L’ufficiale e la spia di Roman Polanski recensione di Stefania De Zorzi

novembre 28, 2019 at 11:04 am Lascia un commento

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Ogni democrazia ha i suoi momenti oscuri, in cui i diritti dell’uomo vengono negati e l’ingiustizia perpetrata, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali: “L’ufficiale e la spia”, l’ultimo film diretto da Roman Polanski e co-sceneggiato con Robert Harris, autore del libro omonimo, è imperniato sull’affare Dreyfus, che evidenziò l’anti-semitismo latente in Francia alla fine dell’Ottocento.
E’ il gennaio 1895, e il capitano alsaziano di origini ebree Alfred Dreyfus/Louis Garrel viene condannato per alto tradimento alla deportazione sulla remota Isola del Diavolo: il tenente colonnello Marie-Georges Picquart/Jean Dujardin, promosso per l’occasione a capo dell’Ufficio Statistiche, copertura ai servizi segreti francesi, indaga su sospetti scambi di corrispondenza fra l’addetto militare tedesco in Francia e una spia, portando alla luce la fragilità del castello di prove su cui il tribunale militare si era basato per decretare la colpevolezza di Dreyfus.
Polanski passa dal campo lungo dell’ampio cortile dell’Ecole Militaire di Parigi, in cui Dreyfus viene degradato e umiliato di fronte a una folla di soldati dai volti indistinguibili, a un picnic sull’erba in stile impressionista, a piani sequenza in cui la cinepresa segue il protagonista attraverso corridoi bui e polverosi, o all’interno di appartamenti eleganti e decadenti.
Il film è un piacere per gli occhi, per i movimenti di macchina così come per l’attenzione meticolosa alla ricostruzione degli ambienti, dei costumi, dei volti ritratti dalle foto e dalle illustrazioni dell’epoca, ma non solo: è un thriller dal ritmo serrato, in cui poliziotti ed agenti segreti utilizzano in modo pionieristico appostamenti, fotografie a distanza, ricatti a sfondo sessuale, perizie calligrafiche scientificamente (in)fondate per giungere alla verità o al contrario per forzarla e manipolarla.
E’ anche la storia del ruolo svolto dall’informazione e dagli intellettuali (in questo momento storico viene pubblicato il famoso “J’accuse” di Zola sul quotidiano L’Aurore) rispetto alle macchinazioni di un’élite militare e giudiziaria disposta a tutto per occultare i propri sbagli, frutto di pregiudizi radicati: ed è soprattutto la rivelazione di un sentimento anti-semita frutto di invidia e di un antico rancore che corrode, talvolta in modo inconsapevole, gli animi sia dei potenti che di buona parte del popolo francese all’epoca della Terza Repubblica.
Polanski intreccia con consumata maestria alcuni dei temi già affrontati nel suo cinema precedente: il passato come  richiamo doloroso e inquietante al presente, i demoni serpeggianti sotto il perbenismo ipocrita, la civiltà che si frantuma in situazioni kafkiane.
Il protagonista Dujardin primeggia su tutto il cast, con un’interpretazione misurata e appassionata al tempo stesso; supportato egregiamente dagli odiosi generali Gonse/Hervé Pierre e Billot/Vincent Grasse, così come dall’ambiguo maggiore Henry/Grégory Gadebois, o ancora dal cialtronesco Bertillon/Mathieu Amalric.
Girato in modo preciso senza pedanteria, talentuoso senza auto-compiacimento: sicuramente uno dei migliori film dell’ann

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