L’isola dei cani di Wes Anderson recensione di Stefania De Zorzi.

maggio 25, 2018 at 12:09 pm Lascia un commento

Isle-of-Dogs-New-Poster
Dopo qualche anno di assenza dal grande schermo ritorna Wes Anderson, regista e sceneggiatore di “L’isola dei cani” (da notare che in originale “Isle of Dogs” è omofono di “I love dogs”), film di animazione girato in stop motion .
Nel Giappone del 2037 l’ambiguo Kobayashi, sindaco di Megasaki, bandisce tutti i cani con la scusa di una forma aggressiva e contagiosa di influenza che gli animali hanno misteriosamente contratto, e li confina su un’isola-discarica, completamente ricoperta di spazzatura. Atari, pupillo dodicenne del sindaco, ruba un piccolo areoplano e si reca sull’isola con l’intento di ritrovare l’amato segugio Spots; una banda di cani coraggiosi sopravvissuti agli stenti, capeggiata dal ribelle Chief, lo coadiuva nell’ardua impresa.
Il film omaggia affettuosamente oltre che l’animale ritenuto il migliore amico dell’uomo, anche il cinema di Akira Kurosawa, di cui Anderson dichiara di essere un ammiratore.
Il regista crea una distanza rispetto allo spettatore, sia geografica (l’ambientazione giapponese, per il pubblico occidentale), sia temporale (un futuro non troppo lontano), che permette riflessioni più libere in quanto svincolate da riferimenti politici o razziali immediati, su temi quali la manipolazione dell’informazione in democrazia, e la segregazione di innocenti nel nome della protezione della comunità locale. Il futuro rappresentato ha caratteristiche estetiche e tecnologiche retrò, con televisori, aerei, robot che sembrano provenire direttamente dall’immaginario futuribile degli anni Cinquanta/Sessanta.
L’effetto straniante è amplificato dall’uso del linguaggio, in quanto i cani parlano in un idioma comprensibile (in inglese in originale, doppiati da attori di gran fama fra cui Bryan Cranston, Edward Norton, Liev Schreiber e Scarlett Johansson), mentre gli umani si esprimono quasi esclusivamente in giapponese, non sempre tradotto, così che la prospettiva canina è preponderante nella storia. Anderson regala di rinforzo ai suoi protagonisti canini una gamma di espressioni molto più ampia rispetto ai personaggi umani, grazie a grandi e bellissimi occhi un po’ vetrosi, mentre gli sfondi rimangono volutamente piatti e bidimensionali.
Il risultato è uno dei suoi film migliori, una fiaba feroce destinata più agli adulti che ai bambini, in cui la trama, i dialoghi, la tecnica di realizzazione hanno una qualità raffinata e ipnotica: assolutamente da vedere, sprofondando nei molteplici livelli di lettura o godendosi semplicemente l’avventura di animali lontani dalle stucchevolezze disneyane, e di un ragazzino disposto a tutto per amore del suo cane.

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