Official Secrets diretto da Gavin Hood recensione di Stefania De Zorzi

dicembre 28, 2020 at 11:39 am 1 commento

Quando si tratta di segreti di stato e di organizzazioni para-governative, il confine che separa la democrazia dalla tirannia diventa sottile: è il tema di “Official Secrets – Segreto di stato”, diretto da Gavin Hood, e ispirato al libro “The Spy who tried to stop a war”, che narra una storia vera di fuga di informazioni avvenuta nel Regno Unito fra il 2003 e il 2004.
Nel gennaio 2003, alla vigilia della guerra anglo-americana in Iraq, Katherine Gun/Keira Knightley, impiegata addetta alle intercettazioni presso il GCHQ (Government Communications Headquarters), rimane sconvolta dal contenuto di un’e-mail in cui un’agenzia di sicurezza statunitense, la NSA, chiede elementi per poter condizionare e ricattare membri dell’ONU, affinché non si oppongano alla delibera sull’invasione. Katherine decide allora di inviare il testo dell’e-mail ad alcuni giornali, nel tentativo di smentire la “necessità” della guerra proclamata dal governo presieduto da Tony Blair, mettendo così a rischio sia la propria sorte che quella del marito Yasar/Adam Bakri, un immigrato di origine curda.
“Official Secrets” prosegue una sorta di cammino ideale di Gavin Hood, già regista in precedenza di “Enders’ Game” e “Il diritto di uccidere”, in cui è centrale il confronto fra la ragion di stato e i diritti (non sempre) inalienabili dell’individuo.
Le vicende all’inizio private e poi pubbliche della protagonista si susseguono con un ritmo incalzante, che scandisce l’evoluzione psicologica di Katherine e del coniuge, la presa di coscienza del giornalista Martin Bright/Matt Smith, e l’appassionata difesa dell’avvocato Ben Emmerson/Ralph Fiennes.
Hood, coadiuvato da una strepitosa Knightley e da un ottimo Fiennes, lascia a lungo in sospeso il giudizio sulla protagonista: un’eroina pronta a tutto per scongiurare una guerra, ma anche una spia ingenua al servizio del governo, una testarda idealista nel senso più puro ed irritante della parola, pronta a mettere a repentaglio la propria vita e quella del coniuge in nome della pace, senza avere mai vissuto una guerra in prima persona. Fino al finale che mostra il personaggio nella giusta luce, anche attraverso le opinioni di coloro le cui vite furono toccate, direttamente o meno, dalla decisione della Gun.
L’Inghilterra ritratta da Hood è un Giano bifronte, in cui la legge può tutelare l’innocente (se l’avvocato della difesa è abile e fortunato), ma anche minacciarlo e soggiogarlo, e la stampa farsi portatrice di verità scomode, o in alternativa essere serva tacita e manipolatrice del potere.
Gli ambienti sono scelti e fotografati per evocare l’etica e le intenzioni di chi li abita: gli avvocati di Liberty lavorano in uno studio spartano, ma luminoso e accogliente, mentre la sede del GCHQ in cui opera Katherine è un ampio open space perennemente avvolto dalla semi-oscurità. Su tutto spicca l’immagine angosciante del Tribunale, una gabbia opprimente e kafkiana a cui l’imputata accede da una scala angusta, dominata in controluce dalla sagoma di un’agente di polizia.
E’ un film denso di avvenimenti, di emozioni, e di storia recente, sostenuto da una solida sceneggiatura: da vedere su più livelli, sia come anomala spy-story, che come riflessione sul lato oscuro della democrazia

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EMMA regia di Autumn de Wilde – recensione di Stefania De Zorzi – SONG OF A NAME – di François Girard – recensione di Stefania De Zorzi

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