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Sigur Ros – Kveikur ( cd – 2lp )

Inaspettato. Con “Kveikur” (“stoppino”), a un anno esatto da “Valtari“, i Sigur Rós lasciano i loro fan di stucco, e tutto si fa forse più chiaro. Da un lato l’abbandono dello storico tastierista Kjartan, dall’altra una sorta di speranza che si proietta verso nuovo inizio. Quasi fosse una storia che si ripete, il trio – che si fa collettivo tanto in studio quanto nella dimensione live – rinfocola una fiamma che pareva destinata a esaurirsi, pubblicando un album che profuma di urgenza, forse come solo “()“. Ma se nel capolavoro di ormai undici anni fa agli stati di tensione della seconda metà dell’album si contrapponeva un immobilismo impercettibile delle prime quattro tracce, ecco che invece “Kveikur” si pone sin da “Brennestein” come l’album “rock” degli islandesi. Anche se, a ben sentire, ogni etichetta coglierebbe solo parzialmente la svolta dei Sigur Rós. 

Ecco che “Kveikur”, nei suoi mille rivoli e declinazioni, svolge una storia quadrata, definita. A chi, con le solite banalizzazioni del caso, definì musica per folletti tutto ciò che proveniva e proviene dall’Islanda, ecco che i Sigur Ros rispondono idealmente. E lo fanno cacciando fuori tutta la grinta che sia in “Med Sud…” (il loro album freak?) che appunto nel loro disco ambient “Valtari”, era rimasta soffocata. Il glucosio, lo zucchero, mai come ora viene dosato secondo nuove modalità. Sia chiaro: la loro cifra stilistica – inimitabile – non viene qui meno, ma emerge tutto quel che nei Sigur Rós non avevamo mai visto sviluppato e sintetizzato con questo effetto.

Struttura e colonne portanti diventano le chitarre, i riverberi, i climax, muri di suono trascinanti, mai banali. E l’elettronica, l’elemento ritmico, la batteria che calpesta vigorosa ogni cosa gli si pari d’innanzi. L’iniziale “Brennestein” traccia le coordinate di questo nuovo corso. Ci riconosci la cattiveria di una “Untitled #8”, salvo virare il tutto su un versante marcatamente elettronico (cosa mai nemmeno osata prima dagli islandesi). Tutta quella dolcezza, loro marchio di fabbrica, viene qui rimodulata secondo coordinate completamente nuove e, cosa non da poco, senza risultare stucchevoli. “Isjaki”, per dire, fa rivivere gli scenari di “Hoppipolla”, ma con quel quid che la rende perla purissima e spontanea.

Nei vocalizzi di Jonsi in splendida forma e negli impeti solo accennati di “Yfirbord”, nei carillon onnipresenti in “Stormur” che s’accende in un dolce finale strumentale, nella malinconia dilagante di “Hrafntinna”, si riconoscono tutte le peculiarità di questo nuovo corso. E, quando accelerano, riescono a far male. “Rafstaumur”, nel suo climax aggressivo, s’accende impetuosa (notate forse analogie con “Sweet Love For Planet Earth” dei Fuck Buttons, nella seconda metà?). Nell’inno della title track “Kveikur” si rincorrono gli elevamenti al cubo di quella ferocia compositiva. Fuoco che arde, spruzzi dai geyser che s’elevano verso il cielo, in un gioco in cui la tangente post-rock si tocca quasi col doom. Gli echi lontani e il piano di “Var” spengono quella fiamma inferocita, la sedano, come la quiete dopo la tempesta.

Incontro tra la purezza pop di “Takk” e “()“, “Kveikur” è la nuova via dei Sigur Rós verso una forma di post-rock elettrico che incontra il pop. Non tradiscono i fan, ma si proiettano in una dimensione, se possibile, ancor più moderna e universale. Non si legga in tutto questo una volontà di aprirsi, quanto un mettersi in discussione. Nonostante in certi frangenti si abbia la sensazione che procedano col pilota automatico, la prospettiva del rischio ripaga anche quei pochi momenti di stanca. Ritornano a loro modo giovani e punk, recuperando una freschezza d’intenti che pareva essersi un po’ perduta. Giocano l’asso che nessuno s’aspettava avessero, vincono la partita nella maniera meno scontata e più difficile. Sorprendendo.

Alberto Asquini (www.ondarock.it)

giugno 14, 2013 at 4:23 pm 1 commento

Black Angels – Indigo Meadow ( cd – lp )

A ben vedere, “Indigo Meadow” non è altro che il punto d’incontro tra i due album che l’hanno preceduto: l’oscuro e ossessivo “Directions To See A Ghost” e l’estroverso e di più ampio respiro “Phosphene Dream”. Una lettura semplicistica che non tiene conto delle sfumature, se volete, ma che allo stesso tempo fotografa nel modo più semplice l’evoluzione dei Black Angels, che negli anni hanno saputo smarcarsi da un’interpretazione più “integralista” dello psych-rock per dirigersi verso aperture meno asfissianti, non per niente coincidenti con il (voluto?) raggiungimento di un pubblico più vasto.

“Ridotta” a quartetto, la formazione di Austin con “Indigo Meadow” veicola le (positive) esperienze del passato per dare vita alla sua prova più muscolare e diretta: accantonati gli orpelli e le code strumentali in favore di canzoni dal minutaggio ridotto, a riempire lo spazio sono i riff al vetriolo, i ritornelli tanto lisergici quanto ineccepibili e, più in generale, un sound potente e immediato.
D’altro canto, questo “prato indaco” è tutt’altro che monocorde: mai come in questo album i Black Angels spiegano le ali verso direzioni diverse. L’ipnotica voce di Alex Maas nell’opener “Indigo Meadow” e il garage psichedelico à la Black Rebel Motorcycle Club della successiva “Evil Things” caratterizzano i primi due veri e propri pezzi da novanta, ma in un certo senso a spiazzare è la canzone di protesta “Don’t Play With Guns”, il cui ritornello emerge dritto dritto dagli abissi per divenire il più cantabile fra tutti i refrain mai partoriti dalla band texana.

Alla “nera” monotonia di “Holland” fanno da contraltare le atmosfere sixties di “The Day” (a metà strada tra Kinks e Velvet Underground) e il crescendo ossessivo e tridimensionale della splendida “Love Me Forever”. I concittadini 13th Floor Elevators fanno capolino in “Always Maybe”, giusto per ricordarci che i cammini di Black Angels e Roky Eryckson si sono incrociati più di una volta.
“Broken Soldier” è l’ennesimo, dovuto omaggio ai Doors; più emancipata “War On Holiday”, nella quale i riff à-la Jesus & Mary Chain si sfogano in ritornelli surfeggianti. Le esoteriche “I Hear Clours” e “Twisted Lights” lanciano la volata finale, rappresentata dalla veloce “You’re Mine” e, soprattutto, dal blues magnetico di “Black Isn’t Black”.

Il recupero della tradizione e un sound moderno convivono nelle tredici canzoni di “Indigo Meadow”, se non la migliore (a nostro avviso se la gioca con “Directions To See A Ghost”), senz’altro la più convincente e imprescindibile prova degli angeli neri di Austin.

Fabio Guastalla (www.ondarock.it)

maggio 28, 2013 at 10:01 am Lascia un commento

The National – Trouble will find me ( cd – 2lp )

Cosa sarebbe lecito attendersi da un album dei National, nel 2013?. Per quanto destinata a lasciare il tempo che trova, è questa la domanda che più di ogni altra sorge spontanea alla luce di quanto i cinque di Cincinnati hanno prodotto finora.
Emersi dal mare dell’underground con l’acclamatissimo “Alligator” del 2005, i National sono riusciti poi a ripetersi (e forse superarsi) con il successivo “Boxer”, che due anni più tardi li ha proiettati definitivamente nel firmamento delle band-chiave del decennio appena trascorso e ha contribuito ad alzare l’asticella delle aspettative nei loro confronti.

Inevitabile, dunque, che la capacità di occupare il limbo tra l’adulto esistenzialismo di suoni e liriche e la propensione delle melodie verso un pubblico più ampio, ponesse la band davanti a una scelta: spremere al massimo le doti dei musicisti e osare alla ricerca di un nuovo capolavoro o consolidare le formule di scrittura per incrementare ulteriormente il proprio seguito?
Su queste pagine, Simone Coacci ha efficacemente sottolineato come il penultimo “High Violet” fosse un tentativo di battere la seconda delle due strade, soluzione che magari potrebbe aver fatto storcere il naso agli ascoltatori più snob, ma che di certo non ha screditato le quotazioni della band, perché chi scrive canzoni che si chiamano “Terrible Love”, “Runaway” o “Vanderlyle Crybaby Geeks” finisce inevitabilmente per avere ragione.

Quello che però forse è mancato a “High Violet” erano l’urgenza e la freschezza che sgorgavano dai precedenti lavori, l’acume dei giochi testuali e gli slanci sorprendenti in fase di arrangiamento in cui pochi istanti parevano raccontare un’eternità e facevano di “Alligator” e “Boxer” (ma anche “Sad Songs For Dirty Lovers”) delle sublimi istantanee dotate di un’identità intrinseca e non delle pur elegantissime dimostrazioni di assestamento del National-sound.
La questione torna d’attualità anche per il nuovo “Trouble Will Find Me”.
Lungi dal definirsi un passo falso, l’album lascia comunque aperto il dubbio su quanto una band possa cavalcare le proprie soluzioni vincenti prima che queste arrivino a definirsi prevedibili.

Esempio lampante è costituito da quelle che nascono come le scelte stilistiche di maggior interesse (synth, drum machine), ma che invece funzionano più come finezze integrative che come indici di volontà di esplorare nuovi orizzonti. Ciò che rimane in primo piano sono costruzioni ritmiche e vocali tanto sintomatiche del gusto dei musicisti quanto veicolanti sensazioni di déjà vu, a cominciare da “Don’t Swallow The Cap”, antipasto messo in rete prima dell’uscita dell’album, da annoverarsi con “Graceless” tra le classiche cavalcate pop-wave in punta di piedi che ormai si potrebbero scrivere nel sonno.
E che sia un po’ di stanchezza quella inizia a trapelare dall’operato dei National lo dimostrano anche le take di Matt Berninger, forse mai così dimesso nel suo ventriloquismo e rinunciatario ad aggredire le canzoni là dove invece se ne sentirebbe il bisogno.

A tal proposito va sottolineata l’azione benefica da parte di compagni di merende (Sufjan Stevens,  St.Vincent, il sempre presente Richard Reed Parry e una Nona Marie Invie in meritata crescita di status),chiamati a rinverdire le trame e non a caso presenti in molti degli episodi più riusciti, come il pop-anthem “I Should Live In Salt”, il finale a briglia perlomeno allentata, à la “Terrible Love”, di “Sea Of Love” o la spettrale chiusa per archi e voci che suggella splendidamente “This Is The Last Time”.
E’ evidentemente un album fatto di grandi momenti più che di grandi canzoni, questo “Trouble Will Find Me”, tant’è che, seppur privo dei picchi di “High Violet”, sa difendersi con refrain efficaci anche quando si ha la sensazione che manchi il centesimo per fare il dollaro (“I got a trouble inside my skin/ I try to keep my skeletons in” in “Slipped”, difficilmente resistibile).

Ancor più attraente risulta poi il colpo di coda finale in cui, smessi i panni in cui si trovano fin troppo comodi (“I Need My Girl”), i Nostri prima partecipano al party revival della kosmische musik entrando sì dalla porta di servizio, ma con lo smoking giusto (“Humiliation”), poi volgono lo sguardo all’America dei loro padri sciorinando un mid-tempo che coccola il ricordo di Levon Helm per le strade di Brooklyn (“Pink Rabbits”).
Spetta a “Hard To Find” il compito di chiudere in una solennità volutamente accennata, sospesa in un etere di chitarre e synth, prima che il passo felpato di Bryan Devendorf non intervenga a portarsi via canzone e album, ma probabilmente non tutti i dubbi.

E’ infatti opinione di chi scrive che ogni grande disco è dotato di una propria autonomia, un “parlare per sé” che lo mette in condizione tanto di ricondursi all’autore, quanto di saper prescindere da quest’ultimo facendo leva su un alone di mistero che ne determina la longevità. La maturità mostrata dai National di “Trouble Will Find Me” è invece dimostrazione di un controllo eccessivo, certamente sulla base di una raffinatezza superiore, ma che quando si associa a una band di tale levatura sa anche di colpi tenuti in canna.
Per adesso gli ingranaggi continuano a funzionare, ma cresce sempre di più la speranza che uno degli ultimi astri del pop-rock americano non rischi alla lunga di sedersi sulle basi della propria grandezza.

Andrea D’Addato (www.ondarock.it)

maggio 20, 2013 at 10:07 am Lascia un commento

Mark Lanegan & Duke Garwood – Black Pudding ( cd – lp )

Fedele come pochi ad uno spirito di collaborazione senza confini, il sempre generosissimo Mark Lanegan torna a poco più di un anno dal notevole “Blues Funeral” con un nuovo sodalizio e relativa raccolta di canzoni. A beneficiare del suo slancio è questa volta l’estroso musicista londinese Duke Garwood, uno spirito affine che l’ex frontman degli Screaming Trees ha già ospitato proprio nella più recente fatica in studio della sua band e portato in tour qualche tempo fa come opener per i Gutter Twins. Diversamente da quanto avvenuto con il doppio supporto ai Soulsavers o nell’ultimo fiacco episodio del progetto condiviso con Isobel Campbell, in questo caso sembra fuori luogo liquidare il disco come l’ennesimo ricco cameo del cantante di Ellensburg. Anche al di là delle inevitabili parole entusiaste di Mark in merito al connubio, l’intesa tra i due artisti pare infatti solida e convincente.

Certo Lanegan recita la propria parte fino in fondo, e un senso di déjà vu va messo in conto per forza. Garwood è però molto bravo a lavorare con discrezione, insinuando grazie ai suoi magnetici fraseggi acustici un senso di inquietudine non banale che finisce per condizionare il compagno. Fingerpicker abile quasi quanto un James Blackshaw, con nelle corde le suggestioni di un Greg Weeks solo un tantino più narcotico, l’inglese si regala le dissertazioni strumentali che aprono e chiudono il cerchio nel solco di un solipsismo folk scuro ed ipnotico. Nel mezzo il cantante impazza con la sua inconfondibile cifra espressiva, tra sussulti di pura classe e cliché egualmente risaputi. L’impressione offerta in rampa di lancio da “Pentacostal” – titolo in stile Lanegan che è già tutto un programma – è che il Nostro giostri attraverso il mestiere con palesi finalità conservative, seppur in una confezione più povera del consueto curata dagli “amici” del circolo QOTSA alain Johannes & Justin Smith. Che si staglino in tutto il loro nitore gli scenari aridi tanto cari allo statunitense, o che Duke si cimenti con un pianoforte oltremodo incombente, Mark è spesso a rischio di appiattimento su formule stereotipate, dalla posa del consumato folksinger del deserto all’enfasi luciferina di un Waits riciclato.

Piacciano o meno, i suoi classici numeri da istrione si confermano fortemente caratterizzati e molto ben serviti, in questa occasione, dall’ordito minimale ritornante e denso d’ombre elaborato dal chitarrista. Garwood predispone un sottotesto musicale disadorno capace di imporsi in termini atmosferici senza mai risultare invadente, ideale contesto, quindi, per far risaltare una voce che sembra ormai potere tutto, simbolo e teatro di un mondo, di un’epica, di un mood inarrivabile. Altrove prevale invece una dimensione raccolta ammirevole, con una concretezza terrena (“Mescalito”) o un velo malinconico (il clarino di “War Memorial” ad esempio) che non gli sono nuovi ma impressionano sempre. Quello di “Death Rides a White Horse” poi è un Lanegan lento, estatico – e magari invecchiato, perché no? – che pare specchiarsi nella solennità dei classici Delta Blues per fare proprio l’afflato di un Charley Patton.

Rispetto al modello quasi obbligato delle “Field Songs”, in questo “Black Pudding” si scorge meno meraviglia ma più umanità, con le imperfezioni e i limiti formali dell’operazione necessariamente tenuti in bella vista. “Driver”  rivela allora per converso un artista che si adopera per mantenere un profilo più basso dello standard, salmodiando una specie di preghiera laica non esasperata nella maniera e non tirata mai all’eccesso. Quasi una dieta depurante per lui, da cui esce esaltato il suo lato più genuino, anche nell’ordinario. L’immobilismo apparente della parte musicale rende magari disagevoli e scontrosi diversi dei brani qui presenti ma alla fine, entrati nello spirito dell’album, non si potrà che constatare che sempre di lui si tratta, ancora là a cantare di redenzione come se il tempo non fosse passato.

E con qualche bella sorpresa finale. L’accattivante funky-blues vizioso di “Cold Molly”, per esempio, che riavvicina al clima contaminato dell’ultima fatica con in più l’eccellente lavoro sporco di Duke, chiamato a straziare senza posa le sue chitarre. Non mancheranno gli scettici ma è difficile negare che in questa veste anomala e, per così dire, “compromessa”, gli esorcismi dell’ex Screaming Trees rendano particolarmente bene. Per rasserenare i nostalgici oltranzisti è sufficiente la perla “Shade of the Sun”, assai disciplinata e sostenuta a dovere dall’accompagnamento incantatorio dell’harmonium, con un suono insieme catartico e malato. Una sublime infezione, di cui non poteva che essere portatore l’impareggiabile Mark Lanegan.

Stefano Ferreri (www.ondarock.it)

maggio 16, 2013 at 9:50 am Lascia un commento

Kurt Vile – Wakin on a pretty daze ( cd – 2lp )

Se “Smoke ring for my halo” era il tuffo dalla rupe (per vari motivi), “Wakin’ On A Pretty Daze” si svolge interamente, e per settanta minuti, nei pochi secondi che passano dall’entrata in acqua al riaffioramento. In questo breve e dilatatissimo lasso di tempo, i raggi di sole rifratti illuminano un universo subacqueo imperturbabile, una pletora di meduse e filamenti d’alghe ondeggianti con la corrente.
Il nuovo disco di Kurt Vile non è certamente il disco prepotente che era il precedente, ma lo supera probabilmente in fascino col suo andamento rallentato, post-sbornia appunto, come sembra suggerire il titolo.

Il drawl scazzato di Kurt è centrale nell’interpretare le molli divagazioni elettriche, Young-iane di “KV Crimes” e “Shame Chambers”, nel riscoprire l’esistenza di cose e persone quando ci si sveglia dopo una lunga notte, con la bocca impastata e gli occhi semiaperti (“Wakin’ On A Pretty Day”). Un momento di confusione totale, di perdita completa dell’identità, uno dei pochi momenti in cui si ha l’illusione dell’innocenza una volta diventati adulti, che Kurt ha il merito di descrivere e portare all’estremo, spingendo sempre più in là le canzoni, fino a farle diventare poltiglia, oppure esaltandole in un sublime formicolio.
Si passa così da un fingerpicking sordo (“Girl Called Alex”) a più acute impressioni arrotate in punta di plettro (“Pure Pain”, pezzo straordinario e mutante, da mostro bifronte a contemplazione desertica),  mantenendo i sensi accesi coi vagheggiamenti motorizzati e semi-sintetici di “Air Bud” e “Was All Talk”.

Ci si aggira tra attimi di stordimento e altri di incredibile lucidità, mettendo da parte quasi del tutto le canzoni di “Smoke Ring For My Halo” (eccetto che per “Never Run Away” e “Snowflakes Are Dancing”). Terapeutico e suggestivo (e ottimamente suonato) – ma, a un certo punto, la memoria ritornerà…

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

maggio 10, 2013 at 9:02 am Lascia un commento

Savages – Silence yourself ( cd – lp )

La storia inizia circa sul finire degli anni 70 quando un ragazzo di nome Ian Kevin, appassionato di poesia e di musica rock, ha l’occasione di mostrarsi al pubblico di Manchester con la sua band, che in realtà esiste già da un annetto o poco più, ma solo da quell’occasione prende il nome di Joy Division. La storia finisce nel maggio del 1980 quando il giovane Ian, ventiquattro anni appena, chiude il suo patto con il mondo impiccandosi nell’abitazione della natia Macclesfield, Cheshire, UK, inconsapevole di rappresentare da lì in avanti l’iconografia del post punk, di aver gettato le fondamenta dell’intero movimento dark e d’incarnare il prototipo del dramma esistenziale post-moderno. Così, qualcuno potrebbe facilmente prendere spunto da questa storia per spiegare ai molti chi siano le Savages: una band interamente femminile, guidata dalla voce androgina di Jehnny Beth (all’anagrafe Camille Berthomier, quindi la metà femminile dei francesi John & Jehn), dalla chitarra corrosiva di Gemma Thompson e dalle ritmiche circolari del basso e della batteria rispettivamente nelle mani di Ayse Hassan e Fay Milton.
Non solo il suono però – presentato dalle quattro londinesi con un’aggressività istintuale e primitiva – avvicina la band ai quattro di Manchester; in verità nemmeno parzialmente le rimanderebbe ai protagonisti di cui sopra perchè un ascolto profondo rivela venature che pompano sangue diverso dalla sola tipologia Curtis. Ciò che rende appassionato e indissolubile il legame tra le compositrici di “Silence Yourself” e gli “sconfitti” di “Unknown Pleasures” è l’istinto, quel sentimento primordiale del compiere un’azione senza la necessità di elaborarla o di concepirla, un tacito ed inconscio accordo con se stessi nel fare ciò che viene di fare. E in effetti le Savages – con questo lavoro d’esordio prodotto da John Best (Sigur Ros) – non vogliono recapitarci qualcosa di altro, che già non sia in nostro possesso; le Savages pretendono di trasmettere l’unione tra la fisicità strumentale e la cruda emotività delle parole, prendendo a schiaffi i sentimentalismi scontati e suggerendo l’opportunità di starsene zitti, una volta ogni tanto. 

“Shut Up”, l’incipit del disco, comincia in questo modo: un estratto del film “Opening Night” di John Cassavetes, il dramma di un’attrice di Broadway che, dopo la testimonianza della morte di un fan, vive l’instabile equilibrio tra la vita e la morte, l’apice di carriera e le bassezze del declino; il plettrato del basso, caro al movimento post-punk, introduce una chitarra palm muted che distende i nervi, permettendo alla frontman pettinata alla Sinead O’Connor degli esordi di muoversi a semicerchio, da sinistra verso destra, distribuendo dalle mani invece che denari pistolettate caricate a grida, nella paradossale richiesta di silenzio. Le escoriazioni non tardano a mostrarsi con la seguente “I Am Here”, un inno dark quiet & loud, con la voce della Beth a metà tra Brian Molko Kate Bush, ritornelli da accelerate frenetiche che precedono brusche frenate chitarristiche, con sensibile odore di bruciato nell’aria. Il tiro non cessa fino alla conclusione di “City’s Full”, con colori da “casa in costruzione”, Bauhaus in bianco e nero dalle velocità contemporanee. Il respiro torna con “Strife”, che allenta, si fa per dire, la morsa delle quattro: BPM inferiori, chitarre farcite di overdrive acidi e lotte primitive tra basso e batteria, con la Beth ad arbitrare il combattimento. E ancora più giù, nelle tenebrose atmosfere della coda “Waiting For A Sign”, giunge l’altra comunanza vocale della Beth, con Siouxsie Sioux dei Siouxsie and the Banshees, principalmente quelli del primo “The Scream”; le profondità dell’inno spirituale invocato ad alta voce, accompagnato dalle chitarre della Thompson, squarciano questa fragile tela dark, in attesa del simbolo, il segno tanto ricercato che si manifesta nella strumentale “Dead Nature”: ticchettii e rintocchi, tuoni e campane a rappresentare la teatralità di un mondo in decomposizione.

Il primo singolo estratto, “She Will”, è una buca commerciale in cui è facile inciampare accusando storte dolorose; la somiglianza del riff iniziale con “Love Will Tear Us Apart” è palese, nonostante le cavalcate sonore aprano a viatici più vicini al metal di inizio anni 80 (Iron Maiden, Venom), ricordando per certi versi il thrash dei Metallica di “Kill’em All” nella successiva “No Face”, una dichiarazione diretta della mancanza d’identità, bacchettata sonoramente dalle note di richiamo di un basso severo e polemico. Siamo sulla via del tramonto, dove emergono le emozioni costipate della Beth: in “Husbands”, isterica scivolata a piedi uniti contro la violenza domestica e non, e in “Marshall Dear”, opaca e ruvida gemma di polistrumentismo che chiude il lavoro; le note di pianoforte sono lacrime che cadono grevi s’un tappeto di bassi e le spazzole cercano di ripulire la tristezza intrisa nel tessuto: un sax è testimone dell’accaduto, dice la sua a riguardo e saluta l’ascoltatore lasciandolo nel limbo dell’inquietudine e della malinconia, un po’ come accadeva coi Morphine di “Cure for pain“.

Le Savages sono donne che vogliono fare le donne.
Portatrici di un femminismo coscientemente femminile, non giocano a fare i maschi agli strumenti, rimanendo fedeli alla sensibilità e alla forza che le contraddistingue. “Silence Yourself” è un disco muscolare e diretto, istintivo come si descriveva, che mozza il fiato come un pugno nella bocca dello stomaco, ma che in alcuni momenti accarezza con delicatezza le nostre teste, come a voler mostrare che una botta, seppur violenta, è necessaria per apprezzare il mondo che ci circonda, nitido, diretto, esente da quelle falsità strumentali che conducono invece alla Violenza vera, quella con la V maiuscola.

Stefano Macchi (www.ondarock.it)

maggio 9, 2013 at 10:08 am Lascia un commento

Motorpsycho – Still life with eggplant ( cd – lp )

Puntuali come orologi svizzeri, tornano gli alfieri di Trondheim che, come (quasi) tutti gli anni, licenziano entro il primo quadrimestre un nuovo disco e annunciano un tour che puntualmente tocca anche la nostra penisola. Una consuetudine che coincide con l’avvento della primavera, un appuntamento divenuto piacevole tradizione per i fedelissimi fan della band.

In venticinque anni di carriera i Motorpsycho di colpi ne hanno sbagliati ben pochi, nonostante i continui cambi stilistici: se nella memoria collettiva restano impressi soprattutto gli irripetibili filotti di metà anni 90, anche in tempi recenti Hans Magnus “Snah” Ryan e Bent Saether (oggi assieme al batterista Kenneth Kapstad, subentrato nel 2005 allo storico Hakon Gebhardt) non hanno certo lesinato idee ed energie.

Per “Still Life With Eggplant” (traducibile in “natura morta con melanzana”) i Motorpsycho sono tornati ad incidere nello studio dove nel 1994 partorirono l’enciclopedico “Timothy’s Monster” (onorato tre anni or sono con una monumentale reissue composta da ben quattro cd), ed hanno accolto un secondo chitarrista, lo svedese Reine Fiske, classe 72, molto noto in Scandinavia nella scena psych-prog per i suoi trascorsi con i Dungen.

 

Contando soltanto cinque tracce, per una durata complessiva relativamente contenuta, circa tre quarti d’ora, “Still Life With Eggplant” risulta uno dei dischi più “maneggevoli” della band norvegese. I Motorpsycho confermano il perdurare di un invidiabile stato di salute, dimostrato sin dall’iniziale cavalcata elettrica “Hell”, un compendio che prende spunto dai riffoni hard rock primordiali dei Black Sabbath, attraversa lo stoner dei Queens of the stone age, aggiunge istinti melodici nelle linee vocali e, dopo l’inevitabile solo smaccatamente seventies, chiude con minimalismi di impronta hendrixiana.

Gli omaggi proseguono con la personale rilettura di “August”, un pezzo dei Love che (se la memoria non ci inganna) è la seconda cover inclusa in un album dei Motorpsycho, dopo la “California Dreamin’” che nel 1992 figurò in “8 Soothing Songs For Ruth”.

 

“Barleycorn (Let It Come/Let It Be)” parte bucolica, con il fingerpicking di Fiske in gran spolvero, e si apre prima in un portentoso ritornello e poi in sereni slanci strumentali, conducendoci verso gli sperimentalismi della più strutturata “Ratcatcher”, una mini suite di 17 minuti che ridisegna quegli scenari cosmico- psichedelici ben perseguiti anche in altri recenti lavori, arrivando a lambire i confini con il prog ed il free form jazz. E’ la parte più avventurosa del disco, dove i norvegesi rischiano di cadere nel solito peccato veniale, quello di specchiarsi troppo in sé stessi generando qualche lungaggine di troppo. Peccato assolutamente perdonabile, vista la maggiore sintesi messa in campo questa volta, che consente a “Still Life” di ergersi almeno mezza spanna oltre il coraggioso polpettone dello scorso anno, “The Death defying the Unicorn”.

Il viaggio si conclude fra le spire di “The Afterglow”, imperiosa ballad elettroacustica dal lieve retrogusto folkie, quasi un sollievo per le orecchie, sprazzi di placida tranquillità dopo le digressioni soniche dei quattro vichinghi.    

 

“Still Life With Eggplant” non ha l’immediatezza di “Blissard”, la rocciosità di “Demon Box”, né tanto meno riesce a replicare la potenza caleidoscopica di “Trust Us”. Al suo interno non ci sono una nuova “Vortex Surfer” o un inno alla “Kill Some Day”, nonostante questo è senz’altro inseribile fra le migliori prove di una band tanto prolifica quanto qualitativamente eccelsa. Una delle migliori degli ultimi venticinque anni. La migliore in assoluto per il sottoscritto.

Claudio Lancia (www.ondarock.it)

aprile 30, 2013 at 9:59 am Lascia un commento

Durutti Column – The return of Durutti Column / LC ( cd – lp )

Per chi conosce Vini Reilly e la musica dei Durutti Column solo attraverso alcuni frammenti della sua produzione, è giunto il momento di approcciare la sua maestosa produzione con un orecchio attento e curioso. Il suono cristallino della sua chitarra affidato all’elaborazione dell’Echoplex, le sommesse stratificazioni di ritmi e percussioni appena baciate da una flebile voce hanno infatti segnato indelebilmente un’epopea creativa di raro spessore: questa è musica che rasenta l’arte pittorica, capace di descrivere con dettagli minuziosi stati d’animo profondi e quasi al limite dell’inconscio.

Prodotto da Martin Hannett, l’esordio del progetto Durutti Column è il frutto proibito della new wave: i tormenti dei Joy Division avevano segnato profondamente un’era ricca di provocazioni culturali, Vini Reilly concedeva a una generazione segnata dal tormento e dall’irruenza civile, un luogo astratto dove creare nuovi mantra.
Definito come il ponte tra il post-punk e la musica di Debussy e Ravel, “The Return Of The Durutti Column” è un album unico il cui fascino si edifica su accordi di chitarra che hanno la leggerezza di una goccia d’acqua ricca di riflessi e ombre. Il tono austero delle composizioni si anima improvvisamente grazie a sonorità pungenti e dissonanze ricche di riverberi; che sia tinta di jazz (“Katharine”), gothic-rock (“Requiem For A Father”) o che sfidi la fragilità del pop in “Sketch For Summer”, la musica di Reilly si riversa in uno dei progetti più importanti della musica inglese.

Il suo secondo album “LC” è invece l’unico in cui, a dispetto delle critiche di molti osservatori, Vini Reilly replica le intuizioni dell’esordio coinvolgendo le splendide tessiture ritmiche di Bruce Mitchell.
Registrato su un Teac a quattro tracce prestato da Bill Nelson al chitarrista inglese, il disco si ricopre di tinte jazz e vanta di costruzioni più corpose, che lo rendono più raffinato.
L’impegno politico viene rimarcato dall’acronimo scelto per il titolo (“LC” sta per Lotta Continua) e da alcuni frammenti vocali, mentre una inattesa sensualità si agita dietro il flusso melodico di “Jacqueline” e di “Never Knows”, che rinnovano la grande energia dell’esordio.

La Gibson Les Paul di Reilly, venduta su eBay come icona di una rivoluzione musicale irripetibile, riecheggia nelle innumerevoli ristampe dei suoi album: dopo i due box con la discografia divisa in due ere distinte, ecco finalmente disponibili per il pubblico americano due ristampe digipak con le copertine e lo stile grafico originale.
A differenza delle suddette ristampe, a cura della label 1972, la Factory/Benelux propone invece per “LC” un doppio cd con altri 23 brani, tra cui compaiono demo versions, brani tratti dai singoli incisi su Sordide Sentimental, compilation e brani estratti dai quattro album su Factory dei Durutti Column: a voi la scelta.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

aprile 29, 2013 at 3:57 pm Lascia un commento

Bonobo – The North Borders ( cd – lp )

Leggere la news di un nuovo album di Bonobo, nel 2013, suscita inevitabilmente una non-risposta annoiata, imposta dall’immediata associazione del marchio all’ordinaria amministrazione di un chill-out vetusto e prevedibile. Nulla contro il buon Simon Green, peraltro autore di numeri tutt’altro che disprezzabili anche negli ultimissimi anni, piuttosto la reazione dettata in parte dall’indigestione downtempo di qualche lustro fa, ancora da smaltire, in parte dal marciare sempre più asfissiante di mode e hype che invecchia tutto a velocità doppia. Accantonata però questa falsa percezione iniziale, l’album numero sei della scimmietta di casa Ninja Tunes è un ascolto che merita. 

Parte con una marcia tutta diversa, infatti, questo “North Borders”: “First Thought”, bozzolo pop di una freschezza sorprendente, con l’altro veterano dell’etichetta, Grey Reverend, alla voce, il luccicante carosello glitch-techno di “Cirrus”, la calda “Heaven For The Sinner”, segnata irrimediabilmente dai vocals di Erykah Badu, prezzemolino sempre ben accetto, o ancora il trip-hop sonnacchioso e gentilissimo di “Towers”. Beats e groove tessono maglie mai così “black”, eppure sempre morbide e discrete, addolcite dalle frequenti chiose jazz e orchestrali, arpe e archi, come da tradizione Ninja Tunes. La seconda metà dell’album rivela anche alcuni riempitivi (“Know You”, “Ten Tigers”, “Pieces”), senza guastare però la compattezza del lavoro e mantenendosi in qualche modo sempre sulla soglia della piacevolezza e della goduria disimpegnata.

Con “The North Borders” Bonobo aggiorna la sua ricetta in maniera efficace, aggirando il rischio spersonalizzazione e aprendosi senza troppa difficoltà un varco tra i più chiacchierati lavori ultimi di Four TetFlying Lotus e, al netto del sostrato “dark”, di William “Burial” Bevan. Lo scimpanzé antropomorfo, maschera del timido Green, ha messo a segno così un altro, inaspettato, colpo di coda.

Roberto Rizzo (www.ondarock.it)

aprile 20, 2013 at 5:46 pm Lascia un commento

Iron & Wine – Ghost on ghost ( cd – lp )

Sento decisamente che la scuola d’arte mi ha dato questa cieca spavalderia, un coraggio naïve, perché ha instillato in me l’idea che vali solo quanto sarai in grado di fare la prossima volta.
Sam Beam

È proprio così? Difficile dirlo. A volte si ha invece l’impressione che le armi a disposizione siano limitate, che improvvisarsi diversi da quello che si è sia un atto coraggioso ma inutile, e controproducente. Ma Sam Beam. questo, lo sa benissimo. Sa di poter contare sulla sua voce, sulle sue doti di raffinato regista di melodie ed emozioni. E, ora che gli anni da “professionista per caso” cominciano ad accumularsi e il vestito da solitario singer-songwriter comincia a diventare liso, come fare a dare nuova vita alla propria traiettoria d’artista?
Il soul, a pensarci bene, sembra l’ambientazione d’elezione per un cantautore come Iron & Wine, per le sue composizioni, così fluide ed emotive. Molto più delle contaminazioni world e latine che avevano caratterizzato la musica di Beam da “The Shepherd’s Dog” fino al poco ispirato e confuso “Kiss each other clean” (qui c’è in realtà un parziale ritorno nella comunque piacevole “Caught In The Briars”). Qui il contorno – la batteria jazz, le seconde voci, il pianoforte – pare misurato con estrema precisione, a creare un omaggio agli anni 70 del soul, appunto, e alle prime contaminazioni tra jazz e cantautorato.

“It all came down to you and I”: come dichiarato dallo stesso Beam, è la coppia il tema centrale del disco, dalle ombrose, teatrali “Singers And The Endless Song” e “Low Light Buddy Of Mine”, che sembrano ambientate nella “Hadestown” di Anais Mitchell, al Marvin Gaye di “The Desert Babbler”, nella quale viene fuori sicuramente il meglio che la musica di Iron & Wine possa offrire. Quando la voce di Beam si invola sui suoi falsetti di velluto (“New Mexico’s No Breeze”), o scivola nei suoi gorgheggi di usignolo (“Joy”), si capisce subito che la magia di Iron & Wine è tornata, più limpidamente che mai.
L’universalità è un tratto fondamentale e dichiarato della musica di Beam, e anche in “Ghost On Ghost” l’empatia con canzoni d’innamoramento giovanile, come la stupenda “Baby Center’s Stage”, è acuita dal contorno di archi, slide, pianoforte, in un brano che definisce il genere “soft Americana”.

L’acustica diventa definitivamente uno strumento ausiliario (un frinire sommesso in “Grace For Saints And Ramblers”), dimenticato anche quando sarebbe stato sufficiente un arpeggio come accompagnamento (e invece si trasforma in un “a cappella” in “Sundown (Back In The Briars)”). Ma il passaggio è indolore, qui, per la grande attenzione all’unitarietà del disco e alla complementarietà degli arrangiamenti, che, anzi, danno grande respiro alle composizioni più verbose di Beam, come nella gentilemente montante, fino a una jam tra percussioni e sax, “Lovers’ Revolution”.

Ed è così che il proposito di Iron & Wine diventa più che altro un monito per gli ascoltatori: attenti, perché qualsiasi dei suoi prossimi dischi potrebbe essere il suo migliore.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

aprile 17, 2013 at 10:06 am Lascia un commento

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