Sigur Ros – Kveikur ( cd – 2lp )

giugno 14, 2013 at 4:23 pm 1 commento

Inaspettato. Con “Kveikur” (“stoppino”), a un anno esatto da “Valtari“, i Sigur Rós lasciano i loro fan di stucco, e tutto si fa forse più chiaro. Da un lato l’abbandono dello storico tastierista Kjartan, dall’altra una sorta di speranza che si proietta verso nuovo inizio. Quasi fosse una storia che si ripete, il trio – che si fa collettivo tanto in studio quanto nella dimensione live – rinfocola una fiamma che pareva destinata a esaurirsi, pubblicando un album che profuma di urgenza, forse come solo “()“. Ma se nel capolavoro di ormai undici anni fa agli stati di tensione della seconda metà dell’album si contrapponeva un immobilismo impercettibile delle prime quattro tracce, ecco che invece “Kveikur” si pone sin da “Brennestein” come l’album “rock” degli islandesi. Anche se, a ben sentire, ogni etichetta coglierebbe solo parzialmente la svolta dei Sigur Rós. 

Ecco che “Kveikur”, nei suoi mille rivoli e declinazioni, svolge una storia quadrata, definita. A chi, con le solite banalizzazioni del caso, definì musica per folletti tutto ciò che proveniva e proviene dall’Islanda, ecco che i Sigur Ros rispondono idealmente. E lo fanno cacciando fuori tutta la grinta che sia in “Med Sud…” (il loro album freak?) che appunto nel loro disco ambient “Valtari”, era rimasta soffocata. Il glucosio, lo zucchero, mai come ora viene dosato secondo nuove modalità. Sia chiaro: la loro cifra stilistica – inimitabile – non viene qui meno, ma emerge tutto quel che nei Sigur Rós non avevamo mai visto sviluppato e sintetizzato con questo effetto.

Struttura e colonne portanti diventano le chitarre, i riverberi, i climax, muri di suono trascinanti, mai banali. E l’elettronica, l’elemento ritmico, la batteria che calpesta vigorosa ogni cosa gli si pari d’innanzi. L’iniziale “Brennestein” traccia le coordinate di questo nuovo corso. Ci riconosci la cattiveria di una “Untitled #8”, salvo virare il tutto su un versante marcatamente elettronico (cosa mai nemmeno osata prima dagli islandesi). Tutta quella dolcezza, loro marchio di fabbrica, viene qui rimodulata secondo coordinate completamente nuove e, cosa non da poco, senza risultare stucchevoli. “Isjaki”, per dire, fa rivivere gli scenari di “Hoppipolla”, ma con quel quid che la rende perla purissima e spontanea.

Nei vocalizzi di Jonsi in splendida forma e negli impeti solo accennati di “Yfirbord”, nei carillon onnipresenti in “Stormur” che s’accende in un dolce finale strumentale, nella malinconia dilagante di “Hrafntinna”, si riconoscono tutte le peculiarità di questo nuovo corso. E, quando accelerano, riescono a far male. “Rafstaumur”, nel suo climax aggressivo, s’accende impetuosa (notate forse analogie con “Sweet Love For Planet Earth” dei Fuck Buttons, nella seconda metà?). Nell’inno della title track “Kveikur” si rincorrono gli elevamenti al cubo di quella ferocia compositiva. Fuoco che arde, spruzzi dai geyser che s’elevano verso il cielo, in un gioco in cui la tangente post-rock si tocca quasi col doom. Gli echi lontani e il piano di “Var” spengono quella fiamma inferocita, la sedano, come la quiete dopo la tempesta.

Incontro tra la purezza pop di “Takk” e “()“, “Kveikur” è la nuova via dei Sigur Rós verso una forma di post-rock elettrico che incontra il pop. Non tradiscono i fan, ma si proiettano in una dimensione, se possibile, ancor più moderna e universale. Non si legga in tutto questo una volontà di aprirsi, quanto un mettersi in discussione. Nonostante in certi frangenti si abbia la sensazione che procedano col pilota automatico, la prospettiva del rischio ripaga anche quei pochi momenti di stanca. Ritornano a loro modo giovani e punk, recuperando una freschezza d’intenti che pareva essersi un po’ perduta. Giocano l’asso che nessuno s’aspettava avessero, vincono la partita nella maniera meno scontata e più difficile. Sorprendendo.

Alberto Asquini (www.ondarock.it)

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