Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia – L’annientamento di una civiltà regia Ciro Guerra, Cristina Gallego – recensione di Marco Zanini –

maggio 4, 2019 at 7:07 pm Lascia un commento

oro verde

 

In Colombia, alla fine degli anni sessanta, Zaida, giovane ragazza degli indiani Wayuu, viene scelta da Rapayet come moglie. Úrsula però, l’anziana della tribù, fissa la dote che Rapayet deve pagare per sposare Zaida: trenta capre, venti mucche, cinque collane e due muli. Per ottenerli il ragazzo vende marijuana a degli hippy americani. E’ l’inizio di un business che porterà grande ricchezza ma anche un devastante percorso di violenza.

Ciro Guerra e Cristina Gallego dirigono e raccontano una triste e sanguinosa fase della storia colombiana: il percorso del commercio della droga che negli anni ottanta vedrà la nascita del cartello di Medellìn e al contempo l’avvento del capitalismo che ha distrutto un microcosmo di piccoli clan pacifici e arretrati.

I due registi fanno guadagnare l’eccellenza formale al loro film inquadratura dopo inquadratura, rapendo lo sguardo dello spettatore con una fotografia sontuosa e attraverso rituali folcloristici da brividi. Il rosso del vestito di Zaida durante la danza del corteggiamento con Rapayet, i volti coperti dai veli bianchi e neri durante il funerale, la cantilenante messa funebre nella riesumazione di un corpo, i paesaggi che vanno dai deserti, alle foreste e alle spiagge colombiane. Questa cura per l’immagine, unita al ricorso quasi totale alla lingua indios sottotitolata, affiancata allo spagnolo e all’inglese, donano un tocco documentaristico che esplode improvvisamente nel cinema gangster, che fa’ sembrare Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia una sorta di poetico Scarface colombiano. I richiami alla tradizione però per Guerra e Gallego sono si emozionanti e raffinati, ma anche una condanna per i Wayuu. Nonostante infatti Rapayet avvii un florido commercio di droga con nobili propositi, deve continuamente fare i conti, non solo con individui violenti delle tribù rivali con cui si mette in affari, ma anche con l’attaccamento di Úrsula alla tradizione e ai messaggi precognitivi che le arrivano da una grande entità chiamata “sogno”. E Úrsula questa riconoscenza verso gli antichi non la perderà mai, nemmeno quando le cose precipiteranno sul serio. Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia infatti non parla solo dell’intervento annichilente del capitalismo come arma di distruzione e come mezzo di sudditanza dell’uomo al potere, ma anche della sua incompatibilità con una realtà estremamente conservatrice e attaccata a valori che non c’entrano nulla con la società occidentale. Lo stesso sogno di arricchimento ed immagine che snaturerà completamente i Wayuu portandogli indumenti, macchine sempre più grandi, un quantitativo spropositato di armi e case che sembrano castelli, ma anche una ferocia e una spietatezza inarrestabili. Da benessere tutto si trasforma in terrore quando il rispetto impone che un torto subìto debba essere vendicato e represso nel sangue.

Non è solo una fetta di Colombia ad essere ingurgitata dagli Stati Uniti, che indifferenti contribuiscono alla cancellazione dei rimasugli di una civiltà già colonizzata, ma anche il tessuto cinematografico, che muta in terrificante action videoludico con una sparatoria degna di Michael Mann. Il film di Guerra e Gallego attacca tutto: l’ottusa ed insensata religiosità Wayuu, i soldi, la ricchezza, quel commercio della droga senza regole, la violenza disumana, la forma aberrante che acquisì il movimento hippy che arrivò a demonizzare il comunismo e ad esaltare il capitalismo. Nelle parole di Carmiña Martínez, interprete di Úrsula: “I narcos oggi sono di moda e Hollywood ci lucra.”, giusto per chiarire il messaggio. Nel film nessuno piange perchè ogni reazione emotiva è annientata dalle pallottole, ma Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia è il tardivo pianto disperato di un popolo.

Zanini Marco

Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia – L’annientamento di una civiltà.

 

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