Train de vie di Radu Mihaileanu ( dvd )

aprile 6, 2010 at 4:11 pm Lascia un commento

Train de vie – Un treno per vivere diventa così la condensazione dell’universo yiddish (i dialoghi sono stati tradotti da Moni Ovadia, grande appassionato ed esperto di quella cultura), in un crescendo di battute, situazioni farsesche, pericoli scampati, scambi di persona, virtuosistici intermezzi musicali che portano la firma del vulcanico Goran Bregovic, già collaboratore in passato di Emir Kusturica. Un disperato inno alla vita, quando tutto intorno grida la morte. «Ridere è un altro modo di piangere», dice Radu Mihaileanu a proposito di Train de vie (Francia, 1998). E che cosa è il comico, se non il tragico che si manifesta in un altro modo? È bene qui non fraintendere. Il tragico non si annulla e nemmeno si occulta nel comico: piuttosto, in esso si manifesta, sebbene con lineamenti che non sono immediatamente i suoi. Il grande comico – ma, come la poesia, il comico o è grande o non è – ha dunque bisogno del tragico. Non si ride davvero se non sentendo il sapore delle lacrime. Il comico non nasconde né banalizza la sofferenza. Al contrario, trasfigurandola, la rammemora e la onora. Di quello di cui s’è pianto e ancora si piangerebbe, ora invece si ride. Il segreto sta in questa piccola parola, invece. Il comico è l’invece meraviglioso che, rendendo leggero il dolore, non lo attenua ma gli mette ali. Così fa appunto Mihaileanu – la cui famiglia fu internata in un lager – con un dolore che è anche il suo. Non ne nasconde il peso, ma gli mette ali. Insomma, nel suo film c’è quello che manca in gran parte di La vita è bella (1998): il sapore delle lacrime. Nel film di Roberto Benigni si sente, questo sapore, solo in qualche momento, in qualche immagine: nel discorso buffonesco e saggio a proposito del manifesto fascista sulla razza, per esempio, e soprattutto nella sequenza in cui Guido, andando a morire e sapendo d’esser scrutato dal figlio nascosto, dà al proprio corpo movimenti paradossali di marionetta. Questa compresenza di comico e tragico, e anzi questo loro rispecchiarsi, in Train de vie è costante. Lo si sente – addirittura, lo si soffre – fin dalla prima sequenza. Schlomo (Lionel Abelanski) corre dai campi verso il suo shtetl, verso il suo villaggio. Qui, di fronte al rabbino, non riesce a esprimere in parole l’orrore che ha visto al di là dei monti, in un altro shletl. Può solo rappresentarlo in gesti: concitati, assurdi, parossistici. Ne ridiamo, certo, ma quel suo orrore muto dà al nostro riso un’emozione che non sapremmo descrive se non con l’aggettivo sacra.
È folle, Schlomo. Anzi è «il matto dello shtetl». E noi sappiamo quanto vicini siano tra loro poesia e follia. La linea che le divide è tanto sottile, che le contiene una parola sola: fatuità. I latini, appunto, indicano confataus lo stupido e l’indovino, il buffone e il vate ( Fataus è l’altro nome di Faunus, il dio capro che sta nei boschi e che governa il bisbiglio oracolare delle sue foglie). È certo fatuo, Schlomo. Lo è come ogni buffone. Lo è come ogni poeta. Ed è Schlomo, appunto, che narra la storia meravigliosa e leggera di Train de vie: è la sua voce narrante che ci introduce al film, sarà il suo volto che ci congederà.
Il cuore del suo racconto. è, esso stesso, insieme comico e tragico. Per salvarsi, gli uomini e le donne dello shletl accettano il consiglio saggio del folle Schlomo: farsi simili ai loro persecutori, assumerne le sembianze, i modi, la lingua. E certo comico, il loro gran daffare: il loro cercar di parlare come tedeschi, il loro cercar di marciare come SS. Ma è anche tragico. Lo è perché così, talvolta, fa la vittima di fronte al persecutore: cerca di imitarlo per passare inosservata, per mimetizzarsi. E lo è ancor di più perché, capovolto, del persecutore mostra il comportamento. Il tedesco, nota l’intellettuale venuto dalla Svizzera per aiutare lo shlell a mimetizzarsi, non è che uno yiddish «senza traccia di umorismo». O anche, aggiunge, lo yiddish è «una parodia del tedesco». Ma allora, sospetta un suo interlocutore, non sarà per questo che i nazisti ce l’hanno con noi? Della domanda in platea si ride, come è giusto. Ma se ne potrebbe piangere. E questa una verità nascosta d’ogni persecuzione. Insicuro di sé, temendo d’essere nient’altro che una sorta d’autoparodia, il carnefice tenta di vincere l’angoscia proiettandola nella vittima. In essa perseguita – alla lettera, insegue con accanimento – un’immagine inquietante di sé. Sono le lacrime, dunque, che danno sapore alle risate con cui, in platea, ci godiamo la favola narrata da Schlomo e messa in scena da Mihaileanu. Ridiamo per la partenza in gran segreto dallo shlell, e soffriamo del congedo del rabbino dalla sinagoga. Ridiamo dei nazisti beffati, e inorridiamo della loro rabbia. Ridiamo, ancora, quando nella pianura immensa alcuni partigiani allibiscono vedendo, da lontano, deportati ebrei e SS intenti a far gli stessi gesti strani. Stanno tutti pregando lo stesso Dio, ariani e semiti. I primi soprattutto sono comici, con i loro elmetti calcati in testa: tanto comici da chiamare il pianto. Ridere è un altro modo di piangere, appunto. In Train de vie questo altro modo si manifesta come un gran gioco elusivo, come una dolorante civetteria che, per pudore, sta e ci tiene sul confine dell’orrore: un confine che con l’ultima immagine Schlomo e Mihaileanu, folli e saggi, d’improvviso ci costringono a varcare.
Da Il Sole 24-Ore 31 gennaio 1999

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