impianto teatrale che lascia poche aperture su spazi più ampi. E’ una claustrofobia dell’anima, che sfocia in una violenza all’inizio solo grottesca, poi inquietante, che si fa intollerabile nel finale. Del “Macbeth” originale, con la sua storia articolata e la sua complessità morale, rimangono un richiamo ironico e un ritratto femminile oscuro e potente: la rappresentazione del vuoto interiore si traduce in una scarnificazione forse eccessiva dei personaggi e della trama (soprattutto nella seconda parte), in un’opera fredda e ben levigata.

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