La vita straordinaria di David Copperfield regia Armando Iannucci recensione di Stefania De Zorzi

ottobre 30, 2020 at 10:45 am Lascia un commento

Come dar vita sul grande schermo a un romanzo ottocentesco fra i più noti, e quindi ben sedimentato nell’immaginario collettivo fra letture scolastiche, film e serie Tv del passato? Armando Iannucci, regista scozzese di “La vita straordinaria di David Copperfield”, decide di evitare sia la strada della trasposizione fedele, che quella dell’ambientazione in chiave più o meno contemporanea, intraprendendo invece una rilettura teatrale ed enfatica.
David Copperfield/Jairaj Varsani (David bambino) – Dev Patel (David adulto), è vittima delle angherie del patrigno Mr Murdstone/Darren Boyd, un uomo rigido e spietato che lo allontana dalle cure amorevoli della madre e della tata, spedendolo a Londra a lavorare nella fabbrica di liquori di cui è socio. Qui David è ospite di Mr Micawber/Peter Capaldi, scialacquatore impenitente ma di buon cuore; appresa la notizia della morte della madre, David si ribella e fugge in campagna presso la zia Betsey Trotwood/Tilda Swinton, dove fa la conoscenza del dolce e un po’ svitato Mr Dick/Hugh Laurie. Senza voler troppo anticipare la trama, articolata e complessa, si susseguono numerose peripezie e rovesci di fortuna, fino al rocambolesco finale, in cui David finalmente trova la propria identità.
Iannucci tradisce platealmente la regola della “sospensione dell’incredulità” e mette in scena personaggi che non invecchiano (David diventa adulto ma i bambini di Mr Micawber rimangono tali fino alla fine del film), o interpretati da attori provenienti da molteplici razze ed etnie, a dispetto del contesto storico e dei legami di parentela (David Copperfield è indiano, Mr Wickfield/Benedict Wong asiatico, mentre la figlia Agnes/Rosalind Eleazar è nera). La stessa attrice, Morfydd Clark, interpreta sia la madre di David, Clara, che la fidanzata un po’ svampita Dora, incarnando così agli occhi del protagonista la figura materna in modo letterale. Dora commenta ad un certo punto da una prospettiva meta-referenziale le vicende narrate da David, sconsigliandolo rispetto all’opportunità della propria presenza nella trama.
Tutto ciò in compresenza di un allestimento scenico ricco e accurato, rutilante di colori e di ambientazioni, in cui i personaggi e le avventure turbinano come in un musical, in un susseguirsi incalzante che riproduce lo stile della pubblicazione a puntate del romanzo.
Iannucci inframmezza con abilità brani di scrittura nel film, in un gioco di specchi in cui David Copperfield racconta le sue vicissitudini (che sappiamo essere in gran parte l’autobiografia romanzata di Dickens), ma anche la precarietà del suo tempo e della vita in generale, tessendo un canovaccio avvincente dove le miserie peggiori sono rese accettabili da una scrittura brillante, nonché dalla consapevolezza da parte del lettore/spettatore che, prima o poi, arriverà il lieto fine (anche se non per tutti).
In ciò viene aiutato da un ottimo cast: oltre agli attori citati in precedenza, meritano una menzione speciale il viscido Uriah Heep/Ben Whishaw e lo spregiudicato James Steerforth/Aneurin Barnard.
Il film è divertente, originale, spiazzante: fra i difetti si annoverano una certa chiassosità e un vorticare di personaggi, cambi di scena e movimenti di macchina che lasciano un po’ frastornati. Ma sono peccati veniali, e il film, quando le sale riapriranno, è degno di essere recuperato. Senza abbandonare in questi tempi bui, per parafrasare Dickens, Grandi Speranze.

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