Richard Jewell di Clint Eastwood recensione di Stefania De Zorzi

ottobre 19, 2020 at 11:47 am Lascia un commento

Centennial Olympic Park di Atlanta, 27 luglio 1996: durante un concerto affollato di spettatori, la guardia giurata Richard Jewell nota uno zaino ingombrante dall’aria sospetta sotto una panca, e chiama una squadra di intervento. Lo zaino contiene una bomba che esplode dopo alcuni minuti causando morti e feriti, ma la pronta segnalazione di Jewell permette di evacuare buona parte dell’area, riducendo il numero delle potenziali vittime. Acclamato come un eroe per i tre giorni successivi, Jewell diventa subito dopo un improbabile colpevole agli occhi dell’FBI e dell’opinione pubblica, con il supporto di una feroce quanto dissennata campagna stampa. Clint Eastwood parte anche qui, come in “Ore 15:17 – Attacco al treno”, da un fatto di cronaca: ci sono temi e aspetti comuni ai due film, che sono al tempo stesso assai distanti fra loro. L’attentato terroristico, i protagonisti dall’animo candido ed eroico, una rappresentazione mimetica della realtà: le analogie fra le due opere si fermano qui. Perché Richard Jewell/Paul Walter Hauser, aspirante poliziotto sovrappeso, dal fiuto infallibile coniugato per sua sfortuna ad un animo semplice e fanciullesco, ha una statura drammatica totalmente assente nei protagonisti del film precedente: “Radar”, come lo soprannomina affettuosamente il suo avvocato Watson Bryant/Sam Rockwell, è un eroe nella sostanza ma non nella forma, in quanto obeso, devoto alla mamma Bobi / Kathy Bates, e immune per sua natura a certe convenzioni sociali e professionali. Così che i segugi dell’FBI, capeggiati da Tom Shaw/Jon Hamm, tanto affascinante quanto cieco nel perseguire i propri pregiudizi, lo mettono sotto inchiesta con la complicità dei media, incarnati nella sgradevole figura della giornalista Kathy Scruggs/Olivia Wilde. La regia di Eastwood è asciutta, non lascia spazio al superfluo, e ben sorretta dall’ottima sceneggiatura di Billy Ray. Si intravede chiaramente il cipiglio di Clint: contro il giornalismo sensazionalista ai limiti del meretricio, e contro il Bureau, di cui vengono messi alla berlina i metodi tanto in auge nelle serie TV contemporanee. Il profilo dello psicopatico frustrato è un’etichetta appiccicata con superficialità, senza nessuna indagine approfondita su semplici fatti, mentre gli agenti si affannano a requisire e catalogare le vaschette per conservare il cibo e l’aspirapolvere di casa. E’ un film potente, che ritrae un sistema di informazione volgare e denigratorio, e una (in)giustizia grottesca con echi kafkiani. Malgrado ciò lo spettatore si indigna ma non si deprime mai, grazie alla simpatia e alla forza interiore dei protagonisti “buoni”, dal combattivo e pragmatico Sam Rockwell, lontano dai modelli stilizzati e saccenti degli avvocati televisivi, alla mamma Kathy Bates, preoccupata della sorte dei suoi Tupperware, allo straordinario Paul Walter Hauser, ingenuo ma non stupido, obeso eppure felice. Eastwood ultra-ottantenne ci sorprende ancora, a dispetto di eventuali pregiudizi nei confronti delle capacità mentali e artistiche di chi ha superato una certa età.

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