IGGY POP – “FREE” recensione di Paolo Rosati

settembre 10, 2019 at 9:37 am Lascia un commento

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Osservate l’interno della copertina dell’album e il vostro sguardo incontrerà l’immagine di un uomo che vi scruta, comodamente seduto al tavolino in un giardino.
L’uomo è avanti negli anni, le rughe sul viso sono come i segni che il tempo ha lasciato sul legno di una quercia antica, che ha resistito ad ogni stagione e a tempeste violente.
Mettetevi comodi. Ascoltate tutto l’album.
E soprattutto sgombrate la mente da un equivoco: questo disco non ha NULLA a che fare con Blackstar di David Bowie.
In quell’album un sassofono selvaggio e struggente accompagnava l’ultimo volo di uno spirito che si preparava al grande salto verso l’eternità o verso il nulla, a seconda dei punti di vista.
In questo disco potete ascoltare la magia del suono di una tromba che colora di immenso le atmosfere a tratti tese e a tratti dilatate di una narrazione musicale che racconta il raggiungimento del punto di equilibrio della vita di un uomo.
Non solo.
La presenza tangibile che si fa evidente nel testo di una canzone è quella del più grande rocker della storia, Lou Reed.
E se vogliamo trovare qualche similitudine musicale  occorre andare a “The Raven”, capolavoro di Lou Reed ancora sconosciuto per il grande pubblico che si bea di immagini e di facili idolatrie, anziché ricercare l’essenza più intima di una vera arte che nel rock è presenza e forza motrice.
Un album incredibile “Free”.
Intenso, a tratti intimamente feroce, a tratti intimamente ironico, cosparso di nostalgia e di dolcezza, intriso di una forza che sconvolge e conquista, la sublimazione di un artista che finalmente dovrebbe essere riconosciuto per chi è e non perché amico di qualcun altro.
La musica è la fusione calda di jazz, ambient, pop, rock, mainstream, poesia e teatro.
Iggy Pop esibisce una voce che mette i brividi: egli canta e recita, ti prende per mano con la forza delicata di un accompagnatore che ha il compito di farti da cicerone in una piccola galleria d’arte.
L’intensità e il calore del canto diventano il lento ma impetuoso racconto in un brano come “We Are The People”: Iggy recita Lou Reed, la sua voce è ferma, le sillabe delle parole sono come strali luminosi, i versi vengono scanditi con la delicatezza e la devozione verso un fratello, il cui ricordo diventa presenza. La tromba accompagna la recitazione insieme al pianoforte. Non ho parole per descrivere tanta bellezza, se non ammettere una profonda commozione.
“Free” è come l’alba dopo una lunga notte, una luce che si scorge alla fine di un tunnel, una scintilla dentro il buio di una caverna oscura.
“Free” è un album bellissimo, enorme, che incanta e affascina.
“Free” è la musica popolare del XXI^ secolo che trova la sua perfetta incarnazione nell’ultimo rocker vero e genuino.
“Free” è la compenetrazione perfetta fra la musica e l’interpretazione dell’artista. Un album come questo dovrebbe diventare l’esempio della perfezione di ciò che oggi si intende come musica contemporanea, intendendola aperta ad ogni contaminazione.
“Free” è la contaminazione perfetta.
Iggy Pop è oggi il più grande interprete di un genere che dopo essere diventato adulto vira verso la maturità. Se “Post Pop Depression” fu il capolavoro dove il rock celebrava la propria bellezza, “Free” è il canto di uno spirito ribelle che trova finalmente la propria libertà e la canta con l’ entusiasmo e l’immediatezza di un bimbo e la saggezza tranquilla di un vecchio.
Osservate lo sguardo dell’uomo seduto al tavolino nella cover interna del disco.
Troverete la pace.

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