Jack White – Blunderbuss ( cd – lp )

aprile 30, 2012 at 5:11 pm 1 commento

Prendere l’r’n’b degli anni 70, l’heavy-rock e i Led Zeppelin, unirli al blues, al jazz e al country e, infine, mescolare. Il tutto in soli 42 minuti, tra elettronica e acustica, chitarre e clarinetti, falsetti schizzati fuori dal pentagramma e suadenti voci nere. Una ricetta che solo uno come Jack White poteva osare di proporre, con la sua poliedricità musicale, i suoi amici e anche – si sa – i suoi soldi.
Ex-metà dei celeberrimi White Stripes, mente di Raconteurs Dead Weather, autore della colonna sonora del film “Cold Mountain”, John Anthony Gillis è, non a caso, annoverato fra le più grandi rockstar dei nostri tempi. È partito dalla ruvida e famigerata Detroit per arrivare, insieme all’ex-moglie Meg White, a incidere il riff interplanetario di “Seven Nation Army” e a dare una nuova vita, in salsa blues, al rock and roll a cavallo tra fine dei Novanta e inizio del decennio Zero. Il tutto senza disperdere le capacità di fine artigiano del suono e di serio interprete della contemporaneità. “Blunderbuss”, dunque, punta i riflettori su una personalità artistica già perfettamente delineata.

Mr. White è un po’ il Johnny Depp del rock: esuberante, tra il gotico e il freak, regala un sapore inconfondibile a ognuno di questi tredici pezzi, prodotti e registrati per lo più a Nashville, nella sede della Third Man (label di cui è proprietario) ma anche in collaborazione con la storica XL Recordings.
Intorno a White si muove inoltre un cast d’eccezione, tra cui svariate voci femminili, come la ghanese Ruby Amanfu e la modella/cantante Karen Elson (seconda ex-moglie di White), la meravigliosa pianista Brooke Waggoner, il contrabbassista Bryn Davis e addirittura un intero gruppo, il signor Pokey La Farge con i suoi South City Three. Molti di loro sono presenti anche nel tour che promuove l’album, in una particolare line-up: ci sono due band, una fatta da soli uomini, l’altra da sole donne, con White a decidere “a colazione chi suonerà la sera”.

Il disco non è certo un tornado come “White Blood Cells”, ma riesce a rispolverare la tradizione rileggendola in una nuova chiave. E il risultato è una deliziosa diavoleria, lungimirante, insieme omaggio alle radici e costruzione di nuovi orizzonti. Nell’era informatica, “Blunderbuss” unisce la musica “di quando non c’erano i Pc”, sporca di sudore e saliva, con la mega-produzione propria dell’era moderna.
Ovunque si muove instancabile la voce di White, che è al meglio della sua carriera, così naturale sul suo registro acuto, volando tra una pulita espressività figlia del buon vecchio Ziggy Stardust e la ruvidezza vertiginosa del blues-rock. White diventa quasi il narratore di una raccolta musicata di racconti gotici. Pieno com’è di versi incazzati e bluastri, “Blunderbuss” racconta l’eterna, splendida guerra degli innamorati sterzando da un genere all’altro, per spiazzare l’ascoltatore ad ogni angolo.

La tesissima “Missing Pieces” apre il disco con il piano elettrico rhodes a suonare nello stile del jazz di Herbie Hancock. “Sixteen Saltines” è una follia blues-rock, coloratissima ed elettrica, da sparare a tutto volume, con le celebri melodie alla White Stripes che si inchiodano al cervello ma con un ingegnoso contrabbasso a sostituire l’ovvio basso elettrico. “Love Interruption” è il duetto acustico di White con la Amanfu, tra le frasi del clarinetto.
“Blunderbuss” narra di un incontro segreto fra amanti in un hotel, tra luci romantiche e sexy dipinte dagli archi. “Hypocrital Kiss” è una suite amara, coccolata dall’isteria barocca del pianoforte della Waggoner. “I’m Shakin” è una riuscita cover del pezzo composto dal jazzista Rudy Troombs, resa famosa dall’r’nb americano di Little Willie John, con le voci femminili a scorrazzare in coretti baciati in puro stile sixties.

Dopo il riposante r’n’b di “Trash Tongue Talker”, con il canto che strizza l’occhio a Elton John, arriva, completamente inaspettato, l’honky-tonk fiabesco e smaliziato di “Hip (Eponymous) Poor Boy”, che ammicca anche alle vignette dei Kinks. Invece, ballando su una melodia jazzata tra i riccioli country del fiddle, il disperato appello finale “Take Me With You When You Go” conclude in bellezza il disco, con un repentino cambio di stile in salsa gospel-freak.

In molte interviste White ha smentito l’idea che il disco sia una lettera aperta, piena di risentimento, a una delle sue ex-mogli. E in effetti “Blunderbuss” non è che è una gran bella orgia sonora: semplice e diretta, come sa fare solo chi ha un pezzo di blues conficcato nel cuore.

Rossella De Falco (www.0ndarock.it)

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