Angeli migranti dall’Est all’Ovest in andata… e ritorno? (Per un omaggio un po’ stra…vagante a Kieslowski) di Annalisa Bendelli

maggio 9, 2016 at 12:09 pm 1 commento

decalogo

Pensate al tenente Colombo, meglio all’interprete, Peter Falk, quell’oriundo polacco non potrebbe essere stato un attore di Kieslowski?

Del resto il personaggio del tenente italo-americano, pur sempre della stirpe migrante europea, con quell’impermeabile stazzonato, i capelli arruffati e ribelli, il volto irregolare e cisposo, lo sguardo severo, cattivo, iperscrutante, non avrebbe potuto essere un personaggio di uno dei suoi film?

Wim Wenders ci ha pensato ben prima di me, all’origine esteuropea di Falk-Colombo, quando nel cameo del suo film visionario intitolato al cielo sopra Berlino l’ha ‘estradato’ da quell’estremo avamposto dell’ovest, Los Angeles (oddio, che nome rivelatore, la città californiana…), e rimpatriato via aerea, un metafisico e fisico, anzi tecnologico volo, a raggiungere, in ulteriore funzione e missione angelica, i suoi angeli, sopra quella Berlino sospesa e indecisa tra ovest ed est dell’Europa e non solo.

La Berlino di Wenders, oppure la Varsavia di Kieslowski, altra città – simbolo nel suo destino tragico che diventa essenza, ipostasi, dentro quella Polonia, tante volte defraudata di territorio e più volte scomparsa dalle carte geografiche, perciò assunta nel cielo delle grandi patrie perdute, metafisico luogo cui si rivolgono, etimologicamente ‘orientano’, le nostalgie degli esuli da tutte le patrie, dell’anima, della memoria, della civiltà…

Già, quei reietti sfigati dell’Europa dell’est, ingenui e insieme smagati e sapienti, dalle scarpe consunte, gli abiti stropicciati, così goffi e impacciati, angeli caduti, transfughi, sradicati e reduci, che si aggirano straniti nell’indifferenza omologata e smemorata della contemporaneità superficiale, cinica, indifferente e materialista, provocatori barcollanti come ubriachi ma, incrollabili, irrudicibili e cocciuti, teneri e perfidi, nobili e dignitosi e insieme clowneschi, circensi…

Come Karol Karol di Film Bianco, parrucchiere di perfida e disperata naїveté e Mikolaj, il suo compagno di ventura /sventura, incontrato per caso oppure destino nei parainfernali ipogei del transito metropolitano… eroi del ritorno, testimoni del passaggio, non adattabili a quel modello occidentale, l’approdo ambito e vagheggiato che ha però subito mostrato, appena dietro o sotto una facciata levigata, lucidata, di razionalità e benessere, crepe o abissi di indifferenza, disumanità, bruttezza e squallore.

Colombo in versione macchiettistica ed edulcorata, schematicamente semplificata per il largo pubblico, mi pare fortemente imparentato con loro… diciamo un lontano cugino d’oltreoceano…

A partire dalla funzione di testimone e reagente, implicitamente polemico e critico, nei confronti di una realtà plastificata e omologata, inautentica, fasulla, con quel volto solcato a contrasto con le facce levigate e stuccate nel milieu wasp statunitense dove conduce le sue acuminate indagini, e quel suo occhio indagatore, al tempo stesso giudicante e distaccato ( davvero funzionale alla bisogna l’occhio di vetro di Falk!).

Se, come uno degli innumeri spettatori della planetaria e coatta platea televisiva mi sono vista tutta la serie di Colombo dall’epoca della sua produzione o meglio distribuzione in Europa, sono arrivata tardi a Kieslowski, ne avevo appena sentito parlare, non avevo visto fino a qualche mese fa nessuno dei suoi film, bellissimi, commuoventi, terribilmente toccanti.

Vorrei giustificarmi usando le sue stesse parole, nella conversazione che introduce il saggio del Castoro a lui dedicato: “Io sono un pessimo spettatore cinematografico. Non vado mai al cinema, per scelta…”

Comunque… per uno di quegli imperscrutabili eventi portati dal caso, così determinanti nelle sue opere, l’ho incrociato proprio nell’ anniversario, vent’anni, della sua morte prematura, avvenuta sul finire del secolo scorso, anzi del millennio.

Sono partita dagli ultimi prodotti, procedendo all’indietro, “La doppia vita di Veronica” e la trilogia tricolore per primi, per risalire al Decalogo e ai più antichi “Ritratti”… guadagnando nel percorso a ritroso (come la francese Veronique recupera il suo doppio polacco Veronika) l’espressione più autentica e pura, più intimamente e severamente nativa, polacca, del suo cinema, quella profondamente, costitutivamente oltre che tecnicamente documentaristica.

Per me è stata una reimmersione sofferta ma intensa e rivelatrice in quegli ibridi, indecisi e pur cruciali anni settanta-ottanta-novanta in cui, guardando i telefim di Colombo in tivù, passavo perplessa – tra la via Emilia e l’West (e ritorno?) – dalla giovinezza alla maturità, in quella ancora inafferrabile fin de siècle, davvero di transizione – anche se non si capiva né si capisce tuttora bene da cosa , verso cosa- traguardata, osservata, indagata, inquisita anche, da quell’occhio severo e cattivo del regista polacco, lo sguardo acuto e guizzante dentro il volto sciupato e inciso di rughe, di angelo- demone.

Testimoniati e documentati dai suoi occhi algidi e penetranti, di cui la cinepresa costituiva una protesi, un prolungamento, quegli anni si rivelano e disvelano in tutta la fenomenologia ibrida, sfuggente e struggente del passaggio, che noi tardonovecenteschi avvertivamo come transizione, mutazione, da un pieno di identità, autenticità, tradizione, memoria individuale e collettiva ad un vuoto di modernità-razionalità indifferenti e indifferenziate, immemori e subito insidiate dal brutto, da una tecnologia disumanizzante e infernale, spesso nemica ed estranea all’uomo.

I film di Kieslowski ci riconsegnano, e soprattutto ‘segnano’ con grande forza e incisività e con acuta premonizione della mutazione antropologica tuttora in atto e tuttora poco leggibile, sfondi, oggetti e accessori del vivere o sopravvivere contemporaneo: i tapis roulant degli areoporti su cui slittano traballando i bagagli che accolgono equipaggiamenti e reliquie esistenziali in migrazioni più o meno necessitate e orientate, il vario modernariato tecnologico che si insinuava per installarsi definitivamente nelle case con quei computeroni fissi che campeggiano come totem negli appartamenti angusti e dimessi della modernità razionalizzata e distribuita ai più… i casermoni alveari come il quartiere “Stowki” di Varsavia, quinta e ambientazione del “Decalogo”, che realizzano in squallore disadorno e geometrico l’utopia abitativa democratica, i non luoghi infrastrutturali amorfi e alienanti, le utilitarie dalle tinte meste, la natura inurbata avvilita e dimensionata, quella neve sporca e subito sciolta sui marciapiedi e vialetti, i giardinetti, le panchine, i lampioni brutti e tristi, come erano brutti gli abiti, altrettanto indecisi e irrisolti tra praticità ed eleganza, austerità e frivolezza, tradizione e modernità, e pure, diciamolo, Est e Ovest.

Su questo sfondo contingente e metafisico insieme, mentre Colombo indagava (s)pietato e inchiodava colpevoli a Los Angeles, Kieslowski con pathos raggelato e ben altro spessore intellettuale di illuminista sofferente e problematico, drammatizzava, con la preziosa collaborazione alla sceneggiatura dell’avvocato dei processi politici degli anni ottanta, Piezewicz, le sue inchieste etiche ed esistenziali, documentando, in una particolare contingenza storica, l’eterna condizione umana lacerata tra etica e vita, istanze morali e bisogni individuali, testando e sottoponendo a una sorta di verifica nel mondo contemporaneo i precetti morali dell’Antico Testamento, svolgendo insomma la sua missione e funzione angelica di testimone e messaggero insieme.

Il suo volo ha attraversato vent’anni e il suo sguardo severo, enigmatico, soffertamente partecipe e smagatamente distaccato, getta ancora folgoranti bagliori su chi lo incrocia.

Annalisa Bendelli

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1 commento Add your own

  • 1. Isabella  |  settembre 1, 2016 alle 6:43 pm

    Lo stream of consciousness di Annalisa è bello perché alla fine, dopo viaggi lunghi quasi infiniti, torna a “chiudere il cerchio”.

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