Posts filed under ‘Recensioni Film’

Anna Karenina di Joe Wright ( dvd e b-ray )

Un treno innevato corre verso Mosca e verso un destino tragico, quello di Anna, moglie di Karenin, un alto (e ponderato) funzionario dello Zar. Aristocratica e piena di una bellezza vaga, Anna deve intercedere per il fratello, impenitente fedifrago, presso Dolly, la cognata determinata a non perdonare il suo ennesimo tradimento. Condiviso il viaggio con la contessa Vronsky, ne incrocia il figlio Aleksej, innamorandosene perdutamente. Perduto anche lui negli occhi di Anna, il giovane ufficiale trascura Kitty, sorella minore di Dolly candidamente infatuata di lui. Dentro un valzer infinito, le mani e i cuori di Anna e di Aleksej si intrecciano fatalmente, muovendo i loro destini e quelli di coloro che amano in direzioni ardite e sconvenienti per la società russa di fine Ottocento. Appassionati fino all’impudenza, Anna e Aleksej vivranno pienamente il loro amore, sfidando regole, convenzioni e religione, perdendo figli, diritti e prestigio. Invisa alla sua classe, al marito e a Dio, Anna riparerà in campagna e nell’abbraccio sempre aperto del suo amante, da cui avrà presto una bambina. Impossibilitata a sposare Aleksej e costretta ad affidare la sua piccola a Karenin, perché venga ‘riconosciuta’ e gli venga garantito un futuro, Anna infila l’ultimo treno e il freddo polare della morte.
Non è nuovo Joe Wright agli adattamenti ‘in costume’ (Orgoglio e pregiudizio, Espiazione) ma mai come questa volta si è dimostrato sicuro del fatto suo e in pieno possesso dei propri mezzi, realizzando una versione di Anna Karenina che ‘fila’ letteralmente come un treno nella notte e alla maniera di un marionettista attraverso accorgimenti invisibili. Perché il suo film è calato in un teatro e percorso da un treno che apre e chiude una geometria delle passioni, a cui invano tentano di opporsi gli amanti di Tolstoj, esplosi nel mondo claustrofobico della Russia imperiale. L’Anna Karenina di Wright, al modo di Max Ophuls, fa danzare lo sguardo con la macchina da presa e ha il movimento di un valzer turbinante su un uomo e una donna che ostentano la reciproca rinuncia soltanto per sfidarla e alla fine vincerne la resistenza. Nell’età poco innocente e assolutista degli Zar, la tensione sentimentale che allaccia Anna e Vronsky interpreta la tensione sociale delle classi indigenti, che ‘abbigliano’ gli aristocratici, aprono e chiudono le porte dei quadri scenografici messi in scena e in cui si mettono in scena. Regista e sceneggiatore (lo shakespeariano Tom Stoppard) intrattengono lo spettatore informandolo assieme sulla società, le mode e i costumi dell’epoca di riferimento in cui si muovono, esprimono il loro desiderio e una vita mancata gli amanti infelici di Keira Knightley e Aaron Johnson.
Rivitalizzato con risorse tecnico-linguistiche il romanzo di Tolstoj ritorna sullo schermo sfidando le trasposizioni illustrative con Greta Garbo, due volte Anna Karenina, prima ‘muta’ e poi sonora. La Knightley, sempre leziosa e impersonale, è nobilitata da un cinema che rifà il teatro che rifà la vita dentro uno studio e una danza. Danza che avvolge e coinvolge, diventando testimonianza della vita sociale, di esigenza poetica di racconto e di preludio all’azione. Accompagna Keira Knightley nel giro di valzer e di vita, il biondissimo e fatale conte di Aaron Johnson, portatore di eros e thanatos. Dietro alle quinte la trattiene e custodisce come un bene il marito imploso di Jude Law, che sperimenta dolente l’inarrestabile divenire morte della vita. Come inevitabile conclusione, come si addice alla forma tragica. Le passioni e le pulsioni vitali nel film di Wright finiscono così per coincidere con la distruzione indicando un destino senza possibilità di ritorno, gestito soltanto dall’immediatezza e dalla furia del sentimento. In una rappresentazione che alterna l’orizzontalità delle scene con la verticalizzazione delle scenografie si rinnova la tragedia della condizione umana di Anna Karenina, l’insostenibilità di un amour fou che distrugge e autodistrugge proprio mentre assapora la perfetta aderenza dell’amante amato.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

luglio 4, 2013 at 9:53 am Lascia un commento

Pietà di Kim Ki-Duk ( dvd e b-ray )

Corea del Sud. Gang-do è un sa­di­co si­ca­rio as­sol­da­to da un grup­po di usu­rai per ri­scuo­te­re i loro de­bi­ti. Senza fa­mi­glia e senza nien­te da per­de­re, il gio­va­ne tor­tu­ra e stor­pia di de­bi­to­ri i po­ve­ri de­bi­to­ri che non rie­sco­no a pa­ga­re. La sua pro­spet­ti­va di vita cam­bia quan­do gli si pre­sen­ta in casa una donna che so­stie­ne di es­se­re sua madre. Ini­zial­men­te scon­tro­so e vio­len­to, col tempo si af­fe­zio­na a quel­la fi­gu­ra ma­ter­na fi­no­ra as­sen­te che na­scon­de però una tra­gi­ca ve­ri­tà.

Col suo ul­ti­mo film il co­rea­no Kim Ki-Duk ci porta di fron­te una real­tà so­cia­le con­tem­po­ra­nea cru­de­le e spie­ta­ta. Il ti­to­lo in­fat­ti trae in in­gan­no. Al suo in­ter­no non è pre­sen­te alcun sen­to­re di pietà: le co­scien­ze sono uni­ca­men­te mosse e go­ver­na­te dal de­na­ro; tutto si muove in sua fun­zio­ne e tutto viene so­praf­fat­to da prio­ri­tà che uc­ci­do­no e in­fan­ga­no la di­gni­tà umana.

Senza pietà è Gang-do quan­do “vio­len­ta” le sue vit­ti­me e senza pietà, verso i loro corpi e la loro vita, ri­sul­ta­no es­se­re le vit­ti­me stes­se, di­spo­ste a sa­cri­fi­ca­re una parte di loro per sot­to­met­ter­si alle leggi del ca­pi­ta­li­smo. Una pietà che viene sot­to­mes­sa al sen­ti­men­to di ven­det­ta e al forte ri­mor­so del­l’in­cre­di­bi­le fi­na­le.

Se la prima parte del film può sem­bra­re leg­ger­men­te lenta, piat­ta e am­bi­gua (co­mun­que ca­ri­ca delle con­sue­te forti e de­sta­bi­liz­zan­ti im­ma­gi­ni del re­gi­sta co­rea­no) è per­fet­ta­men­te fun­zio­na­le alla se­con­da, che im­prov­vi­sa­men­te tra­sfor­ma il film in un in­quie­tan­te “th­ril­ler” psi­co­lo­gi­co an­go­scian­te e fe­ro­ce.

Cam­bian­do in con­ti­nua­zio­ne tipo di fo­ca­liz­za­zio­ne Ki-Duk turba e sbi­got­ti­sce le co­scien­ze dello spet­ta­to­re, muo­ven­do nello stes­so tempo una fe­ro­ce cri­ti­ca alla so­cie­tà con­tem­po­ra­nea e alla sua ideo­lo­gia ca­pi­ta­li­sta, usan­do im­ma­gi­ni di una vio­len­za di­stur­ban­te e una tec­ni­ca im­pec­ca­bi­le, so­spin­ta da nu­me­ro­se ri­pre­se a mano e ac­com­pa­gna­te da un mon­tag­gio rit­ma­to e de­vian­te e sna­tu­ran­te, come nella scena in cui la donna, in­ter­pre­ta­ta da una su­per­ba Cho Min-soo, in­to­na una com­mo­ven­te ninna nanna.

Pieta è un gran­de film, una su­per­ba ri­fles­sio­ne che il­lu­mi­na e scon­vol­ge al tempo stes­so.

Nicolò Barabino (www.storiadeifilm.it)

giugno 24, 2013 at 9:35 am Lascia un commento

Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow ( dvd e b-ray )

La caccia ad Osama Bin Laden è stata la missione che più ha impegnato l’America contemporanea, nel corso di un decennio abbondante e di due mandati presidenziali, e che più l’ha esposta, in termini di promesse e vendette, all’interno dei suoi confini e al cospetto del mondo intero. Questa è la storia di Maya, giovane ufficiale della CIA, armata d’intuito e di una determinazione dura a morire, che non si è lasciata fermare dai giochi di potere né dalle indecisioni o dallo scetticismo dei superiori ed è riuscita nell’impresa storica di trovare l’ago che pareva svanito nel nulla all’interno di uno dei pagliai più fitti, complessi e lontani dagli uffici di Washington che si potessero immaginare.
Al di là del successo nel raccontare una storia nota con una tensione che non dà tregua, e oltre una regia di massima precisione, come un’arma intelligente guidata però da una mano umana scaldata dalla passione, c’è una considerazione banale nella sua evidenza che fa di Zero Dark Thirty un film raro e imperdibile: tanto nella ricostruzione quasi documentaristica dei metodi di lavoro dell’Intelligence, delle dinamiche maschili al suo interno, della solitudine al femminile, dell’impegno visivo, strategico e linguistico che ne sono parte integrante e che occupano per intero la prima parte del film, quanto nella grande sequenza dell’azione e nella difficile chiusura, non c’è nulla che manchi al film né nulla che sia di troppo. Non è una questione di realismo, ma una misura tutta interna all’opera, ottenuta con gli strumenti della scrittura e della messa in scena e i tempi del montaggio, che lo rende magnificamente esauriente e mai esondante.
Non si dia dunque troppo credito a chi si lascia scandalizzare dalla sequenza della tortura in apertura, perché vorrebbe dire guardare il dito là dove la Bigelow indica la luna (tanto più che la realtà delle cose, in questi casi, è plausibilmente più cruenta). Eppure la sequenza ha la sua importanza, perché posiziona il personaggio di Jessica Chastain in un punto cruciale. La Chastain è il film, proprio in virtù del suo collocamento su un fronte duro, inscalfibile, totalmente dentro il proprio lavoro (come la regista dentro il suo) ma anche profondamente femminile, efficace là dove usa altre modalità per la caccia all’uomo, che non sono la forza bruta né l’intimidazione. Sta tutto lì, nel portarci a credere al cento per cento che dietro quella piccola donna dalla carnagione chiara e dal fisico inesistente c’è un killer che arriverà al bersaglio che nessun altro ha saputo avvicinare, il successo di Kathrin Bigelow e del suo cinema solo apparentemente “maschile”.
Ciò non toglie che la regista riservi le uniche scene di palpabile umanità alla comunione maschile dei soldati prima dell’attacco, nelle bellissime sequenze dei giochi al campo o del silenzio tragicamente poetico in elicottero, ma il punto non cambia, perché Zero Dark Thirty non è una missione di pace, bensì la storia di una (magnifica) ossessione.
Che Maya – personaggio solo vagamente ispirato alla realtà ma più che altro creato ad hoc – sia il film, e non solo la sua protagonista, lo testimonia anche la sua trasformazione fisica nella scena in cui indossa il chador sopra le All Star, che ad un certo punto sposta lo scopo dell’impresa dall’esterno verso l’interno del personaggio. Non è più, allora, la sicurezza della terra madre, né lo sventare nuovi devastanti attacchi, la priorità assoluta che la muove, bensì la fedeltà cieca a un obiettivo folle, come nella miglior letteratura cinematografica. Perché trovare Osama, per Maya, vuol dire prima di tutto trovare se stessa.

Marianna Cappi (www.mymovie.it)

giugno 22, 2013 at 9:53 am Lascia un commento

Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas (dvd e b-ray )

Parigi, primi anni Settanta. Gilles è un liceale che, come molti suoi coetanei, sperimenta la contraddizione tra l’impegno politico nei collettivi e la volontà di trovare un percorso individuale nella vita e nell’arte. Quando la ragazza che ama, Laure, lo lascia per seguire una strada più estrema e confusa, Gilles va in Italia con alcuni amici e un nuovo amore, Christine, per sfuggire alle indagini sul ferimento grave di un vigilante. Iscritto all’accademia di Belle Arti, in lui si fa sempre più strada l’idea di voler fare cinema.
La sua potrebbe non essere la via del cinema politico in senso stretto, che porta la documentazione dei movimenti di liberazione del Laos in giro per dibattiti ottusi e senza fine, né quella del cinema filoamericano che estremizza invece la fiction e non appartiene al tempo che vive e spesso nemmeno al pianeta Terra, ma una terza via: quella intrapresa dallo stesso Assayas.
Nonostante il ricordo vada in primo luogo all’Eau froide, come termine di paragone più prossimo, dal punto di vista narrativo è però evidente che è l’esperienza recente di Carlos, vale a dire di una materia storica e biografica, ad aver influenzato il modo di procedere del regista anche qui, dove non ha paura di mettere in sequenza una grande quantità di materiale e di evocare una mitologia famigliare autobiografica.
La malinconia che si respira nel film è legata alla vivacità culturale del periodo, non alla tristezza politica che lo permeava, e non è una nostalgia eccessiva. Capace come nessun altro di ricostruire un quotidiano passato come fosse qui ed ora, il cinema di Assayas è il cinema del “sempre per la prima volta” e parla chiaramente allo spettatore di oggi, non dal palchetto di legno di un comizio, bensì con il pudore con cui si passa ad un amico un libro o un film che si è amato e che si vuol condividere (in questo senso lo scambio con Un amore di gioventù di Mia Hansen-Love è innegabile e ricercato, al di là della presenza comune di Lola Creton).
“Non badate alla forma, so che è d’altri tempi: mi direte voi cosa evoca in termini di attualità”, è più o meno la prima frase del film, affidata al professore di liceo, e non potrebbe esserci esergo più esplicito per un film che parla di “giovani preoccupati per il loro futuro” e di una base sociale che non può più pensare di “andare avanti così”. Tuttavia Something in the Air non è una bandiera, Assayas non chiama all’appello. Racconta di qualcosa che è dietro le spalle, le cui contraddizioni, però, sono quelle che lo hanno fatto, come uomo e come cineasta. Quale miglior strumento del cinema, dunque, per questa “riflessione”?

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

giugno 21, 2013 at 9:42 am Lascia un commento

Tirannosauro di Paddy Considine ( dvd )

Joseph è un uomo solo divorato da una rabbia che lo spinge ad agire anche contro chi ama. Un giorno, reduce da un ennesimo scontro, cerca asilo nel negozio di Hannah, una devota cristiana che non può fare altro che dirgli che pregherà per lui. Joseph è disperatamente ateo ma le parole di Hannah lo toccano e lo spingono a tornare a cercarla. Pur non riuscendo a trattenersi dall’offenderla capisce che anche lei nasconde un dolore profondo.
Paddy Considine, attore britannico che ha lavorato con registi del calibro di Jim Sheridan e Ron Howard affronta la sua prima regia di un lungometraggio riuscendo con grande sensibilità ad inserirsi in quel filone di cinema inglese che affronta la brutalità della vita con forti accenti di verità. Non si fa tentare dalle facili sirene che potrebbero indurlo a cercare happy end improbabili o soluzioni edulcorate. Porta sullo schermo tre solitudini originate da cause differenti ma unite da una sorta di ineluttabilità che va al di là del contesto sociale. Joseph, Hannah e suo marito James provengono da classi socioculturali profondamente diverse ma tutti e tre si ritrovano a combattere contro il demone della violenza. Considine costruisce attorno ai suoi protagonisti (le interpretazioni di Mullan, Colman e Marsan sono eccellenti e per gli ultimi due lontane dai ruoli in cui il pubblico li ha visti agire finora) un film in cui la tensione è continua. Le poche pause di apparente quiete preludono sempre a un’esplosione di rabbia. Sia essa quella esibita del patrigno del ragazzino che abita di fronte a Joseph oppure quelle a malapena represse di chi sopravvive a se stesso, in Tyrannosaur (titolo che riceve una spiegazione nell’ultima parte del film) la serenità del vivere è negata. Lo è nella barba malfatta e nello sguardo annebbiato dall’alcol di Joseph così come nella sublimazione nella fede da parte di Hannah o nella brutalità di James. Questo però non significa che Considine neghi una possibilità di riscatto. Ha solo realisticamente la consapevolezza di quanto sia complesso e difficile combattere una guerra quando il nemico si presenta ogni giorno guardandosi allo specchio e ne trae le amare conseguenze.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

giugno 8, 2013 at 3:43 PM Lascia un commento

Il sospetto di Thomas Vinterberg ( dvd )

Lucas ha un divorzio alle spalle e una nuova vita davanti che vorrebbe condividere con il figlio Marcus, il cane Funny e una nuova compagna. Mite e riservato, Lucas lavora in un asilo, dove è stimato dai colleghi e adorato dai bambini, soprattutto da Klara, figlia del suo migliore amico. Klara, bimba dalla fervida immaginazione, è affascinata da Lucas a cui regala un bacio e un cuore di chiodini. Rifiutato con dolcezza e determinazione, Lucas invita la bambina a farne dono a un compagno. Klara non gradisce e racconta alla preside di aver subito le attenzioni sessuali dell’insegnante. La bugia di Klara scatenerà la ‘caccia’ al mostro, investendo rovinosamente la vita e gli affetti di Lucas. Disperato ma deciso a reagire, Lucas affronterà a testa alta la comunità nell’attesa di provare la sua innocenza.
La legge è chiara, un uomo non può essere considerato colpevole fino a quando sussiste solo l’ipotesi di reato. Diversamente, ai tribunali del popolo piace condannare, processare e cuocere sulla griglia mediatica il presunto colpevole. È quello che accade a Lucas, padre e insegnante, accusato da un’intera comunità di aver abusato dei propri bambini. Tema chiave della filmografia hitchcockiana, l’innocenza è al centro dell’ultimo film di Thomas Vinterberg, attore, regista e autore del primo film dogmatico. E proprio a Festen, Il sospetto sembra guardare, procedendo in direzione ostinata ma contraria. L’ostinazione è la riunione di famiglia, se pure allargata alla comunità, un padre screditato, la critica antiborghese, lo sgretolarsi delle loro certezze e della propria credibilità; lo scarto è il punto di vista che si sposta dalle vittime incriminanti ai colpevoli incriminati. Partendo dal presupposto che i bambini dicano sempre la verità e che gli adulti gli credano sempre, Lucas diventa il capro espiatorio, il cervo sacrificabile in una battuta di caccia tante volte condivisa con gli amici, quelli che adesso lo prendono a pugni e a male parole, quelli che lo vogliono fuori dal supermercato e gli ammazzano il cane, quelli che tirano pietre e parole pesanti come macigni.
Il Lucas ponderato e provato di Mads Mikkelsen è il ‘capro’ ideale delle cerimonie ebraiche, allontanato nel bosco e obbligato a portare su di sé i peccati del mondo, le ombre di una comunità, i comportamenti che i suoi componenti non accettano di sé e da cui si sentono minacciati. Con camera, mano e sguardo più fermi, il regista danese produce un transfert collettivo e irrazionale che procede verso l’eliminazione affettiva e minaccia quella effettiva con un colpo messo a segno mancando il segno. Per avvertire, per ridurre il senso di ansia causato dal perseguimento della sopravvivenza di un’umanità carnale, aggressiva e precipitata nel panico.
Ma c’è di più. Vinterberg, in una sequenza ‘corale’ sorprendente, contempla dopo l’accanimento il senso di colpa che colpisce chi ha ‘divorato’ Lucas e adesso lo ristora dentro una notte di Natale. Mikkelsen, il villain che lacrimava sangue al tavolo da gioco di Casino Royale, investe magnificamente la carica espiatoria, spostando con il suo autore il cinema un po’ più in là.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

giugno 3, 2013 at 5:11 PM Lascia un commento

Looper di Rian Johnson ( dvd e b-ray )

Kansas 2044. Il viaggio nel tempo non è ancora stato inventato ma trent’anni più avanti è divenuto una realtà di cui però è vietato l’utilizzo. Ovviamente il crimine non si occupa dei divieti e ne fa un uso molto specifico. Un’organizzazione guidata da un capo spietato ‘trasferisce’ le proprie vittime trent’anni indietro dove un killer (detto ‘looper’ traducibile in ‘uomo che si occupa del cerchio’) lo attende per eliminarlo e farne sparire il cadavere. Joe è un looper che risparmia ciò che guadagna in questo mestiere per alimentare il sogno di potersi trasferire in Francia. Ma dal futuro è iniziata una nuova campagna: tutti i looper ancora presenti sul territorio nel 2074 vanno spediti trent’anni indietro perché vengano uccisi. Un giorno Joe si vede arrivare davanti … se stesso con trent’anni in più. Quentin Tarantino
ha di recente collocato Looper nel ristretto elenco dei film del 2012 che considera veramente validi. Non gli si può dare torto perché il film di Rian Johnson si colloca su un livello decisamente elevato nell’ambito della sci-fiction. La sceneggiatura di cui è autore non si limita a contestualizzare una parte della vicenda in una città vagamente simile alla Los Angeles di Blade Runner e a ‘giocare’ (come altri hanno fatto) con l’idea del viaggio, in questo caso all’indietro, negli anni.. Johnson va oltre e, senza dimenticare mai l’azione, ci spinge a riflettere non solo su quella convenzione che chiamiamo ‘tempo’ ma sull’uso che possiamo farne. È un film sul libero arbitrio Looper, cioè sulla possibilità o meno di modificare il corso degli eventi futuri. A livello di macrostoria forse più d’uno si è posto la domanda di cosa avrebbe fatto se avesse avuto la possibilità di trovare davanti a sé un Hitler, uno Stalin bambini con la consapevolezza di ciò che sarebbero divenuti una volta adulti. Il quesito non è di quelli di poco conto così come non lo è la risposta. Nella seconda parte della vicenda è su questo piano che si debbono confrontare i due Joe. Appunto: ‘i due’. Qui scatta un ulteriore quesito che va al di là dell’essere coinvolti in una crime story futuribile. Cosa accadrebbe se potessimo trovarci dinanzi a un ‘noi stessi’ con qualche decennio in più disposto a raccontarci il nostro futuro e intenzionato ad espungerne la parte più dolorosa? Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, non conoscevano il Bene e il Male prima del peccato. Anche noi però, loro discendenti, abbiamo conservato un angolo di paradiso non avendo cognizione del nostro futuro. Ciò ci offre il grosso vantaggio di non vivere sotto l’oppressiva cappa di un destino noto ed ineluttabile. Ci impone però di scegliere in ogni giorno ed in ogni singolo minuto della nostra vita. Liberamente ma consapevolmente perché il futuro (nostro e altrui) si costruisce così: ad ogni tic delle lancette sull’orologio della vita. Rian Johnson ci invita a ricordarlo.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

Maggio 29, 2013 at 5:15 PM Lascia un commento

La parte degli angeli di Ken Loach ( dvd )

Glasgow. Il giovane Robbie, già recidivo, evita il carcere perché il giudice decide di puntare sulla sua capacità di recupero visto che la sua altrettanto giovane compagna sta aspettando un figlio. Viene così affidato a Rhino che è il responsabile di un gruppo di persone sfuggite al carcere e condannate a compiere lavori socialmente utili. Dopo aver assistito a un pestaggio, di cui Robbie diviene vittima nel momento in cui decide di andare in ospedale per vedere il bambino, Rhino decide di aiutarlo. Scoperta la sua particolare sensibilità gustativa per quanto riguarda i vari tipi di whisky decide di introdurlo nell’ambiente. È così che a Robbie e ad alcuni suoi compagni di rieducazione viene l’idea di un ‘colpo’ del tutto anomalo che però potrebbe offrire loro un futuro sereno.
Ken Loach torna a riflettere sulla commedia umana, arte nella quale è indiscutibilmente maestro. Sceglie lo scenario della Glasgow che ama e ci offre il ritratto di uomini segnati dalla vita privilegiando tra tutti quello del giovane Robbie. È a quelli che questo nostro mondo libero etichetta come irrecuperabili che, ancora una volta rivolge la sua attenzione. Perché Loach è convinto che la possibilità di un riscatto sociale vada più che mai offerta in questi nostri tempi in cui il Dio Mercato reclama ingenti e quotidiani sacrifici umani.
Con il fido sceneggiatore Paul Laverty utilizza come leva narrativa il momento che, per ogni essere umano degno di questo nome, è costituito dalla nascita di un figlio. Decidere di averlo nonostante tutto significa, oggi, sperare apparentemente contro ogni speranza. È quello che fanno Robbie e la sua compagna Leonie contro il padre e i familiari di lei. In una società che conta più sulla ricaduta del delinquente (per poterlo allontanare a lungo dalla comunità) che sul suo redimersi la giovane coppia trova però ancora delle significative solidarietà. Perché il socialismo di Loach è di stampo umanitario e crede che sia ancora possibile quella pietas che i latini sapevano definire sgombrandola da ogni retorica commiserevole. Ecco allora che il ‘dannoso’ alcol, nelle specie di pregiatissimo whisky, finisce con il divenire strumento di riscatto in una storia che unisce con grande equilibrio dramma e sorriso e che (a differenza del prezioso liquido) va gustata appieno, senza moderazione.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

Maggio 22, 2013 at 9:49 am Lascia un commento

Les Miserables di Tom Hooper ( dvd e b-ray )

Toulon, 1815. Jean Valjean è il prigioniero numero 24601, condannato a diciannove inverni di lavori forzati per aver rubato un pezzo di pane sfamando un nipote affamato. Rilasciato a seguito di un’amnistia prova a ricostruirsi una vita e una dignità nel mondo, nonostante gli avvertimenti e le intimidazioni di Javert, integerrimo secondino della prigione convinto che un ladro non possa che perseverare nel male. Convertito al bene dall’atto caritatevole di Monsignor Myriel, Valjean prende coscienza dei suoi peccati e decide di mondare il suo destino, assumendo il nome di Monsieur Madeleine. Sindaco e imprenditore arricchito a Montreuil sur Mer, l’uomo salva una ragazza dalla prigione, promettendole di proteggere Cosette, la sua bambina, affidata alle cure di due malandrini locandieri. Alla morte della donna riscatta Cosette, diventandone padre e madre insieme. Gli anni passano e Cosette cresce come l’ossessione di Javert per Valjean, smascherato dietro la maschera del gentiluomo. La Storia poi si mette in mezzo conducendo i due avversari al di là e al di qua delle barricate innalzate dai rivoluzionari repubblicani contro la monarchia. Mentre a Parigi l’insurrezione insorge, le ‘stelle’ in cielo vegliano misericordiose le sorti di Valjean e Javert.
Dopo aver dato voce al re (Il discorso del Re), Tom Hooper dà voce ai miserabili di Victor Hugo, affrancandoli col canto dallo stato di minorità in cui versano. Teatro di lotta e di idee, Les Misérables è narrativamente apparentato con l’opera lirica di cui riproduce il ‘recitativo’, ossia il recitar cantando, che introduce o segue un’aria. Non ci sono dunque dialoghi recitati nel film e nella sua versione originale, dove l’ufficiale di Russell Crowe incalza il galeotto di Hugh Jackman con carattere arioso, scolpendo le sillabe col canto. Operazione temeraria impreziosita dalle performance dal vivo degli attori, sui cui volti si svolge la parabola di un uomo e di una nazione. La rievocazione storica fa tutt’uno con la logica narrativa del feuilleton e con l’emotività iperbolica del melodramma, realizzando movimenti musicali da vedere con le orecchie e ascoltare con il cuore. Lo scambio non può che giovare all’esaltazione e alla soavità del turbamento emotivo. Cori patriottici, romanze sanguigne, brani guerreschi, canti d’amore a due e tre voci, raccordano un materiale narrativo pensato in due atti e introdotto da una monumentale ouverture (“Look Down”), che segna il passo dell’opera, traccia il corso degli eventi e la costruzione dei personaggi. L’opposizione sempre mobile tra bene e male cambia vertiginosamente posizione nei Miserabili avviando la sfida e la meccanica pervasiva del duello in cui duettano Javert e Valjean, schierati tra legge e infrazione alla regola. Se dal conflitto nasce il dramma de Les Misérables, dal confronto tra Hugh Jackman e Russell Crowe (“till we come face to face”) si produce un’epica polarità che si imprime sulla retina, che fa sussultare, trattenere il fiato, richiedendo allo spettatore una partecipazione assoluta e senza condizioni.
Les Misérables è un inseguimento infinito concepito come un musical e imbastito come un’opera, dove allo spartito dell’istintiva improvvisazione del forzato redento si oppone la calcolata determinazione dell’ispettore, che per catturare la sua ossessione deve imparare a sentirla, viverla da dentro, possedere il suo ritmo per negarlo con il proprio o negarsi il proprio in fondo al fiume. Russell Crowe trova nella dispatia il carattere del suo personaggio e nella voce un solo colore, quello rigoroso dell’uniforme che costringe le sue emozioni, sospendendolo sul baratro e nel puro spasmo del gesto. Tom Hooper da par suo vivifica la storia di Victor Hugo lavorando sulle coordinate espressive dell’inquadratura, arricchendo e complicando una sintassi articolata (soprattutto ma non solo) sul campo e controcampo, come vuole un film quasi totalmente incentrato su due uomini (in)conciliabili. La voce prende allora corpo nel primo piano scrivendo la storia col canto e ‘respirando’ nelle arie di Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, locandieri da opéra-comique, leggeri e fantasiosi, raffinati e popolari, capaci di tenere il loro pubblico (e truffare gli avventori) con grazia e senza sforzo apparente. Il musical più longevo nella storia del West End, scritto da Alain Boublil, musicato da Claude Michel Schönberg e portato al successo da Cameron Mackintosh, dopo la scena conquista il cinema, dominando il medium come re Giorgio VI fece con la radio.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

Maggio 21, 2013 at 9:31 am Lascia un commento

Il cavallo di Torino di Bela Tarr e Agnes Hranitzky ( dvd )

Il film è liberamente ispirato a un episodio che ha segnato la fine della carriera del filosofo Friedrich Nietzsche. Il 3 gennaio 1889, in piazza Alberto a Torino, Nietzsche si gettò, piangendo, al collo di un cavallo brutalizzato dal suo cocchiere, poi perse conoscenza. Dopo questo episodio, che costituisce il prologo del film, il filosofo non scrisse più e sprofondò nella follia e nel mutismo. Su queste basi, The Turin Horse racconta la storia del cocchiere, di sua figlia e del cavallo, in un’atmosfera di grande e simbolica povertà.
Il regista afferma: ‘Il film segue questa domanda: cosa accadde al cavallo? Il cocchiere Ohlsdorfer e sua figlia vivono in campagna. Sopravvivono grazie a un duro lavoro. Il loro unico mezzo di sussistenza è il cavallo con il carro. Il padre va a lavorare, la figlia si occupa delle faccende domestiche. È una vita misera e infinitamente monotona. I loro abituali movimenti e i cambi di stagione e di momento del giorno dettano il ritmo e la routine che viene loro crudelmente inflitta. Il ritrae la mortalità, con quel dolore profondo che noi tutti che siamo condannati a morte, proviamo.’
Il regista ungherese prosegue con estrema determinazione il suo percorso di ricerca stilistica che privilegia l’analisi della quotidianità trasferita sullo schermo con ritmi che si avvicinano quando non addirittura riproducono il tempo reale. Rende così quasi tangibile la marcia cadenzata dei suoi personaggi verso la morte con la scansione dei gesti quotidiani in una terra spazzata da un vento che percuote gli spiriti. Non è cinema per tutti il suo e, soprattutto, è cinema che non può essere trasferito dal grande schermo altrove se non per studi analitici. È lì sul telone bianco che lo sguardo dello spettatore può perdersi nella lentezza quasi ipnotica di un fluire funebre del tempo dettato dall’occhio di un maestro dello stile di un rigore assoluto.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

Maggio 17, 2013 at 10:18 am Lascia un commento

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dicembre: 2022
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