Archive for novembre 19, 2011

Owen – Ghost town ( cd – lp )

Mago delle tinte pastello, prestigiatore dei sentimenti, illusionista del cuore: non finirebbero mai le qualifiche stregonesche di Mike Kinsella, da anni camuffato sotto il pastrano a nome Owen. Ormai contrassegnato da segni distintivi inequivocabili – i delicati arpeggi di acustica, distesi sulla voce appena increspata di Mike – il cantautore americano ha dalla sua una carriera troppo onorata per abbandonarsi lentamente a una produzione di maniera.
Con questo “Ghost Town”, suo sesto disco, Kinsella rinserra le fila del proprio cantautorato, inarcandolo all’insegna di una varietà strumentale di grande estro, di arrangiamenti e composizioni memori del suo passato math (American Football) ed emo (Cap’n Jazz, che si sono riuniti giusto l’anno scorso).

Un disco talmente ricco da esaltare la mano degli ingegneri del suono di OldhamIron and Wine, anche se  i nomi citati non potrebbero essere più lontani dalla strada scelta da Kinsella, in questo “Ghost Town” in particolare. Scorci math, appunto, nell’epica – per una canzone di Owen – “No Place Like Home” e nel pop alla Death cab for cutie di “Everyone’s Asleep In This House But Me”, per un disco votato decisamente all’acustico, dopo le escursioni anche elettroniche del precedente “New Leaves”.
La più convenzionale, decisamente reminiscente dello struggente “At home with Owen“, è la canzone dedicata alla figlia di Kinsella (“O Evelyn…”), la cui recente nascita è un po’ il perno intorno al quale si snodano i temi di questa “città fantasma” di Owen, estendendosi da una trasfigurazione-florilegio della maternità (“Mother’s Milk Breath”) al rapporto col padre scomparso (“You know I’m still pissed after a life tempestuous/ Unless you can rise from the dead, I’ll die like this”, canta il Nostro in “No Language”).

Fantasmi, presenze la cui esistenza ancora irrisolta aleggia intorno alla vita di Kinsella e che riempiono le pagine dell’album, agitandone le acque in moti inaspettati ma controllati, anche quando tutto sembra stridere in un sussulto che sembra abbracciare vivi e morti (la distorsione dell’assolo finale di “Everyone Is Asleep In This House But Me”).
Dentro a questi straripanti sentimenti, a questa sorta di resa dei conti sentimentale, Owen incrocia saldamente su rotte di sogno e improvvisi addensarsi di nubi; di questo carattere ondivago della meteorologia del disco è emblema “I Believe”, che parte in forma di mantra e si accende di una tempesta elettrica nel suo bel mezzo.

In “Ghost Town” Mike Kinsella si distanzia insomma dall’immagine di cantautore sensibile e dimesso, che cominciava ormai a “precederlo” in modo preoccupante, soprattutto a seguito dello scorso “New Leaves”. Con un balzo di intensità forse inaspettato, il Nostro riesce invece a illuminare una carriera di acuita personalità, che gli prefigura un futuro cantautorale ora assai più promettente.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

novembre 19, 2011 at 12:27 PM 3 commenti

The tree of life di Terrence Malick ( dvd e b-ray )

Texas, anni Cinquanta. Jack cresce tra un padre autoritario ed esigente e una madre dolce e protettiva. Stretto tra due modi dell’amore forti e diversi, diviso tra essi per tutta la vita, e costretto a condividerli con i due fratelli che vengono dopo di lui. Poi la tragedia, che moltiplica le domande di ciascuno. La vita, la morte, l’origine, la destinazione, la grazia di contro alla natura. L’albero della vita che è tutto questo, che è di tutte le religioni e anche darwiniano, l’albero che si può piantare e che sovrasta, che è simbolo e creatura, schema dell’universo e genealogia di una piccola famiglia degli Stati Uniti d’America, immagine e realtà.
L’attesa della nuova opera di uno degli sguardi più dotati e personali dell’arte cinematografica è ricompensata da un film tanto esteso, per la natura dei temi indagati, quanto essenziale. Popolato persino da frasi quasi fatte, che la genialità del regista riesce a spogliare di ogni banalità e a resuscitare al senso. Malick parla la sua lingua inimitabile, le cui frasi sono composte di immagini (tante, in quantità e qualità) e di parole (molte meno) in una combinazione unica, senza mai pontificare. Si ha più che mai l’impressione che con questo film, che parla a tutti, universalmente, non gli interessi comunicare per forza con nessuno, ma farlo innanzitutto per sé.
Testimone di una capacità rara di sapersi meravigliare, ha realizzato un film che non si può certo dire nuovo ma nel quale Terrence Malick si ripete come si ripropone il bambino nell’uomo adulto, per “essenza” vien da dire: ci si può vedere la maniera o, meglio, ci si può vedere l’autore.
Del film si mormorava addirittura che avrebbe riscritto la storia del cinema e in un certo senso The Tree of Life fa anche questo, senza inventare nulla ma spaziando dall’uso di un montaggio emotivo da avanguardia del cinema degli esordi ad una sequenza curiosamente molto vicina al finale del recentissimo Clint Eastwood, Hereafter. Il confronto, però, scorretto ma tentatore, non si pone: la passeggiata di Malick in un’altra dimensione è potente e infantile come può esserlo solo il desiderio struggente che nutre il bambino di avere tutti nello stesso luogo, in un tempo che contenga magicamente il presente e ogni età della vita. Ecco allora che il film non sarà nuovo ma rinnova, ritrovando un’emozione primigenia, fondendo ricordo e speranza. L’ultimissima immagine non poteva che essere un ponte.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

novembre 19, 2011 at 11:50 am Lascia un commento


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