Little Feat – Join the Band ( cd )

settembre 25, 2008 at 11:20 am Lascia un commento

Mi accosto sempre con un po’ di scetticismo a queste celebrazioni un po’ Hollywoodiane con ospiti e lustrini, ma devo ammettere che qualche volta in passato hanno funzionato: mi viene in mente per esempio John Lee Hooker. O Santana. E poi i Little Feat un po’ di celebrazione se la meritano. Ma partiamo dall’inizio. Chi siano i Little Feat lo sanno tutti, perché anche se non hanno mai goduto del successo che si sarebbero meritati, sono da ormai trentasette anni una banda di culto, nell’Olimpo del gotha delle band americane di stirpe, come The Band, Grateful Dead, Allman Brothers BandLos Lobos forse.

Come tutte queste band di lunga storia, hanno attraversato periodi diversi. Negli anni settanta gli anni classici, quelli con il mai abbastanza rimpianto grande grande grande Lowell George. Californiani, provenienti dall’humus dell’avanguardia del Free Rock di Los Angeles (Frank Zappa & The Mothers e Captain Beefheart), dimostrano da subito una voglia di rileggere le radici del rock del mid-west americano, quello che viaggia da nord a sud lungo la direttiva che dal blues di Chicago passa per il R&R di St.Louis, al Country di Nashville, al Rithm & Blues di Memphis fino ad approdare al boogie di New Orleans. Cugini in questo cammino musicale si possono considerare i NRBQ, il primo Robert Palmer e la inarrivabile Bonnie Raitt del periodo “di mezzo”.
Gli album dal 1972 al 1977 propongono tutti i frizzanti pezzi forti della band, ricapitolati in modo sublime dal doppio Live Waiting For Columbus, un pezzo obbligatorio nella discoteca di ogni appassionato di Rock.

Dopo di che Lowell lascia la band per registrare il dolce e poetico Thanks I’ll Eat It Here (un altro disco obbligatorio) e, purtroppo, lascia anche questo mondo dopo un grande concerto nel giugno del 1979. 
I Little Feat si sciolgono, per riformarsi quasi dieci anni dopo, nel 1988, con Craig Fuller (dei Pure Prairie League) come cantante. Il primo disco, Let It Roll, ha un buon riscontro di pubblico, grazie anche ad un paio di canzoni che vanno a far compagnia ai classici del passato (Hate To Lose Your Loving e Let It Roll). Dopo tanti concerti e un paio di altri dischi, anche Craig abbandona, lasciando gli altri membri nei guai.
L’ultima formazione riparte nel 1995, ed è l’attuale, senza un nuovo front man ma con l’aggiunta della voce femminile di Shaun Murphy, una corista di Bob Seger. Il nuovo disco si intitola “Non ci siamo ancora divertiti abbastanza” (Ain’t Had Enough Fun) e presenta qualche bella canzone come quella che da il titolo al disco e Cadillac Hotel. Ho un debole per questa formazione, perché lontana dal divismo e anche dal grande successo, è una band di operai del rock, che porta in giro notte dopo notte il proprio show con tanta umiltà e tanta passione. Uno show che è documentato in innumerevoli dischi dal vivo, di cui almeno uno straordinario, Highwire Act Live in St. Louis 2003, di cui esiste anche un film che ben testimonia del fascino sudato della band.
Anche almeno un disco in studio di questa formazione è splendido, l’energico Chinese Work Songs del 2000, in cui la fantasia spinge le interpretazioni dalle cover di The Band (Rag Mama Rag) a Bob Dylan fino addirittura ai Phish (Sample In A Jar).
Per questo mi sorprendo quando leggo che Join The Band è il miglior disco di questi Little Feat.
Già, Join The Band, titolo evocativo del coro con cui abbiamo ascoltato quante volte iniziare Waiting For Columbus. Registrato a Key West negli studi dell’amico Jimmy Buffett, fin dalle prime note della ripresa (si può dire cover in questo caso?) di Dixie Chicken (con gli ospiti Vince Gill e Sonny Landreth) dimostra un suono squillante, pieno ed energico, tanta voglia di suonare e tanta voglia di farsi ascoltare. Rispetto agli originali di Lowell George le nuove versioni difettano un po’ di quella morbida poesia e di quella sgangherata follia, compensate da una certa dose di steroidi anabolizzanti. Something In The Water è un rock & roll un po’ scontato che però ricorda  a tutti una volta di più di quanto potente e calda sia la voce del grande Bob Seger. La storia mi porta alla mente Mary Jane’s Last Dance di Tom Petty: vi immaginate come sarebbe stata cantata da Seger con i Little Feat?
See You Later Alligator fa rimpiangere un po’ troppo il sax dell’originale di Bill Haley & The Comets.
In Fat Man In The Bathtub un divertitissimo Dave Matthews riporta, come in un live show, il disco sui binari giusti. La temperatura sale e lo show prende ritmo (a scanso di equivoci: sto usando una metafora perché il disco è in studio, ma con tutta l’energia di un gran concerto…)
Champion Of The World con Jimmy Buffett non mi dice molto, ma subito dopo arriva la sorpresa di The Weight, probabilmente la canzone più bella del gruppo più americano della storia, The Band. La versione è molto misurata, e proprio per questo godibilissima; non avrei sopportato del karaoke.
Un altro episodio minore, poi torna la voce di Jimmy Buffett per la bellissima Time Loves A Hero, che riceve un trattamento che la rende molto simile ad una delle sue canzoni.
L’ultimo break con la bellissima Willin’ (che Brooks And Dunn trattano con tanto senso della misura da farla brillare nella sua nuda bellezza) e con la cover di This Land Is Your Land di Woody Guthrie (già nota al repertorio dei Feat, semplicemente trascinante).
Poi il treno della musica della band viene lanciato definitivamente a tutto vapore per i pezzi più forti, come in un interminabile bis: Oh Atlanta e Spanish Moon. Trouble è cantata acustica dalla voce cristallina di Inara, la figlia di Lowell George, e potrebbero spuntare le lacrime. Fino alla conclusiva Sailing Shoes interpretata da Emmylou Harris in chiave country come in un’irresistibile party, una festa alla Seeger Sessions.
Che si diceva di Join The Band? Un disco bellissimo, entusiasmante, energico. Ascoltatelo in auto a tutto volume, ma fate molta attenzione ai punti rimasti sulla patente!
Blue Bottazzi
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