JOKER di Todd Phillips recensione di Carlo Confalonieri

ottobre 4, 2019 at 6:54 pm Lascia un commento

JOKER
Salti mortali temporali del Cinema.
Il futuro pare il presente e il presente è già futuro.
Accadde in BLADE RUNNER di Ridley Scott, FAHRENHEIT 451 di Truffaut, 1997 FUGA DA NEW YORK di John Carpenter e in QUINTO POTERE di Sidney Lumet.
Accade ora nel meritatissimo Leone d’Oro di Venezia, che parte da una rivisitazione futuristica del malvagio di Gotham City – ridotta a un cumulo di rifiuti anche umani – e arriva a parlare del nostro tempo.
JOKER è il nome d’arte che sceglierà Arthur Fleck alla fine di un percorso di soprusi, violenze, abusi, privazioni pubbliche e private ai danni della parte debole di una società spaccata in due.
I ricchi e i reietti a cui è negato tutto, bollati come diversi, confinati fra i sacchi d’immondizia di una metropoli simile alla NY anni 70 (che l’invasione dei topi traghettano in un nuovo medioevo futuristico) e l’ospedale psichiatrico come meta finale della diversità.
Da tale terreno subumano nasce il male, ma è il male prodotto da un altro male, quello del potere del denaro, della TV con il suo spettacolarizzare e ridicolizzare  ogni cosa ogni disgrazia ogni sofferenza, persino la malattia mentale (Alda Merini al Maurizio Costanzo Show), dell’economia predatoria che ha privato di tutto.
Su questo sfondo cupissimo ci arriva la risata stridula di Arthur ma è un grido di dolore, un disturbo neurologico, un delirio sonoro.
Compatto e avvolgente il magnifico film di Todd Phillips è come un viaggio ovattato in un incubo a occhi aperti, nel degrado psicologico e morale di un futuro che è specchio deformato e perfetto dell’oggi.
IL CINEMA COME ARTE SOVVERSIVA è il titolo dello splendido saggio di Amos Vogel e calza a pennello per JOKER,  l’opera più sovversiva dei nostri tempi addormentati.
Un grido che arriva dal basso, da NEL FONDO di Maxim Gorki (storica la messinscena di Giorgio Strehler) e si trasforma in un’esplosione di violenza e follia che non riconosce più le vittime e i carnefici.
Dove il collettivo e il politico non esistono più (come dirà Arthur/Joker a Robert De Niro che davanti alle telecamere vorrebbe umiliarlo per l’ennesima volta), resta solo il singolo e la sua disperazione inascoltata.
La risata terrificante, il viso martoriato, il corpo ridotto ad ammasso di ossa e nervi, le piaghe Cristiche, le movenze da teatro Kabuki appartengono a Joaquin Phoenix che le imprime indelebili su Arthur.
Il più grande  attore  vivente, che in MARIA MADDALENA interpretò Cristo e interpreta qui un altro Cristo.
Un Cristo nato dal male, elevato dagli ultimi a simbolo della loro disperazione.
Con quel sorriso rosso sangue, che entra sin da ora nel Cinema trasgressivo di senso e profondità.
Senza sconti, senza freni, come la materia di cui son fatti i sogni.
Soprattutto i peggiori.

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