Harvestman – In a dark tongue ( cd – lp )

settembre 14, 2009 at 7:00 pm Lascia un commento

L’oscura lingua è un idioma astratto che attanaglia le membra, ma solo dopo essersi insinuato nei pigmenti del cervello. Tutte tappe intermedie però. La lingua oscura ha come traguardo finale l’anima, sondarne gli impalpabili recessi, invaderla per agitarsi al suo interno. Dal sapore fortemente ascetico, come il precedente e primigenio capitolo “Lashing The Rye”, In A Dark Tongue è vibrazione allo stato puro che s’intreccia e deforma, segue percorsi autonomi disegnando la mappa di uno strano pianeta in cui zone d’ombra e luce si avvicendano, si compenetrano creando un amalgama dall’essenza unitaria ma nel contempo eterogeneo nella forma in cui viene esposta. Forze cosmiche si allungano e comprimono in maniera elastica (Headless Staves Of Poets) o affrescano mentali atterraggi sul suolo lunare (Birch-Wood Bower). Nei frammenti più ambientali e destrutturati potremmo chiamare in causa Brain Eno. Ad orchestrare questo psicotico trip onirico è Steve Von Till dei Neurosis, intestatario unico della ragione sociale Harvestman. Una scelta giusta e necessaria quella di usare un moniker differente in parallelo alla sua carriera solista, un mezzo per indagare meandri creativi finora inesplorati anche con la sua band-madre (ma molto prossime però alle sperimentazioni griffate Tribes Of Neurot). Discostatosi dai toni celtici del primo album, Harvestman viaggia senza toccare il suolo, eccezion fatta per il mantra ossessivo di By Wind And Sun, odissea di ben quindici minuti sostenuta dalla batteria e dal cantato reiterato dello stesso Von Till: qui è davvero forte l’ascendenza del rock psichedelico degli anni ’60. Si traversano oceani interiori venati da correnti imperiose (The Hawk Of Achill) o ci si affaccia su ampi spazi, proprio come farebbero gli Earth più ariosi (World Ash). Climi mediorientali che sembrano avvolgere un asceta in piena meditazione in un punto sperduto nel deserto mentre il sole s’è arrossato, intento nella sua discesa per lasciar posto alle tenebre (Music Of The Dark Tongue), emergono pure spirituals bucolici dai chiari motivi melodici figli del folk americano (Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhail), in tutte queste sfumature “In A Dark Tongue” non perde un briciolo d’ispirazione, ogni tassello è mirabilmente ordinato. Sono vivi e di fondamentale importanza gli insegnamenti del kraut più etereo e spaziale (i Tangerine Dream benedicono spiritualmente la gran parte del materiale di questo album), ma si osservano intarsi lisergici scolpiti dalla mano sempre attuale dei Pink Floyd. Le astrazioni provenienti dal drone ringhiano in Carved In Aspen, il cui arpeggio oscuro acuisce una tensione densa come una nebbia impenetrabile e in questo psicotico trip, nella title-track ed in Karlsteine, a far capolino ci sono anche i maestri Skullflower. Album dalle multiformi prospettive e dalle svariate variazioni cromatiche, “In A Dark Tongue” dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’enorme estro creativo di Steve Von Till, uno che ovunque mette mano non sbaglia di una virgola. Musica che parla alla mente, che si annida nello spirito.

 

Marco Giarratana

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