Solo: A Star Wars Story di Ron Howard recensione di Stefania De zorzi

giugno 1, 2018 at 3:48 pm Lascia un commento

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In “Solo:a Star Wars Story”, ultimo spin-off della saga di Guerre Stellari dedicato all’omonimo personaggio agli esordi della sua carriera di mercenario, il regista Ron Howard si cimenta con un’impresa facile e difficile allo stesso tempo: facile per l’affetto di vecchia data dei fan nei confronti di un (anti)-eroe ormai leggendario, e difficile per il confronto tra il poco conosciuto Alden Ehrenreich e lo splendente Harrison Ford degli anni Settanta – Ottanta.
Il giovane Han (Solo si scopre essere un nomen omen), in fuga dal pianeta Corellia, è costretto a separarsi suo malgrado dall’amata Qi’ra/Emilia Clarke: divenuto pilota spaziale e poi declassato a fante, dopo tre anni entra a far parte della banda capeggiata dall’avventuriero Tobias Beckett/Woody Harrelson. Dopo una rapina andata male, il protagonista ritrova Qi’ra al fianco del violento Dryden Vos/Paul Bettany, capo del sindacato criminale Alba Cremisi, per conto del quale sia lui che Beckett devono rubare il coassio, un prezioso iper-carburante. Nel corso di varie peripezie Han cerca di riconquistare l’ex-fidanzata sottraendola alle grinfie di Vos, e diventa pilota del Millennium Falcon.
Ron Howard gioca con i generi, incerto all’inizio fra toni ironici e drammatici: in una stazione spaziale squallida e popolata di clandestini inserisce richiami alla condizione odierna dei migranti oppressi e fuggitivi; subito dopo lo scenario diventa bellico, in una guerra che ricorda il primo conflitto mondiale, con trincee fangose e soldati massacrati in nome di una causa ingiusta. Finalmente Han incontra (o meglio si scontra) con Chewbecca, e da qui il film decolla, in un crescendo avventuroso che rilegge in chiave fantascientifica la classica rapina al treno, così come l’atmosfera glamour di certi film noir anni Quaranta (la scena nella lussuosa astronave di Vos, con Qi’ra diventata una sorta di pupa del gangster). La composizione narrativa è articolata ma coerente, col contorno di una simpatica droide-suffragetta, dello spregiudicato Lando Carlissian/Donald Glover, e di un titanico kraken spaziale, fino alle radici della ribellione contro l’Impero.
Non mancano alcune sbavature: Emilia Clarke difetta del fascino tenebroso che ci si aspetterebbe dal suo personaggio, mentre ad ogni scena romantica scatta un accompagnamento musicale melenso (quasi parodistica la scena nella cabina armadio del Millennium Falcon) . A parte questi peccati (veniali), Howard confeziona un film godibile, sostenuto da un ritmo forsennato e da una sceneggiatura solida, firmata da Jon e Lawrence Kasdan. Soprattutto il protagonista è azzeccato nell’aspetto, nei modi e nel ruolo: in un paio di momenti di grazia mostra perfino la smorfia sexy, irresistibile marchio di fabbrica di Ford.
Ritrovare Solo giovane e pimpante è una gioia, dopo averlo perso ormai vecchio e disilluso in maniera drammatica nel penultimo episodio della saga: in aggiunta l’eroe qui ha un candore scanzonato scevro da cinismo, è un po’cialtrone ma non troppo, e dà allo spettatore nostalgico l’illusione che tutta la grande avventura possa cominciare da capo, riattualizzando con brio una storia altrimenti già nota. Da vedere, prossimi al piacere ludico dell’ultimo Star Wars più che alle vette tragiche di “Rogue-One”.

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